Gennaro Esposito

Alza la Testa

Legalità e famiglia un’altra riflessione di Aldo Masullo

Come sempre le riflessioni di Aldo Masullo sollecitano approfondimenti sulla società napoletana nella quale viviamo e sono sicuramente una chiave di lettura per comprendere meglio gli accadimenti dei quali è d’obbligo un approfondimento per giungere alle cause e non restare in “superfice”.

Da Il Mattino del 24 luglio 2012

Aldo Masullo

Illustre e gentile Ministro della Giustizia, a un napoletano per sua fortuna non imputabile di aver taciuto, avendo troppe volte pubblicamente detto e scritto sulla “Napoli immobile”, possa dalla Sua cortesia esser consentita qualche osservazione sui giudizi tanto accorati quanto autorevoli da Lei formulati in un’intervista apparsa ieri su questo giornale. Nelle sue risposte all’intervistatore si colgono due centrali punti di critica: l’inerzia diffusa dinanzi alla violenza della microcriminalità e l’assenza delle famiglie nel dotare le coscienze giovanili di «anticorpi rispetto alla criminalità». Sul primo punto, Lei comprensibilmente «resta senza parole» quando legge delle pattuglie di poliziotti aggredite da una folla compiacente per proteggere ladri». E ammonisce che «occorre quello scatto di orgoglio vero, trasversale e non circoscritto nell’orticello delle persone cosiddette per bene», che in Sicilia dopo l’uccisione di Falcone e Borsellino, si espresse in «un moto spontaneo dal basso, dai giovani e dalle loro famiglie». Invece, Lei aggiunge, «a Napoli è ancora notte fonda per la presa di coscienza forte nel dire “no” a ogni forma di criminalità e di violenza». In tutti questi casi certamente si tratta di grave patologia sociale. Però purtroppo la patologia non è una sola, ma sono almeno due e assai diverse patologie. Nel caso della Sicilia si trattò dell’aperta dichiarazione di guerra della grande criminalità organizzata, percepita come una terribile e oltraggiosa minaccia a un popolo intero, che si trovò così di fronte dalla devastante verità da cui fino ad allora si era protetta soltanto rifiutandosi di vederla. Gli sconcertanti episodi di assalti alla polizia in alcuni quartieri di Napoli sono tutt’altra cosa: sono gli esiti di una cultura lazzaronesca e camorristica, che persiste alimentata come avamposto visibile dell’invisibile grande criminalità: in questo caso non c’entrano risposte attive dei pacifici cittadini, bensì la semplice energia di legittimo contrasto, con cui lo Stato deve educare anche i più riottosi a rispettarlo. Sul secondo e forse più dolente punto, Lei richiama la diserzione educativa delle famiglie. Qui consento pienamente con Lei, ma – mi permetta – con una precisazione, che ci consentirà poi di mettere a fuoco non tanto il problema della criminalità, su cui sembra concentrarsi la Sua attenzione di eminente penalista, quanto su ciò che, io credo, in fondo più fortemente La preoccupa: il problema della legalità. Purtroppo negli strati della popolazione di meno esibita ma spesso più acuta povertà, le famiglie non vogliono disertare, ma sono deboli, spesso impotenti, perché i giovani e i giovanissimi sono sempre più irresistibilmente catturati dai suggestivi miti e dai potenti meccanismi del totalitarismo consumistico, che li macina come in un frullatore di desideri e di fuorvianti occasioni. Né peraltro si può logicamente pretendere che forniscano anticorpi morali le non poche famiglie che purtroppo proprio solo dei corpi immorali sanno nutrirsi. Il Suo discorso sulla funzione della famiglia è dunque, gentile Ministro, destinato a una parte delle famiglie, il che del resto avviene a Napoli come dovunque nel nostro confuso tempo. Ma a quelle famiglie, che ben sono nelle condizioni per essere richiamate alla loro funzione formativa, è superfluo chiedere di educare contro le scelte criminali. Invece fondamentale è esigere che esse abbiano cura di suscitare, innanzitutto con l’esempio, il rigoroso senso della legalità. Dall’onestà fiscale e professionale del padre all’onestà scolastica del figlio, dalla veracità nei rapporti domestici alla franchezza (la parresia degli antichi Greci) dinanzi ai potenti, dal rifiuto della protezione nelle gare della vita al rifiuto della raccomandazione nelle prove scolastiche, nel crogiuolo della famiglia prende stabile forma la cultura della legalità. Una società tanto più si sviluppa civilmente, quanto più nel suo corpo è capillare l’esercizio della legalità. Quanto poi la cultura generalizzata e capillare della legalità influisca sulla stessa circoscritta ma esplosiva questione della criminalità, Lei ieri, nella pienezza delle Sue funzioni ministeriali e in vissuto confronto con la Sua sapienza giuridica, immagino l’abbia ancora una volta sperimentato nella visita al carcere di Poggioreale. In questi ultimi anni sono state incessanti le meritorie iniziative di Marco Pannella e dei radicali per richiamare l’opinione pubblica e le istituzioni politiche sulla gravissima lesione dei diritti civili dei detenuti, costretti alle torture del sovraffollamento carcerario. Io credo che, dietro certe incomprensibili resistenze al superamento dell’incivile situazione, operi, come sempre nella vita storica, una irrisolta arretratezza culturale. Walter Benjamin, come Lei c’insegna, nel celebre saggio del 1926 sostenne che il diritto è in ultima analisi violenza, intendendosi per violenza la pura e semplice forza. In quest’ottica la pena è un «castigo», una sofferenza arbitrariamente inflitta per aver disubbidito a un qualsiasi comando arbitrario, come al capriccio di qualche dea nei miti pagani. La pena, subìta come castigo, è un residuo estraneo alla modernità civile. Se la cultura della protezione è l’opposto della cultura del diritto, la cultura del castigo è a sua volta l’opposto della cultura della ragione sanzionatoria, la quale convoca il responsabile a riparare il danno prodotto. Oggi il carcere, non solo a Napoli, è di fatto ancora inteso, nonostante tutto, come lo strumento del castigo. Come tale, esso è incivile in linea di fatto per l’attuale sovraffollamento, ma lo è innanzitutto in linea di principio perché, togliendo all’uomo non solo la libertà ma quel che più propriamente lo realizza nella sua dignità, cioè la creatività del lavoro elettivo, mortifica la persona e ai suoi occhi finisce per trasformarla da colpevole in vittima. E non è forse, alla radice dei mali sociali di Napoli, la secolare scarsità di lavoro ? Mi perdoni, gentile Ministro, ma a questo punto comincia un altro discorso. La ringrazio.

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Questa voce è stata pubblicata il 26 luglio 2012 da in I Principi.
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