Il mantra delle “Liste Pulite”

Credo che l’unico modo per uscire dall’impasse nella quale si trovano i partiti annichiliti dal sentimento di protesta dei cittadini italiani sia un serio rinnovamento. La gente ormai è convita che il nuovo rappresenti un valore intrinseco: meglio votare persone e “movimenti” che non si conoscono che consegnare l’Italia ai vecchi “mariuoli”. E’ questo ciò che sempre più spesso sento in autobus e metropolitane. “Liste pulite” sta diventando un mantra … ma lo comprenderanno i partiti? Come giustificare la candidatura di un D’Alema o di un Cicchitto, di un Weltroni o di un Bossi ed il giochino potrebbe continuare quasi per tutti i restanti 941 parlamentari. Aggiungerei liste pulite anche da mogli, mariti, amanti, compagne/i, fratelli, figli, sorelle etc.  Di seguito un interessante articolo di oggi:

Da il mattino del 9 settembre liste pulite

Garantire liste pulite per le prossime elezioni, con candidati presentabili, con qualsiasi legge elettorale si torni alle urne. Le parole di Sergio Romano sul Corriere della sera alimentano il dibattito nella classe politica e tengono banco anche nel mondo cattolico. «Chiediamo un rinnovamento profondo della politica. Tutti gli italiani vogliono liste presentabili, formate da persone oneste», spiega Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli. «Per noi il tema della legalità è prioritario. È necessario un nuovo passaggio, che segni un cambiamento di figure e leadership, perchè il paese possa intraprendere una nuova strategia».
Il leader delle Acli traccia anche un profilo del candidato pulito: «Persone di comprovata onestà e rettitudine ma anche gente che in questi anni abbia dato dimostrazione di essere al servizio del Paese. Insomma: persone della società civile, con il volto nuovo e con un impegno concreto per la società. Solo così può tornare la fiducia dei cittadini per la politica».
Anche per Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, avere liste pulite è «un’esigenza avvertita dai cittadini. Tutte le nostre indagini degli ultimi dieci anni, indicano l’onestà e la competenza fra le caratteristiche prioritarie che i politici devono avere. I partiti più che rinnovarsi devono rafforzarsi. Da noi i volti nuovi non sono tanti, le liste sì. Bisogna fare in modo che la politica sia ritenuta una cosa seria, rivolta al bene comune».
Per Natale Forlani, portavoce del Forum di Todi, «garantire credibilità e onestà è uno degli indicatori che viene chiesto alla politica, insieme alla competenza e possibilmente al ricambio generazionale. Non servono improvvisazioni né operazioni di pura immagine, ma un processo di rinnovamento solido, per creare le future classi dirigenti». Salvatore Martinez, il primo laico alla presidenza nazionale del Rinnovamento nello Spirito, ricorda don Sturzo: «In politica la coscienza deve restare pulita. La nuova generazione di cattolici impegnati in politica deve ristabiire la cifra di un servizio da rendere agli uomini. I politici devono essere umili prima che forti e veri prima che liberi». Il senatore del Pdl Raffaele Lauro spiega che occorrono «tre filtri alle candidature parlamentari, applicati autonomamente dai partiti, ossia codice etico antimafia, limite delle legislature e incompatibilità con altri incarichi. Porterebbero ad un totale rinnovamento della politica italiana».

Bagnoli Futura e Servizi al Caro Estinto al vaglio del prossimo Consiglio

Di seguito due delibere di giunta che sono al vaglio del Consiglio Comunale del 18 settembre p.v. Non le ho ancora studiate bene e ve le sottopongo per eventuali suggerimenti. Una riguarda i servizi mortuari (lo so già immagino gli scongiuri ma anche questo ci “tocca”), l’altra modifiche alla Bagnoli Futura, società già più volte assorta agli onori delle cronache cittadine. Le problematiche sono di diversa specie: per quella sul caro estinto è prevista la  esternalizzazione del servizio che, se da un lato, pare che non ci siano comunali disposti ad assumere l’incarico, dall’altro i servizi mortuari sono forse gli unici ad essere un attivo per il Comune. Per quanto concerne, invece, Bagnoli Futura da una prima lettura si prevede un potenziamento della società con allargamento delle attività da svolgere e con una patrimonializzazione consistente nella non trasferimento dei beni al Comune di Napoli ….

Come al solito dico che la partecipazione richiede tempo e fatica ed i cittadini che vogliono collaborare alla gestione della Città, per me, sono sempre ben venuti … buona lettura

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Per il Parlamento almeno liste pulite

Prendo spunto da quello che ho letto oggi sul Corriere della Sera per dire che anche io mi aspetto che i partiti abbiano almeno un po’ di buongusto  evitando di mettere delinquenti nelle liste. Io aggiungerei che l’impedimento dovrebbe valere anche per i “nani e ballerine” che si sono già esibiti nel corso delle legislature e poi visto che sono tentato aggiungerei anche l’esclusione dalla competizione elettorale per quelle persone che pensano che il Parlamento sia una mucca da cui “suggere il latte” e mi riferisco al disgustoso episodio che ha visto protagonista il parlamentare Antonio Razzi, “un uomo responsabile” (http://www.youtube.com/watch?v=0aiNbGFmoR8) che non credo sia l’unico a pensarla così. Ecco posso dire che questo tipo di parlamentare mi fa schifo nel vero senso della parola!! Ma poi lo so mi faccio prendere la mano e direi ai “vecchi” che hanno fatto qualche decennio in parlamento, ebbene … ma …. ma andatevene a casa e basta avete dimostrato già quello che valete ! Per dirla tutta ma non proprio qualche giorno fa ho visto in TV su la 7 anche la “mummia”, non il film, ma paolo cirino pomicio, ma quanti anni ha? e quante legislature si è fatto? Condannato della vecchia repubblica è attuale presidente della tangenziale di Napoli S.p.a. immagino come premio e sarà anche pagato …  ma questa gente non si stanca ? gli italiani non si stancano ? … a dire il vero mi sono indignato poiché le televisioni ed i giornali dovrebbero farli scomparire ed invece questi ce li ritroviamo a discutere della crisi e delle soluzioni alla crisi, proprio loro che hanno nuotato nel mare di corruzione di tangentopoli … a pensarci e peradossalmente come cittadino mi sento anche responsabile di questa condizione politica …. Comunque di seguito l’articolo di cui ho accennato e che mi ha scatenato queste riflessioni di Sergio Romano sul Corriere della Sera di oggi 06.09.2012:

“Quando è stato scritto, qualche mese fa, che la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe dato soddisfazione a una domanda del Paese, non abbiamo registrato, nel mondo politico, obiezioni e riserve. Quando è stato ricordato che gli italiani non volevano più andare alle urne per votare liste confezionate nelle segreterie dei partiti, ci è sembrato che tutte le maggiori forze politiche ne fossero consapevoli. Quando molti hanno ricordato che la legge contro la corruzione non è necessaria perché richiesta dall’Europa, ma anche e soprattutto perché serve a contrastare il virus della sfiducia nelle istituzioni che circola ormai come il sangue nelle vene del Paese, nessuno li ha pubblicamente contraddetti. E quando abbiamo creduto che queste fossero le misure su cui i partiti avrebbero concentrato ogni loro sforzo nei mesi seguenti, abbiamo pensato che la politica italiana avesse finalmente imboccato, per concludere decorosamente una difficile legislatura, la strada giusta. Mentre il governo dei tecnici faceva del suo meglio per risanare i conti dello Stato e smentire il pessimismo dei mercati, i maggiori partiti avrebbero usato del tempo di cui disponevano per dimostrare che avevano capito lo stato d’animo del Paese, che non potevano affrontare gli elettori senza avere risolto alcuni dei problemi più lungamente e inutilmente dibattuti nella storia politica italiana.
Ci sembrò, oltretutto, che i partiti ne avessero la convenienza. Avrebbero evitato di provare al Paese che non vogliono diminuire il numero dei parlamentari, che non sono capaci di accordarsi sui concetti di corruzione e concussione, e che l’attuale legge elettorale, anche quando affermano il contrario, è quella che maggiormente corrisponde ai bisogni di una nomenklatura preoccupata soprattutto dalla propria sopravvivenza e dalla gelosa conservazione delle sue prerogative. Naturalmente non lo ammetteranno mai, e gli italiani corrono così il rischio di assistere, nei prossimi mesi, alla commedia delle accuse reciproche. Ma spero che non si illudano. Anche se qualcuno, soprattutto in materia di corruzione, può essere più responsabile degli altri, il risultato sarà quello di aumentare il disgusto per la politica dei politici e soprattutto per un Parlamento che verrà considerato incapace di rivendicare ed esercitare il proprio ruolo. Ciò che maggiormente colpisce in questa vicenda è la cecità dei maggiori partiti. Credono di lavorare per i propri interessi e stanno invece lavorando per quelli dei loro nemici, vale a dire per quella velenosa combinazione di demagogia e populismo che si sta diffondendo nella società nazionale.
In questo quadro sconsolatamente negativo rimane una sola speranza. Se ci toccherà ancora una volta di votare con il Porcellum, non vorremmo trovare nelle liste persone impresentabili. Siamo garantisti e sappiamo che una indagine non equivale a una condanna. Ma le segreterie, dal momento che non vogliono privarsi del diritto di scegliere i candidati, dovrebbero almeno impegnarsi pubblicamente a rispettare questo elementare principio di moralità politica: non servirsi del Parlamento per mettere qualche loro compagno al riparo dalla giustizia”.

Per non dimenticare!!

Oggi ancora di più dobbiamo ricordarci di chi sono le responsabilità della condizione attuale della politica. Riporto quanto scriveva Paolo Sylos Labini sulla posizione assunta dai DS nel 1994 e nel 1996 sul conflitto di interessi di berlusconi per il possesso delle reti televisive che in virtù della legge vigente ne avrebbe dovuto far dichiarare la ineleggibilità sia nel 1994 che nel 1996: “Così, negli atti della Giunta per le elezioni della Camera di mercoledì 20 luglio 1994 a pagina 3 risulta che l’unico oppositore fu il deputato ds Luigi Saraceni, che, come dichiarò ad un mio amico del gruppo di pressione e come mi ha confermato oggi per telefono, prese la decisione autonomamente: i suoi colleghi ds votarono a favore. Tutto questo avveniva nel 1994, quando la maggioranza era del cosiddetto centrodestra. Anche più grave è ciò che accadde dopo le elezioni del 1996: allora la maggioranza era del centrosinistra ma non ci fu nessuna opposizione; anche in questo caso ho gli atti della Giunta – martedì 17 ottobre, pagine 10-12. Del 1996 il presidente D’Alema non parla. Di tutto questo scrissi diffusamente in un lungo articolo apparso nel fascicolo 5 del 2000 della rivista MicroMega; debbo ritenere che sia sfuggito alla sua attenzione”.

Piano Particolareggiato del Traffico

Stamane (05.09.2012) in Commissione mobilità con l’Assessore Anna Donati abbiamo discusso il piano particolareggiato del traffico che allego e che contiene tutti i provvedimenti di ZTL e di Pedonalizzazione della Città di Napoli. Tale piano non è ovviamente ancora esecutivo poiché sono in corso “aggiustamenti” all’esito dei quali sarà adottato con una delibera di giunta. Sono graditi eventuali suggerimenti. Buona lettura:

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Attraversare Piazza Plebiscito è un impresa

Qualche volta ho provato anch’io ad attraversare piazza plebiscito in mezzo ai cavalli ad occhi chiusi e non ci sono riuscito…. come pure da ragazzino, in una delle prime uscite con gli amici mi è stata raccontata la storiella un po’ irriverente delle statue dei re che campeggiano sulla facciata di palazzo reale …. Interessante l’articolo oggi (10.08.2012) uscito su il Corriere del Mezzogiorno che racconta di come il giochino sia conosciuto sopratutto dai turisti:

«La storia, l’arte, la tradizione». Yanina Screpante, la fidanzata del Pocho che sta lasciando la casa napoletana per traslocare a Parigi dove Lavezzi è già in forza al Psg, intervistata ieri da Monica Scozzafava, ha raccontato che questo è ciò che di Napoli più ha apprezzato. E ha aggiunto alcuni dettagli e una curiosità: «Ho visitato Palazzo Reale, ho ammirato la bellezza architettonica dei palazzi di piazza dei Martiri e di piazza Vittoria. Sono rimasta incantata la prima volta che ho visto piazza del Plebiscito. Ricordo, era di sera. Alcuni amici mi fecero anche fare il giochino di camminare bendata verso i due cavalli. Anch’io, come tanti, non sono riuscita a passarci in mezzo». Ricordate il gioco una volta tanto in voga? Be’, la confessione di Yanina costituisce un’occasione per scoprire che sta tornando ad appassionare i napoletani e soprattutto i turisti. Tanto da essere citato da parecchie pagine web napoletane come Città di Partenope e Napolidavivere e da popolarissimi siti turistici come TripAdvisor.it, Trivago, Viaggiodasolo.com e Viaggero.it. Anzi quest’ultimo lancia un invito esplicito: «Provateci anche voi!». Scoprirete che, partendo bendati davanti al portone del Palazzo Reale, per quanto vi sforziate, è molto difficile che riusciate a passare tra i due cavalli installati dall’altro lato della piazza. Quasi certamente devierete e finirete tanto fuori traiettoria da rimanere sorpresi. Ma perché non si riesce a percorrere quelle poche decine di metri andando più o meno diritti? Esiste una spiegazione scientifica? «Certo — risponde Andrea Tessitore, neuropsichiatra di fama internazionale che ha da poco lasciato il Cardarelli — ma i cavalli non c’entrano. Il problema è che per cercare di passarci in mezzo utilizziamo la struttura dei sistemi dell’equilibrio. Cioè i due vestiboli, uno a destra e l’altro a sinistra, e il cervelletto. Però, se si cammina bendati, le percezioni di questi due sistemi vengono in parte attutite. Il corpo allora, per forza di cose, utilizza gli altri sensi: cerca di regolarsi sulla base dei rumori, delle sensazioni che prova attraverso la pelle. Inoltre, e soprattutto, conta molto l’emotività. Insomma, se non si è allenati, è difficile riuscire». Nonostante l’ampia distanza? «Proprio la sensazione dello spazio intorno può generare una sorta di agorafobia che incide in negativo: in uno spazio ristretto è più facile. Tra l’altro in piazza Plebiscito probabilmente c’è una certa pendenza che, non utilizzando la vista, concorre a indurre in errore». Secondo Tessitore l’unica soluzione è allenarsi, allenare i propri sensi a compensare le sensazioni mancanti o sbagliate. «A questo proposito consiglio un volumetto che contiene tanti suggerimenti proprio per sviluppare i propri sensi. Per esempio, in casa, spogliarsi e posare la giacca dove si posa di solito ma a occhi chiusi. Oppure togliere la cintura e rimetterla, sempre con gli occhi chiusi e con una sola mano: è difficile. Costa pochi euro ed è intitolato Fitness della mente. Ma non si spaventi per il nome dell’autore: è Katz», scherza Tessitore. In realtà gli autori sono due, Lawrence Katz e Manning Rubin, e puntano a migliorare la memoria e sviluppare la fantasia attraverso quella che hanno battezzato «neurobica», un modo giocoso per indicare la ginnastica della mente basata su serissime ricerche. L’allenamento è sicuramente necessario per riuscire a passare tra i cavalli perché in piazza Plebiscito c’è molto di più di una semplice pendenza. «Se così non fosse, il Palazzo Reale si allagherebbe ogni volta che piove», afferma l’architetto Paolo Mascilli Migliorini, funzionario della Soprintendenza ed esperto della piazza e della Reggia. Che, confessa, conosce il gioco dei cavalli ma non l’ha mai sperimentato personalmente. «Al Plebiscito c’è invece una struttura di gavete, cunette e compluvi, grazie alla quale l’acqua è ripartita e defluisce senza creare problemi. Ma il suolo è molto irregolare, il che rende difficile procedere diritti». Nelle foto dall’alto della piazza si vede chiaramente il «reticolato» di canaletti che costituiscono un enorme fattore di disorientamento per chi, con la fascia sugli occhi, cerchi di passare tra i cavalli partendo dal Palazzo Reale. Cioè di compiere, probabilmente in modo inconsapevole, quello che è anche un viaggio nella storia di Napoli. «La facciata, che misura circa 170 metri — spiega Mascilli Migliorini — fu completata nel 1613. All’epoca il porticato inferiore era aperto, lo chiuse Vanvitelli nel 1756. La parte libera della piazza è più o meno quadrata, quindi la distanza dal Palazzo Reale al diametro dell’emiciclo, sul quale sono collocati i cavalli, è più o meno di 170 metri. Non sembra, ma le dimensioni sono immense». Complessivamente quasi 25 mila metri quadrati. «Quando fu finita la facciata — riprende Mascilli Migliorini — la piazza non era come oggi. Al suo posto c’era il Largo di Palazzo, sterrato. Di lato sorgevano il vecchio Palazzo vicereale e un altro edificio che in seguito furono demoliti. Sul lato opposto alla Reggia c’erano varie chiese, che dal 1811 furono in parte demolite e in parte rettificate con il concorso per il Foro Murat. La piazza celebrativa c’è in tutte le grandi città europee controllate dai francesi, per esempio a Milano c’è il Foro Bonaparte. Ma nel 1815 Gioacchino Murat cadde mentre era appena stato cominciato il progetto di Palazzo Laperuta, dal nome dell’architetto Leopoldo Laperuta, che oggi ospita la Prefettura». Di fronte era previsto Palazzo Salerno, opera dell’architetto messinese Francesco Sicuro, i cui lavori erano cominciati nel 1775. La geometria precisa dell’odierna piazza del Plebiscito è dovuta a Murat. Successiva alla fucilazione del re di Napoli — processato, condannato e giustiziato a Pizzo Calabro la sera del 13 ottobre 1815 — è la realizzazione delle due statue dei cavalli, collocate a circa 50 metri una dall’altra. Sono opera di Antonio Canova, che cominciò il lavoro a partire del 1816, ma nel 1822 morì; la seconda, quindi, fu completata dall’allievo Antonio Calì. Gli edifici e le opere protagonisti del gioco a occhi chiusi sono stati realizzati dunque in un arco di tempo di oltre due secoli cruciali per la storia della città. «Ma oggi — conclude Mascilli Migliorini — dalle finestre di Palazzo Reale si vedono anche altri giochi: siamo diventati la capitale del crocchè indiano». Il crocchè? «Ma sì, il croquet in salsa napoletana praticato dagli immigrati: giocano in piazza ogni pomeriggio, è molto divertente». E in fondo porta anche un altro pizzico di storia al Plebiscito: il croquet, infatti, trae origine dal trecentesco gioco italiano della pallamaglio. Diffuso prima in Francia e poi in Irlanda, trovò la sua definitiva consacrazione verso la metà del 1800 in Inghilterra. Gli inglesi lo «esportarono» nelle loro colonie e oggi da lì è tornato in Italia, fino a Napoli. Ma si gioca a occhi aperti.

Pena di morte: Le riflessioni di Aldo Masullo

Da il Mattino del 09.08.2012

Leggo sulle agenzie: «Un uomo è stato giustiziato nel Texas». All’orrore per il fatto si accompagna lo sdegno per il linguaggio. Io credo che un facile ma potente contributo all’abolizione definitiva della pena di morte sarebbe di usare l’unica parola oggettivamente appropriata: «assassinato». 
S’immagini l’effetto che, a ogni notizia di esecuzione capitale, avrebbe questo medesimo titolo su tutti i mezzi di comunicazione di massa, dalla carta stampata alla radio alla tv a internet: «In esecuzione di una condanna a morte, un uomo è stato assassinato». Sarebbe uno choc per tutti coloro che, nelle stritolatrici macchine della giustizia, concorrono al tragico esito, i quali sarebbero costretti a cercarsi ipocrite e umilianti giustificazioni. Ma lo choc non sarebbe minore per le folle che il termine «giustiziato», cioè «definitivamente trattato secondo giustizia», tranquillizza da oscuri terrori con il rassicurante pensiero che la giustizia il suo corso lo fa, e il male viene schiacciato.
È questo il caso esemplare in cui una parola, se gridata da chi detiene la potenza della comunicazione, produce una rivoluzione culturale e rovescia la prassi.
La sostituzione di «giustiziato» con «assassinato» scopre d’un colpo e fa sentire direttamente, direi sulla pelle, l’oscenità della parola abitualmente usata.
Nel lontano 1764, il nostro Beccaria osservava che il diritto di trucidare i propri simili non può venire dal contratto sociale, perché è assurdo che gli uomini abbiano dato agli altri il potere di ucciderli. Egli perciò non poteva non concludere che la pena di morte non è affatto un diritto del potere costituito, bensì «una guerra della nazione contro un cittadino».L’essenza «liberale» dello Stato «moderno» contrasta con la pratica della pena di morte al punto tale che, ovunque essa come una purulenta piaga vi si conservi, lo Stato se ne vergogna. Da un lato tenta di sterilizzarne l’orrore col maniacale puntiglio nel regolare le procedure delle esecuzioni capitali. Dall’altro lato, diversamente dalla vecchia spettacolarizzazione, ne nasconde la feroce inumanità nella clandestinità del carcere, che la notarile presenza dei malcapitati testimoni d’ufficio formalisticamente legalizza.
La parola «giustiziato» è il punto d’arrivo linguistico, l’anello finale della lunga catena di dissimulazioni di una radicale ingiustizia.
La notizia oggi pervenuta si correda di particolari per cui s’accresce, se mai possibile, il sentimento di vergogna dinanzi all’assassinio gabellato per eseguita giustizia. I bollettini delle agenzie e i primi commenti evidenziano la violazione dello stesso diritto sancito nel 2002 dalla Corte suprema degli Stati Uniti, per l’incompatibilità dell’esecuzione dei ritardati mentali con un preciso dettato costituzionale. Ma la Corte non osò sottrarre all’arbitrio dei singoli Stati la determinazione del ritardo mentale esimente. Il che aggrava l’orrore. 
La vita o la morte d’un uomo sono decise dall’imprevedibile gioco di criteri arbitrari (nel Texas non è considerato esimente dell’esecuzione il quoziente intellettivo di 61, pur assai inferiore alla media generalmente accettata di 70). E tutto questo viene chiamato «diritto», il nome in forza di cui l’uccisione di un uomo si presenta come giustizia.
L’assassinio anche di un solo uomo è la tragedia dell’intera umanità. Il mondo moderno sta dolorosamente imparando che se, come siamo giunti a dover ammettere per la ragione critica, tutto è relativo, in nome della stessa ragione un assoluto dobbiamo pur ammetterlo come postulato necessario a cui sospendere l’infinita trama del relativo. Quale esso sia ce lo insegna l’umile esperienza quotidiana: si può esser più intelligenti o meno, si può vivere meglio o peggio, si può esser amati più o meno e più o meno odiati, si è comunque sempre nell’orizzonte del possibile, ci si può sempre entro il suo limite muovere, andare avanti o tornare indietro. Questo è l’esser vivi. La morte invece nega tutto ciò, cancella ogni possibilità. E’ il salto dalla relatività del possibile all’impossibilità assoluta. 
L’unico assoluto positivo che razionalmente è possibile postulare perché l’umanità sopravviva è l’assoluta dignità dell’uomo, di ogni uomo nella sua irriducibile singolarità. Il che ha a che vedere non soltanto con la coscienza 
morale ma anche e soprattutto con la democrazia, esposta agli assalti d’una realtà tempestosa. Si può decidere a maggioranza per o contro la vita di un uomo, o essa è un invalicabile limite ? Così in genere si può decidere col voto su tutto, e perciò rastrellare comunque voti per conseguire maggiore potenza, ignorando ogni limite dell’oggettivo interesse politico ? 
Marco Pannella e i radicali meritoriamente promossero e sostennero fino alla vittoria presso le Nazioni Unite la dichiarazione della moratoria delle esecuzioni capitali. Ma il serpente non è stato schiacciato. Esso continua a mortalmente mordere non solo in società totalitarie o autoritarie, ma anche in parti culturali e istituzionali della prima democrazia moderna e della più avanzata potenza scientifica e tecnologica.
Perché non propugnano essi, che s’ispirano al significativo monito biblico «nessuno tocchi Caino», l’uso d’intitolare finalmente notizie, come quella di oggi, sotto il nome di «assassinio» ?

Salvatore Settis. Il paesaggio: La Costituzione un Manifesto da attuare

Sono fermamente convinto del valore politico della Costituzione e trovo interessante quest’intervista di Settis che considera la Costituzione stessa un Manifesto da attuare.

Da Il Manifesto del 08.08.2012

Così «l’incubo del contabile»
finirà per devastare l’isola

Archeologo e storico dell’arte di prestigio internazionale, accademico dei licei, direttore sino al 2010 della Scuola Superiore Normale di Pisa, Salvatore Settis da anni si batte per la tutela del paesaggio e dei beni culturali. Pochi giorni fa è stato in Sardegna per partecipare a una tavola rotonda dal titolo «Il valore della Terra», organizzata da Sardegna Democratica, l’associazione che fa capo a Renato Soru.

Professor Settis, qual è la sua valutazione del progetto della giunta Cappellacci di modifica del Piano paesaggistico della Sardegna?

Con incredulità e con dolore, vedo nel nuovo progetto l’intento di devastare la Sardegna, e lo strumento per renderlo possibile. Questa la mia valutazione, ma vorrei specificare, pensando alla Sardegna ma pensando anche all’Italia. Pianificare il paesaggio è un tema importantissimo, delicatissimo in tutto il mondo, e in Italia lo è ancor di più, per due ragioni: la straordinaria stratificazione di bellezza e di storia del nostro paesaggio, ma anche la tradizione altissima di civiltà e di cultura che è alla base della normativa italiana di merito. Basti ricordare che la prima legge sul paesaggio è dovuta a un ministro della Pubblica istruzione che si chiamava Benedetto Croce (1920). La legge Croce fu poi riscritta e ampliata in una delle due leggi Bottai nel 1939: leggi di un governo fascista che nulla ebbero di fascista, tanto è vero che nell’Assemblea costituente di una Repubblica nata contro il fascismo nacque l’articolo 9 della Costituzione, che contiene (lo ha scritto Sabino Cassese) la «costituzionalizzazione delle leggi Bottai». Prima al mondo, l’Italia poneva la tutela del paesaggio fra i principi fondamentali dello Stato. Da questa lunga linea di continuità nasce anche il Codice dei Beni culturali e del paesaggio (2004), che contiene l’attuale normativa. Ora il fatto è che la Sardegna è stata, con la giunta Soru, la regione italiana che ha interpretato questa tradizione con la massima intelligenza e fedeltà alla legge e alla Costituzione, e nel massimo rispetto della storia della Sardegna, ma soprattutto del suo futuro. Quel piano paesaggistico è un modello insuperato in Italia e, data la rilevanza dei paesaggi sardi, ha importanza europea e globale. Buttando via quel Piano, la Sardegna commetterebbe un doppio suicidio: danneggiando irreversibilmente i propri paesaggi unici al mondo, ma anche perdendo l’occasione storica di essere la Regione modello per tutta Italia.

La crisi globale spinge a una ridefinizione delle coordinate su cui basare economia e finanza. Ambiente e beni culturali posso- no svolgere un ruolo?

Abbiamo in Italia, pronto per l’uso, un manifesto da mettere in pratica: la Costituzione. Essa ha al centro l’idea di bene comune, il progetto di costruire una società libera e democratica sulla base dei diritti dei cittadini. Il grande movimento mondiale contro la cieca dominanza dei mercati potrebbe e dovrebbe trovare in Italia un punto di forza. Vorrei dirlo con le parole di un grandissimo economista, Keynes. Egli esortava a liberarsi dell’«incubo del contabile», e cioè del pregiudizio secondo cui nulla si può fare, se non comporta immediati frutti economici. «Invece di utilizzare l’immenso incremento delle risorse materiali e tecniche per costruire la città delle meraviglie, creiamo ghetti e bassifondi; e si ritiene che sia giusto così perché fruttano, mentre nell’imbecille linguaggio economicistico la città delle meraviglie potrebbe ipotecare il futuro». E Keynes continua: «Questa regola autodistruttiva di calcolo finanziario governa ogni aspetto della vita. Distruggiamo le campagne perché le bellezze naturali non hanno valore economico. Saremmo capaci di fermare il sole e le stelle perché non ci danno alcun dividendo». Ecco: devastare il paesaggio in Sardegna sarebbe come fermare il sole e le stelle.

Politica e Costituzione: Il Giuramento della Pallacorda

“Si può cercare di spiegare che cosa sia la costitutività della costituzione prendendo lo spunto dall’immagine della sabbia, usata per constatare la condizione politica di disfacimento della vita sociale dell’Italia, in conseguenza degli eventi che seguirono l’8 settembre 1948, quando ogni autorità, ogni forza coesiva preesistente, lo Stato stesso sembravano essere venuti meno e aver lasciato il posto all’anarchia. Come costituire la sabbia ? ci si chiese. La costituzione è il mezzo attraverso il quale l’informe prende forma. E’ una risorsa alla quale le società umane si rivolgono dopo catastrofi come guerre intestine, crolli di regimi politici, rivoluzioni sconfitte belliche, che hanno distrutto le forme politiche precedenti, quando occorre darsene di nuove. Una Costituzione, cioè, è tale quando …. crea un ordine a partire da un disordine. Ogni grande rottura della vita politica porta con sé una nuova costituzione …. In Italia, abbiamo una testimonianza del significato costitutivo della carta costituzionale, nel modo stesso in cui fu elaborata la costituzione del 1948, dopo il crollo del fascismo e la decomposizione delle strutture statali. … La società italiana, per quanto lacerata, non si dimostrò fatta di sabbia informe … Nella pur varia presenza di posizioni politiche, sociali, culturali e religiose, si manifestò una forza etica più grande: La comune consapevolezza che non si poteva fallire, che la Costituzione era il traguardo che doveva essere raggiunto, pena l’anomìa, premessa di ulteriori divisioni laceranti, se non di rinnovata guerra civile, con il rischio che alla fine tutti quanti dovessero rinunciare a se stessi per mettersi nelle mani di un qualche potere imposto con l’argomento della forza. Per questo, i soggetti costituenti si obbligarono da sé o per così dire furono intimamente necessitati a cercare e a trovare una Costituzione”. “La legge e la sua giustizia” G. Zagreblesky.

E’ indubbio che siamo ad un nodo cruciale della vita dello Stato Italiano. Nel 1948 avevamo macerie fisiche oltre che politiche, oggi abbiamo, invece, macerie politiche, culturali, umane e sociali. Questo che stiamo vivendo è un momento storico insidioso poiché non si evidenzia nella sua piena drammaticità. Non ci sono crolli di palazzi né bombe di aerei! C’è la Costituzione ma è inattuata e svuotata sotto il peso della indegnità di una classe politica inadeguata e dell’economia. In questo noto le similitudini con il 1948. Al punto in cui siamo arrivati la nostra Carta Costituzionale rappresenta ancora oggi una valida sintesi dei principi espressi dallo stato sociale di diritto ed è la strada da seguire. Il lavoro, i beni comuni, l’interesse pubblico le cittadine ed i cittadini sia “come singoli che nelle formazioni sociali” al centro di una vera azione politica riformatrice. Questi gli unici ingredienti per sfuggire al populismo dilagante che fa leva sulla società civile e che potrebbe invadere le istituzioni con la collocazione di uomini abili alla distruzione ma inutili alla ricostruzione secondo i dettati costituzionali. Oggi gli uomini “capaci” che hanno a cuore il futuro del nostro paese devono farsi avanti.

La Francia nel momento più alto della rivoluzione, pose al centro del mutamento politico, la scrittura della Costituzione Francese. L’abate Emmanuel Joseph Sieyès scrisse un opuscolo politico nel gennaio del 1789 che ebbe grande successo, che iniziava con queste domande: «Che cos’è il terzo stato? Tutto. Che cosa è stato finora nell’ordinamento politico? Nulla. Che cosa chiede? Chiede di essere qualcosa». Dopo numerose altre vicende, nel giugno del 1789, i rappresentanti del Terzo Stato con pezzi del basso clero e nobili liberali si riunirono in Assemblea Nazionale, nella sala della pallacorda e giurarono di non separarsi in nessun caso e di riunirsi ovunque le circostanze lo avrebbero richiesto, fino a che la Costituzione francese non fosse stata stabilita e affermata su solide fondamenta.

Non è un caso, forse, che nonostante la nostra costituzione, le domande dell’abate Sieyès siano ancora attuali.

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Sport e diversa abilità il caso Pistorius

Il caso Pistorius crea non pochi interrogativi ed apre uno scenario nuovo dove la tecnologia potrebbe essere addirittura di un ausilio tale per l’uomo da fargli superare addirittura le normali capacità. In mancanza di conoscenze specifiche a me non dispiace la partecipazione di Pistorius alle olimpiadi dei cd. normodotati.

Da il Mattino del 05.08.2012

LONDRA. «Hats off to him»: giù il cappello davanti a lui, ha detto Kirani James, che non ha ancora vent’anni ed è campione del mondo dei 400 metri: l’atleta di Grenada è chiamato The Jaguar, ma ha dedicato ieri mattina tutto il suo rispetto a Oscar Pistorius, il quale, per via delle sue gambe che sono delle protesi in fibra di carbonio, viene chiamato Blade Runner. 
Pistorius, sudafricano e campione paralimpico, è stato ammesso ai Giochi dei normodotati, si dice così, ma più semplicemente ai Giochi degli uomini. Ed è riuscito a qualificarsi per la semifinale individuale che si correrà oggi. Così quei 400 metri che una lontana atleta alla quale appartiene ancora il record del mondo datato 1985, la tedesca dell’est Marita Koch, chiamava il giro della morte sono diventati il giro della vita.
Perché Oscar Pistorius non porta soltanto se stesso su quelle gambe di carbonio che messe sui blocchi sembrano più un proseguimento degli stessi che non due gambe: porta la speranza, la certezza, che la quotidianità può appartenere a chiunque, qualsiasi cosa capiti. Un po’ troppo mediatizzato, Pistorius, un po’ troppo «mettiamoci a posto la coscienza con lui», ma il messaggio vero è quello giusto. 
Lo ha sentito fin da bambino, quando la diagnosi è stata tremenda e i dottori hanno dovuto dire che per la malformazione congenita quelle due gambe, che tali non erano, andavano amputate. E fin da bambino Oscar ha sentito l’amore di una famiglia e non solo. Sua nonna, che ha 89 anni, sventolava ieri allo stadio la bandiera del Sudafrica: «Che emozione quando ho visto lei, tutta la famiglia, gli amici e la bandiera» ha detto Pistorius, che, dal punto di vista sportivo ha raggiunto l’obiettivo prefisso: la semifinale individuale e aspetta una medaglia magari dalla staffetta. Una medaglia meno agra di quella che il Sudafrica, e dunque pure lui, vinse ai mondiali di Daegu, quando dopo aver partecipato alla prima frazione della qualificazione venne sostituito nella finale. 
«Quando mi sono svegliato prima della gara non sapevo che fare: volevo piangere – ha detto Pistorius che con il record personale di 45”44 è poi arrivato secondo in batteria – io avvantaggiato dalle protesi? Non rispondo più: mi hanno fatto sedici test in tre settimane, tutte le analisi possibili. Le mie protesi sono le stesse da un sacco di tempo: gli strumenti da corsa di tutti gli altri, magari le scarpe, magari le tute, sono in evoluzione continua, eppure va bene». E non fa la domanda della provocazione: perché nessuno si taglia le gambe per correre più forte? 
È che nella vita sempre bisognerebbe avere «coraggio e fiducia in se stessi come ha Oscar» ha detto Kirani James, che ora è favorito per l’oro dopo che il campione uscente, LaShawn Merritt s’è fermato per un dolore muscolare in batteria (in precedenza lo avevano fermato per doping e aveva detto: «era solo viagra, avevo delle notti impegnative»). Dovrà comunque vedersela con i gemelli del Belgio, Jonathan e Kevin Borlee, classe 1988, andati ad allenarsi in cima a un ghiacciaio, dove l’aria è pura e l’ossigeno a buon mercato. E così gli Stati Uniti rischiano di perdere un oro che è loro da Los Angeles ’84.

Gli sprechi della metropolitana!!

kapoor

La notizia dell’architetto Kapoor che rivuole le sue opere d’arte progettate e realizzate per la costruzione di due uscite della Matropolitana di Monte Sant’Angelo mi ha colto di sorpresa. Di questa cosa, peraltro, ne avevo parlato, qualche settimana fa, con alcuni tecnici del Comune di Napoli, quindi, quando ho letto l’articolo sul corriere mi sono rizelato per gli ulteriori particolari. Non sapevo esattamente il costo ma da quello che leggo solo l’opera ci è costata circa 10 milioni i euro mentre per la realizzazione dell’anello ferroviario ci sono, come leggo, delle serie perplessità sulla utilità di realizzare una stazione a Montesant’angelo. La considerazione comune con i tecnici con i quali ho parlato era che prevedere delle opere d’arte in ogni stazione della metro è stato forse uno spreco di risorse non giustificato. Le stazioni sono belle e sono un biglietto da visita, mi ricordo quelle di Lisbona tra cui una di Calatrave ma a Londra la stazione è una semplice uscita che dal sottosuolo ti porta sopra. Oggi, con la crisi, il contrasto è ancora più evidente e lo spreco è insopportabile. A questo punto non mi meraviglierei se stessimo pagando anche un deposito all’Olanda che tiene le opere di Kapoor in deposito. Che dire occorrerebbe una approfondita riflessione per capire se possiamo rivenderle all’architetto artista poiché da quanto ho capito la stazione di Monte Sant’Angelo pare sia stata progettata con quelle uscite artistiche (sono due) e che un cambio determinerebbe anche la necessità di una riprogettazione. Per ciò che posso capire, io l’unica cosa che vorrei è che si smettesse una volta per tutte con questi sprechi per cominciare a considerare il bene pubblico e l’interesse pubblico come sacri!

Da Il Corriere del Mezzogiorno del 05.08.2012

L’ira di Kapoor su Napoli: rivoglio le mie opere.

L’artista indiano pronto a comprarle e a portarle in Medio Oriente. Lo scultore indiano Anish Kapoor è pronto a riacquistare personalmente le opere che ha realizzato per la stazione della metropolitana di Napoli-Monte Sant’Angelo. Attualmente depositate in un cantiere olandese in attesa di essere installate a Napoli, le sculture costate 8 milioni di euro potrebbero essere ricontestualizzate in un altro cantiere che l’artista di origini indiane ha aperto in Medio Oriente. Nei giorni scorsi Kapoor ha affidato ad uno dei due suoi galleristi italiani un mandato esplorativo per conoscere lo stato giuridico delle opere ed il valore chiesto per la riacquisizione. Kapoor, amareggiato per la sorte di un progetto – che doveva essere ben altra cosa – non risparmia la sua amarezza verso quella che definisce la lenta burocrazia napoletana. Intanto il cantiere della stazione affoga nel degrado.

NAPOLI – La torre ArcelorMittal Orbit ideata da Anish Kapoor è l’icona dei giochi olimpici di Londra 2012. Realizzata in acciaio tubolare rosso Ral 3003, per un’altezza di 114,5 metri è il faro che illumina il Parco Olimpico. Nel 2010 Kapoor ottenne il via libera alla sua proposta. E dopo due anni, nei tempi previsti, ebbe la soddisfazione di veder realizzata quella che in tanti ormai chiamano la torre Eiffel londinese. Molta meno soddisfazione, invece, nell’esperienza napoletana dell’architetto anglo-indiano. Il progetto della stazione di Monte Sant’Angelo è partito nel 1999 e ancora oggi non è neppure in dirittura d’arrivo. Kapoor venne contattato nel 2003 per disegnare la stazione «opera d’arte» che doveva diventare simbolo del metrò napoletano e, in qualche modo, della rinascita della città. E lo fece. Per lui due milioni e 60 mila euro. Otto milioni invece per la realizzazione delle mega strutture di acciaio Cor-ten, le bocche d’accesso alla stazione che si trovano ora in un bacino-deposito olandese in attesa di essere portate, con una nave, a Napoli. Kapoor guarda ai suoi figli dimenticati e non ci sta. Rivuole quelle opere. E’ disposto a ricomprarle pur di salvarle dall’abbandono, per poi dirottarle in un cantiere del Medio Oriente. Il primo sondaggio di una possibile trattativa è avvenuto qualche settimana fa attraverso uno dei suoi galleristi italiani. Semplice la domanda: quanto devo pagare per tornare in possesso delle mie opere? Un quesito al quale dovrebbe rispondere la Giustino costruzioni che ha acquisito le strutture per realizzare la stazione di Monte Sant’Angelo. Una vicenda assurda che vale la pena di ricostruire. Sembra che dopo l’ennesimo rinvio dell’ennesima scadenza per la realizzazione dell’opera, il 30 giugno scorso, l’artista sia andato su tutte le furie. «Ma che razza di modi sono questi, io ci ho messo la faccia», si sarebbe sfogato con un collaboratore. Usando parole poco lusinghiere nei confronti della burocrazia e della gestione della cosa pubblica a Napoli. Ma lo slittamento della scadenza ha provocato anche un altro effetto. I gestori del bacino olandese, dove sono abbandonate le due mastodontiche opere, si trovano in difficoltà. Hanno bisogno di spazio e così hanno telefonato a Kapoor chiedendogli, gentilmente, di risolvere il problema. Al più presto. E così dopo essere andato su tutte le furie e aver imprecato contro il malgoverno, l’architetto si è rivolto al suo gallerista in maniera perentoria: basta, rivoglio quelle opere. Sono disposto a comprarle.

Secondo indiscrezioni pare che la trattativa dovrebbe entrare nel vivo a settembre, e sembra che il prezzo si aggiri intorno ai dieci milioni (i due milioni e passa liquidati a Kapoor più gli otto milioni per la loro realizzazione). Tutto dipenderà dalla volontà o meno, da parte della Regione e del Comune, di portare a termine l’opera così come era stata ideata. Ma i segnali sono chiari. Basta ricordare le parole, appena un mese fa, pronunciate con decisione da Nello Polese, presidente dell’Eav (Ente autonomo volturno), la società cui fanno capo Circumflegrea e Cumana, le due linee che dovrebbero riunirsi proprio nell’anello di Fuorigrotta. Al Corriere del Mezzogiorno, che gli aveva chiesto il perché dei ritardi e dello slittamento del termine di consegna dell’opera, aveva risposto: «I lavori a Monte Sant’Angelo sono fermi come in molti altri cantieri. Il ministero delle Infrastrutture ha sbloccato i finanziamenti concordati a ottobre. Francamente, però, tra le varie opere bloccate quella di Monte Sant’Angelo è la meno rilevante sotto il profilo del traffico di persone, è un’opera ereditata. Anche il costo per passeggero è anomalo, cioé altissimo». E poi, pur rassicurando sul completamento della stazione, aveva espresso grandi perplessità: «Certo la dobbiamo finanziare e completare. Ma per esempio manca il progetto di chiusura di quell’anello di traffico, dopo la stazione di Terracina non si capisce come la linea possa arrivare a piazzale Tecchio». In pratica il progetto della chiusura dell’anello esiste, ma è finanziato limitatamente ai primi tre lotti: Monte Sant’Angelo-Soccavo, Monte Sant’Angelo-Parco San Paolo e Parco San Paolo-via Terracina. Il quarto, cioé la chiusura a piazzale Tecchio, ha un progetto di massima senza nessuna copertura finanziaria. Stando ai dati in possesso dell’Eav rispetto ad altri lotti ferroviari la bretella di Fuorigrotta ha quindi un costo sproporzionato, perché la mancata chiusura della linea porterebbe a spese di esercizio superiori. Per i tecnici costa quasi il doppio rispetto a una qualsiasi altra linea.

In pratica oltre 85 milioni di euro (350 con tutte le bretelle di collegamento, parcheggi e strutture varie). E con troppi debiti sul groppone: tanto che l’assessorato regionale ai trasporti ha dovuto sospendere i finanziamenti alla Sepsa perché, così come succede con le altre aziende del gruppo Eav, i fondi andavano a finire ai creditori o alle banche, senza sfiorare nemmeno le casse delle società appaltatrici. Così i lavori si sono fermati, nel cantiere sono cresciute le erbacce e qua e là sono comparsi cumuli di monnezza. E come se non bastasse Kapoor rivuole le sue opere. Bella fine per quella che doveva essere la stazione dell’arte, il simbolo della rinascita di Napoli.

Lista dei Sindaci e Lista Arancione. Massimo Zedda

I Comuni hanno bisogno dei loro Sindaci per andare avanti. Ciò credo valga ancora di più per i Comuni nei quali c’è stata la “rivoluzione arancione”. Le politiche sono importanti, ma non dobbiamo perdere di vista il nostro obiettivo. Anch’io sono convinto che ci sarà bisogno di un contributo in termini di uomini in parlamento ma l’impegno deve essere dosato con la interlocuzione con quei soggetti, tra cui i partiti, che dimostreranno di volere veramente il cambiamento attraverso la sostituzione degli uomini che da decenni occupano il potere! Non ci potrà essere cambiamento senza il cd. cambio della guardia. Di seguito l’intervista di Zedda.

Da Il Manifesto del 4 agosto 2012 Giorgio Salvietti:

Massimo Zedda vuole continuare a fare il primo cittadino di Cagliari. Non crede in un partito dei sindaci che apra il centrosinistra alla cittadinanza attiva: «Sono di Sel e sostengo il mio partito» Che cos’è questa lista dei sindaci? Dopo l’accordo tra Bersani e Vendola si torna a parlare di un movimento che vede come protagonisti i primi cittadini della svolta arancione dello scorso anno, i quali scenderrebbero direttamente in campo con una loro lista per appoggiare il centrosinistra alle prossime elezioni. Sarebbe questa la via per coinvolgere la società civile, drenare la perdita di voti e di fiducia per la politica e arginare l’ascesa del Movimento Cinque Stelle. Il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, ci crede e si è candidato ad esserne il fondatore e il trascinatore. Si fanno i nomi anche del sindaco di Cagliari, Massimo Zedda, e del sindaco di Bari, Michele Emiliano, capeggiati non da De Magistris, ma da Giuliano Pisapia che avrebbe già dato la pro- pria disponibilità a Vendola e Bersani, e che sarebbe più gradito ai due leader. Pisapia però è in vacanza e nel suo staff più che di lista dei sin- daci si pensa a come aprire i partiti al contributo della cittadinanza attiva. Il Pd ieri ha negato l’esistenza di questa lista. E per Emiliano si tratta di un’ipotesi che non esiste «disegnata nel cielo». Ne parliamo con il sindaco di Cagliari, Massimo Zedda. Sindaco allora cos’è questa lista?

Io non ne so niente. E in ogni caso non ho nessuna intenzione di candidarmi. In questo momento di crisi voglio stare vicino ai cagliaritani e fare il sindaco della mia città. E poi penso che bisogna procedere secondo certe priorità. Prima dobbiamo dire che paese vogliamo, avere un programma di governo intorno al quale costruire la coalizione di centrosinistra, quindi, attraverso le primarie, bisogna permettere agli elettori di scegliere il nostro candida- to alla presidenza del consiglio, e poi allargarsi, aprirsi e chiedere il so- stegno di tanti cittadini. Non si può parlare di liste prima di svolgere questo percorso fino in fondo. Infine io sono di Sel e sostengo la mia lista, non altre.

De Magistris però sembra avere un’idea diversa.


Io parlo per me, ovviamente. Ognuno è libero di fare come meglio crede, se lui vuole fare una lista è libero di farla, ma per me è prematura, prima serve costruire un pro- getto per il paese.

Ma tra voi, sindaci arancioni, ne avrete pur parlato.


Abbiamo parlato di tante cose ma non di questa. Abbiamo ottimi rap- porti tra di noi, De Magistris mi ha anche invitato a Napoli per una bellissima iniziativa sui beni comuni.

Il modello «arancione», però, si basa proprio sull’apertura dei partiti alla cittadinanza attiva, su questo i sindaci saranno chiamati ad avere un ruolo?

Un conto è dire che i sindaci del centrosinistra siano chiamati a dare il loro contributo e sostengano i partiti della coalizione, questi partiti si devono aprire alla società e su questo fronte i sindaci hanno molto da dare, ben altra cosa è parlare di una lista dei sindaci.

Che cosa pensa del patto Bersani-Vendola?


Mi pare sia un bene che si parli di programmi per il futuro governo del centrosinistra.

Anche senza Idv e magari finendo al governo con l’Udc?

Con Di Pietro credo che Vendola stia facendo tutto il possibile per ricucire e penso che Italia dei valori sia a tutti gli effetti una forza del centrosinistra. Quanto a ritrovarsi al governo con l’Udc al momento mi sembra che questa ipotesi sia molto lontana.

Non tanto lontana, dopo l’apertura di Vendola.


Vendola ha già chiarito la questione. E poi non mi appassionano queste discussioni col bilancino che sommano algebricamente le forze politiche. Mancano di contenuto e non appassionano neppure i cittadini. Invece c’è bisogno di coinvolgere tutti quelli che si sono comprensibilmente allontanati dalla politica per gli atteggiamenti e i giochi di poteri di molti politici.

Ma appunto a questo servirebbe la lista dei sindaci, ad aprirsi alla società e a tutti i delusi dal centrosinistra che potrebbero votare Grillo, o sbaglio?

A Cagliari, come a Napoli e a Milano il centrosinistra è riuscito a coinvolgere i cittadini. Quel modello ha pagato. Abbiamo vinto. Ora si tratta di ripetere quell’esperienza a livello nazionale.

Il patto fra Sel-Pd e le aperture al – l’Udc non rischiano di frustrare questa voglia di partecipare? An – che molti sostenitori di Sel sono perplessi.

Infatti bisogna ragionare di altro, dei contenuti, di lavoro, occupazione, lotta alla precarietà. Su questi temi si riesce a dare entusiasmo e voglia di partecipare, e così si trasforma un’alleanza tra partiti in un progetto per il futuro del paese.

Le donne dell’Islam: Corri Tahmima Corri!!

La lettura di quest’articolo mi ha emozionato, non posso che dire anch’io: Corri Tahmima Corri!!

Da Il Manifesto del 4 agosto 2012 Matteo Patrono:

E’ durata poco più di un minuto la pri- ma volta di una donna saudita ai giochi ma ne è valsa la pena. Eccome. Ottandadue secondi per essere rovesciata sul tatami da un’avversaria molto più forte di lei, rialzarsi e confessare felice. «Ce l’ho fatta, che bello essere alle Olimpiadi». La partecipazione della judoka Wojdan Ali Seraj Abdulrahim Shahrkhani passerà alla storia come un momento altamente simbolico, non solo perché nel regno del Golfo le donne non possono lavorare, viaggiare, guidare, nemmeno andare all’ospedale senza il consenso di un parente maschile, figurarsi fare sport. Ma perché anche tutta la diatriba col Cio sullo hijab che la ragazza avrebbe dovuto indossare per volere del padre (pena il ritiro dai giochi), si è risolta alla fine con l’utilizzo di un copricapo elastico nero in tutto simile alle cuffie delle nuotatrici. Nessun velo insomma, quasi a rendere palese, volontariamente o meno, l’uguaglianza di tutte le donne dentro il recinto dei cinque cerchi. Fuori dal quale, la vita di Wojdan continuerà a essere piuttosto com- plicata, forse anche di più considerando il fastidio con cui gli oltranzisti religiosi del suo paese hanno accolto questa sfida. Ma il messaggio è passato e altre atlete saudite dopo di lei verranno, anzi sono già qui visto che assieme a Shahrkhani c’è anche Sa- rah Attar, una ottocentista che vive e si allena in America. E per la prima volta nella sto- ria dei giochi, ogni nazione ha almeno una rappresentante femminile in squadra. Oltreché simbolica, la partecipazione di Shahrkhani è stata anche totalmente plato- nica. Nel senso che per quanto robusta e ben piazzata, la judoka saudita è una cintu- ra blu alla sua prima gara internazionale e di fronte aveva invece una portoricana piut- tosto esperta, Melissa Mojica, 28 anni, cin- tura nera, numero 24 del mondo nella categoria 78 kg. Sull’età di Wojdan non v’è certezza: ufficialmente, per il Cio, ha 16 anni; il padre ha detto tra 17 e 18, per il sito della federazione saudita 19. A guardarla nel suo judogi di almeno un paio di misure più grande di lei, volto paffuto, sguardo spaesa- to, sembrava una ragazzina. Quando ieri mattina si è affacciata all’uscita del tunnel che immette nell’arena del judo all’ExCel Center, aveva alle spalle il fratello, un armadio compatto, che era lì per rassicurare la sorella, visibilmente emozionata. Un’aggiustata al copricapo, uno scambio di battute con la signorina del Cio e via verso il tatami, accolta dal saluto calo- roso del pubblico che sapeva che quello non era un incontro qualunque. Poi, giusto il tempo di sfiorare l’avversaria, rifilarle un calcetto, abbozzare invano una presa. Ap- pena quella l’ha acchiappata per il collo, Shahrkhani è stata messa ko dal più facile degli ippon. Il cronometro segnava 3.38 sui 5 minuti da combattere, lei si è alzata, ha ri- messo in ordine l’hijab, ha salutato giudi- ce, avversaria, pubblico ed è uscita di sce- na, presa per mano dall’addetta de per il braccio dal fratello.
Ovvio che ci fosse la ressa tra i media pertentare di avvicinarla prima del ritorno ne- gli spogliatoi. All’inizio ha sussurrato qual- che parola attraverso un dirigente della federazione saudita. «Sono orgogliosa di essere qui alle Olimpiadi a rappresentare il mio paese, grazie a tutti quelli che mi hanno sostenuta». Poi appena è arrivato il padre, si è sciolta un po’ di più. «Avevo molta paura, il pubblico per fortuna mi ha aiutato a supe- rarla. Queste sono occasioni che capitano una volta nella vita ed è un peccato non aver vinto la medaglia ma prima o poi ci riuscirò». Il padre Ali, un giudice di judo, era commosso. «Lo ammetto, ho pianto come un bambino. Non l’ho mai vista così sorri- dente, alla fine del match è venuta da me e mi ha detto: papà ce l’ho fatta». La ragazza allora ha mollato i freni. «Spero che questo possa essere l’inizio di una nuova era, mi piacerebbe diventare un punto di riferi- mento per le donne che vogliono fare sport». A quel punto il padre se l’è portata via, per evitare guai con Re Abdullah e non dover rispondere a domande sul velo della Discordia. «Lo hijab? Nessun problema», ha invece commentato l’avversaria portori- cana. «Era importante che la ragazza potesse gareggiare, indipendentemente dalla sua religione. Questo è il judo».Se le parole felici di Shahrkhani avranno mandato su tutte le furie chi a Riyad pensa sia un disonore per una donna combattere davanti a un pubblico maschile, quelle del- la velocista afghana Tahmina Kohistani devono aver fatto tremare i palazzi di Kabul e spiegano bene quanto sia ancora lunga la strada affinché l’Islam radicale accetti an- che solo l’idea di sport femminile. Kohistani, 23 anni, è l’unica atleta afghana presente a Londra e ieri, giorno d’esordio delle gare di atletica, è stata la più lenta nelle batte- rie dei 100. Eppure il suo tempo di 14.42 pare un trionfo se paragonato agli ostacoli che ha dovuto superare per venire ai giochi. «A casa mia c’è gente che fa di tutto per impedirmi di allenarmi. I tassisti si rifiutano di portarmi allo stadio, gli oltranzisti mi mole- stano mentre corro. Ma io sono qui e anche se so che non avrei mai potuto competere per una medaglia, è come se avessi vinto l’oro. Mi ero quasi dimenticata quanto sia bello correre davanti a tanta gente chef a il tifo per te». Pure lei ha corso con uno hijab sportivo, quasi un cappuccio che spuntava da sotto la maglia. «Mi spiace che il mio po- polo non apprezzi quello che faccio, lottare contro i pregiudizi è il modo migliore di rap- presentare l’Afghanistan. Le donne afghane che oggi non possono uscire di casa, un giorno saranno fiere di me e di avercela fat- ta anche loro. Io sto provando ad aprire la strada». Corri Tahmina, corri.

La sacralità del bene comune e dell’interesse pubblico

Pur nella convinzione di dire una ovvietà credo che nelle persone è diffusa una disaffezione per i beni comuni e per l’interesse pubblico. Ciò che mi sorprende è che accade a tutti i livelli. Ci sono, infatti, quelli che pensano che al di là dell’uscio della propria casa si possa fare di tutto buttare carte, lattine e bottiglie a terra, sputare, imbrattare i muri ed i monumenti, far fare i bisogni al proprio cane senza raccoglierli, spaccare panchine e fioriere e chi più ne ha più ne metta e, quelli che, invece, seppure, dotati di una superiore sensibilità sono comunque convinti che non c’è nulla da fare, quindi, tanto vale non impegnarsi neppure. Questi atteggiamenti credo siano legati sia alla scarsa sensibilità sia al cattivo esempio che spesso proviene proprio da coloro che, per un motivo o per un altro, dovrebbero avere a cuore e curare il bene e l’interesse pubblico.  Il bene pubblico, in quanto tale, è considerato per taluni, di nessuno, per altri un bene naturalmente soggetto al saccheggio.

Sport e politiche sociali due facce della stessa medaglia

Ieri (2 agosto 2012) in commissione ho esaminato insieme agli altri consiglieri lo schema di convenzione relativo alle piscine comunali costruite con la legge 219/1981. Sono sette piscine, il provvedimento può essere consultato su: https://gennaroespositoblog.com/2012/07/24/piscine-la-nuova-regolamentazione/

Ad ogni buon conto il pensiero che ho espresso è stato quello di fare in modo di spingere le associazioni sportive a praticare l’agonismo, questo non solo perché le medaglie sono di lustro alla città ma ancora di più perché l’agonismo rappresenta, secondo me, un ottimo intervento per indirizzare l’azione delle associazioni e società aggiudicatarie verso l’interesse pubblico e le politiche sociali. I campioni, infatti, oltre ad essere di vanto per la città sono anche da esempio per i ragazzi che si affacciano alle discipline sportive. Il meccanismo che ho proposto è stato quello di prevedere uno sconto premiale sui canoni di concessione a quelle associazioni concessionarie che hanno raggiunto risultati sportivi importanti. Così facendo credo si avrebbe la sicurezza che le associazioni si dedichino di più all’attività agonistica assicurando anche una azione sociale piuttosto che limitarsi ad affittare le corsie per semplice lucro. E’ chiaro che quello che ho pensato non rappresenta l’unico meccanismo e durante la commissione si è anche parlato di contributo in conto/canone alle associazioni concessionarie che fanno azioni sociali approvate dall’amministrazione. Sono, infatti, convinto che sport e politiche sociali sono due facce della stessa medaglia ed occorre un po’ inventarsi i meccanismi per fare in modo che gli impianti siano comunque destinati a fini pubblici e non semplicemente messi sul mercato.

L’oro a squadra del fioretto femminile da il Mattino di oggi 3 agosto 2012:

LONDRA. Era l’oro più atteso, ed è arrivato. Era una storia già scritta ed un trionfo annunciato, certo, ma è bellissima lo stesso. C’è chi adora le sorprese, ieri non sarebbero state gradite, c’era solo un’immensa voglia di straordinaria normalità. E che bellezza trovare sotto l’albero delle medaglie azzurre il regalo che aspettavamo. L’oro e la vendetta, perché quella semifinale persa quattro anni fa a Pechino proprio contro le russe bruciava ancora, da ieri un po’ meno.
Eh già, la storia siamo noi, sono loro, come sempre. Quattro anni fa avevano facce e storie diverse, si chiamavano Giovanna e Margherita, più la solita Valentina. Qui, adesso, ecco Elisa, Arianna e Ilaria assieme alla Vezzali, ma la missione era la stessa: portare acqua – e medaglie – al mulino azzurro. Loro, le ragazze del fioretto, il giacimento che non si esaurisce, quelle che non tradiscono, alle quali puoi chiedere tutto, e se la medaglia è di bronzo, come a Pechino, non va neanche troppo bene. Dal 1984 non scendiamo mai dal podio.
Siamo saliti all’ExCel, al mattino, quando tutto è cominciato con una passeggiata contro la Gran Bretagna (42-14), assieme a Patrizio Oliva, la leggenda del pugilato azzurro, perché qui, in questo immenso spazio sui Docklands di Londra, fra molte altre cose, si fa anche a pugni, e lui non aveva dubbi: «Queste l’oro lo vincono facile, fanno 45-0 con tutti, e se non lo vincono le mandiamo un po’ sul ring, per punizione». Non ce n’è stato bisogno. Del resto loro sono di un altro pianeta. Avevano fatto piazza pulita delle medaglie nel torneo individuale e ieri hanno spazzolato le avversarie. Anche la Francia è finita a pezzi, non ha vinto una sola delle nove sfide, e il 45-22 finale in 55’ spiega tutto.
Perché loro sono più forti anche della rivalità che le divide, della quale non fanno mistero, perché si scannano una contro l’altra, poi si rimettono assieme, e inventano persino una danza per divertirsi e stupire e farsi amico il dio delle lame. Hai voglia studiarle, provare a capirle, tutto inutile. Le signore del fioretto hanno sorrisi ed età diverse e in crescendo (24, 30, 38), sono poco più che ragazze o persino mamme; sono proprio diverse ma messe una accanto all’altra sono una cosa sola, un blocco di cemento, un muro di gomma contro il quale le avversarie sbattono e rimbalzano.
Anche le russe: «Sono quelle che temiamo di più, ci studiano da quattro anni, cercano di capire come possono batterci, ma non abbiamo paura, siamo le più forti» aveva detto la Errigo il giorno prima. Parole sante. Certo, non è stato il 45-0 che immaginava Oliva, ma è stato quasi facile, se si può dire così di una finale: un’altra prova di forza e talento, senza tentennamenti.
Il primo allungo è stato di Valentina, il secondo di Arianna, poi Elisa ha scavato il fossato per il più 9. Abbiamo vinto tutti i duelli, siamo schizzati a più 20, poi le russe hanno respirato un po’ quando Cerioni ha regalato un po’ di luce anche alla Salvatori (la frascatana può così festeggiare con le compagne), sono risalite a meno 13, ma Di Francisca ha rimesso le cose a posto e Valentina, proprio lei, ha chiuso il conto (con un +14), ci ha messo un po’, ma alla fine l’urlo è arrivato. Poi le ragazze hanno ballato mentre in tribuna sventolavano i tricolori, e uno lo hanno portato anche in pedana, un lembo a testa. Poi il podio, l’inno, l’orgoglio.
Così, l’esordiente Di Francisca torna a casa con due medaglie d’oro, l’esordiente Errigo con un oro e un argento, «la vecchia» Vezzali (pare la chiamino così, le altre due) con un oro e un bronzo, ma l’oro di ieri, il sesto in cinque Olimpiadi, spinge proprio la «vecchia» nel paradiso dei più grandi di sempre e queste tre donne molto italiane nella storia, per sempre.

Piazza Garibaldi come la Fontana di Trevi in un noto film

Riprendo l’argomento di cui al mio precedente post su: https://gennaroespositoblog.com/2012/07/30/grandi-stazioni-in-piazza-garibaldi/

Oggi 31.07.2012 è stata discussa la delibera 401 del 25.05.2012 su cui ho espresso alcune perplessità che ho condivisio con gli altri consiglieri e che hanno determinato l’aula a rinviare la questione alla commissione per approfondimenti. Sostanzialmente dopo uno studio faticoso sono giunto a queste conclusioni:

1) Nel 2009 l’amministrazione Iervolino ha acquistato una parte di Piazza Garibaldi che era rimasta in proprietà delle Ferrovie. La cosa mi è parsa strana tanto da farmi venire in mente lo storico film di Totò della vendita della Fontana di Trevi. La questione risale al 1922 quando la Ferrovie dello Stato erano per l’appunto dello Stato, oggi, invece, sono cosa diversa perché hanno la partecipazione di privati. Sinceramente non ho ben compreso l’acquisto di parte di Piazza Garibaldi che, secondo gli atti che ho esaminato, (consultabili al link sopra), non l’abbiamo neppure acquistata in piena proprietà in quanto il sottosuolo è rimasto alle FFSS, mentre sulla superfice gravano numerosi diritti di servitù a favore di aree in proprietà ferrovie. Infine sulle aree di Piazza Garibaldi, in virtù degli accordi sottoscritti dalla precedente amministrazione, non si possono neppure realizzare attività in concorrenza con quelle delle gallerie commerciali in proprietà Grandi Stazioni (sic!);

2) Altro punto, della delibera 401, è la concessione per 38 anni della galleria commerciale realizzata tra Stazione Piazza Garibaldi linea 1 e stazione centrale. 6700 mq di area commerciale per la quale sarebbe prevista una partecipazione di Metronapoli (società concessionarai del comune) per la realizzazione al 52,90 % (e comunque non oltre 21 milioni), il restante sarebbe a carico del Comune. Un investimento che, in verità, dalle carte non si comprende se è di 21 milioni di euro o della metà. Ad ogni buon conto il segretario generale nel parere che ha dato alla delibera ha sottolineato che per legge occorre il piano economico/finanziario dell’investimento che nel caso di specie mancava. Ho pertanto sottolineato che la mancanza del piano economico/finainziario non ha ocnsentito al Consiglio di poter esprimere il suo voto tanto è vero che dopo la mia relazione e quella di Carlo Iannello la delibera è stata rinviata alla Commissione che si terrà domani (01.08.2012). Io ho sottolineato che tutti gli atti venivano in ratifica e quindi entrava pienamente in gioco la nostra responsabilità politico/amministrativa/contabile e quindi occorreva un approfodimento per capire se si potrebbe “aggiustare” il tiro al fine di meglio perseguire l’inetersse pubblico che allo stato mi sembrerebbe poco tutelato poiché il valore dato per mq sarebbe di circa 7 euro al mese secondo i calcoli che triverete nel link sopra. Domani vedremo cosa accadrà.

Il saluto del Consiglio Comunale agli Atleti Napoletani a Londra

Quale Presidente della Commissione Sport, oggi (31.07.2012) in Consiglio Comunale, ho voluto salutare i dodici atleti Napoletani a Londra ringraziandoli per l’impegno profuso per la loro qualificazione alla più importante gara del palcoscenico internazionale.  L’argento di Diego Occhiuzzi, si aggiunge al medagliere napoletano che consta di 30 ori, 17 argenti e 30 di bronzo a Lui va l’apprezzamento di tutto il Consiglio Comunale. Un particolare ringraziamento va anche alle tante associazioni sportive napoletane ed agli uomini e le donne che nelle federazioni e nel Coni provinciale e regionale si impegnano consentendo questi importanti risultati che devono essere per noi da sprone. Oggi i Consiglieri di Napoli è Tua hanno simbolicamente il Tricolore sul cuore in onore degli atleti Italiani a Londra.

San Carlo: Chi decide sulle nomine?

Ritorna di nuovo la questione delle nomine che mi sta molto a cuore perché penso che non si potrà mai avere una svolta politica nel paese se non si mette mano ai meccanismi che alimentano il “potere politico”. Credo che per il San Carlo, il Teatro Massimo Cittadino, per cui oggi si apre il tema della nomina del Direttre Artistico, occorrerebbe un bel concorso per titoli anziché chiudersi in una stanza e “scegliere in solitudine” e perché non coinvolgere in una nomina così importante dico io anche gli artisti del San Carlo. Io ho già manifestato la mia opinione con la proposizione di un nuovo regolamento al Comune: https://gennaroespositoblog.com/2012/06/03/proposta-di-regolamento-nomine-e-designazioni-del-comune/

 

Da Il Mattino di oggi 31.07.2012

Niente di fatto, per il nuovo direttore artistico del Teatro di San Carlo se ne riparlerà a settembre. Il cda riunito ieri sotto la guida del sindaco de Magistris, presidente della Fondazione, si è sciolto dandosi appuntamento a dopo le vacanze. Assente solo Nastasi, c’erano tutti gli altri consiglieri, dal presidente della Regione, Caldoro a quello della provincia, Cesaro, a Andrea Patroni Griffi e Maurizio Maddaloni, vice presidente. Innanzi tutto è stata ratificata la decisione di pagare gli stipendi di luglio con gli integrativi, come deciso dal cda straordinario della scorsa settimana. Quindi la sovrintendente, Rosanna Purchia ha relazionato circa l’accordo sul nuovo contratto nazionale delle Fondazioni liriche firmato venerdì a Roma. La più spinosa questione della direzione artistica o della nomina di un direttore artistico è stata rinviata a settembre. Sarà la sovrintendente – che nei giorni scorsi era stata sfiduciata dai lavoratori anche se le sue dimissioni non sono mai state formalizzate in cda – a dover proporre al consiglio un nome gradito a tutti. Il cda avrebbe chiesto, in particolare, di evitare personalità a fine carriera e che si tratti di una persona presente a Napoli con continuità, come chiesto anche dai lavoratori.

Grandi Stazioni in Piazza Garibaldi

Capisco che è noioso ma la delibera che viene domani (31.07.2012) all’ordine del giorno (che ho letto 3 volte) presenta non poche difficoltà. Credo che sia di interesse generale e pertanto ve la riassumo in parte e chi volesse leggerla e darmi un contributo è ben accetto. In poche parole con la delibera di domani ratifichiamo ciò che è stato fatto dalla precedente amministrazione: 1) acquisizione di una parte di Piazza Garibaldi (ebbene sì, non era tutta nostra!) dalle Ferrovie in esecuzione di accordi risalenti addirittura al 1923, 1926, 1956 e1976, in quanto la stazione ferroviaria pare sia stata realizzata uilizzando solo una parte delle aree assegnate. A fronte di questa acquisizione abbiamo già pagato alle Ferrovie 6.590.000,00 (somma determinata dall’agenzia delle entrate) e contestualmente abbiamo creato sulla stessa area a favore delle ferrovie dei diritti di serviù che sono stati compresi nel prezzo.

2) Autorizziamo la concessione di aree commerciali per 35 anni a Grandi Stazioni S.p.a. per mq. 6700 circa, realizzate da Metronapoli con la spesa di €. 21.000.000,00, che sono ubicate nella galleria di collegamento tra la stazione della linea 1 di piazza Garibaldi e la stazione centrale. Per quest’atto non sono riuscito a capire quanto Grandi Stazioni verserà a Metronapoli in quanto non risulta dalla delibera stessa né dagli atti allegati: Lo chiederò pertanto all’assessore competente. Inoltre, il Segretario Generale nel suo parere (allegato alla delibera), come al solito anodino, ci mette in guardia scrivendo che manca all’atto di concessione il piano economico/finanziario che per legge (art. 143 DLGS 163/2006) ci deve essere per ogni concessione e che fa comprendere quanto è l’investimento realizzato ed in quanti anni si ammortizza. La questione come detto viene in ratifica in ragione di accordi presi dalla precedente amministrazione Iervolino che in ogni caso espongono anche gli odierni amministratori a resposabilità contabile/amministrativa. Se il prezzo dovesse essere quello di investimento iniziale cioè 21.000.000 di €. in trentacinque anni staremmo parlando di un valore al mq di: 21.000.000 / 38 anni= 552.631 / 12 mesi = 46.052,63/ 6.700 mq= 6,87 €/mq al mese. Mettiamo un negozio di 100 mq costerebbe  687,35 €./mese. E’ chiaro che a questo rudimentale calcolo dovrebbero aggiungersi la manutenzione, la guardiania, gli interessi sulla somma impiegata etc etc …

clikka per leggere la delibera dgc_250512_0401

Una riflessione sullo sport e Londra 2012

Nonostante tutto credo abbiamo numeri di tutto rispetto in termini i partecipazione di Napoletani alle olimpiadi. E’ di tutta evidenza però che l’onere ricade solo sulle spalle di coloro che con passione e sacrificio si dedicano alla formazione degli atleti nonostante le difficoltà economiche e la carenza di strutture Napoletane. A Napoli oggi siamo ad un giro di boa dovendo procedere all’assegnazione delle strutture realizzate con la cd. legge sul terremoto 219/1981. Strutture importanti per consentire ai nostri atleti di nascere, di potersi allenare e formare al di fuori di quello che è lo sport che definisco da “reddito” o da “consumo”. Sono fermamente convinto, infatti, che l’agonismo sia un valore in sé e rappresenti una componente importante per ogni azione sociale che vogliamo fare sul territorio. Lo SPORT agonistico, lo voglio ribadire con forza, fa parte a pieno titolo delle politiche sociali e non si può pensare di dedicare a questo risorse risibili che non consentono neppure di ristrutturare un piccolo impianto. Né si possono ritenere stanziate per lo sport quelle somme dedicate alla ristrutturazione dello Stadio San Paolo che in termini di risorse rappresenta una vera e propria idrovora per le casse comunali. Qualche tempo fa, infatti, mi stupii quando venni a sapere che ogni partita di calcio al San Paolo costa al Comune di Napoli, solo di elettricisti, circa €. 4.000,00, per non dire poi di tutte le somme spese per adeguamenti vari che purtroppo ricadono sul Comune in virtù di una convenzione assolutamente sbilanciata verso il Calcio Napoli. Nella mia funzione di Presidente della Commissione permanente con delega allo SPORT del Comune di Napoli, mi sto sforzando di instaurare un rapporto continuativo con le istituzioni sportive presenti sul territorio CONI, Federazioni ed associazione sportive. E’ in questo senso, infatti, che ho elaborato anche un regolamento per l’uso degli impianti sportivi che voglio sia volto a premiare lo sport agonistico per le sue cadute sociali  (https://gennaroespositoblog.com/2012/06/03/bozza-regolamento-uso-degli-impianti-sportivi-comunali/ ). Dobbiamo dare la possibilità a tutti di essere inseriti in un percorso di questo tipo ed il Comune deve fare la sua parte prevedendo, per quanto possibile, interventi mirati. Non ci servono, infatti, contributi dati a pioggia questa o quell’associazione senza avere un obiettivo più ampio. Ho scoperto, infatti, che rispetto a ieri un atleta che si voglia dedicare alle gare agonistiche, nella stragrande maggioranza degli sport olimpici, deve avere anche la possibilità di pagarsi le trasferte. Bene io negli anni ’80, 4° di cinque figli di operaio, cresciuto a Marianella nella periferia NORD di Napoli, non avrei avuto la possibilità di partecipare ai tanti campionati italiani, che ho vinto e che mi hanno dato la possibilità di difendere i colori della Nazionale in campionati Europei, Mondiali ed altre gare internazionali. Cosa avrebbe perso la Campania e Napoli e cosa sta perdendo Napoli e la Campania oggi per quei ragazzi che non hanno la possibilità di pagarsi le trasferte? Questa è una domanda che ci dobbiamo porre sempre ed ancora di più oggi che sono in corso le XXX Olimpiadi.   La Campania è quarta tra le regioni italiane quanto a numero di qualificati ai Giochi Olimpici di Londra 2012. Con 22 azzurri, di cui 12 di Napoli, 8 di Caserta, 1 di Salerno ed 1 di Benevento. La Campania è preceduta dalla Lombardia a quota 48, dal Lazio a 37 e dalla Toscana a 28, ed è seguita da Liguria e Veneto a 19.  Nella classifica per province da rilevare che Napoli con 12 olimpionici è quarta dietro Roma a 31, Milano a 15 e Genova a 13 ed è seguita da Varese a 11, mentre al sesto posto Caserta con otto atleti qualificati segue a pari punti con Padova, Bologna, Livorno e Bolzano. Gli azzurri a Londra in totale sono 290 e quattro anni prima a Pechino erano 345, mentre il top è stato toccato ad Atene nel 2004 con 373 qualificati.

Ecco gli atleti Napoletani:

DISCIPLINA

N.

ATLETI

Tiro a Segno

1

Giuseppe GIORDANO

Pugilato

1

Vincenzo PICARDI

Pallavolo 

2

Monica DE GENNARO, Antonella DEL CORE

Taekwondo

1

Mauro SARMIENTO

 Canottaggio

 2 

Andrea CAIANIELLO, Mario PAONESSA

Scherma

3

Gioia MARZOCCA, Diego OCCHIUZZI, Gigi TARANTINO

 Judo

 1

 Antonio CIANO

 Nuoto

 2

 Stefania PIROZZI, Andrea ROLLA

 

Non solo calcio: Judo Elio Verde Atleta Campano

Non solo Calcio.

Da Il mattino del 28 luglio 2012

LONDRA. Idee chiare. «Voglio portare casa una medaglia». È la prima Olimpiade per Elio Verde, la grande speranza del judo italiano. Una certezza, a dispetto del grave infortunio subito undici mesi fa. Casertano di Trentola Ducenta, categoria 60 kg, la passione per il tatami lo ha spinto fino alla palestra della famiglia Maddaloni a Secondigliano. «Un mito, Pino». Oro nel judo a Sydney, Maddaloni fu un simbolo di riscatto di un quartiere difficile. Dodici anni dopo, ci prova Elio all’Excel Arena. Oggi è il suo giorno, il primo avversario il peruviano Miguel Postigos. Poteva andare peggio per Verde, costretto a fermarsi per otto mesi dopo l’operazione al ginocchio subita nello scorso autunno. Stringendo i denti, aveva partecipato ai Mondiali a Parigi. Un consulto con i medici federali e quelli delle Fiamme Oro, la sua società, quindi la decisione di andare sotto i ferri senza perdere tempo perché avrebbe rischiato di non partecipare ai Giochi. «Come sto? Meglio, molto caricato, spero che il ginocchio non dia fastidi. Sono stato lontano a lungo dal tatami e questo mi ha creato problemi». Accanto ad Elio c’è il tecnico napoletano, Dario Romano. «Lui è convinto che sia io l’avversario da battere. Chi è il mio favorito in questa categoria? È uzbeko, si chiama Sobirov. Mi piacerebbe vedermela con lui in questa giornata». Ci sono altri due judoka campani, Francesco Faraldo da Trentola Ducenta e Antonio Ciano da Torre del Greco. Sono in quattro ai Giochi, tre della Campania. «È la testimonianza dell’eccellente lavoro che portano avanti le palestre come quella di Trentola Ducenta. Parliamo lo stesso dialetto, tecnici e atleti: ci sentiamo ancora di più in famiglia». In quella palestra della provincia di Caserta ci sono tanti ragazzi che sognano di arrivare alle Olimpiadi. Elio vi è riuscito, anche se ha un cruccio. «L’infortunio mi ha fatto perdere posizioni nel ranking, potrei essere abbinato ad avversari più forti nel corso delle eliminatorie».
Era lanciatissimo fino a Parigi. La medaglia di bronzo ai Mondiali del 2009 a Rotterdam e il successo nella Coppa del mondo del 2010 a Praga. Poi, i dolori accusati in Francia, lo stop imposto dai medici. «I segnali sono stati incoraggianti nei campionati italiani, ho superato la paura: l’evento olimpico trasmette sensazioni molto forti, dovevo provare in vista dei Giochi. Vorrei tornare a casa con una medaglia, da festeggiare con gli amici che mi hanno incoraggiato anche nei momenti di difficoltà». Tra questi c’è il primo maestro, Gino Mottola, che nella palestra «Crazy Fitness» di Trentola Ducenta spera di tirar fuori altri campioni. «Elio venne qui con Ferdinando, il fratello gemello, a 10 anni: che carattere aveva. Siamo orgogliosi di vederlo alle Olimpiadi, è un segnale importante per la nostra attività e per la nostra terra». I test di Verde sono stati effettuati contro avversari di categoria superiore ai 60 Kg, quella in cui gareggia oggi. Rientrare nel peso è una dura lotta, fatta di saune e rinunce alimentari. Niente è stato lasciato al caso dai nutrizionisti che collaborano con la Federazione di judo: oggi Elio sarà in forma, assicurano. «L’Olimpiade è una grande occasione, voglio essere al massimo in questa sfida. Ci siamo preparati bene ad Ostia». I preziosi consigli di Romano, le telefonate di Mottola e Maddaloni, che spera di vedere stasera un altro campano campione olimpico. «Sento il sostegno di tutta la gente di Trentola Ducenta: dopo ogni successo sportivo, ho ricevuto tante manifestazioni di affetto». A 27 anni ai Giochi. «Ho fatto tanti sacrifici, non si può fare una vita normale se si vogliono raggiungere importanti risultati. Li ho fatti con piacere. Mi sono innamorato subito dello judo, uno sport che ti fa crescere anche umanamente perché ti insegna a rispettare gli avversari». Le speranze di medaglia dell’Italia del judo sono affidate a lui. «È una bella responsabilità, l’accetto volentieri. L’infortunio, i mesi lontananza dai grandi appuntamenti internazionali, sono serviti anche a questo: a rendermi più forte sotto l’aspetto psicologico». Comunque vada, ci sarà l’appuntamento di Rio de Janeiro 2016, probabilmente in un’altra categoria, quella dei 66 chilogrammi. Perché saune e diete possono andare bene per una sola Olimpiade.

Appalto riscossione multe: per il TAR Campania Romeo è inaffidabile

In calce i tratti significativi della decisione.

Da Repubblica del 27.07.2012

Alessio Gemma

Questa volta non c’entrano le case. Ma le multe. E questa volta non c’è stata alcuna transazione possibile: bensì l’esclusione della Romeo, dopo che aveva vinto una gara per la riscossione delle contravvenzioni. La Romeo Gestioni fa ricorso contro il Comune: e ne esce sconfitta. Perché il Tar le dà torto con una sentenza del 4 lu-glio scorso. Che rinfocola la polemica nella maggioranza del sindaco de Magistris: «Ora si cambia anche per la gestione del patrimonio». Anno 2009, pochi mesi dopo l’inchiesta sull’appalto per la ma-nutenzione delle strade che ave-va spazzato via la giunta Iervolino. Il gruppo Romeo nel 2007 si era aggiudicato in associazione d’impresa con il Montepaschi una gara bandita l’anno prima per l’accertamento e la riscossione delle multe. Durata dell’appalto: 9 anni. Solo che Romeo, a di-stanza di due anni, deve ancora stipulare il contratto e, in quei giorni di arresti e cambi di assessori in giunta, si decide di «individuare soluzioni alternative». E poi di revocare l’aggiudicazione. Limitando ad un soggetto esterno solo la stampa e la notifica delle contravvenzioni. Romeo è fuori. I motivi? Uno, in particolare: «la gravità delle accuse» mosse nei confronti di Alfredo Romeo nell’inchiesta Global service (condannato a due anni in primo grado per corruzione e assolto da tutti gli altri capi d’imputazione,ndr), con la «pendenza di una ipotesi accusatoria molto ramificata di corruzione e di turbativa d’asta».Un benservito. Al quale Romeo risponde con un ricorso al Tar della Campania nell’aprile del 2009. Contro Palazzo San Giacomo e il suo ex sindaco Iervolino.Perché, secondo l’azienda, «il soggetto indagato dall’autorità giudiziaria sarebbe privo di cari-che amministrative nella so-cietà». Ancora: «il procedimento penale in corso non sarebbe cau-sa di esclusione da una gara». Mala prima sezione del Tar presie-duta da Cesare Mastrocola ha «in parte respinto e in parte dichiara-to inammissibile» il ricorso. Atte-stando che, «la pendenza di un procedimento penale a carico di un esponente aziendale per fatti commessi in danno della stessa stazione appaltante costituisce un ragionevole motivo per esclu-dere l’affidabilità della relativa ditta». Attacca il consigliere di«Napoli è tua», Gennaro Esposito:«Questa sentenza rafforza i dubbi molte volte espressi sui rapporti tra Comune e Romeo e ci impone di accelerare i tempi nella ricerca di strade alternative alla gestione del patrimonio comunale». Come a dire: per le case, e non solo per le multe, vale la stessa «grave compromissione della fiducia riposta nella Romeo Gestioni»

Questi i tratti salienti della decisione del TAR CAMPANIA:

“- con delibera di Consiglio comunale n. 11 del 6/5/2009, veniva approvata la Relazione revisionale e programmatica 2009-2011, che al Programma n. 400/5, nel rappresentare la opportunità e la necessità della revoca dell’aggiudicazione all’ATI Romeo-Montepaschi, escludeva l’affidamento del medesimo servizio in tutte le sue fasi ad un unico soggetto esterno;

con delibera di Giunta municipale n. 866 del 20/5/2009, veniva confermato, all’esito di una rinnovata istruttoria e con ulteriori motivazioni, il provvedimento di revoca dell’aggiudicazione e veniva demandata al dirigente del Servizio di Polizia locale l’emanazione dei provvedimenti di competenza“…. ” … Secondo il TAR Campania: “Il provvedimento n. 133 del 6/7/2009 è sorretto essenzialmente da tre considerazioni:

– la minor convenienza delle condizioni dell’appalto, con riferimento alla diminuzione registrata nell’ultimo triennio del numero delle contravvenzioni elevate dalla Polizia locale, cosicché dall’epoca di indizione della gara si sarebbe verificato un mutamento della situazione di fatto che determinerebbe uno squilibrio nelle condizioni economiche del servizio da affidare;

– il quadro accusatorio emerso a carico di un soggetto che, benché privo di una carica formale in seno alla società ricorrente, avrebbe la qualità sostanziale di amministratore di fatto per la sua centralità all’interno del gruppo Romeo;

– la pendenza di una ipotesi accusatoria molto ramificata di corruzione e di turbativa d’asta, in relazione alla quale il Comune si sarebbe costituito parte civile nel processo penale, rappresenterebbe una condizione ostativa alla stipulazione del contratto, sia pure con l’amministratore giudiziario del gruppo Romeo, dato che la gravità delle accuse mosse, la loro articolazione, collegata anche ad analoghe vicende pregresse con incidenza all’interno de11’apparato burocratico dell’ente, nonché la permanenza per lungo tempo delle misure cautelati applicate dall’autorità giudiziaria, sostanzierebbero giusti e fondati motivi di inaffidabilità del contraente con la pubblica amministrazione…. Un ripensamento sul servizio da affidare in gestione, cosicché non sarebbe più in linea con l’attuale impostazione legislativa condivisa dall’amministrazione, l’esternalizzazione della gestione del contenzioso relativo alle infrazioni al codice della strada, ravvisando per questa fase la convenienza e l’opportunità, in un periodo di generale crisi finanziaria cd. economica, di non ricorrere all’impiego di professionalità esterne alle proprie disponibilità”. … “Al riguardo è evidente che mentre la prima e la terza ragione del provvedimento investono apprezzamenti su sopravvenuti motivi di pubblico interesse, su mutamenti della situazione di fatto o su una diversa valutazione dell’interesse pubblico originario, costituendo propriamente il presupposto per una determinazione di revoca, secondo la definizione dettata dall’art. 21 quinquies della legge n. 241 del 1990, la seconda ragione del medesimo provvedimento riguarda una condizione ostativa alla partecipazione dell’aggiudicatario alla gara originaria e quindi l’esercizio dell’autotutela concretizza piuttosto, per questa parte, un atto di annullamento, secondo la definizione data dall’art. 21-octies della stessa legge, incidendo sull’ammissione in gara della concorrente, prima ancora che sull’aggiudicazione. L’art. 38, co. 1, lett f), del d. Igs. n. 163 del 2006 (derivante dall’art. 12 del d.l.  n. 157 del 1995, per gli appalti pubblici di servizi) prevede l’esclusione  dalla partecipazione alle procedure di affidamento ed inibisce la stipula dei relativicontratti, per i soggetti che, secondo una motivata valutazione della stazione appaltante, hanno commesso grave negligenza o malafede nell’esecuzione delle prestazioni affidate dalla stazione appaltante che bandisce la gara; ovvero che hanno commesso un errore grave nell’esercizio della loro attività professionale, accertato con qualsiasi mezzo di prova da parte della stazione appaltante.

Tale fattispecie prescinde dalla sussistenza di una pronuncia giudiziale passato in giudicato, come è invece previsto dalla lett. c) della medesima disposizione”….

“Orbene, è stato chiarito che, pur in mancanza di un giudicato penale ed anche dopo l’aggiudicazione, in base alle disposizioni vigenti, peraltro già prima del nuovo codice dei contratti pubblici, in materia di requisiti generali per l’ammissione alle gare, la pendenza di un procedimento penale a carico di un esponente aziendale per fatti commessi in danno della stessa stazione appaltante costituisce un ragionevole motivo per escludere l’affidabilità della relativa ditta in ordine alla corretta esecuzione delle prestazioni da affidare in appalto. Nel contempo è stato anche precisato che i principi dettati dall’art. 27 Costituzione non possono trovare applicazione nell’ambito del sindacato di legittimità su atti amministrativi, ovviamente basati su fatti e circostanze risultanti all’epoca della loro adozione e valutati alla stregua del diritto amministrativo e non del diritto penale, per cui gli elementi negativi desumibili dagli atti del processo penale in corso, autonomamente valutati in sede amministrativa secondo un apprezzamento discrezionale di merito non manifestamente irragionevole né ingiusto, impediscono la sicura garanzia sulla corretta esecuzione delle prestazioni da affidare con la nuova gara, alla stregua di gravi errori

nell’esercizio dell’attività professionale”… “Né è censurabile il riferimento alla società ricorrente dei fatti addebitati ad un soggetto che, pur non rivestendo cariche formali, si presenta come il reale centro decisionale del gruppo in questione, secondo le emergenze del procedimento penale, tant’è che ne risulta scaturito l’assoggettamento ad amministrazione giudiziaria della stessa società ricorrente ex decreto di sequestro disposto dal GIP. Il carattere discrezionale del provvedimento di autotutela richiede una ponderazione comparativa degli interessi pubblici attuali e concreti con la posizione di vantaggio conseguita dall’aggiudicatario a seguito della partecipazione con esito vittorioso alla procedura”.

Nella specie tale valutazione emerge con sufficiente chiarezza dalla compromissione della fiducia risposta sull’affidabilità della società ricorrente, giustificando, nell’apprezzamento di merito della stazione appaltante, il sacrificio dell’affidamento dall’aggiudicatario nella stipula del contratto, allorché è proprio la posizione dell’ aggiudicatario ad essere messa in discussione per fatti e circostanze che dipendono essenzialmente dalla responsabilità del medesimo interessato“.

Le trivellazioni dei Campi Flegrei: Dubbi e certezze

Un’ampia trattazione del problema. Io in questi casi applicherei il principio della massima protezione. Oggi (27.07.2012) alle 11,00 al Gambrinus un incontro per chi ne vuole sapere di più.

Da Il Mattino di oggi (27.07.2012) Franco Mancusi

Un buco nel cuore dei Campi Flegrei. Da ieri si scava nell’area di Bagnoli. Una perforazione sperimentale che dovrebbe aprire la strada al progetto complessivo della comunità scientifica europea per la realizzazione di un pozzo profondo almeno tremila metri. Mobilitati gli studiosi, ma è polemica crescente fra i comitati civici e gli abitanti dell’area occidentale flegrea. Al di la degli obiettivi di fondo del progetto, si teme infatti che l’azione delle trivelle possa scatenare i fragili equilibri nel comprensorio del bradisismo (dalla periferia di Fuorigrotta e Soccavo, sino ai limiti dei comuni di Bacoli e Pozzuoli) rispolverando gli scenari drammatici delle emergenze ambientali già sofferte nel Settanta e nei primi anni Ottanta.
Inutili le dichiarazioni tranquillizzanti dei geofisici impegnati nel programma, avviato da un consorzio comprendente le più qualificate scuole scientifiche di Europa e del mondo. Per l’Italia sono in prima fila i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e dell’Osservatorio Vesuviano. Coordinatore è il professor Giuseppe De Natale, che guiderà i lavori di un folto team interdisciplinare, già in azione per l’avvio dei sondaggi.
La prima fase, relativa a un tunnel di cinquecento metri (nella zona dismessa della società Bagnoli Futura) dovrebbe essere completata in tempi rapidissimi. Già ieri, infatti, erano stati scavati oltre 170 metri di tufo giallo vulcanico, caratteristico della terra flegrea. Se tutto andrà secondo le previsioni, nonostante le proteste incalzanti e le polemiche all’interno della stessa comunità scientifica, al più presto sarà possibile conoscere i primi risultati di una ricerca che dovrebbe risultare essenziale per la conoscenza degli strati superficiali e delle profondità interessate dai fenomeni del bradisismo. Disponibili, per questa prima fase sperimentale, fondi per cinquecentomila euro. Soltanto dopo sarà possibile valutare le prospettive e i rischi del progetto finale che dovrebbe costare al consorzio esecutivo non meno di nove milioni, in gran parte fondi europei per la ricerca.
Negli ultimi tempi si sono moltiplicate le iniziative di contestazione e di critica alla filosofia del progetto, illustrato nel corso di numerose assemblee popolari. In particolare il consiglio di quartiere di Fuorigrotta ha preso posizione per bloccare sul nascere l’iniziativa. Decisamente equivoco l’atteggiamento delle istituzioni. In particolare del Comune di Napoli, che ha comunque rilasciato la necessaria licenza edilizia per avviare i lavori di sondaggio, e della Protezione Civile, che dovrebbe garantire la sicurezza delle comunità locali in perfetta simbiosi con gli organismi della comunità scientifica impegnati nella sorveglianza dell’area vulcanica napoletana.

Ieri sono stati scavati oltre 170 metri di tufo giallo vulcanico, caratteristico dell’area flegrea.

Intervista a Martini dell’Osservatorio Vesuviano:

Un contributo prezioso per la conoscenza dell’area vulcanica napoletana. «Dallo studio in profondità sarà possibile definire ancor meglio i meccanismi del bradisismo e le caratteristiche che regolano l’attività nei Campi Flegrei», spiega il professor Marcello Martini, direttore dell’Osservatorio Vesuviano.
La gente, però ha paura che gli esperimenti possano risvegliare il gigante che dorme nel sottosuolo puteolano.
«Sciocchezze. Il nostro sondaggio, tra l’altro sperimentale, non presenta alcun margine di rischio. L’abbiamo ripetuto più volte, ma non tutti ci ascoltano».
Esiste un progetto di sicurezza nell’area del bradisismo?
«Esistono i piani della Protezione Civile. La nostra operazione non c’entra nulla».
Perché abbiamo tante polemiche, allora?
«Non saprei. Forse perché il ricordo dell’ultima fase del bradisismo genera ancora terrore nelle popolazioni locali». 
Quando saranno completati i lavori?
«Molto presto, perché dalle prime indicazioni dovremo poi decidere le caratteristiche finali che dovrà avere il progetto».
Lo scavo potrà servire per la geotermia?
«Non precisamente. Diciamo che la perfetta conoscenza del sottosuolo flegreo potrà favorire la ricerca in campo geotermico».
Dovranno essere aggiornati i piani di Protezione Civile?
«Stesso discorso. La Protezione Civile potrà notevolmente migliorare grazie alla conoscenza sempre più dettagliata dei fenomeni geofisici che agitano il sottosuolo dei Campi Flegrei».
Scopriremo a che profondità si trova il magma?
«Magari. Certamente sapremo a che punto è l’attività vulcanica nell’area flegrea».
f.m.

Intervista a De Vivo:

Un problema di cautela. «I progressi della ricerca sono stati enormi negli ultimi anni, ma chi può escludere il pericolo di un incidente?», dice il professor Benedetto De Vivo, docente di Geochimica alla Federico II. «Non parlo soltanto dei Campi Flegrei, ma della ricerca scientifica in generale. Esperimenti così rischiosi bisogna farli con maggiore misura, in zone ben lontane dai centri abitati».
Cosa potrebbe succedere?
«In Italia sono state già troppe le vittime dei terremoti e delle ricerche sbagliate. I fenomeni naturali sono imprevedibili. Pensate alle trecento vittime del terremoto dell’Aquila che la Protezione Civile aveva snobbato. Perché rischiare ancora?».
Lo scavo che cosa potrebbe scatenare?
«Esistono precedenti disastrosi al mondo: guai a toccare i fluidi bollenti in profondità».
C’è qualche precedente in Italia?
«Certamente. Nei primi anni Settanta fu evitato il peggio nella stessa area del bradisismo, quando i pozzi scavati nella zona di San Vito furono tappati in fretta con lastre di cemento. I movimenti del sottosuolo, tuttavia furono evidenti e si manifestarono qualche anno dopo».
Cosa direbbe ai suoi colleghi che hanno garantito, anche in questi giorni, le popolazioni?
«Di essere prudenti. Di consigliare alle amministrazioni pubbliche il massimo delle precauzioni. Gli scienziati devono avere un solo imperativo:fare rigorosamente gli scienziati».
In quale zona si sentirebbe pronto ad autorizzare campi di trivellazione?
«In qualsiasi zona lontana almeno qualche chilometro dai centri abitati».
Crede nel futuro della geotermia?
«Questo è altro discorso. Per il futuro della ricerca scientifica e della Protezione Civile non sono assolutamente indispensabili esperimenti così pericolosi».

La Terra del Fuoco il cratere ha solo 4.000 anni:

La ricerca scientifica nella terra del fuoco. Una caldera in continua ebollizione. Gli ultimi dati dimostrano in maniera indiscutibile la «minore età», e quindi la maggiore vivacità del comprensorio geologico occidentale di Napoli. Nisida, per esempio, si sarebbe formata non più di tremilanovecento anni fa. E anche l’odierno meraviglioso paesaggio di tufo giallo, colline verdi, laghi, spiagge avrebbe preso forma in epoca relativamente meno remota.
I crateri ardenti che circondano la conca della Solfatara da sempre costituiscono il termometro del bradisismo, la febbre eterna della terra ballerina flegrea all’origine di tutti gli sconvolgimenti registrati nel corso degli ultimi millenni. Spingendo dal basso con un moto di impercettibile ma inesorabile percussione, salendo e scendendo al di sotto della crosta tufacea, il bradisismo ha deciso attraverso i millenni la storia dell’area flegrea. Ed ecco le trasformazioni della costa, i miti delle vicende preistoriche, le prime scoperte dei Greci, i trionfi dell’impero romano, le antiche città precipitate in mare nel corso delle fasi discendenti. E ancora, i miracoli del termalismo che resero famosa Baia nell’antichità, l’alternarsi dei terremoti, il vuoto provocato dalle tante pagine bianche lasciate dalla fuga delle comunità e dalla storia. Fino alle tormentate vicende dei nostri giorni, con l’emergenza provocata dalle fasi improvvise di sollevamento dei primi anni ’70 e dell’ ’83.
Per decenni i Campi Flegrei hanno rappresentato un gigantesco laboratorio di ricerca scientifica internazionale. Nel cuore della Solfatara sono stati inseriti i sensori delle più sofisticate reti di sorveglianza geofisica, geologica e geochimica. I risultati degli ultimi studi sulla formazione dei crateri flegrei non fanno altro che accentuare l’interesse per gli obiettivi della ricerca scientifica e, soprattutto, per il perfezionamento dei sistemi di sicurezza della comunità abitativa flegrea (più di trecentomila persone se si considera il coinvolgimento delle vaste periferie occidentali di Napoli, oltre agli ambiti di Pozzuoli, Bacoli, Quarto, Monte di Procida).
Eppure ancora manca un piano di sicurezza per prevenire i rischi di una nuova emergenza. Di qui la necessità di perfezionare ulteriormente il sistema di prevenzione e i programmi di Protezione Civile soltanto abbozzati, ma non completati all’indomani della crisi che provocò l’esodo in massa dall’intero centro antico di Pozzuoli sul finire dell”83.
In questo senso, anche alla luce dei dati forniti dalla comunità scientifica internazionale, i sondaggi avviati nel cuore dell’area vulcanica, per misurare i livelli dei flussi magmatici e i valori geotermici sino a poche centinaia di metri dal tessuto urbanistico abitato.
f.m.

La lettera di Raffaele Del Giudice

Di seguito la lettera di Raffaele De Giudice di oggi (26.07.2012) su il Corriere del Mezzogiorno, dalla lettura della quale si apprendono molti dati utili. Raffaele nelle lettera fa appello al senso civico dei cittadini. Io ogni tanto, tra il serio ed il faceto (più serio) vado dicendo che dovrebbero mettersi dei cartelloni pubblicitari nei quali scrivere ad esempio “Strunz’ chi getta le carte a terra” o anche peggio  … ma  rischierei di trascendere. E’ ovvio che non penso di risolvere così tutti i problemi, però, io da qualche anno per evitare di andare in depressione con le crisi dei rifiuti, quando assisto ad un episodio di maleducazione  non mi faccio mai mancare l’occasione per riprendere il malcapitato. Certo, cerco di usare l’ironia per evitare di essere visto come quello che sale sul piedistallo, parlo, se è il caso (non sempre), in napoletano e cerco di entrare in comunicazione con le persone “scostumate”. L’ultimo episodio è stato ieri l’altro in via verdi qundo in compagnia dei consiglieri Molisso e Iannello, ho notato un gruppetto di signore (credo BROS) di cui una, abbastanza corposa, che si è preso il compito di asciugare0 la panchina dell’acqua (aveva piovuto) e poi ha gettao due fazzoletti a terra. A quest’atto ho detto subito: “Signò e che diavolo vi buttate le carte proprio nterra e pier vuost e llà ce stà o cestin”. Ovviamento l’ho detto con il sorrisetto e questa non ha potuto evitare di sorridere e rispondere “e che diavolo guardat’ propri’ a mme” ed io di rimando “e vvui state proprio annanze a me a chi lo devo dire”, a questo la signora coruplenta ha risposto “e vabbè avit’ raggion mo e pigli e e vaca a iettà” e li ha raccolti e buttati nel cestino. Dopo questa cosa non ho potuto fare a meno di dire: “bbrava v’aggia abbraccia” e me la sono abbracciata. A questa cosa anche Carlo Iannello ha detto: “BBrava” e la signora ha prontamente risposto ridendo: “Né ma mo me vulit’ abbraccià pure vuj”. Questo per dire e sperare che di strada ce ne da fare e che si può fare … Aspettiamo i cartelloni, anzi si potrebbe fare un concorso …

La lettera di Raffaele a cui non posso non dire Bravo!!

Caro direttore, la riflessione di Isaia Sales sulla «scomparsa degli spazzini», pubblicata dal Corriere del Mezzogiorno del 18 luglio scorso, stimola ragionamenti e chiede spiegazioni che è doveroso corrispondere. Tre aspetti del suo pensiero non mi convincono, sebbene non siano dirimenti. Non condivido il richiamo al passato, quale assetto ideale dell’azione di igiene urbana, come non condivido la critica alle società di gestione dei servizi pubblici, considerate un diaframma tra la buona volontà amministrativa e il generoso impegno del netturbino. L’una e l’altra affermazione hanno il loro rovescio: nel passato i netturbini erano «servi della gerba», taluno portatore di dignità e coscienza di classe, più spesso lazzari senza l’una e l’altra.
Anch’io ho conosciuto gli spazzini di quaranta anni fa, che salivano a piedi cinque piani di scale con la gerba sulle spalle per chiedere alle famiglie l’immondizia. Erano uomini (e solo uomini) abbrutiti dalla fatica, spesso analfabeti, mal pagati e che si ammalavano presto. Non ho nostalgia di quel tempo, anche se il processo di emancipazione di quei proletari è talora debordato negli eccessi sindacali ed in una malintesa «protezione sociale». D’altra parte, in tutto il mondo i servizi di igiene urbana sono offerti alle città da imprese specializzate. In Italia le gestioni dirette dei Comuni sono state superate, perché inefficienti, dispendiose e spesso condizionate da pratiche politiche non sopportabili. Le imprese pubbliche, magari nel Mezzogiorno, non hanno ancora acquisito il profilo di quelle del Nord del Paese, dove i servizi di igiene urbana sono abbastanza efficienti, efficaci ed economicamente sostenibili, ma questo è un punto di domanda da soddisfare con analisi e valutazioni specifiche, non certo preferendo il ritorno all’«assessore capo servizio» che comandava i netturbini secondo logiche, paternalistiche e politiche, di dubbia modernità. La terza considerazione, che osservo come poco convincente, è quella che rimette il senso civico, la responsabilità della tutela del bene comune e la difesa dello spirito di comunità unicamente nelle mani degli spazzini e della loro azienda. Una parte dei napoletani sporca la città, considerandola «di nessuno», così come parcheggia in tripla fila o irride a regole banali di civile convivenza. Gli spazi pubblici sono di nessuno, quindi si possono rapinare del verde, sporcare, degradare a piacimento. In attesa che questa parte di popolazione si ravveda, gli spazzini devono provvedere. È ovvio che devono farlo, ma non si può non denunciare l’alto livello di disamore che una parte rilevante della popolazione ha verso la propria città, perché Napoli non si sporca da sola.
Il tasso di educazione civica, di coscienza e di senso di appartenenza a una comunità è troppo basso, è evidente a tutti. Ma serve più impegno nel sollecitare le buone pratiche civili, sanzionare i disobbedienti cronici, incentivare i buoni comportamenti. Se si rinuncia a questo impegno culturale e civile, «in attesa» che le persone indisciplinate si ravvedano, non avremo mai spazzini e poliziotti a sufficienza. Ciò detto, il servizio di spazzamento della città è insufficiente, per quantità e qualità. La prima ragione per cui ciò accade è determinata dalla densità di popolazione per chilometro quadrato, che a Napoli è tra le più elevate del mondo. In un fazzoletto di terra risiedono e vivono un milione di persone di cui una parte, fortunatamente minoritaria, si libera dei rifiuti gettandoli per terra. Molta gente in poco spazio, quindi molti rifiuti gettati per terra e che si devono raccogliere. La gran parte delle vie del centro storico dovrebbe essere presidiata permanentemente da un servizio di spazzamento e rimozione, almeno per venti ore ogni giorno e magari da netturbini giovani, lesti nel lavoro ed avvezzi alla relazione con il pubblico. Non è ora possibile che questo accada, per la scarsità di risorse economiche e per l’impossibilità di assumere giovani. Il divieto di assunzioni e l’allungamento del tempo di lavoro per persone che avrebbero meritato la pensione, per le aziende pubbliche si traduce in un invecchiamento dei propri operai, talvolta logorati e molto anziani e, dunque, in una più bassa produttività. In numero, i nostri operai sono pochi (540 spazzini), molti (il17%) sono malati o limitati nelle mansioni, la loro età media è di 58 anni, di cui almeno trenta trascorsi sulla strada ad «alzare munnezza».
Asia sta cercando di meccanizzare il più possibile lo spazzamento delle strade, sia per risparmiare sul costo del lavoro che per generare più efficienza (abbiamo solo 22 spazzatrici meccaniche di cui molte in manutenzione e la manutenzione costa). Abbiamo redatto un piano di esodi incentivati di lavoratori esausti, ma non potremmo comunque sostituire gli anziani in uscita con giovani leve, a causa dei divieti della «spending review». Situazione imbarazzante, lo ammettiamo. Servirebbero più e migliori servizi e ogni giorno, però, siamo risucchiati dall’angoscia di assicurare quelli minimi, con pochi soldi ed enormi difficoltà organizzative. Il «piano per lo spazzamento» del 1999 prevedeva l’impiego di 1000 spazzini per pulire Napoli in modo efficace. Fino al 2002, in effetti, la città era servita da un numero sufficiente di uomini e risultava più pulita di quanto non lo sia oggi. Con le ricorrenti emergenze è accaduto proprio quello che tu hai notato e cioè che vi è stata una traslazione d’interesse, per la popolazione come per la politica, per il Comune e per l’Asia, tutti ossessionati dal liberare le strade dai sacchetti d’immondizia. Per la municipalizzata, la traslazione ha comportato la necessità di assegnare più uomini alla rimozione dei sacchetti, togliendoli ai servizi di spazzamento, poiché nuove assunzioni non si potevano fare. Nel 2001 gli addetti alla gestione dei rifiuti di Napoli erano 3.212 mentre oggi sono 2.489. Con l’avvio dei sistemi di raccolta differenziata «porta a porta» nel 2008, che richiedono più manovalanza rispetto allo svuotamento di cassonetti e campane stradali per la differenziata, il fenomeno di erosione degli spazzini è ancora più accentuato. Gli spazzini sono diminuiti mentre si fatica a mantenere in efficiente servizio il parco-macchine di pulizia di cui avremmo bisogno.
La situazione è, dunque, molto difficile soprattutto a causa delle risorse economiche insufficienti. In attesa di avere più soldi, per finanziare la meccanizzazione dei servizi di igiene e per incentivare la quiescenza di maestranze anziane (sperando di poterle sostituire con un po’ di giovani, ragazzi e ragazze) stiamo cercando di riparare con interventi a basso costo (più capienti cestini da disporre nelle vie, premi incentivanti la produttività individuale e la riduzione di costo dell’orario straordinario, più programmi di educazione nelle scuole, miglior impiego delle spazzatrici ora attrezzate anche per il lavaggio delle strade…), ma certo servirebbe molto di più. Per questo, se ogni napoletano evitasse di lasciare a terra una delle dieci cartacce che «normalmente» getta al suolo, il beneficio per tutti sarebbe immediato, visibile e, soprattutto, gratis. Poi la città deve essere pulita dagli spazzini, non vi è dubbio. Ma non si deve rinunciare mai a chiedere un poco di collaborazione. Non costa nulla e tutti ne guadagneremmo.
* Presidente di Asia

Legalità e famiglia un’altra riflessione di Aldo Masullo

Come sempre le riflessioni di Aldo Masullo sollecitano approfondimenti sulla società napoletana nella quale viviamo e sono sicuramente una chiave di lettura per comprendere meglio gli accadimenti dei quali è d’obbligo un approfondimento per giungere alle cause e non restare in “superfice”.

Da Il Mattino del 24 luglio 2012

Aldo Masullo

Illustre e gentile Ministro della Giustizia, a un napoletano per sua fortuna non imputabile di aver taciuto, avendo troppe volte pubblicamente detto e scritto sulla “Napoli immobile”, possa dalla Sua cortesia esser consentita qualche osservazione sui giudizi tanto accorati quanto autorevoli da Lei formulati in un’intervista apparsa ieri su questo giornale. Nelle sue risposte all’intervistatore si colgono due centrali punti di critica: l’inerzia diffusa dinanzi alla violenza della microcriminalità e l’assenza delle famiglie nel dotare le coscienze giovanili di «anticorpi rispetto alla criminalità». Sul primo punto, Lei comprensibilmente «resta senza parole» quando legge delle pattuglie di poliziotti aggredite da una folla compiacente per proteggere ladri». E ammonisce che «occorre quello scatto di orgoglio vero, trasversale e non circoscritto nell’orticello delle persone cosiddette per bene», che in Sicilia dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, si espresse in «un moto spontaneo dal basso, dai giovani e dalle loro famiglie». Invece, Lei aggiunge, «a Napoli è ancora notte fonda per la presa di coscienza forte nel dire “no” a ogni forma di criminalità e di violenza». In tutti questi casi certamente si tratta di grave patologia sociale. Però purtroppo la patologia non è una sola, ma sono almeno due e assai diverse patologie. Nel caso della Sicilia si trattò dell’aperta dichiarazione di guerra della grande criminalità organizzata, percepita come una terribile e oltraggiosa minaccia a un popolo intero, che si trovò così di fronte dalla devastante verità da cui fino ad allora si era protetta soltanto rifiutandosi di vederla. Gli sconcertanti episodi di assalti alla polizia in alcuni quartieri di Napoli sono tutt’altra cosa: sono gli esiti di una cultura lazzaronesca e camorristica, che persiste alimentata come avamposto visibile dell’invisibile grande criminalità: in questo caso non c’entrano risposte attive dei pacifici cittadini, bensì la semplice energia di legittimo contrasto, con cui lo Stato deve educare anche i più riottosi a rispettarlo. Sul secondo e forse più dolente punto, Lei richiama la diserzione educativa delle famiglie. Qui consento pienamente con Lei, ma – mi permetta – con una precisazione, che ci consentirà poi di mettere a fuoco non tanto il problema della criminalità, su cui sembra concentrarsi la Sua attenzione di eminente penalista, quanto su ciò che, io credo, in fondo più fortemente La preoccupa: il problema della legalità. Purtroppo negli strati della popolazione di meno esibita ma spesso più acuta povertà, le famiglie non vogliono disertare, ma sono deboli, spesso impotenti, perché i giovani e i giovanissimi sono sempre più irresistibilmente catturati dai suggestivi miti e dai potenti meccanismi del totalitarismo consumistico, che li macina come in un frullatore di desideri e di fuorvianti occasioni. Né peraltro si può logicamente pretendere che forniscano anticorpi morali le non poche famiglie che purtroppo proprio solo dei corpi immorali sanno nutrirsi. Il Suo discorso sulla funzione della famiglia è dunque, gentile Ministro, destinato a una parte delle famiglie, il che del resto avviene a Napoli come dovunque nel nostro confuso tempo. Ma a quelle famiglie, che ben sono nelle condizioni per essere richiamate alla loro funzione formativa, è superfluo chiedere di educare contro le scelte criminali. Invece fondamentale è esigere che esse abbiano cura di suscitare, innanzitutto con l’esempio, il rigoroso senso della legalità. Dall’onestà fiscale e professionale del padre all’onestà scolastica del figlio, dalla veracità nei rapporti domestici alla franchezza (la parresia degli antichi Greci) dinanzi ai potenti, dal rifiuto della protezione nelle gare della vita al rifiuto della raccomandazione nelle prove scolastiche, nel crogiuolo della famiglia prende stabile forma la cultura della legalità. Una società tanto più si sviluppa civilmente, quanto più nel suo corpo è capillare l’esercizio della legalità. Quanto poi la cultura generalizzata e capillare della legalità influisca sulla stessa circoscritta ma esplosiva questione della criminalità, Lei ieri, nella pienezza delle Sue funzioni ministeriali e in vissuto confronto con la Sua sapienza giuridica, immagino l’abbia ancora una volta sperimentato nella visita al carcere di Poggioreale. In questi ultimi anni sono state incessanti le meritorie iniziative di Marco Pannella e dei radicali per richiamare l’opinione pubblica e le istituzioni politiche sulla gravissima lesione dei diritti civili dei detenuti, costretti alle torture del sovraffollamento carcerario. Io credo che, dietro certe incomprensibili resistenze al superamento dell’incivile situazione, operi, come sempre nella vita storica, una irrisolta arretratezza culturale. Walter Benjamin, come Lei c’insegna, nel celebre saggio del 1926 sostenne che il diritto è in ultima analisi violenza, intendendosi per violenza la pura e semplice forza. In quest’ottica la pena è un «castigo», una sofferenza arbitrariamente inflitta per aver disubbidito a un qualsiasi comando arbitrario, come al capriccio di qualche dea nei miti pagani. La pena, subìta come castigo, è un residuo estraneo alla modernità civile. Se la cultura della protezione è l’opposto della cultura del diritto, la cultura del castigo è a sua volta l’opposto della cultura della ragione sanzionatoria, la quale convoca il responsabile a riparare il danno prodotto. Oggi il carcere, non solo a Napoli, è di fatto ancora inteso, nonostante tutto, come lo strumento del castigo. Come tale, esso è incivile in linea di fatto per l’attuale sovraffollamento, ma lo è innanzitutto in linea di principio perché, togliendo all’uomo non solo la libertà ma quel che più propriamente lo realizza nella sua dignità, cioè la creatività del lavoro elettivo, mortifica la persona e ai suoi occhi finisce per trasformarla da colpevole in vittima. E non è forse, alla radice dei mali sociali di Napoli, la secolare scarsità di lavoro ? Mi perdoni, gentile Ministro, ma a questo punto comincia un altro discorso. La ringrazio.

Concerti di Piazza Plebiscito la delibera di Giunta

In ossequio al principio di trasparenza e buon andamento della Pubblica Amministrazione (nei quali credo fermamente) e facendo seguito a quanto ho già scritto su questo blog, di seguito la delibera di giunta con la quale è stata concessa Piazza Plebiscito per i concerti di Ligabue e Pausini. Clicca su: deliberagiuntapiazzaplebiscito

Piazza Plebiscito ed i Concerti

Non ho ancora avuto comunicazioni ufficiali ma credo che queste siano le somme in ballo circa 10.000,00 €. incassati dal Comune per i due concerti tenutisi in Piazza del Plebiscito. E’ chiaro che la trasparenza è un valore in se’ ed è utile affinché i cittadini possano in piena scienza e coscienza farsi un’opinione valutando l’amministrazione sugli atti e sui comportamenti. E’ altrettanto ovvio che la scelta dell’amministrazione fa leva sul rilancio dell’immagine di Napoli che si è avuta con i due eventi. Io resto in sostanza della mia opinione, non sono contro i concerti ma credo che ogni valutazione ed utilizzo che investa i beni comuni debba essere fatta con rigore valutando gli interessi singolari e collettivi affinché si trovi sempre la giusta sintesi.

Da Il Corriere del Mezzogiorno del 25 luglio 2012

Occuparla costa 10 euro al metro quadro, per Liga e Pausini pagati 10 centesimi

NAPOLI — L’intera piazza del Plebiscito ha una superficie di 25 mila metri quadrati e la tariffa piena per l’occupazione di suolo pubblico è di 10 euro a metro quadrato: per un giorno, quindi, si arriva a un totale di 250 mila euro. Poiché per i concerti di Luciano Ligabue prima e Laura Pausini poi è stata chiesta la disponibilità del grande largo al centro della città per 12 giorni, l’importo complessivo sarebbe stato di 3 milioni. In realtà non è stata occupata l’intera piazza: per 8 giorni su 12 è stata utilizzata quasi esclusivamente l’area che ospita il grande palco. Questo però non basta a chiarire come si sia arrivati da 3 milioni ai 10 mila euro versati. La spiegazione è nel super-sconto concesso all’organizzazione pur di avere i due concerti al Plebiscito. Il costo è quindi sceso da 10 euro a 10 centesimi a metro quadro. Com’è possibile? È possibile perché lo consente l’articolo 29 del regolamento Cosap, intitolato «Esenzioni e riduzioni», al quale si è rifatto il sindaco de Magistris che ha sollecitato la riduzione del 99 per cento. Non del 25 o del 50 per cento: del 99 per cento.

La domanda ora è: chi ha fatto un affare? L’organizzazione, che ha potuto usufruire di piazza del Plebiscito pagando poche migliaia di euro al Comune per l’occupazione di suolo pubblico e alcune altre per la pulizia dopo le manifestazioni? Oppure l’amministrazione, che ha portato al Plebiscito due appuntamenti musicali di grande rilievo? Di sicuro è contento de Magistris, che ha manifestato la propria soddisfazione rimarcando che l’amministrazione «non si è dovuta fare carico di spese». Favorevoli anche i fan dei due artisti, accorsi a migliaia nonostante il costo dei biglietti. Divisi invece i residenti nella zona, che hanno dovuto sopportare almeno un paio di giornate di gran caos e disagi. Ma la città, intesa nel suo complesso, ne ha tratto beneficio? «Io credo che sia in discussione non il prezzo pagato ma che i concerti si siano tenuti in piazza del Plebiscito», commenta Dario Scalabrini, che come amministratore dell’Ept organizzò la festa di Piedigrotta e il (contestato) concerto di Elton John proprio lì, davanti al Palazzo Reale. Secondo Scalabrini è positivo che Napoli sia riuscita ad avere Ligabue e Laura Pausini, perché uno dei nostri problemi è che «la città è fuori dal giro dei grandi concerti. Eppure, due anni fa Paul McCartney voleva venire a suonare qui proprio perché aveva visto i filmati e parlato con i manager di Elton John». Non è proprio per questo che gli organizzatori dovrebbero pagare un po’ di più? «Noi facevano concerti con il sostegno della pubblica amministrazione. Se non c’è, bisogna ricorrere all’intervento privato, anche favorendolo. Comunque non è giusto che il Comune ci guadagni, è già un buon risultato che porti qui i concerti perché molti artisti evitano Napoli e, se vuoi recuperare immagine, devi in qualche modo investire. Che Ligabue sia stato a Castel dell’Ovo e all’Università conta molto. Magari — conclude Scalabrini — avrei cercato di barattare lo sconto con la possibilità di utilizzare un filmato per la promozione turistica».

Il turismo, il turismo, il turismo da promuovere. A Napoli sembra un ritornello più che un obiettivo politico-economico. Ma cosa accade nelle altre città, anche altrove le piazze simbolo diventano palcoscenico di tutto ciò che accade? E allo stesso prezzo scontato? Risponde Raffaele Cercola, esperto di marketing, professore della Sun ed ex presidente della Mostra d’Oltremare: «A Roma te lo sogni. Anche a Milano e a Firenze. A Venezia, invece, ci fu uno storico concerto dei Pink Floyd. Ma furono loro a chiedere di andare a San Marco e si fecero carico di ogni spesa». Accadeva la sera del 15 luglio 1989: il gruppo suonò su un enorme palco galleggiante. Sulla storia della città il concerto ebbe un impatto disastroso, con polemiche a non finire sulle autorizzazioni e sui danni. Il giorno dopo il Corriere della Sera titolava: «La giunta si scioglie come neve al sole». Però, per la storia del rock, quello è stato il concerto del secolo, ancor più dell’altro che la stessa band immortalò in un film a Pompei: negli Scavi infatti il pubblico non c’era.

«Il Plebiscito — precisa Cercola — non ha la stessa forza di Venezia a livello mondiale. Più in generale, bisogna distinguere tra l’aspetto economico e l’opportunità urbanistico-sociale. Ogni luogo ha e deve avere la sua identità. Invece questa benedetta piazza del Plebiscito ha avuto una storia non facile perché è stata svuotata ma mai riempita. Una cosa è togliere, come sono state rimosse le mura del porto in piazza Municipo e adesso lì non c’è niente, un’altra è definire a cosa è deputato un luogo. A Napoli non c’è una strategia. È appena accaduto anche al lungomare». Quale potrebbe essere il luogo deputato ai grandi concerti in città? «Per eventi con migliaia di persone — risponde Cercola — si potrebbe pensare all’Ippodromo di Agnano, all’acciaieria, anche all’Arena Flegrea, dove ha suonato Battiato. Ma vorrei soffermarmi sullo stadio, dove i concerti non si tengono più. A Torino sta per cominciare la gara per l’impianto della Juventus che, cedendo il nome, recupererà 75 milioni dei 120 che ha speso per realizzarlo. Insomma la ricerca dell’immagine va bene ma occorre ragionare. Tornando al Plebiscito, la piazza simbolo dev’essere enfatizzata magari a Capodanno e per eventi simbolici, ma perché nel caso di un concerto? Si creano solo problemi tutto intorno per l’assalto degli spettatori. Questi sono fenomeni commerciali, non trasmettono messaggi di alcun tipo».

Angelo Lomonaco

Lo Stadio San Paolo – Zoo – Edenlandia. Quale destino?

Il presidente del Napoli e il sindaco Luigi de Magistris si incontreranno venerdì prossimo e sarà il primo faccia a faccia dopo la polemica della settimana scorsa. Posizioni diametralmente opposte a confronto. La conferma nell’intervista rilasciata ieri dal proprietario del Napoli al Corriere dello Sport. «Ho già avuto modo di parlare con il sindaco: discuteremo del san Paolo, degli interventi necessari e di quelli auspicabili», ha detto De Laurentiis. Ma quali sono i suoi progetti?
«Il San Paolo? – dice il presidente – Semmai si migliora, si ingrandisce, si adegua, si restaura. Dal Comune sono stato invitato a prendere pure Edenlandia e lo Zoo. Può essere un’ottima idea e ci sto; però a patto che lì possa sorgere una vera e propria cittadella dello sport, quella che vorrei definire la casa del Napoli. La immagino con otto campi per le varie attività, con un’area destinata al beach soccer, con altre zone per il calcio femminile. Potrei essere anche interessato al «vecchio» Collana, si potrebbe dar vita ad una polisportiva. A me le soluzioni non mancano».
Quali sono le soluzioni che ha in mente? «Smontare quella orribile e dannosa copertura e lasciarla ai cinesi, che sarebbero disposti a portarla via. Poi studiare seriamente e immediatamente le soluzioni per rimuovere l’inquinamento acustico di Fuorigrotta. Io il nuovo san Paolo ce l’ho dinnanzi agli occhi: palchi con tv, gli spalti a ridosso del campo, ristoranti, zone divertimento, settori completamente rifatti». Evidente il riferimento all’area che circonda il San Paolo, e che potrebbe essere confermata dalla proposta eventuale di un’acquisizione di Zoo e Edenlandia, che sono al momento al centro di un’asta giudiziaria (prezzo base 4,7 milioni di euro). La settimana la prima asta è andata deserta, nessuna offerta che lasci intraverdere un futuro certo per le due storiche strutture della città. In questo momento sono in tutto 71 i dipendenti che portano avanti la struttura che è stata commissariata.

I Tagli dei Dirigenti al Comune

Questa grave condizione delle casse del Comune determina anche la impossibilità allo stato di dare luogo all’assunzione di quei profili professionali selezionati dall’ultimo concorso Formez che sono risultati idonei, ma non vincitori di concorso. Gli accorpamenti e lo spostamento dei dirigenti ha anche riguardato gli uffici del Consiglio Comunale per le quali è mancato un passaggio, credo istituzionale, con i consiglieri stessi o per lo meno con i capigruppo che si sono trovati davanti a “cose fatte”.

Dal Corriere del Mezzogiorno del 25.luglio 2012

NAPOLI — Di necessità virtù. Al Comune di Napoli, visto che non c’erano più i soldi per rinnovare i contratti ai dirigenti esterni, si è proceduto con molti accorpamenti di uffici e razionalizzazioni che hanno portato alla chiusura di 72 servizi per un taglio del 41 per cento. Decolla così la riorganizzazione della macchina comunale, che per molti sa di piano di salvataggio, e che prevede 8 direzioni centrali e 151 servizi: sono i numeri della nuova macchina comunale varata a Napoli dalla giunta de Magistris. Il Comune passa così dalle 20 strutture più o meno grandi, con 223 servizi, ai più ridotti e snelli numeri attuali con un taglio di 72 uffici. Ma, sopratutto, nessun dirigente o collaboratore esterno: i soldi per pagarli, infatti, non ci sono più. Non sono mancate promozioni e bocciature tra i dirigenti e i facente funzione, mentre il sindaco ha annunciato che presto sarà nominato il nuovo comandante dei vigili che rileverà l’interim di Attilio Auricchio.
In alcuni casi, è stata rispettata la normativa del governo centrale che obbliga a non poter più fare contratti dirigenziali ad esterni, in altri casi è stata attuata una politica di riorganizzazione che ha valorizzato chi in questo anno ha lavorato al fianco della giunta condividendone i principi. Sono state create alcune macroaree; è stato creato il Centro unico degli acquisti che promette di essere un riferimento di efficienza, il Centro elaborazione dati è stato accorpato in una unica grande struttura, riferimento di efficacia secondo l’amministrazione. Inoltre, è stato rafforzato l’Ufficio relazioni con il pubblico, la gestione delle Municipalità, il Controllo interno e ed un’area è stata dedicata al controllo anticorruzione e trasparenza. Ed è stato accorpato anche l’ufficio stampa del consiglio comunale con quello della giunta. «Con la riforma dell’assetto organizzativo oggi approvato, viene fatto un ulteriore passo avanti verso il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia dell’attività svolta dagli uffici del Comune di Napoli», ha detto il sindaco, Luigi de Magistris che ha precisato come in questo modo si risponde anche alle richieste del governo centrale. Dal «palazzo» precisano che questa è solo la prima parte della riorganizzazione della «macchina» comunale. Rispetto alla precedente macrostruttura, la nuova organizzazione si caratterizza per essere nel complesso più snella. Al posto di 10 direzioni centrali (a loro volta articolate in servizi), 7 dipartimenti (a loro volta articolati in servizi), 3 Servizi autonomi, per un totale di 20 strutture organizzative di massimo livello, la nuova struttura si articola in 8 Direzioni Centrali, 5 Servizi autonomi e 3 Dipartimenti, per un totale di 16 unità. Tale riduzione ha riguardato anche le Municipalità, passate dal precedente modello a 5 servizi (direzione, 2 servizi amministrativi e 2 servizi tecnici) ad un modello organizzativo che prevede l’articolazione in una direzione di Municipalità e due servizi, uno amministrativo e l’altro tecnico. «Non possiamo pagare debiti che non ci riguardano e ogni giorno dobbiamo fronteggiare questo», ha detto il sindaco presentando la riforma del «Comune nuovo». De Magistris fa riferimento a debiti per 2 miliardi di euro creato, a suo dire, dalle precedenti gestioni. «Non chiediamo che questo debito scompaia, ma che si possa spalmare negli anni per poter governare finalmente senza lacci e lacciuoli, siamo comunque rispettosi, perché in attesa che il governo si ricordi di Napoli, stiamo intervenendo su tutte le priorità indicateci, come la lotta agli sprechi, evasione, valorizzazione del patrimonio immobiliare. Se non si capisce questo sforzo, il mio atteggiamento sarà molto diverso rispetto a quello tenuto fino ad ora».

 

Piscine la nuova regolamentazione

Questa è la delibera di Giunta che verrà all’esame della commissione che presiedo e poi del Consiglio Comunale e che disciplina le nuove concessioni degli impianti sportivi natatori che verranno assegnate in seguito a bandi di gara. Come al solito resto in attesa di avere eventuali suggerimenti al fine di meglio disciplinare e tutelare i beni ed i servizi pubblici del Comune di Napoli. Io non ho ancora fatto una riflessione che non mancherò di comunicare appena maturata.

Per leggere l’atto clicca su: AR-M256_20120724_130520

San Carlo e teatri napoletani

Apprendo della agitazione dei lavoratori del San Carlo con i quali sono solidale. Il Sindaco si è espresso quale rappresentante della città e non quale presidente del CDA del San Carlo che si riunirà nella giornata di domani. Spero che il Sindaco abbia la forza di imporre le sue idee agli altri consiglieri. Credo però che occorrerebbe un ripensamento del sistema tatri a Napoli. Non sono addetto al settore ma basta andare a Londa o a Parigi per vedere come l’offerta delle rappresentazioni teatrali è di gran lunga superiore a quella che abbiamo noi in città. Oltre dieci anni fa mi colpì il fatto che i biglietti degli spettacoli nei teatri di broadway si vendevano con formula “last minute” facendo in modo di occupare ogni posto del tatro fino all’inizio dello spettacolo. Erano dei punti dove si poteva acquistare un biglietto fino all’ultimo minuto a prezzi convenienti  ed i ragazzi e giovani che facevano la fila erano veramente tanti. Ultimamente leggevo poi di una cittadina che lamantava la scarsa presenza di pubblico alla esibizione degli artisti del San Carlo di qualche giorno fa a Scampia lamentandosi, quasi, dello spreco di risorse. Credo sia chiaro che il pubblico “popolare” a Napoli non è pronto a seguire le opere liriche e sinfoniche. Per ottenere ciò occorrerebbe uno sforzo delle amministrazioni cittadine e scolastiche, unitamente a qulle dei teatri e del Conservatorio, affinché le opere si portino nelle scuole e si solleciti la formazione musicale ed operistica dei nostri figli. In molte città degli Stati Uniti infatti si è capito che per preservare la “cultura” occorre agire porprio nelle scuole facendo mettere in scena delle rappresentazioni agli studenti stessi e quindi abituandoli alla cultura teatrale e musicale, faendo si che il fanciullo che nella sua carriera scolastica abbia interpretato un ruolo in un opera o altra rappresentazione poi la vada a vedere nei teatri divenendo, così, fruitore della cultura. E dire che in Italia è nata l’opera lirica mi domando se saremo in grado di continuarla ?

Dal Corriere del Mezzogiorno del 24 luglio 2012

Anche il San Carlo, con l’Anm e molte società partecipate del comune di Napoli, è alle rese con ritardi nei pagamenti degli stipendi. Colpa della crisi, ovvio, e di una coperta che col passare del tempo sembra diventare sempre più corta.
Luigi de Magistris ha dovuto farsi carico quindi in prima persona della situazione dei lavoratori del teatro intervenendo ad una riunione con gli stessi lavoratori e i delegati dei sindacati confederali e delle Rsu. De Magistris ha chiarito la natura informale dell’incontro, «a cui ha deciso di partecipare in qualità di sindaco della città, in attesa che si svolga il Cda convocato mercoledì mattina proprio per affrontare la questione», recitava la nota diramata a margine dell’incontro. Il primo cittadino ha voluto comunque rassicurare le lavoratrici e i lavoratori «circa il pagamento dello stipendio di luglio nella sua interezza, dunque comprensivo del 25 per cento di integrativo previsto», evidenziando «come le tensioni di questi ultimi due giorni si sarebbero potute evitare tenendo conto che la legge in materia è chiara e che il bilancio della Fondazione risulta in attivo». De Magistris ha battuto molto sul tasto della «vicinanza alla battaglia delle lavoratrici e dei lavoratori», ribadendo «l’importanza che il San Carlo riveste a livello locale e nazionale» e sottolineando «la qualità delle professionalità presenti» e «apprezzando la disponibilità dimostrata da parte delle stesse maestranze di un loro maggiore coinvolgimento nella promozione di un’attività culturale che rappresenta una risorsa preziosa per Napoli e per il paese». L’intervento del sindaco ha fatto scattare quindi una tregua tra i lavoratori: i quattrocento dipendenti del teatro, pur restando in agitazione, hanno incassato l’assicurazione che lo stipendio di luglio sarà erogato con l’integrativo e che la questione della loro retribuzione sarà all’ordine del giorno di una riunione monotematica del consiglio di amministrazione convocata per domattina alle 8,30.
A chiedere la convocazione urgente del Cda del Massimo napoletano era stata la soprintendente del Teatro, Rosanna Purchia, che, appunto, acquisita la disponibilità del presidente della Fondazione, quindi de Magistris, e del vicepresidente Maurizio Maddaloni, aveva chiesto la convocazione di una seduta d’urgenza del Consiglio di Amministrazione. «In questi giorni — ha detto la Purchia — ho lottato tra pareri di giuslavoristi e chiarimenti ministeriali per ottenere il giusto riconoscimento che spetta ai lavoratori. Purtroppo non ho trovato nessun aggancio possibile se non quello di ricondurre al Cda il sostegno alla mia ferma convinzione».

ZTL di Napoli Ieri ed Oggi

La discussione sulla ZTL è ripresa con l’annunciato allargamento dell’area a traffico limitato credo sia utile guardare qualche foto che ho ripescato per avere un’idea di ciò che abbiamo lasciato. Ad ogni buon conto cerdo sia veramente difficile ragionare intorno alla possibilità di allargamento della ZTL in un momento di crisi ed ogni scelta deve essere fatta con la massima attenzione. Il punto si cui fa leva l’Assessore Donati è che l’allargamento della ZTL coinciderà con l’entrata in funzione delle due nuove stazioni. Io continuoa a ripetremi ed a ripetere all’assessore che occorrerebbe coinvolgere in questa discussione gli studiosi di traffifco, abbiamo la facoltà di ingegneria dei trasporti credo che qualche ruolo lo possono avere anche gli urbanisti poiché lo studio delle funzioni da allocare o proteggere nella città è comune. Credo, inoltre, sia chiaro a tutti che non si può pedonalizzare sic et sempliciter se non ci sono mezzi pubblici, se non c’è arredo urbano, se non c’è una discussione con le categorie di cittadini interessate e con le municipalità. Io mi aspetto che le prossime importanti decisioni siano assunte con la partecipazione attiva di queste categorie ed in particolare con i Consigli di Municipalità.  Speriamo bene.

Anniversario della strage di via D’Amelio. Noi ci siamo qui ed ora!

Oggi 19 luglio 2012 siamo stati davanti alla Prefettura di Napoli, il palazzo del Governo, per ricordare la strage di Via D’Amelio Ho letto i nomi di tutti i magistrati caduti sotto i colpi vili delle mafie. Ho letto i nomi degli agenti delle scorte caduti sotto i colpi della mafia. Poi ho mostrato l’elenco corposo di tutte le vittime della mafia, della camorra, della ndrangheta e della Sacra Corona Unita, l’ho fatto gridando forte che queste persone vanno ricordate per lo spirito di servizio ed il senso del dovere che hanno mostrato verso lo Stato e le istituzioni. Ho gridato che queste persone devono essere di esempio per noi e per i nostri figli e devono essere da monito per tutti quelli che indegnamente rivestono cariche pubbliche nelle istituzioni e che indegnamente svolgono il loro ruolo. I Giudici e gli Agenti che sono morti devono farci sentire cittadini in quanto titolari di diritti e devono spingerci a ripudiare ogni sopruso sia dentro che fuori dalle istituzioni. Ho gridato che queste persone sono morte per noi e noi abbiamo il dovere di occuparci del nostro paese. E’ un dovere quello di occuparsi della politica per non lasciare spazio a coloro che hanno scarso senso dello stato e delle istituzioni e quindi dei diritti dei cittadini. Mi sono commosso alle parole di Rosanna Di Bari che ha raccontato ciò che è accaduto a Palermo nel 1992 e della partecipazione dei cittadini di Palermo al lutto ed al loro sentimento di riscatto dalla mafia bastarda e vigliacca! Una donna mi si è avvicinata e mi ha detto che lei non ci credeva più ed io le ho risposto che se eravamo in piazza noi allora c’è speranza perché non siamo tutti uguali. Ripeto ciò che ha detto Salvatore Borsellino qualche giorno fa: Io ringrazio Dio se la morte di mio fratello è servita a far cambiare qualcosa in questo paese.

Piazza Plebiscito e l’anticamera dell’insula

Questa è una cosa che non avevo capito o comunque non sapevo l’ho appresa e mi ha indignato! Si mi sono indignato ancora di più oggi che sono consigliere comunale del Comune di Napoli di maggioranza. Ebbene, per andare a vedere Ligabue a Napoli in Piazza Plebiscito il 19 luglio 2012 (domani) si deve pagare un biglietto di 46,00 €. Il 24 luglio p.v. invece la piazza sarà occupata da Laura Pausini che ha prezzi più popolari (€. 28,75). In sostanza abbiamo privatizzato per diversi giorni la nostra Piazza Plebiscito e vorrei sapere al Comune quanto rimane in termini economici al netto della solita manfrina della promozione dell’immagine di Napoli. Credo che sia l’anticamera della cd. insula di Romeo, diamo un pezzo della città ad un privato che se la gestisca lui e poi al comune versa le caramelle, per carità le operazioni non sono assimilabili ma l’impostazione credo sia quella. Lo dico perché sento ancora forte in me le mie origini di figlio di operaio della periferia Nord di Napoli che non si sarebbe potuto permettere il pagamento di un biglietto e che sarebbe stato escluso dal vivere, seppure per un giorno, un pezzo di città importante, perché affidato ad una Rock Star ed alla sua legittima operazione commerciale. Mi sorge spontaneo il dubbio sulla natura politica di quest’atto amministrativo che secondo l’impostazione del Sindaco e della Giunta e del programma elettorale dovrebbe essere di sinistra. In più mi erano giunte lamentele di alcuni commercianti della Piazza Plebiscito che si lagnavano per il fatto che all’interno del villagetto rock creato sono previsti punti di ristoro che di fatto finiranno per escludere dall’evento proprio i commercianti che vivono sotto i portici della Piazza e che fanno grossi sacrifici ad andare avanti per tutto l’anno e proprio quando si organizza un evento finiscono per essere esclusi. Mi sento che Napoli tra poco sarà la città dei grandi eventi diventando l’edenlandia delle città italiane. Non so perché ma non vorrei ritrovarmi a ripetere davanti un televisore, come in un noto film: “De Magistris fai una cosa di sinistra!”

La risposta del Sindaco a Riccardo Realfonso

«A fine settembre la nascita del movimento arancione» con il possibile sbarco in Parlamento di componenti della giunta. E su Riccardo Realfonzo, ormai ex assessore al bilancio, «il dispiacere umano di avere dovuto prendere questa decisione ma serviva un cambiamento forte». Il sindaco Luigi de Magistris a tutto campo nel giorno del suo primo rimpasto, probabilmente non l’ultimo. Sulle questioni amministrative detta l’agenda. Tre priorità: strade, trasporti e rifiuti. «L’emergenza è alle spalle ma è molto vero che se la questione rifiuti non si affronta a livello strutturale con gli impianti non si risolve e noi ci stiamo attrezzando» dice il primo cittadino.
Allora sindaco, perché i cambi in giunta?
«È come quando si va dal medico per un controllo o si porta la macchina a fare il tagliando. La nostra esperienza così rivoluzionaria, con una giunta completamente estranea ai partiti è quasi fisiologico che preveda dei cambi. Ed è giusto che il sindaco intervenga dove si ritiene si debba cambiare. Non va drammatizzato il cambio di uno o due assessori, è possibile che accada ancora nel futuro. Si apre una fase nuova e siamo intervenuti sui nodi strategici. Quello del bilancio è l’assessorato più importante».
C’è qualcosa in particolare dove Realfonzo ha sbagliato? Come risponde alle sue parole?
«Si è mostrato inadeguato ad una sfida epocale: dalle partecipate alla lotta all’evasione, su cui ho sempre insistito molto. Leggendo le sue parole ho pensato che è la fisiologica reazione da parte di chi ha coscienza di non aver centrato gli obiettivi ed è stato per questo sostituito. Per il resto vale quanto già detto in altre occasioni: non prendo, vista anche la mia biografia, lezioni di legalità da nessuno, soprattutto quando è strumentalmente agitata per nascondere le proprie responsabilità. Così come sono irricevibili, visto l’operato di questa amministrazione, sermoni sulla necessità di governare in discontinuità, avendo agito in totale rottura col sistema del passato. A Realfonzo consiglio di stare tranquillo: Napoli è in buone mani, soprattutto mani oneste che lavorano assiduamente per il bene dei cittadini e che hanno rilanciato l’immagine di Napoli in Italia e nel mondo. Poi sono intervenuto nel costituire l’assessorato al lavoro. Anche sulle deleghe è una fase nuova che si apre e si caratterizzerà per una maggiore coesione della giunta».
A proposito di deleghe, lei ha tenuto per sè, quella al personale che era di Tuccillo e la Polizia municipale. Una sorta di superassessore. Significa che non ha piena fiducia nella squadra?
«È una atto di generosità. Ho percepito le difficoltà che hanno avuto alcuni assessori, penso a Tuccillo, è un interim di assoluta provvisorietà il personale. Voglio essere molto vicino ai dipendenti e alla Polizia municipale in un momento in cui ci sono i tagli del governo».
Tuttavia nel razionalizzare le deleghe c’è chi perde qualcosa e chi la guadagna. La sensazione è che lei abbia fatto suonare la campana dell’ultimo round: per qualcuno. «Ho dato grandissima fiducia ai miei assessori, anche quando sono stati criticati duramente ma non c’è una gerarchia tra assessori, vicesindaco compreso. La qualità non dipende dal numero di deleghe che si ha, la pesatura la fanno i fatti. Sodano ha assunto un ruolo di coordinamento, la sua mission è però quella dei rifiuti e l’ambiente. Credo di avere razionalizzato ma certo nella fase due mi aspetto che ci siano dei risultati che non sono arrivati e che devono arrivare. Le verifiche si fanno con i risultati giorno dopo giorno».
Il generale Sementa resterà capo dei vigili urbani?
«Al momento non ci sono le condizioni per rinnovare il contratto al generale che ringraziamo per quanto fatto. La mia decisione è di non affidare il comando al più alto in grado del corpo. Ma darlo in maniera provvisoria al capo di gabinetto Auricchio. Mentre sono orientato a mantenere la delega alla Polizia municipale».
Torniamo alla politica: i neoassessori Palma e Panini sono del Pd cosa significa, che la giunta si apre al Pd e ai partiti?
«Teniamo separate le due cose. Le scelte non hanno a che vedere nulla col rapporto con il Pd le ho fatte in piena autonomia. Palma è stato scelto in quanto tecnico competente. Panini per la sua storia di altissimo profilo nella Cgil, per la sua capacità di incidere nel mondo del lavoro e per la sua capacità di organizzare. Oggi è fondamentale organizzare il capitale umano al meglio. Ha già risolto il problema delle maestre a settembre asili e scuole apriranno normalmente».
Non ha risposto però sul punto politico.
«L’ascolto c’è sempre stato ma ora voglio farmi promotore di un rafforzamento dei rapporti tra i partiti del centrosinistra, la giunta e il sindaco. È mia intenzione provare a costruire il laboratorio che metta insieme non solo la cittadinanza attiva ma anche il centrosinistra e rilanciarlo».
L’assessorato assegnato a Panini va in questa direzione?
«L’assessorato al lavoro è una scelta coraggiosa ma anche rischiosa, le politiche del lavoro competono allo Stato e alle Regione. Sono però convinto che è giunto il momento storico dove le città debbano assumere iniziative forti sui temi del lavoro. Panini può mettere in campo una complessiva strategia per creare le condizioni di sviluppo e posti di lavoro»
Utilizzando la leva dei privati?
«È fallito i socialismo reale, sta crollando il capitalismo. Di fronte a ciò la risposta deve arrivare dalle comunità dove pubblico e privato devono avere il comune intento di investire sui beni comuni. Su opere di interesse strategico. Il profitto per i privati non deve essere solo individuale ma anche sociale. Ci sono le condizioni per mettere in campo capitale umano pubblico e privato nazionale e internazionale. Oggi abbiamo operatori che vogliono investire nella nostra città. Grazie al superamento dell’emergenza rifiuti e ai grandi eventi sportivi e culturali che sono arrivati».
L’identikit che lei fa di Panini sembra essere l’abito buono con il quale presentare il nuovo soggetto politico.
«Abbiamo fatto una riunione giorni fa, tutta la giunta i collaboratori più stretti e anche Realfonzo è stato d’accordo. Abbiamo deciso che a settembre presenteremo con una grande iniziativa pubblica il movimento che parte da Napoli ma avrà una dimensione nazionale. Panini – come altri – per la sua esperienza e per il ruolo che ha avuto potrà avere un ruolo importante. Sarà il movimento arancione».
Come nasce il nome?
«Il tema dell’arancione è il filo del cambiamento che ha unito Napoli con Milano, Cagliari, Palermo, Genova e altre città. Il rosso è la mia passione di gioventù che rimane la passione politica più forte. L’arancione può rappresentare la proiezione di una politica che supera il capitalismo ma anche un concezione statalista della società non più attuabile. Cioè che lo Stato possa far tutto e tutto debba essere Stato. Anche il privato deve tendere al bene comune, serve un nuovo ordine economico. E ha bisogno di un movimento politico per crescere. Non possiamo più puntare sul sindaco che risolva tutto, oggi è il momento di strutturare».
La proiezione nazionale porterà alle elezioni politiche di primavera?
«Di qui alle elezioni politiche si deve ragionare in termini di un nuovo soggetto politico moderno e l’esperienza napoletana sarà il pilastro. Una cosa è certa noi ci vogliamo stare».
Panini candidato al Parlamento con la casacca arancione?
«Lui mi ha detto che vuole fare l’assessore fino alla fine, non escludo però che qualcuno degli attuali componenti della giunta possa essere candidato al Parlamento. Fare sentire le ragioni di Napoli sarebbe importante».
Torniamo alle note dolenti: strade, rifiuti, trasporti. Il movimento arancione può essere il pilastro ma nell’immediato come si affrontano queste emergenze?
Il giorno in cui il sindaco De Magistris ufficializza il rimpasto in giunta comunale, con la defenestrazione di Riccardo Realfonzo anticipata ieri dal Mattino, esplode l’ira dell’ex assessore al Bilancio. «Fino a lunedì – spiega – il sindaco mi aveva confermato la fiducia». E Relfonzo, due anni fa dimissionario «spontaneo» dalla giunta Iervolino, va all’attacco del sindaco: «Nutre astio verso chiunque lo critichi», e accusa De Magistris di replicare «il copione già visto con Raphael Rossi e con Pino Narducci, con il quale ho condiviso numerose battaglie politiche». A sostituire Realfonzo, come anticipato ieri, entra Salvatore Palma al Bilancio, la delega al Lavoro va a Enrico Panini. Il Pd: non sono nomi nostri. Previste più deleghe per Sodano (Bagnoli e Napoli Est) e D’Angelo (Welfare). La premessa vale per tutte e tre le cose: senza soldi non si cantano messe. Ereditiamo un debito di 2 miliardi e tagli per 350 milioni. Nonostante questo c’è un piano per le strade più importanti e molte cose le stiamo facendo. L’emergenza buche la stiamo affrontando con Napoli Servizi. La manutenzione è una priorità.
Capitolo rifiuti. Le navi non possono sopperire al nodo strutturale in eterno. Che fare?
«Mi ripeto ma è giusto essere chiari: le settimane scorse abbiamo avuto difficoltà perché ci sono stati tagliati fondi che ora saranno sbloccati. Ci siamo molto arrabbiati. Poi però giusto dire che ci siamo lasciati alle spalle l’emergenza rifiuti e questo è un risultato che vale una sindacatura. Sui rifiuti mi gioco tutto. Abbiamo cominciato a ottimizzare il porta a porta che impegna 300mila cittadini e puntiamo di arrivare a 500mila entro fine anno. Nello stesso tempo abbiamo reso stabile il trasfrontaliere. Ricevere la telefonata del prefetto di Roma che ci chiede un ausilio è gratificante. Abbiamo cominciato le gare per l’impiantistica perché è molto vero che senza gli impianti la questione rifiuti non si risolve in maniera strutturale».

La risposta di Riccardo Realfonso alla revoca dell’incarico di assessore al bilancio

I temi posti mi sembrano abbastanza corposi ed andrebbero affrontati in una discussione seria. Ecco la lettera di Riccardo Realfonso: “Desidero esprimere il mio sconcerto, in primo luogo per le modalità con le quali il sindaco ha ritenuto di disfarsi di me. Fino a ieri mattina, infatti, il sindaco mi aveva ripetutamente confermato la fiducia, invitandomi ad andare avanti nel mio lavoro. Solo ieri sera mi ha informato che stava riflettendo sulla possibilità di una mia sostituzione, per confermarmi la notizia questa mattina attraverso il vicesindaco. Non è certo questo un modo di procedere corretto, tanto più con chi lo ha aiutato sin dai primi passi della campagna elettorale. Il punto è che il sindaco sviluppa un astio verso chiunque, anche nel tentativo genuino di aiutarlo, esprime un punto di vista diverso su qualche argomento. Si ripete con me il copione già visto con Raphael Rossi e con Pino Narducci, con il quale ho condiviso numerose battaglie politiche, dalla questione della transazione Romeo alle internalizzazioni della Asia. Ma nella campagna elettorale il sindaco non aveva auspicato una giunta di persone con la schiena dritta?”
Così, in riferimento al rimpasto di giunta l’assessore uscente al Bilancio, Riccardo Realfonzo. “In merito alle scelte di bilancio ho riscontrato una difficoltà costante nei rapporti con il sindaco. Ancora prima dell’insediamento della Giunta, considerata la gravissima condizione delle finanze comunali, gli avevo prospettato la mia linea di gestione del bilancio, fatta di trasparenza, legalità, veridicità delle poste contabili e di quel rigore nell’utilizzo dei fondi pubblici necessario a risanare i conti del Comune e a garantire l’erogazione dei servizi fondamentali in città, soprattutto a vantaggio dei ceti meno abbienti.

Per questa ragione, nelle prime settimane di lavoro feci fare una approfondita due diligence, che trasmisi al sindaco, a seguito della quale gli prospettai subito l’alternativa tra un percorso che ci portasse alla dichiarazione di dissesto e una seria politica di risanamento, che pure descrissi tecnicamente in un documento ulteriore.
Il sindaco  scartò subito la strada del dissesto, senza però nemmeno sostenermi in tutti questi mesi nel perseguire la strada del risanamento. Perciò diverse tra quelle mie proposte non sono state da lui accolte e sono rimaste al palo. Certo sono riuscito caparbiamente a muovere importanti passi nella direzione del risanamento, contenendo di oltre 150 milioni la spesa, battendomi con forza contro gli sprechi. Ma si è trattato spesso di risultati strappati alle stesse resistenze di un sindaco che non voleva prestare attenzione alle esigenze della finanza comunale. Sostanzialmente inascoltato è rimasto il mio invito a rafforzare la lotta all’evasione, ed estremamente difficile è stato far passare la delibera sui residui attivi che imposi nel maggio scorso, finalizzata a fare piena pulizia e verità sulle operazioni di bilancio del passato. E’ del tutto chiaro che la mia linea, coerente con l’impostazione già portata avanti nella mia breve stagione con la giunta Iervolino, evidentemente entrava in conflitto con la politica degli eventi da organizzare in città, e con una visione della spesa pubblica scarsamente consapevole dei problemi e non molto diversa da quelle del passato”.

“Anche sul fronte delle società partecipate il lavoro che ho portato avanti è stato difficile ma importante. Sono io che ho portato avanti il lavoro di azzeramento dei precedenti cda delle partecipate e sono io che mi sono occupato di riscrivere tutti gli statuti delle società comunali. Certo alcune mie proposte sono state bloccate, come nel caso di Terme di Agnano e Mostra d’Oltremare, o hanno avuto il via libera dal sindaco con grande ritardo, come quelle relative a Stoà e a Gesac, ma è grazie al lavoro che ho coordinato che oggi disponiamo di un piano complessivo di riassetto del sistema delle partecipate che è già a buon punto di attuazione. Come nel caso della fusione tra le tre società della mobilità, che, secondo il cronoprogramma, dovrebbe essere pienamente operativo entro fine anno. Tutte operazioni condotte secondo il principio del rigore nel pubblico per la difesa del pubblico, finalizzate al massimo efficientamento e alla salvaguardia dei diritti dei lavoratori e dei cittadini”. “Aggiungo a tutto ciò le operazioni che sono andate avanti anche rispetto al governo, al quale ho inviato numerose proposte e con il quale abbiamo intavolato, attraverso iniziativa condotta da me in sede Anci, un tavolo di lavoro per affrontare i problemi della Città. Desidero ricordare che anche la semplice idea di proporre misure di carattere straordinario al governo nazionale ha richiesto tempo e fatica per essere accettata dal Sindaco, che per un lungo periodo ha coltivato l’impossibile sogno dell’autosufficienza per un Ente in gravissima difficoltà”.
“Quando il sindaco per la prima volta, ieri sera, mi ha prospettato la possibilità di un mio avvicendamento in giunta, ho provato a spiegargli nuovamente quanto sia stato difficile in questo anno controllare i conti ed assicurare le disponibilità finanziarie del Comune, senza ricorrere alla “creatività” che oggi egli reclama, ma che tanti guasti nel Comune di Napoli ha provocato negli ultimi 15 anni. E ho aggiunto che un avvicendamento all’assessorato, in questa fase, con le enormi difficoltà che il Comune continua ad incontrare, è un vero e proprio salto nel buio, che rischia di portarci rapidamente in una condizione di crisi finanziaria irreparabile. Ma lui ha ritenuto di assumersi queste responsabilità. Per quanto mi riguarda, torno ancora una volta, con piena serenità, al mio lavoro tra i banchi universitari, soddisfatto per il lavoro ma al tempo stesso preoccupato per la mia città”.

Il nuovo assessore al Bilancio del Comune di Napoli. Quale politica?

Credo sia utile leggere in stralcio il parere preventivo sul bilancio previsionale 2012/2013 che poche settimane fa il nuovo assessore Salvatore Palma ha scritto nella sua qualità di presidente del Collegio dei Revisori, per comprendere quale sarà la politica che si metterà in campo. Senza l’avanzo di gestione 2010 credo sarà difficile prevedere qualsivoglia azione politica. Ovviamente, sono convinto, che tutto può cambiare quando si cambia la prospettiva da controllore a controllato. Speriamo bene Buona lettura:

IL COLLEGIO DEI REVISORI

ESPRIME PARERE FAVOREVOLE CON RISERVA
sulle problematiche che di seguito vengono riassunte e sintetizzate, emerse nel corso dell’analisi, alla proposta di bilancio di previsione 2012 e pluriennale 2012 – 2014 e dei
documenti ad esso allegati:
1 non attendibilità delle entrate previste sulla base delle risultanze del rendiconto 2010 che applicano al bilancio di previsione 2012 un avanzo presunto di amministrazione da rendiconto 2010 di euro 84.545.193,97;
2 non congruità delle previsioni di determinazione del Fondo di svalutazione dei crediti;
3 necessità di verificare continuamente le seguenti voci per le quali si esprimono forti dubbi circa l’effettiva riscossione degli importi accertati:
– per tributi aboliti;
– per tributi correnti;
– per recupero di evasione tributaria;
– per sanzioni per contravvenzioni al codice della strada;
– per proventi per fitti attivi del patrimonio immobiliare.
 non accertabilità della fondatezza della congruità delle previsioni di spesa e della attendibilità delle previsioni di entrata relative agli Organismi Partecipati in quanto l’Ente ha basato le proprie previsioni per l’esercizio 2012 disponendo come ultimo dato recente quello dei bilanci al 31 dicembre 2010;
 non accertabilità della fondatezza della attendibilità delle previsioni di entrata per i proventi di fitti attivi, per la mancata approvazione del rendiconto di gestione 2011 del soggetto gestore del patrimonio immobiliare comunale

invitando

l’Organo Consiliare a tenere conto delle seguenti prescrizioni che il Collegio rivolge all’Amministrazione Comunale entro il più breve tempo possibile per assicurare l’attendibilità delle impostazioni del bilancio di previsione 2012 e pluriennale 2012/2014:
1) A parere del Collegio sarebbe opportuno non utilizzare nel bilancio di previsione 2012 alcun importo dell’avanzo del Rendiconto 2010 a titolo di avanzo presunto. Ad oggi, nonostante sia già spirato termine di legge del 30 aprile 2012, non risulta approvato il Rendiconto di Gestione 2011. Il Collegio invita l’Amministrazione ad approvare nel più breve tempo possibile tale importante documento, alla luce delle sue possibili ripercussioni sull’attività programmatoria posta in essere per il bilancio di previsione pluriennale 2012/2014, che fonda la sua genesi su un avanzo presunto di amministrazione risalente al Rendiconto 2010 che, come evidenziato nella pagine precedenti del presente parere, sebbene procedura normativamente corretta, potrebbe rilevarsi nella realtà un atteggiamento non prudenziale. Infatti, con la citata nota del 22 maggio 2012 il Dirigente del Servizio Registrazioni contabili ed adempimenti fiscali, recependo le attestazioni dei dirigenti dei Servizi, comunicava all’Amministrazione Comunale, che alla data della predetta missiva, l’avanzo di amministrazione 2011 risultava pari a 73 M€uro, dei quali 40 M€uro relativi a fondi vincolati, segnalando nel contempo l’esistenza di 402 M€uro di “crediti di dubbia esigibilità”. Tale assunto, ad avviso del Collegio, potrebbe lasciare presagire la formazione di un Consuntivo 2011 che potrebbe evidenziare anche un possibile disavanzo, con tutte le relative ripercussioni sia sul grado di realizzabilità della programmazione 2012/2014 allestita dall’Amministrazione che sul rischio di determinare il mancato rispetto di un quinto parametro sui dieci previsti che classificano un Ente strutturalmente deficitario (quando il disavanzo di amministrazione complessivo risulti superiore al 5% delle entrate correnti), con la conseguente classificazione di ente strutturalmente deficitario;
2) In virtù di tale clima d’incertezza, il Collegio invita l’Amministrazione a bloccare prudenzialmente sino alla data di approvazione del Rendiconto di Gestione 2011 la spesa corrente, limitandola ai soli cosiddetti ”Servizi Indispensabili” con formale provvedimento da sottoporre all’attenzione dell’Organo di Revisione unitamente alle procedure per il controllo ed il monitoraggio della spesa corrente;
3) Il Collegio invita l’Amministrazione a notiziare l’Organo di Revisione su ogni iniziativa da intraprendere, che possa influenzare il già precario equilibrio finanziario, senza dover lo stesso ravvisarne la pericolosità “ex post”.
4) S’invita, altresì, l’Amministrazione a trasmettere tempestivamente, e comunque entro 15 giorni dalla redazione del presente parere, un piano di flussi finanziari fino al 31 dicembre 2012 che dovrà essere oggetto di aggiornamento con cadenza quindicinale al fine di monitorare gli scostamenti effettivi rispetto alle previsioni;
5) Si chiede, infine, all’Amministrazione di trasmettere tempestivamente, e comunque entro 15 giorni dalla redazione del presente parere, all’Organo di Revisione il risultato della ricognizione avviata circa la qualificazione e quantificazione dei cosiddetti “crediti di dubbia esigibilità” iscritti tra i residui attivi maturati a tutto il 31 dicembre 2011 così come previsto dalla Delibera di Giunta Comunale n. 388 del 25/5/2012, e di adottare, senza indugio alcuno, tutti i provvedimenti che dovessero rendersi necessari laddove tale ricognizione e di riflesso l’approvazione del Rendiconto 2011 evidenzino una situazione di disavanzo.
In fede
firmato L’Organo di Revisione
Dr. Salvatore Palma
Rag. Gabriela Napoli
Dr. Gianluca Battaglia

Barracco lascia l’ARIN. Regolamento e trasparenza sulle nomine

L’avvicendamento alla guida dell’ARIN, Barracco ha difatti annunciato le sue dimissioni, pone di nuovo il tema delle nomine sindacali. Spero che per questa nomina si utilizzi un criterio trasparente e, seppure non ancora adottato il regolamento sulle nomine proposto dal sottoscritto e da Carlo Iannello, siano almeno utilizzati i criteri e sia introdotto un dibattito cittadino affinché si giunga ad una scelta condivisa. Ecco il link della proposta di delibera da noi depositata già da tempo:

https://gennaroespositoblog.com/2012/06/03/proposta-di-regolamento-nomine-e-designazioni-del-comune/

Ad il Mattino di Napoli del 18 luglio.

Come annunciato in un’intervista al Mattino, Maurizio Barracco lascia l’Arin. Dopo diciassette anni, lo storico presidente ha rassegnato ieri le dimissioni: «Ritengo che il ciclo iniziato nel 1995 si possa dire concluso alle soglie della trasformazione della società in Abc. Ringrazio l’amministrazione comunale per la fiducia che ha voluto accordare alla mia persona e per il sostegno che negli anni ha garantito a una società che è, nel frattempo, profondamente cambiata. Si è rinnovata ed ora costituisce un “caso di scuola” per una corretta gestione manageriale del servizio pubblico. Il ringraziamento va ovviamente a tutti i dipendenti, di oggi e di ieri, che hanno accompagnato il nostro cammino». «Con Arin – aggiunge – lascio una società solida che ha sempre mantenuto la sua caratteristica ovvero essere 100% Comune di Napoli impegnata in progetti importanti. Solo per citarne alcuni: il nuovo Serino con oltre 100 milioni di euro di investimento; la riqualificazione della rete idrica cittadina; la realizzazione di fonti idriche aggiuntive; analisi-controllo della qualità dell’acqua; distrettualizzazione delle reti di distribuzione; abbattimento delle perdite; lotta ai morosi; l’energia fotovoltaica nella sede Arin e nelle scuole; l’asilo nido aziendale; impianti sportivi presso il serbatoio di San Sebastiano al Vesuvio; tre orti urbani realizzati sempre presso i serbatoi Arin».

Cambio Assessori in Giunta. Chi ne sa qualcosa?

Ad oggi come consigliere comunale di Maggioranza non so nulla della sostituzione di persone e deleghe nella giunta comunale e confrontandomi con gli altri consiglieri comunali di maggioranza ho constatato che neppure loro sanno nulla se non le notizie di giornale. Credo che la questione sia molto delicata in quanto Riccardo Realfonso è stato l’unico assessore che, insieme a Raphael Rossi, indicato, invece, come tecnico, è stato indicato in campagna elettorale. Credo, quindi, che la figura di garanzia rappresentata da Riccardo Realfonso rientri nel cd. patto elettorale, in quanto, gli elettori hanno dato fiducia in base al programma, alle persone indicate ed alla persona di Luigi De Magistris. Non credo, infatti, che il Sindaco abbia proceduto ad un così importante cambio di persone senza aver avuto prima un confronto con i consiglieri comunali che rappresentano la sua maggioranza consiliare. Credo e spero che si chiarisca presto la questione. Da quanto emerge, invece, dai giornali pare che il cambio sia già stato fatto e se così fosse spero che il Sindaco sappia giustificare un così importante atto preso in totale solitudine ed in un momento così difficile per le casse comunali. Il nuovo assessore al bilancio, infatti, seppure fosse il presidente del Collegio dei Revisori in ogni caso impiegherebbe del tempo prezioso per capire come funziona la macchina comunale. Tempo che credo non ci possiamo permettere.

Incollo l’articolo oggi uscito sul “Il Mattino” del 18.07.2012

Svolta a Palazzo San Giacomo: il sindaco De Magistris manda via Riccardo Realfonzo, assessore al Bilancio, che fino all’ultimo era certo di restare. Ma in un faccia a faccia il sindaco gli ha comunicato l’invito a lasciare. La seconda volta a Palazzo San Giacomo di Realfonzo (nel 2009 era stato reclutato dalla Iervolino) finisce con un invito a uscire di scena: due anni fa fu lui a dimettersi. A prendere il posto di Realfonzo – e le sue deleghe – sarà l’ex presidente del Collegio dei revisori dei conti Salvatore Palma, già revisore anche all’epoca della Iervolino: un segnale al Pd. E ieri a Palazzo San Giacomo è entrato Enrico Panini, emiliano, che sembra vincere per il Lavoro sul napoletano Massimo Brancato e sul bolognese Giorgio Cremaschi. 

Il sindaco Luigi de Magistrs ha deciso: via Riccardo Realfonzo, assessore al Bilancio. Ha creduto fino all’ultimo di rimanere nella compagine arancione Realfonzo, tanto che alle 19,07 di ieri a sua firma l’ufficio stampa del Comune ha diffuso una dichiarazione molto piccata contro il governo ritenuto artefice principale del declassamento del rating di Palazzo San Giacomo da parte di Moody’s. Pochi minuti dopo la convocazione dal primo cittadino, un faccia a faccia nel corso del quale gli è stato comunicato l’invito a lasciare. La seconda volta a Palazzo San Giacomo di Realfonzo (nel 2009 era stato reclutato dalla Iervolino) finisce dunque in una tarda e calda serata di luglio. Due anni fa lasciò lui Palazzo San Giacomo, si dimise lanciando accuse contro tutti, autodefinendosi in un libro «Il Robin Hood di Palazzo San Giacomo». Come reagirà alla defenestrazione? È chiaro che il sindaco proverà a trovare una soluzione la meno dolorosa possibile e non è nemmeno escluso che possa proporgli qualche alternativa. Si era diffusa la voce di un ruolo nell’Abc, ex Arin, alla luce delle dimissioni di Barracco. Ma le norme prevedono che chi è stato amministratore non può ricoprire cariche in un’azienda pubblica per i successivi tre anni. 
Procediamo con ordine, perché quello appena alle spalle sarà un martedì che rimarrà nella storia della giunta guidata da de Magistris. Che il rimpasto di giunta ormai fosse chiuso lo si è capito quando il presidente del Collegio dei revisori dei conti Salvatore Palma ha rassegnato le sue dimissioni. Lui è il prescelto dal sindaco e prenderà il posto e le deleghe di Realfonzo. Il ragionamento fatto in Comune al riguardo è molto pratico. Palma è l’unico che conosce profondamente i conti del Comune, visto che era Revisore anche all’epoca della Iervolino. Inoltre in questi giorni ha tenuto i rapporti con la magistratura contabile che sta passando al setaccio le finanze dell’ente sull’orlo della crisi. Sa come muoversi e trattare «la pesante eredità del passato». E non è stato tenero nemmeno con l’attuale giunta. Infine, ma forse non ultimo come motivo, è un tecnico di area con simpatie verso il Pd. Nessuna rivoluzione copernicana, però è chiaro che politicamente è un messaggio importante verso il mondo dei democrat. Presente e stratificato nella società napoletana, che soffre tuttavia di un deficit di rappresentanza. Non a caso la segreteria provinciale e cittadina è ancora commissariata. Il secondo indizio che il cerchio del rimpasto fosse chiuso lo ha dato l’avvistamento di Enrico Panini a Palazzo San Giacomo. Esponente della Cgil, anche lui simpatizzante piddino fa parte dell’assemblea nazionale del partito, il suo assessorato sarà al lavoro. Emiliano, ha dunque vinto il ballottaggio col napoletano Massimo Brancato e il bolognese Giorgio Cremaschi. 
Nella sostanza de Magistris ieri per l’intera giornata ha lavorato al riassetto della giunta, perché al di là degli uomini e delle donne in discussione, la rivoluzione ci sarà sulle deleghe dove i movimenti si annunciano più corposi per equilibrare bene il lavoro dei singoli assessori. I quali ieri sono stati chiamati e a ciascuno il sindaco ha fatto un discorsetto serio sulla fase due della giunta e cominciato ad accennare i nuovi compiti. Molto si aspetta il primo cittadino sul concetto di squadra, vuole un gruppo coeso e forte, unito capace di fronteggiare le mille emergenze e difficoltà che Napoli presenta tutti i giorni. Scenari in divenire che verranno svelati con ogni probabilità oggi, visto che de Magistris ha convocato tutti i gruppi politici della maggioranza. Dove qualche spina non manca. Sempre dalla Federazione della sinistra. Che declina l’invito, a rappresentare quella parte politica ci sarà solo il capogruppo Alessandro Fucito. «Non accettiamo l’invito perché consideriamo deficitaria l’interlocuzione del sindaco con le forze della città che attendono un annoso riscatto e con i partiti politici» si legge in una nota. 

Anniversario della strage di Via D’Amelio affinché non sia stata inutile

Il giorno 19 luglio 2012 dalle h. 19,00 fino alle 21,30 circa, in occasione della commemorazione della strage di Via D’Amelio ci sarà un presidio pacifico di cittadini in Piazza Plebiscito, innanzi alla Prefettura, al fine di dimostrare vicinanza agli uomini dello Stato, che si impegno per il bene comune e per la lotta contro le mafie mostrando spirito di servizio ed abnegazione. Sarà l’occasione per ripeterci che i valori veri degli uomini che a qualunque titolo si occupano dello Stato e del Bene Comune rappresentano un esempio da imitare ed un monito per tutti coloro che occupano indegnamente posti nelle istituzioni sia amministrative che elettive. Sarà l’occasione per dire che noi siamo per uno Stato che sia una vera e propria società composta da Cittadini titolari di Diritti e di Doveri che non debbono pietire il riconoscimento degli interessi pubblici che sono disposti a difenderli sempre e comunque per il presente e per il futuro dei nostri figli. Portate una candela da accendere.

Calcio e politica all’ultimo stadio. L’urbanistica in “Saldi”

La questione è al vaglio del Parlamento è pare che la soluzione ai problemi economici sia la cemetificazione dell’Italia con la costruzione di Stadi in deroga agli strumenti urbanistici! Non credo sia questa la soluzione del XXI secolo l’economia si muove su altri binari ed anzicché pensare a consumare territorio dovremmo iniziare a pensare a conservarlo! Non è possibile che si ragioni ancora così, mi chiedo se sia un caso la parallela discussione che si è introdotta a Napoli con la proposizione dello stadio a Ponticelli. Se vogliamo davvero cambiare questo paese dobbiamo iniziare a pensare che l’economia va guidata dalla politica e non viceversa. Di seguito incollo l’articolo che è uscito ieri sul Manifesto. Al Cemento Cemento Cemento io rispondo Conservazione del territorio ed economia verde.

Da il Manifesto del 15 luglio

LA LEGGE IN SENATO

L’effetto Europei di calcio ha dato i frutti sperati. Chissà se fuori dell’agenda protocollare se ne è  parlato anche nella cerimonia di ringraziamento generosamente concessa al Quirinale: fatto sta  che a quindici giorni dal fischio di chiusura del campionato europeo, alla camera dei deputati è stato approvato il provvedimento di legge che concede alla società di calcio la facoltà di realizzare, in deroga a qualsiasi regola urbana, nuovi stadi, ipermercati, alberghi e alloggi. Insomma, la solita

overdose di cemento. LA LEGGE IN SENATO La legge sugli stadi in discussione alla camera parte con tutta evidenza da un presupposto oggettivo: il deficit della squadre di calcio è arrivato a una voragine pari a un miliardo di perdita nei tre campionati, dovuti a spese folli e a gestioni irresponsabili. Nella nostra società a dominio finanziario, questo enorme debito mette in affanno le già affannate banche. Chi non ricorda la complessa trattativa sulla vendita della Roma Calcio effettuata lo scorso anno sotto la regia di Unicredit, fortemente esposta con la società calcistica romana. Che di legge a favore della speculazione immobiliare si tratti non c’è dubbio. Sempre le statistiche della Lega calcio ci dicono che gli introiti delle partite rappresentano soltanto il 18 per cento dei bilanci societari, mentre soltanto i diritti televisivi valgono più del 50 per cento. Non saranno dunque i nuovi stadi a rimettere a posto i bilanci delle società calcistiche, la legge approvata alla camera è l’ennesimo regalo al sistema bancario. Ne saranno felici Monti, Passera e i ministri che provengono da quel mondo. Ma non ne saranno felici i milioni di cittadini che in ogni città italiana vedranno crescere, in luoghi incontaminati in aperta campagna, nuovi quartieri strade e, forse, anche gli stadi. Si dirà che questo è un quadro fosco, o prevenuto. Basta allora ripercorrere l’incredibile vicenda avvenuta a Roma nel mese di aprile, quando è apparso su tutta la stampa nazionale un bando per cercare le aree dove costruire lo stadio della Roma Calcio promosso dalla Cushman & Wakefield, società controllata dalla Exor della galassia Fiat. Evidentemente chi non sa più produrre automobili sa invece come produrre plusvalenze immobiliari, perché la Cushman & Wakefield chiedeva ai proprietari delle aree la loro disponibilità  ad alloggiare il nuovo stadio della Roma compreso albergo, ipermercato e quant’altro. L’importante era avere dieci ettari di territorio incontaminato. Questo è il provvedimento che è stato approvato alla camera dei deputati e che sta per essere inviato al senato, speriamo soltanto che ci sia un sussulto da parte di alcuni dei partiti, in particolare di chi fa opposizione al governo Monti, e da coloro che all’interno del partito democratico, come Roberto Della Seta, sono risolutamente indipendenti dalla cultura che domina quel partito. La legge andrà in discussione al senato e speriamo che invece di continuare con il sistema delle deroghe si ricominci a parlare di ripristinare le regole e a mettere i bisogni sociali al primo posto dell’agenda politica.

Proposta di modifica della ZTL Centro Storico e l’Ascolto dei Cittadini

Oggi 15 luglio 2012 su la Repubblica Napoli nella sezione “La parola ai lettori” leggo una una lettera della Sig.ra Olga Nigro titolare della Travel Agency di via Partenope, con la quale lamenta una grave crisi del suo esercizio iniziata con l’entrata in vigore del dispositivo ZTL Chiaia. La cosa che mi ha colpito è stata la risposta riportata dalla Sig.ra Nigro dell’assessorato alla mobilità con la quale in sostanza si afferma che la conferma del dispositivo “ZTL lungomare” è stato votato dal Consiglio Comunale nella seduta del 13 giugno scorso (sic!) e di non poter fare nulla per risolvere il problema alla Sig.ra. Questa modalità di interazione con i cittadini mi lascia perplesso perché attua il cd. scaricabarile (peraltro interno alla stessa amministrazione) verso il quale non ho mai avuto molta simpatia. E’ vero, invece, che il dibattito sulla ZTL nel consiglio comunale e nelle commissioni è sempre stato acceso ed è ancora in corso anche per la grave crisi dei trasporti che ovviamente influenza la mobilità non potendo l’amministrazione creare isole deserte. Io pur essendo un “pedonalizzatore” convinto (eseguo i miei spostamenti in città da circa quattro anni esclusivamente in bici) trovo necessario, per questo particolare atto amministrativo, una continuo scambio con i cittadini essendo convinto che la ZTL sia qualcosa che va modellata sulle esigenze della città mettendo in primo piano la salute e quindi la limitazione drastica delle cd. polveri sottili (il PM10) prodotto dalle autovetture. I cittadini si devono ascoltare, senza preconcetti, e con la disponibilità a cambiare  idea con deroghe temporanee o definitive altrimenti è inutile l’ascolto stesso. Sul Centro Storico essendo il dispositivo di maggior durata ho maturato una convinzione che si è concretizzata in una proposta di delibera (firmata da un folto numero di consiglieri) che seppure risalente al 20 aprile scorso non è stata ancora calendarizzata dal Consiglio e che è il frutto di una delibera di municipalità votata all’unanimità. A questo punto spero che l’amministrazione rifletta tenendo conto delle esigenze manifestate dai cittadini che si sono espresse anche attraverso il Consiglio di Municipalità.

Una nota di esperienza: sono nato ed ho vissuto buona parte della mia vita nella periferia nord di Napoli (Marianella) ricordo che vivevo con un grande senso di frustrazione i tentativi di dispositivi di ZTL degli anni ’80 perché mi sentivo respinto da Napoli. Io che vivevo in un quartiere degradato quando venivo al centro la città mi respingeva sentivo come se ci fosse qualcosa o qualcuno che voleva farmi rimanere nel degrado. Non vorrei che accadesse anche questa volta. La ZTL non deve essere una operazione come dire “borghese” ma “popolare”, proprio coloro che hanno meno mezzi e si devono spostare finiscono paradossalmente per essere colpiti dalla ZTL perché hanno maggior bisogno di spostarsi con l’auto. L’operaio che deve passare dal centro per andare a pomigliano a lavorare in FIAT  trova più conveniente infilare la chiave nel cruscotto e forse se ne frega altamente della ZTL se non gli consentiamo di andare a lavorare per far mangiare i propri figli.

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La politica in mezzo alla gente

Campagna elettorale 2011

 

 

Il parco buoi ed il mercato della politica

La notizia della giornata mi fa riflettere: Samuele Piccolo (PDL ma forse poteva essere anche di un altro partito) trentenne Vicepresidente del Consiglio Comunale di Roma arrestato per reati gravi. Mister 19.000 preferenze il più votato a Roma. Samuele Piccolo se non fosse stato arrestato ce lo saremmo trovati sicuramente in parlamento alla prossima tornata elettorale (e non è detto che ciò non accada). Della serie il nuovo che avanza.

Oggi a Napoli è stata data la cittadinanza onoraria a Salvatore Borsellino due cose mi hanno colpito la prima la speranza di Salvatore quando ha detto “se mio fratello è morto per salvare il paese allora ringrazio Dio” (mi sono commosso), la seconda quando Antonio Ingroia, ha detto che il 1992 segnò la fine della I repubblica  ed oggi siamo alla fine della II repubblica e forse la prima era meglio! Berlusconi è il candidato premier di un qualcosa che non ho capito se è il PDL o altro. Quale sarà il ruolo dei cittadini? Forse quello di ratificare le scelte dei partiti votando facce più o meno sconosciute in listini bloccati? Che schifo! Non mi fido! Mi torna in mente il cd. parco buoi che nel gergo economico di borsa sono la moltitudine dei piccoli investitori buoni solo ad essere munti dal mercato solo che in questo caso il mercato sta già mungendo il sangue dei greci, degli spagnoli e degli italiani. Chissà come andrà a finire.

Da la Repubblica on line di oggi 13 luglio 2012

I magistrati illustrano la “gestione illecita” delle società che facevano capo al politico e ai suoi familiari. L’organizzazione “ruota intorno a consorzi sistemati su tre livelli”. E nei file contenuti nel pc “elenchi di 8mila nominativi ai quali si affiancavano le voci ‘pagato’ e ‘prelevato'” La gestione illecita delle società che facevano capo alla famiglia Piccolo fruttavano fondi per cifre che arrivavano a 350mila euro e che in parte servivano per finanziare anche la carriera politica di Samuele Piccolo, il vicepresidente del Consiglio comunale capitolino finito agli arresti domiciliari. Lo scrivono i magistrati nella richiesta di ordinanza di custodia cautelare.

“Un flusso di denaro – scrivono i pm – che confluisce in una gestione occulta. Si tratta di somme quantificabili in un importo mensile compreso tra 250mila e 350mila euro e che trovano una notevole corrispondenza con l’importo dell’Iva che le cooperative hanno nel tempo riaddebitato ai consorzi e alle società di livello superiore”.
L’autista di Piccolo al servizio della famiglia. E Samuele “prendeva ordini da Massimiliano”
Il ritratto di Samuele Piccolo/Mister preferenze e signore delle tessere
Le diverse cooperative costituite dal gruppo facevano riferimento a due consorzi, il gruppo Servizi generali e il Gruppo Servizi globali. “La struttura è organizzata su tre livelli – scrivono i pm – il primo livello è costituito da cooperative, prevalentemente costituite da stranieri, che mettono a disposizione forza lavoro. Il secondo livello è costituito dai cosiddetti consorzio-filtro, e un terzo livello costituito dai consorzi capofila”.

“Il terzo livello acquista i lavori dai clienti finali e li affida ai consorzi filtro, i quali, a loro volta, li affidano alle cooperative di primo livello”. Per i giudici, inoltre, “è assai difficile ipotizzare consistenti importi di Iva a carico di tali cooperative alla luce del fatto che il costo della manodopera, il principale fattore produttivo utilizzato, è esente da Iva”.

L’elenco. In elenchi trovati nei pc esaminati dalle fiamme gialle erano presenti le voci “ricevuta”, “pagato”, “prelevato”. In particolare, secondo i magistrati, le “indagini hanno permesso di acquisire elementi documentali e testimoniali che evidenziano una commistione tra l’attività della consorteria criminale e l’ottenimento di positivi risultati elettorali”.
Nel pc utilizzato da uno degli indagati, il gestore delle risorse finanziarie del gruppo, è stata trovata “una cartella contenete file riferibili all’attività politica di Piccolo. Molti file consistono in lunghissimi elenchi in formato di tabelle di persone fisiche, fino a circa 8mila nominativi, in vari stadi di avanzamento, che sembrano compilati ‘a pezzì da vari soggetti non identificati e indicano gli acronimi ‘rdl’e ‘rdp’, che come verrà riferito da persone a conoscenza dei fatti, acronimi rispettivamente di ‘rappresentante di listà e ‘rappresentante di plesso’.
Per ogni soggetto è indicato, tra l’altro, il numero di cellulare, i dati anagrafici, il municipio e la sezione di appartenenza. Inoltre in alcuni file, in riferimento ad ogni persona ci sono anche le colonne ‘ricevuta’, ‘pagato’, ‘prelevato'”.

La concertazione con i sindacati

Non capisco come si possa dire che la concertazione è la causa dei mali dell’Italia. Spero che la infelice frase di Monti non celi un atteggiamento, direi quasi snob, verso i sindacati che, peraltro, è il caso di ricordare sono previsti dalla nostra costituzione (art. 39). Sottolinierei, invece, che tra le tanti parti della Costituzione inapplicate figura l’art. 46 che nella sostanza prevede la partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa. Mi rendo conto che queste rappresentanze potrebbero essere facilmente aggirate attraverso partecipazioni fittizie ma con controlli seri e con “sindacati seri” la presenza di una rappresentanza di lavoratori in CDA garantirebbe i lavoratori stessi ed il mercato poiché si potrebbero forse evitare quelle scellerate operazioni esclusivamente finanziarie che spesso hanno portato le aziende al fallimento senza nessuna considerazione dei lavoratori creando, a catena, difficoltà economiche ad altre imprese in un modo in un altro collegate alle fallite. Basta affacciarci alla finestra dell’Europa per constatare che in Germania, l’auspicio lanciato sessant’anni fa dai nostri costituenti, è pienamente applicato. Difatti nel CDA della Volkswagen c’è una rappresentanza dei lavoratori. Si potrebbe, infatti, prevedere per le imprese che si vogliono quotare in borsa l’obbligo di avere nel CDA una quota di lavoratori a garanzia del buon andamento del mercato. Non nascondo e ne sono contento che mi stupisco sempre quando leggo pezzi della nostra sessantenne costituzione inapplicata.

Da Il Mattino del 12 luglio 2012

L’Italia ha intrapreso «un percorso di guerra durissimo che non è ancora finito». Nel giorno in cui «promuove» Vittorio Grilli da vice a ministro dell’Economia, Mario Monti lancia un forte richiamo a non abbassare la guardia di fronte alla crisi. Non ce l’ha con i partiti e con il Parlamento, che hanno dimostrato «responsabilità» in questo momento «drammatico», ma con le parti sociali, invitandole ad avere un atteggiamento di «collaborazione» e a considerare morta e sepolta la concertazione che «è tra le cause dei nostri mali». Poi rivela: «Berlusconi al G20 di Cannes subì pressioni fortissime per cedere sovranità fino all’umiliazione». Insorgono i sindacati con Camusso (Cgil) che attacca il premier. Temerario, coraggioso, o semplicemente realista? Mario Monti va all’attacco della concertazione, non si sa quanto consapevole di avere di fronte l’autentica Maginot sindacale. Comunque un caposaldo confederale da almeno un ventennio. E le organizzazioni dei lavoratori rispondono con un robusto fuoco di sbarramento. Per la storia, il gigantesco sistema francese di fortificazioni cadde sotto l’assalto dei tedeschi. Da noi lo scontro è appena aperto.

Il contrattacco durissimo. Susanna Camusso: «Credo che il premier non sappia di cosa stia parlando. Vorrei ricordargli che l’ultima concertazione nel nostro Paese è quella del 1993. Un accordo che salvò il Paese dalla bancarotta con una riforma delle pensioni equa, al contrario di quella fatta dal suo governo». Il leader della Cgil amplia anche il raggio dei colpi: «Le lezioni di democrazia sono sempre utili, prendere lezioni da chi è cooptato e non si è misurato con il voto e un po’ imbarazzante per il futuro democratico del Paese. Farlo poi nella platea delle banche e degli interessi bancari nella crisi meriterebbe una riflessione».
Il Patto per l’Italia del ’93 tra Ciampi e sindacati è il cardine sul quale ruotano gli obici e partono i tiri delle confederazioni. Sergio D’Antoni, che quell’intesa firmò da numero uno della Cisl, prova a dare al premier una lezione anche di tipo storico: «La concertazione ha contribuito a risolvere i problemi dell’Italia e da Monti è arrivata una cattiva ricostruzione degli avvenimenti. A spingere il Paese sull’orlo del baratro è stato invece il decennio berlusconiano». Dunque, non i sindacati e non la concertazione. Il «generale» della Cisl di oggi, Raffaele Bonanni, sottolinea come non ci sia alternativa alla concertazione in nessun Paese a democrazia matura e ad economia avanzata: «I governi per quanto autorevoli e composti da personalità di altissimo profilo, non possono guidare da soli questa difficile stagione di cambiamenti e riforme senza un ampio consenso mentre le forze sociali non devono porre veti». E aggiunge: «Proprio perché abbiamo intrapreso un percorso di guerra, come dice Monti, bisogna moderare i toni sia da parte di chi ci governa sia delle parti sociali». Infine: «Vedo troppa agitazione e troppi toni esacerbati da una parte e dall’altra. Dobbiamo tutti portare un contributo per uscire dalla crisi ed il governo deve sforzarsi di fare sintesi, leggendo e facendosi interprete di tutte le istanze del mondo sociale per il bene dei cittadini». Invito girato, certo all’esecutivo, ma anche a Camusso e Confindustria.
Per Luigi Angeletti oggi è la stessa Europa a consigliare il dialogo sociale come strumento di crescita. Come dire, il presidente del Consiglio si dovrebbe guardare un po’ intorno. «Il nostro premier – ironizza il segretario generale della Uil – è più realista del re: pensa di poter salvare l’Italia senza preoccuparsi di salvare gli italiani. Forse un ascolto più attento delle aspettative di lavoratori e pensionati ci farebbe uscire dalla crisi tutti insieme, prima e meglio. Ma, evidentemente, confonde concertazione con consociazione». Replica a Monti anche il leader dell’Ugl, Giovanni Centrella: «Riduttivo oltre che irrispettoso nei confronti dei sindacati e dei lavoratori affermare che siano stati gli esercizi di concertazione a generare i mali di cui oggi il Paese soffre».

Nuovo stadio a Ponticelli lo stop di De Laurentis

Come presidente della Commissione Consiliare permanente con delega allo sport ed agli impianti sportivi, sono in attesa di leggere la delibera di giunta con la quale si invita alla manifestazione di interesse per la realizzazione di un nuovo stadio a Ponticelli. Ho qualche piccola perplessità sulla necessità di un’opera così impegnativa e di così grande impatto ambientale ed urbanistico, ma credo che fare uno stadio senza la squadra del cuore dei Napoletani (come leggo dall’articolo di seguito) pone non pochi problemi così come li pone anche la possibilità per un privato (De Laurentis) di condizionare così pesantemente l’azione politico/amministrativa essendo egli il presidente della squadra di calcio della città. La questione la vedo molto spinosa anche per l’approssimarsi della scadenza della convenzione dello stadio San Paolo che vede il privato in una posizione assolutamente sbilanciata ed a suo favore rispetto all’interesse pubblico. Occorrerà, ovviamente, un approfondimento delle tematiche che il tema pone, che per la grande rilevanza non potranno essere sottratte al dibattito cittadino.

Da il Corriere del Mezzogiorno del 12.luglio 2012

De Laurentis «Il San Paolo è e resterà la nostra unica casa»

Stadio a Ponticelli, il presidente del Napoli respinge qualsiasi proposta di delocalizzazione dell’impianto sportivo dove gioca il Napoli. Alla Gazzetta dello Sport dice: la casa del Napoli è e resterà il San Paolo. Proposte di altre cordate da rispedire al mittente». Un’esternazione che ha colto di sorpresa il sindaco de Magistris, sulla cui scrivania c’è un concept di una società che fa capo a Marilù Faraone Mennella che prevede la realizzazione di due stadi, di cui uno a Ponticelli. Uno studio da cui il sindaco ha preso spunto per chiedere altre proposte per lo stadio con una delibera di manifestazione di interesse. De Magistris andrà avanti e ribadisce una posizione già espressa: «Altre proposte di ristrutturazione del San Paolo saranno valutate». … Agli appassionati di stadi non sfugge che si tratta della trasposizione fotografica di uno dei più belli d’Europa. E’ l’Allianz Arena di Monaco, impianto fatto costruire in tre anni e costato poco meno di quattrocento milioni. Sui passi dell’Arena tedesca si muove, per ora, una cordata di imprenditori facente capo a Marilù Faraone Mennella, che ha presentato un concept in Comune per la realizzazione di uno stadio nuovo di zecca a Ponticelli e per il restyling completo del San Paolo. Unica proposta di project financing all’attenzione del sindaco de Magistris che ha dato poi novanta giorni di tempo (ne restano 78) ad altri imprenditori interssati per presentare proposte per indire una gara. Detto, fatto. Il tutto (a suo dire) in sintonia con il concessionario dello stadio San Paolo (per ora unico stadio cittadino), Aurelio De Laurentiis con il quale il sindaco ha da sempre un rapporto di stretta collaborazione. Accade, però, che il patron azzurro in un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport abbia esplicitamente posto un freno a qualsiasi cordata di imprenditori, abbia chiuso le porte ad altri stadi cittadini che non siano l’impianto di Fuorigrotta. Alla domanda quale sarà la futura casa del Napoli, ha risposto: «Lo stadio San Paolo. Le proposte di altre cordate verranno rispedite al mittente». Un fulmine a ciel sereno che ha avuto almeno un effetto destabilizzante nei piani del Comune di Napoli. De Magistris e De Laurentiis, forse per la prima volta, non più sullo stesso binario? Deduzione troppo semplicistica. Una analisi più attenta induce legittimamente a pensare che la stoccata del presidente del Napoli fosse rivolta non al sindaco, piuttosto alla cordata di imprenditori che ha presentato il concept per la realizzazione dello stadio a Ponticelli, modello Allianz Arena. Rispedire al mittente una proposta di altri può voler significare farsi promotore di un’altra proposta che sia di sola ristrutturazione del San Paolo, l’unica casa del Napoli che De Laurentiis riconosce. De Magistris non si è smosso di un millimetro dalla posizione assunta dodici giorni fa (delibera sulla manifestazione di interesse): andiamo avanti, così come stabilito. Ribadendo, peraltro, una linea già espressa all’indomani dell’approvazione della delibera in diretta radiofononica su KissKiss. «Attendiamo altre proposte, se dovesse arrivarne una convincente, organica e funzionale, rispondente a tutti i parametri indacati, di solo restyling dello stadio San Paolo, la valuteremo con molta attenzione». Un’apertura al presidente De Laurentiis – la convenzione per i prossimi cinque anni del San Paolo verrà firmata a breve – ben conoscendo le intenzioni del patron che nell’ultimo anno ha visitato tanti stadi europei alla ricerca del modello migliore cui ispirare la ristrutturazione del San Paolo. Gli stadi inglesi, in particolare. Un investimento di portata economica inferiore rispetto a quello indicato dalla società facente capo all’imprenditrice Marilù Faraone Mennella. Un impegno economico di poco superiore a ducento milioni di euro: tanto è costato l’Etihad Stadium di Manchester, poco meno l’italianissimo Juventus Stadium di Torino. Il concept che ha aperto la manifestazione di interesse del Comune è uno studio più complesso: due stadi, insediamenti abitativi, attività sportive, musicali, di intrattenimento. Investimento, quest’ultimo da settecento milioni. Da rispedire al mittente. Settantotto giorni di tempo.

Monica Scozzafava

Spending Review Regione Campania e nomine

Il 13 maggio 2012 depositavo in Consiglio Comunale una proposta a mia firma e di Carlo Iannello di regolamento per le nomine del Comune di Napoli in enti, società ed istituzioni, tale proposta veniva anche seguita da una simile presentata dal PD (https://gennaroespositoblog.com/2012/06/03/proposta-di-regolamento-nomine-e-designazioni-del-comune/). Oggi leggo sui giornali che in Regione si stanno muovendo con tagli alle spese e trovano l’occasione di prevedere delle incompatibilità nelle nomine di competenza regionale per evitare doppi e tripli incarichi. Credo si debba fare di più e la Regione potrebbe adottare un regolamento simile  a quello da noi proposto in guisa da garantire una trasparente assegnazione degli incarichi a persone qualificate attraverso un dibattito cittadino. Spezzare il legame che avvince la politica con le nomine è per me oggi fondamentale e non c’è tempo da perdere se vogliamo recuperare i cittadini alla politica.

Da il Mattino di oggi 12 luglio 2012

Paolo Mainiero
La Regione ha la sua spending review. In commissione è stata esaminata la proposta di legge «Campania zero» che taglia i costi della politica e introduce norme per il contenimento della spesa. La spending review riguarda giunta e consiglio ma anche le Asl e tutte le società e agenzie regionali. La manovra, sostenuta da Pdl, Pd e gruppo «Caldoro presidente», prevede un risparmio di circa 6 milioni. L’esame in aula dovrebbe iniziare il 18 luglio.
Compensazioni. Dopo la battaglia, vinta, della Regione di estendere anche alla Campania le norme nazionali per le compensazioni, il consiglio regionale propone un proprio quadro normativo. Presso il dipartimento Bilancio della giunta sarà istituito il registro telematico delle compensazioni al quale potrà iscriversi chiunque sia debitore o creditore nei confronti della Regione.
Società regionali. Lo sconcertante caso di MetroCampania NordEst, con una trentina di promozioni attribuite a dirigenti e dipendenti mentre i dipendenti non avevano ricevuto gli stipendi di maggio e giugno, è una ferita ancora aperta. Per evitare che si ripetano fatti come quello, la proposta di legge prevede che le indennità degli amministratori delle società regionali possono essere corrisposte solo dopo il regolare pagamento degli stipendi ai dipendenti.
Costi della politica. La legge prevede una serie di tagli e di norme per il contenimento della spesa pubblica. Si parte dalle auto blu: sono abolite le auto di servizio, dalla giunta al consiglio regionale, dalle Asl alle società. Gli unici a poter utilizzare l’auto saranno il presidente della giunta e il presidente del consiglio. Entro novanta giorni dall’entrata in vigore della legge la giunta predispone un piano di dismissione delle auto di proprietà della Regione.
Drastico taglio anche delle consulenze esterne, a meno che non siano a titolo gratuito, mentre sono aboliti i rimborsi per le spese di telefonia mobile in tutta l’amministrazione regionale (solo per questo servizio si calcola in consiglio un risparmio di 150mila euro all’anno). Ad agosto, quando gli uffici del consiglio regionale saranno chiusi per ferie, i consiglieri non percepiranno le indennità di funzione. La proposta di legge interviene anche sul caso dei consiglieri raggiunti da ordinanza di custodia cautelare e sospesi dall’attività consiliare: la loro indennità di carica è ridotta di una ulteriore metà rispetto a quanto prevede la legge nazionale. In totale, la riduzione sarà del 75 per cento.
Tra i costi da tagliare anche quelli dei fitti passivi: le sedi delle agenzie e delle società dovranno essere ubicate in immobili di proprietà regionale. Il ricorso ai fitti dovrà essere una eccezione di durata limitata. Per il contenimento della spesa la Regione promuoverà inoltre la digitalizzazione degli atti.
Incompatibilità. La proposta di legge fissa una serie di paletti sulle nomine di competenza della Regione. Non potranno essere nominati negli enti, nelle agenzie, nelle Asl, nelle società partecipate parlamentari, presidenti di provincia, sindaci, assessori e consiglieri comunali e provinciali; coniugi o parenti di consiglieri e assessori regionali in carica; dipendenti dello Stato o delle Regioni che hanno avuto rapporti con gli enti in cui deve avvenire la nomina.
E a proposito di incompatibilità ieri ha preso posizione il capogruppo della lista «Caldoro presidente» Gennaro Salvatore. «La questione dei doppi e dei tripli incarichi resta un nodo irrisolto. Ciascuno – ha detto – può accampare le proprie buone ragioni ma qualche buon esempio non guasterebbe. Quanto meno contribuirebbe a ridurre la distanza tra cittadini e la politica». In Campania i casi più eclatanti di doppio incarico sono quelli dei presidenti di Provincia Luigi Cesaro, Cosimo Sibilia e Edmondo Cirielli. Due casi anche in giunta: Giovanni Romano, assessore all’Ambiente, è sindaco di Mercato San Severino; Ermanno Russo, assessore alle Politiche sociali, è consigliere regionale. Ma su Russo, Salvatore chiarisce e auspica: «I nuovi assessori devono essere consiglieri, così si risparmia».

La malattia di Napoli: la separatezza

Da “Napoli siccome immobile” intervista ad Aldo Masullo 2008:

“La malattia di Napoli è la separatezza, l’isolamento non solo tra le classi e i ceti, ma all’interno di ciascuna classe e di ciascun ceto. Anzi, non vi sono più né classi né ceti, ma ricchi e poveri alla rinfusa, potenti e umili alla rinfusa. Ogni abitante di napoli è rimasto isolato, senza comunicazione, senza alcun essere-in-comunione. Semmai vi sono bande, non c’è tessuto connettivo, non c’è società. Perciò Napoli dai suoi abitanti viene vissuta senza speranza. Il mare dei rifiuti che come una immonda alluvione ha inondato la città, la provincia e l’intera regione appare impietosa metafora della nostra attuale situazione, dunque morale e politica”.

Donne Antifasciste

Intervista ad Alba Spina

Intervista raccolta da Gladys Motta il 13 ottobre 1986 a Biella, nell’ambito della ricerca sugli antifascisti della provincia. Della testimonianza, rilasciata sotto forma di storia di vita, pubblichiamo esclusivamente gli stralci riguardanti l’esperienza dell’antifascismo clandestino.
Da  “l’impegno”, a. VIII, n. 3, dicembre 1988
© Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea nelle province di Biella e Vercelli.

Come inizia la tua militanza antifascista, o meglio, ancor prima, come nasce questa idea in te?

La mia idea è nata quando sono entrata in fabbrica, giovanissima, perché vedevo in casa la ristrettezza […] avevo 13 anni e allora ero contenta di finire le scuole, la quinta classe elementare, non ho altre scuole. E allora subito mi son fatta fare i libretti di lavoro e sono andata in una fabbrica di Chiavazza come annodatrice e portatrice di trama per le tessitrici. Portavo trama, annodavo, imparavo ad annodare in un magazzino dove c’erano dei grossi sacchi di tela juta con dentro i residui della pulizia dei telai e anche i rifiuti della colazione delle operaie: ricordo che c’erano dei topi enormi. Comunque agli inizi ero ancora entusiasta di lavorare e di guadagnare qualcosa, poi, piano piano ho cominciato a capire tante cose, a vedere come ti trattavano, che si lavorava come delle bestie e al minimo sbaglio erano multe e insulti e io questo non lo accettavo. Non potevo sopportare che si insultasse la gente, se c’era da riprendere per un errore era una cosa, ma si poteva farlo senza insultare.
A me le cose giuste sono quelle che colpiscono, invece quando si è maltrattati, quando si è sfruttati, allora reagisco, e così ho reagito. Mi chiedevo sempre: “Possibile che non ci sia niente in difesa di chi lavora?”. C’era già il sindacato fascista, ma era come se non ci fosse niente e allora gira, cerca… Avevo vent’anni.

Che ruolo ha avuto la tua famiglia nella maturazione della tua convinzione sociale e politica?

Un ruolo importante, ma anche pieno di contraddizioni. Comunque i miei erano antifascisti ed avevano già partecipato agli scioperi anche prima che salisse il fascismo e dopo han continuato. Mi ricordo che a Chiavazza c’erano delle famiglie che non è che fossero fasciste, erano crumiri, povera gente venuta dal Vercellese per andare a lavorare in fabbrica. Ecco: queste persone, quando si trattava di fare delle lotte non scioperavano e io mi ricordo che da piccola andavo con i miei nel cortile e quando arrivavano i crumiri si battevano le latte per dire loro che erano incoscienti, che tradivano la classe cui appartenevano. Ma questo era prima che salissero al potere i fascisti […]. I miei erano antifascisti, però sapevo che non avrebbero preso bene se avessero saputo che andavo alle riunioni clandestine; difatti io ho sempre cercato di tenere nascosto; quando poi l’hanno saputo troppe me ne han dette.

Quali sono stati i tuoi primi contatti?

A quel tempo avevo una simpatia che abitava lì nel mio cortile e si parlava spesso di cose generiche ma io avevo sempre questa cosa nella testa. Sapevo di Novaretti Valentino, che abitava anche lui a Chiavazza, lì nelle vicinanze, ma tutti mi dicevano: “Mah, questo qui è mezzo matto, non è un tipo rassicurante”, non so perché lo dicevano, forse perché era studioso, chi lo sa; gli altri erano tutti che non si interessavano di letture, di niente.
Nel settembre del 1931, mentre andavo a fare delle commissioni, passando per la provinciale, vicino al cimitero di Chiavazza, ho visto tanti piccoli volantini di tanti colori, sparsi per terra. Allora sono scesa dalla bicicletta, li ho raccolti e ho visto che c’era scritto che la Confederazione generale del lavoro invitava gli operai a reagire ai soprusi e ad unirsi per migliorare i salari e per abbattere il fascismo. Alla sera, quando ho trovato questo ragazzo, Ernesto Crosa, gli ho detto: “Sai cosa ho trovato ‘sta mattina? Guarda ‘sti volantini, sai chi li ha buttati? Perché allora vuol dire che c’è qualcuno che fa qualcosa”. E lui mi ha detto: “Siamo noi, siamo comunisti”. “E allora – ho detto – voglio conoscerne altri, voglio essere anch’io tra la schiera di quelli che possono fare qualche cosa per combattere questo stato di cose”. Allora lui mi ha detto: “Guarda, te lo dico perché sei giovane, davanti c’è solo galera, e il fascismo purtroppo andrà avanti per tanti anni ancora”. “E invece io voglio esserlo – ho detto – non so chi e quanti siete, ma dì ai tuoi amici che voglio essere anch’io tra voi”. Lui ne ha parlato agli altri e, appunto nel settembre del ’31, sono entrata nel Partito comunista.
Mi hanno messo in contatto con il Giuseppe Mosca, che fungeva da capogruppo, perché c’erano come dei compartimenti stagni nel partito, in modo che se qualcuno cadeva [nelle mani della polizia fascista] si troncasse la catena e gli arresti riguardassero solo quel gruppo lì. Ricordo che alla mia prima riunione c’era Amalia Campagnolo, che è stata poi confinata. Questa prima riunione si è svolta al cimitero di Chiavazza.
Poi mi hanno fatto conoscere il Mosca Severo di Occhieppo Superiore (che è stato poi in seguito fucilato dai tedeschi). Allora era lui il nostro capogruppo; quando ci riunivamo solo noi, due o tre di Chiavazza, veniva invece Pino Mosca. Ad ogni modo ci davamo da fare: a casa dell’Amalia Campagnolo si preparava una specie di pappetta che poi si stendeva… che si usava per preparare i volantini. C’era anche un opuscolo che spiegava i modi rudimentali di fare ‘sti volantini: si faceva in stampatello la copia e poi se ne tiravano diverse copie, certo non era come adesso. Ad ogni modo si diffondevano ‘sti volantini: per i problemi della fabbrica, sugli interessi locali, per i salari, per le condizioni di lavoro e di vita degli operai, ecc.

Tu sapevi di rischiare il carcere, e anche per molti anni: che cosa ti dava la forza e la convinzione…

È difficile da dire, ma direi che c’era anche tanta ribellione e … tanta speranza di poter cambiare le cose. Quando parlavo in fabbrica mi chiamavano rivoluzionaria, invece io allora non sapevo niente di politica: era ribellione, solo ribellione. Che poi era solo quell’istinto di cambiare la società, no, tutte le altre cose poi sarebbero venute di conseguenza, come dare una vita decente e la possibilità ai lavoratori di comprarsi un paio di scarpe quando mancavano e di avere un paio di calze, di avere una bicicletta per andare a lavorare, che facevi un’ora di strada per andare e una per tornare, quando bastava. Ovvio che non c’erano certezze. C’era la certezza solo di dover scansare l’Ovra, la polizia, per durare un po’ di più, perché sapevi che ogni tanto c’erano retate.

C’è invece un momento in cui tu approfondisci la tua convinzione da un punto di vista più strettamente politico?

Ad un certo punto ho cominciato a leggere libri di argomento sociale che mi passava Novaretti e lì cominciavo a capire di più. Leggevo “La madre”, “I miserabili”, “Il tallone di ferro”, libri più consistenti, no, perché non è che mi piacessero tanto le novelle. Andavo in biblioteca e cercavo i libri di Dostoiewsky o di Tolstoj e ricordo che mi avevano colpito molto.

Di che cosa discutevate durante le riunioni clandestine?

C’era una funzionaria, Bianca si chiamava, non ricordo il cognome, che era venuta dalla Francia e aveva portato anche materiale; poi è venuto Bonomi di Trieste, appunto per organizzare il nostro gruppo. Si discuteva sulle direttive che venivano impartite dal Centro clandestino del Partito.

C’erano delle differenze fra uomo e donna nella militanza antifascista?

Per tanti aspetti era uguale. Per altri no; a casa appunto dicevano: “Cosa può interessarti, sei una donna e come tale non devi interessarti di niente; a te piace vestirti bene, allora cerca di vestirti bene, di comprare quanto ti occorre e di divertirti”. Era difficile far capire che anche per quelle cose era necessario lottare, per avere paghe migliori e una vita più dignitosa. Anche essere come dicevano loro non era facile. C’erano quelle calze di rayon che costavano una lira, facevi tre passi per andare a lavorare ed eran già tutte smagliate.
Era dura per le donne allora. Vedevi in fabbrica ‘ste donne che erano sposate: al lunedì o già la sera di domenica incominciavano a mettere a bagno le robe e poi andavano a strofinarle per pulirle. Poi facevano bucato martedì, mercoledì lo stendevano, giovedì lo stiravano, venerdì lo rammendavano ed era ora di ricominciare da capo. Ma loro erano rassegnate così.

Restando alle donne, nel Biellese c’era un gruppo piuttosto consistente di antifasciste…

Devo dire che allora io non ne conoscevo quasi nessuna. Anna Pavignano l’ho conosciuta dopo che sono rientrata dal confino, perché era in Francia in quel periodo. Giulia Mosca era al confino, Ergenite Gili e Francesca Corona erano in carcere e in carcere era andata anche la Pavignano. Iside Viana era già morta in prigione a Perugia e anche Giorgina Rossetti l’ho conosciuta dopo la caduta del fascismo.

Quali sono state le circostanze che ti hanno portato all’espatrio clandestino?

Verso il mese di novembre del 1932 è risultato che ero stata individuata e che rischiavo di essere arrestata: naturalmente dovevo cercare di scappare; ricordo che, per non compromettere gli altri, alle ultime riunioni avevo dovuto partecipare facendo lunghi giri per arrivare al posto convenuto e perlopiù passavo in aperta campagna. Nino Nannetti, nel frattempo, aveva scritto al Partito, avvertendo della situazione e della necessità del mio espatrio; nel mentre io ho fatto le fotografie per il passaporto: era una cosa pericolosa anche quella, perché la Questura controllava tutto.
Il 4 novembre mi sono messa d’accordo con Nannetti che avrebbe dovuto portarmi via: avevamo scelto il 4 novembre perché essendo un giorno di festa e non dovendo andare a lavorare guadagnavo un giorno rispetto alle ricerche che la polizia fascista avrebbe subito scatenato. Da Biella sono andata a Borgo Ticino, a casa della famiglia Sculatti, una famiglia di operai, e sono rimasta lì quindici giorni in attesa che arrivasse il passaporto falso. Il 24 novembre sono partita per Parigi. Il passaporto era spagnolo, mi chiamavo Isabel Ramarez, risultavo istitutrice e viaggiavo per trovare un lavoro.
Purtroppo però, si è poi saputo che al Centro estero del Partito c’era stata un’infiltrazione di spie e la polizia fascista di frontiera sapeva quindi che i passaporti spagnoli erano sospetti. Quando sono arrivata alla frontiera sono saliti gli agenti e ho dovuto consegnare il passaporto; dopo circa un quarto d’ora sono tornati e mi hanno chiesto dove andavo e per quale ragione: io l’ho spiegato, ma loro mi hanno risposto: “No, lei non va in Francia per lavoro e il suo passaporto non dice niente di buono”. Poi mi hanno fatto scendere e mi hanno portato al Commissariato di Domodossola. Ricordo che lì mi hanno detto: “È fortunata che l’abbiamo presa mentre usciva, se l’avessimo presa quando rientrava, con il doppiofondo della borsa pieno di documenti sovversivi la sua situazione sarebbe stata molto più grave, andava dritta al Tribunale speciale”.

Sei stata a Domodossola, poi t’hanno portata a Milano, poi a Vercelli…

Sì. A Milano perché io avevo detto che ero stata a Milano: per allontanare le tracce da Borgo Ticino, avevo detto nelle campagne di Milano. Naturalmente continuavo a dire che uscivo per lavoro. E che il passaporto l’avevo avuto da uno che avevo incontrato e che lo seguivo, andavo in Francia per trovarci perché forse… Insomma, ho fatto credere che ci fosse qualcosa fra noi. Non mi hanno creduto, invece hanno scritto che espatriavo per ragioni politiche, che espatriavo per i comunisti, ad ogni modo io mi sono rifiutata di firmare il verbale. Era una della cose che ci insegnavano nelle riunioni clandestine: non firmare mai niente.
Era sera quando m’hanno arrestato, saranno state le 10 o le 11, perché, appunto, gli Sculatti m’avevano accompagnato fino ad Arona, avrei dovuto viaggiare tutta la notte e arrivare al mattino alla Gare de Lyon, dove i compagni m’aspettavano. Invece ho passato la notte al Commissariato di Domodossola. Al mattino sono venuti a prendermi e m’hanno portato appunto in carcere a Milano. Poi mi hanno trasferita a Vercelli.

Quanto sei rimasta in carcere?

Mi hanno arrestata il 24 novembre, e quasi subito sono stata trasferita a Vercelli: è lì che mi sono ammalata. Non mangiavi che quella sbobba, non c’era niente. Mi ricordo che c’era la guardiana, la povera Rita, che era una vecchia socialista: le avevo fatto un cuscino e allora mi portava mezzo bicchierino di caffellatte, ma, poveraccia (anche lei era povera, non aveva niente), non poteva darmi di più e io poi il cuscino lo avevo fatto volentieri, mi aiutava a passare il tempo.
Sempre a proposito del carcere, mi ricordo che qualche volta venivano arrestate quelle povere ragazze, allora le chiamavano serve, che erano nei cascinali. Me ne ricordo una, si chiamava Maria, e, poveraccia, dove lavorava non le davano niente e lei si aggiustava come poteva: magari prendeva qualche uovo dal pollaio, invece di consegnarne venti ne consegnava diciassette e poi le vendeva a qualcuno, ma il paese era piccolo e han fatto presto a scoprirla e arrestarla. Poi mi ricordo anche una ragazza che si era ribellata alla matrigna, che poi l’han mandata addirittura in Corte d’assise dicendo che voleva uccidere, invece non aveva neppure la forza di tenere il coltello in mano, altro che uccidere la matrigna.

Quando sei stata sottoposta alla Commissione per il confino?

Era passato praticamente tutto l’inverno, era verso febbraio.

Avevi rapporti con la tua famiglia o con il tuo partito mentre eri in carcere?

Nessuno. È venuto giusto mio padre, accompagnato da mio cugino, quando ho scritto che mi mandavano al confino per tre anni. Anche di Ernesto Crosa non sapevo più niente: dato che era ammalato, era poi andato al sanatorio.

Quando sei partita per Ponza?

Verso metà marzo. So che a Vercelli faceva ancora freddo, arrivata ad Alessandria, con il cellulare, ci hanno portato, io e altri detenuti comuni, in un carcere freddissimo. Sono stata lì due giorni e le uniche persone che sentivo attorno a me erano quasi tutte prostitute. Ma non è nemmeno che potessimo parlare, loro erano giù ed io ero sopra una specie di balconata.
Quando siamo partiti dalla stazione di Alessandria saremo stati una ventina di detenuti, con il vestito a strisce. Di donna c’ero solo io, in mezzo ai carabinieri, separata dagli uomini. Da Alessandria siamo andati a Genova: lì almeno c’era il sole, ti sembrava già di riprendere vita. Ho passato la notte in carcere ed il giorno dopo sono ripartita per la tappa successiva: Pisa; anche lì, come negli altri posti, quando arrivavo io avevano già distribuito quel poco da mangiare e io restavo regolarmente senza.
Mentre ero a Pisa è arrivato l’ordine che i detenuti politici dovevano viaggiare in transito straordinario, e non più nel cellulare con tutti gli altri. Così il giorno dopo sono ripartita da sola; a Poggioreale sono arrivata a mezzanotte, i carabinieri mi hanno consegnata e senza troppe formalità mi hanno chiuso in una cella. Al mattino alle 7 danno la sveglia e la mia compagna di cella, una anziana, mi dice: “Non farti vedere, non farti vedere”. “Perché?”. “Perché, dato che ti hanno arrestata questa notte, finisce che ti mettono sotto, dove ci sono le reginelle”, che erano poi le prostitute. Quando è poi passata la suora, dopo cinque o sei giorni, le ho chiesto se c’erano altre detenute politiche e se era possibile stare con loro, così mi hanno messa al quarto piano, dove finalmente ho trovato altre donne con la mia stessa idea. Certo anche loro si tenevano abbottonate, non sapevano chi ero, mai poi siamo riuscite a parlare. In carcere a Poggioreale sono stata un bel po’, infatti sono poi partita per Ponza che era primavera.
Arrivata a Ponza al pomeriggio ho visto tutti i confinati appoggiati al parapetto: non conoscevo nessuno lì. Ho arrancato con la mia valigia in mezzo ai carabinieri, poi qualcuno mi ha chiesto: “Di dove sei?”. “Di Biella”. “Confinata politica?”. “Sì”. Lì c’era già Finotto, era verso la fine del confino, e allora gli han detto subito che c’era una comunista che arrivava da Biella. Lui però era scettico, non mi aveva conosciuta e non sapeva nemmeno chi ero.
Comunque i carabinieri mi han portato in direzione, il direttore mi ha consegnato il libretto di permanenza, un libretto bordeaux da tenere sempre in tasca; poi mi ha detto che dovevo rispondere all’appello mattino e pomeriggio; che dovevo trovare una camera da affittare nel limite del confino. Io ero sola, in un posto dove non conoscevo nessuno ed ero preoccupata, ma lui mi ha fatto capire che mi avrebbero aiutato gli altri confinati.
Finotto è poi venuto, si è avvicinato, mi ha chiesto chi conoscevo, io sapevo che lui lavorava nella stessa fabbrica dove avevo lavorato io all’inizio e che era stato arrestato perché faceva lavoro politico, allora gli ho detto: Pino Mosca, il Severo Mosca di Occhieppo e altri, che lui non conosceva affatto perché erano antifascisti che erano arrivati dopo il suo arresto. A quei tempi, prima di fidarsi si stava molto attenti, per via delle spie. Finotto so che era poi riuscito ad avere informazioni su di me dal Centro estero del Partito e solo allora, dopo quasi due mesi, sono stata accettata in pieno. Dopo lo chiamavano anzi il mio tutore perché ero giovane: avevo ventidue anni e lì c’erano molti compagni giovani e soli, in una condizione morale che è facile da immaginare.

Al confino potevate discutere fra di voi di politica, cosa facevate?

Nei limiti del regolamento cercavamo di trovarci a piccolissimi gruppi e migliorare la cultura e la conoscenza politica. Per tanti era un’occasione di fare un vero e proprio “abc” politico; in genere c’era un capogruppo, io avevo Giordano Pratolongo.

Com’erano le condizioni di vita?

Le condizioni di vita erano balorde perché avevamo 5 lire al giorno per mangiare, per vestirci, comperare il sapone, far aggiustare le scarpe, che fra l’altro si rompevano subito perché le stradine dell’isola erano tutta ghiaia.
Poi c’erano tutte le restrizioni: ad un certo punto c’è addirittura stata una protesta dei confinati e abbiamo restituito tutti i libretti di permanenza. La protesta è nata perché non potevamo camminare più di tre assieme, non lasciavano più affittare camerette per studiare (i confinati le affittavano in quattro o cinque). Poi quando si passeggiava bisognava stare attenti perché infilavano delle spie. Comunque per tutta una serie di ragioni abbiamo restituito i libretti e siamo finiti tutti sotto processo. Durante la notte è arrivata la nave da Napoli e ci han caricati tutti. Era giugno del 1933; il processo, se non sbaglio, ce l’han fatto a luglio: eravamo sette donne; in totale, con gli altri, eravamo centocinquanta. Ci hanno condannati a quattro mesi di carcere per ribellione alla direttiva emessa da Roma. Così abbiamo fatto quattro mesi di carcere a Poggioreale. Finita la pena dovevamo ritornare all’isola.

Fino a quando sei rimasta a Ponza?

Fino a marzo del ’34.

Il ritorno a casa com’è stato? La reazione della gente?

È stata… figurati nel ’34, era ancora il buono del fascismo e allora nessuno più ti salutava. È venuto a salutarmi solo uno che vendeva penne al mercato e aveva un bugigattolo dove faceva il barbiere a Chiavazza, l’unico che m’ha fermato a salutarmi. Poi la mia migliore amica; tutti gli altri giravano al largo, ma proprio come da una lebbrosa.

Tu immaginavi o sapevi di essere vigilata, dopo il tuo ritorno?

Oh, certo, perché quelli non ti mollavano. C’era ancora l’Ovra come prima e quindi… Bisognava fare molta attenzione. Finotto ad esempio brontolava perché io andavo a trovare dei compagni e lui invece me lo proibiva.

Quindi tu hai vissuto un momento di profonda solitudine, quando sei tornata a casa.

Sì. In famiglia non potevo parlare perché da una mezza parola in su mi chiedevano se non mi bastava quello che avevo già avuto. Ernesto Crosa ormai era morto: avevo trovato suo padre proprio il giorno che tornavo dal confino e mi aveva detto che aveva la meningite tubercolare. Sono andata a trovarlo, mi ha riconosciuto appena e dopo tre giorni è morto.
Poi quando sono andata io al dispensario e mi han detto che ero ammalata di tubercolosi, che ho preso per la gran fame e il freddo in carcere e a Ponza, e che dovevo fare i documenti per andare al sanatorio è stato il culmine. Figurarsi, nel 1934 la tbc era un disastro, quella malattia spaventava. Così non ho detto niente a nessuno.

Dopo il tuo rientro e fino alla Resistenza hai poi comunque svolto attività antifascista?

Sì, ma non come avrei voluto; del resto gli ostacoli erano tanti e il problema della sicurezza della rete clandestina era serio.
Io avrei poi dovuto tentare di nuovo di espatriare, nel ’36. Avevo già pronto il documento, ho salutato Anna Pavignano nella strada della fabbrica dei Sella, perché il giorno dopo dovevo partire clandestinamente. Invece i miei, che dovevano aver capito qualcosa, avevano frugato dappertutto fra la mia roba fino a quando hanno trovato il passaporto e l’hanno distrutto; così non ho potuto partire e ho perso un’occasione che non si ripeteva facilmente. Così son rimasta in Italia a fare quel che potevo.

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