I Regali della Regione Campania

E’ interessante vedere come la Regione Campania ha elargito oltre 1.600.000,00 €. ad enti ed associazioni varie. A pensare male verrebbe in mente che è iniziata la campagna elettorale spero che in questo momento di così grave crisi abbiano un valido fondamento questi regali e che siano rispettate le norme previste e sopratutto il principio di imparzialità della pubblica amministrazione. L’elenco è lunghissimo e ci sono somme da 500,00 a 30.000,00 euro di soldi pubblici erogati per ragioni che dagli atti pubblicati non è dato sapere. Mentre il Comune di Napoli annega nei debiti la regione fa i regali. Buona lettura

contributi elargiti dalla Regione Campania clikka

Bilancio Consuntivo 2011 il Parere del Collegio dei Revisori

Già ho indicato le delibere di proposta al consiglio del rendiconto consuntivo 2011 e di ricognizione dei debiti fuori bilancio in un altro post (clikka) che saranno al vaglio del Consiglio Comunale il 29 ed il 30 p.v., di seguito riporto il parere del Collegio dei Revisori sul consuntivo 2011 che ovviamente ha un disavanzo tale che in caso di mancata adesione alla procedura di predissesto di cui al D.L. 174/2012 scatterebbe l’obbligo per il consiglio comunale di dichiarare il dissesto. Il consuntivo come ho già detto dovrebbe aver subito una tale quantità di controlli che oggi possiamo dire che è stata fatta una vera e propria “operazione verità” sui conti del Comune. La sfida è il piano economico/finanziario che ci aspetta per aderire alla procedura di predissesto che sarà soggetto al vaglio della Corte dei Conti in sede di controllo. Il tema non è assolutamente da sottovalutare perché si parla della carne e del sangue dei napoletani.

Ieri facevo una riflessione, mentre guardavo Monti da Fazio: in un Comune che ha un bilancio di circa 4 miliardi di euro non ci possiamo permettere di avere consiglieri non all’altezza di capire cosa si sta andando a votare, forse, inizio a pensare che fino ad oggi si è votato di tutto proprio per questo. Forse l’unico merito che dovremmo riconoscere all’attuale classe dirigente di Governo è quella, spero, di aver alzato l’asticella delle competenze. Non ci possono essere politici non in grado di capire la complessa macchina amministrativa che dovrebbero guidare o controllare né in grado di conoscere neppure l’abc del diritto amministrativo. Spesso mi allungo in disquisizioni che tra competenti avrebbero l’attenzione di quattro parole: “non si può fare”. Dal contenuto altamente tecnico degli atti che vi posto si capisce bene questa cosa. Forse, sarebbe il caso di pretendere che i partiti impieghino i soldi dei rimborsi elettorali in scuole di politica ed amministrazione con esami finali, anziché in primarie di partito o di coalizione.

Parere del Collegio dei Revisori sul Rendiconto Consuntivo del 2011

Tabella delle società partecipate

Bilancio consuntivo 2011 e ricognizione dei debiti fuori bilancio

Di seguito due importanti delibere che saranno all’attenzione del Consiglio Comunale entro il 30.11 p.v. che credo facciano una vera e definitiva operazione verità dolorosa per il Comune di Napoli e per i Cittadini napoletani. Dopo gli interventi degli ispettori ministeriali e della Corte dei Conti credo che ci sia stat una approfondita pulizia delle poste attive che non sono più tali e che ci porta a fare una scelta importante ma credo obbligata: Aderire alla procedura di pre-dissesto prevista dal recente decreto legge 174/2012. Mi farebbe piacere avere qualche indicazione. Noi di Ricostruzione Democratica ci stiamo convincendo che l’adesione è l’unica strada percorribile, ma ovviamente fino all’ultimo ci teniamo a discuterne con i cittadini. A queste due delibere seguirà anche la manovra di riassestamento del bilancio 2012 con il piano di ripianamento del debito che dovrà essere approvata dopo una serie di controlli di recenti introdotti dalla nuova normativa. Buona lettura

Delibera di proposta al Consiglio di Ricognizione dei debiti fuori bilancio

Rendiconto consuntivo di gestione 2011

Riccio e la tagliola del patto di stabilità: Un appello alla Costituzione

Oggi leggo sul mattino due notizie che a mio parere sono strettamente collegate ma non vengono messe insieme. Nelle pagine Nazionali si parla della manifestazione dei Sindaci, a cui hanno partecipato tutti da Pisapia ad Alemanno passando per Pizzarotti del M5S di Parma, nelle pagine cittadine ancora del caso Riccio. In queste ultime pagine si riportano le dichiarazioni di politici importanti e di donne parlamentari indignate per la “cacciata della Riccio”! Mi chiedo ma queste donne ed uomini politici cosa stanno facendo per fare fronte alla gravissima condizione in cui il Governo Monti mette gli enti locali e l’istituzione della scuola. Condizione gravissima fotografata dai Sindaci alla Manifestazione di ieri a Milano dove hanno minacciato tutti di dimettersi! La scuola lo ribadisco è l’unica risorsa che non va assolutamente tagliata e contrariamente a quanto ritenuto dalla Prefetta giustamente revocata non può considerarsi essenziale fino alle 12,00! Il patto di stabilità è sacrosanto ma non può calpestare,  mortificare ed umiliare il futuro del nostro paese. Per fortuna a presidio dei diritti essenziali c’è la Costituzione fatta da Politici che hanno visto l’Italia in macerie e l’hanno rimessa insieme. I politici di oggi evidentemente sono troppo distanti dalla gente, chiusi nelle loro belle stanze del parlamento e dei consigli regionali, hanno perso ogni contatto umano e preferiscono schierarsi con una Prefetta sbandierando il vessillo della tutela delle Donne senza pensare che il nocciolo di questa vicenda è la Scuola, le mamme, i papà ed i figli, in una parola la famiglia, nucleo primario dello Stato! A questa scabrosa vicenda mi sarebbe piaciuto sentire i commenti di Berlinguer, di Togliatti, di De Gasperi, di Calamandrei, di Pertini, ma anche delle Madri Costituenti Maria Federici, Leonilde Iotti, Angelina Merlin, Teresa Noce. Donne ed Uomini che hanno fatto l’Italia sui principi fondamentali del Lavoro, della Uguaglianza, della Solidarietà, della Famiglia e della Giustizia e che sono sicuro avrebbero detto alla cara prefetta, in nome della Costituzione che abbiamo scritto con il nostro sangue, firma i contratti e manda i figli dell’Italia a scuola!

Da il Mattino di oggi 22.11.2012

Sono arrabbiati i sindaci italiani per i tagli decisi dal governo, per l’Imu, per il patto di stabilità. Così arrabbiati che sono scesi in piazza a Milano e hanno dato un ultimatum al governo: o la legge di stabilità cambierà, oppure si dimetteranno in massa. E per dimostrare che fanno sul serio da oggi hanno smesso di andare alle iniziative di rappresentanza, quelle dove si va con la fascia. In pratica hanno iniziato una sorta di sciopero del Tricolore.
In piazza Santa Maria delle Grazie sono arrivati da tutta Italia. Dietro a uno striscione con scritto «Liberiamo i Comuni dal patto di stupidità, scriviamo un nuovo patto per la crescita» hanno sfilato il sindaco di Roma Gianni Alemanno (Pdl) accanto a quello di Torino Piero Fassino (Pd), il sindaco di Varese Attilio Fontana (Lega Nord), il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, il presidente dell’Anci Graziano Delrio (Reggio Emilia), il sindaco grillino di Parma Federico Pizzarotti, il coordinatore dei piccoli Comuni Mauro Guerra, il sindaco di Modena Giorgio Pighi in rappresentanza dei sindaci terremotati e circa altri mille sindaci con tanto di fascia tricolore e gonfalone. Sindaci del Nord e del Sud, di centrodestra e centrosinistra «unico esempio – ha sottolineato Alemanno – di unità seria su cose concrete».
Tutti hanno spiegato che con i tagli del governo e con i vincoli del patto di stabilità (che adesso riguardano anche i piccoli comuni) si dovranno tagliare i servizi, a dir poco. Hanno detto che si rischia di non poter mettere in sicurezza le scuole, e di non poter fare gli interventi sui torrenti per evitare che ogni pioggia diventi un disastro. O le cose cambieranno «o il 2013 – ha sintetizzato Delrio – sarà l’anno del funerale dei Comuni». Dal palco allestito in piazza Scala, Pisapia ha parlato del bisogno di «gesti forti». Se i Comuni non saranno ascoltati, ha aggiunto, si potrà arrivare «allo scontro istituzionale».
L’Anci ha già annunciato di sostenere il ricorso al Tar che diversi Comuni hanno fatto sui valori dell’Imu. Ma Fontana, che è presidente di Anci Lombardia, ha proposto di più: dimettersi tutti. Vista la «pervicace volontà di eliminare gli enti locali» da parte del governo «che mettano dei prefetti», è il suo invito. La proposta dell’avvocato leghista è stata accolta e portata al ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda da una delegazione che lo ha incontrato in Prefettura. «Il ministro ha compreso la gravità della situazione – ha spiegato dopo l’incontro Delrio -. Non è autorizzato a dare risposte ma noi gli abbiamo detto che se la legge di stabilità uscirà così com’è dal Senato siamo pronti a dare le dimissioni in massa dopo di che andranno a governare le comunità locali con i prefetti».
«Sono con i sindaci: la loro battaglia è la mia» commenta il presidente della Regione del Veneto Luca Zaia. «È una battaglia – prosegue Zaia – che auspico e sostengo da tanto tempo. In questo momento così difficile, nel quale il governo di Roma colpisce duramente ed indiscriminatamente le autonomie locali, dobbiamo unire le forze aldilà degli steccati politici, perchè è in gioco la sopravvivenza delle istituzioni più vicine ai cittadini e la possibilità di dare loro anche i servizi essenziali. Ne sappiamo qualcosa anche noi – aggiunge Zaia – perchè anche le Regioni stanno subendo un’aggressione inaccettabile, basti pensare ai tagli alla sanità ed al trasporto locale». «Dobbiamo proclamare – conclude Zaia – una sorta di rivoluzione ghandiana, che veda protagonisti i territori».
L’ultimatum, intanto, scade il 29 novembre, quando l’ufficio di presidenza dell’Anci si riunirà per decidere i tempi e i modo delle dimissioni. Ma fino ad allora i sindaci cercheranno alleati per far cambiare la legge, parlando anche con i segretari dei partiti. Oggi hanno incontrato Roberto Maroni nella sede della Lega Nord di via Bellerio. Domani vedranno il segretario del Pdl Angelino Alfano e quello del Pd Pier Luigi Bersani.

A riprova di quanto sostenuto la sentenza della Corte Costituzionale del 07.06.2012 buona lettura

SENTENZA N. 148

ANNO 2012

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Alfonso QUARANTA; Giudici : Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell’articolo 14, commi 1, 2, 7, 9, 19, 20, 21, 27 e 32, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, promossi dalla Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e dalle Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia, con ricorsi notificati il 24-27 e il 28 settembre 2010, depositati in cancelleria il 28 settembre, il 6 e il 7 ottobre 2010, e rispettivamente iscritti ai numeri 96, 102, 106 e 107 del registro ricorsi 2010.

Visti gli atti di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica dell’8 maggio 2012 il Giudice relatore Gaetano Silvestri;

uditi gli avvocati Ulisse Corea per la Regione Valle d’Aosta, Giandomenico Falcon per le Regioni Liguria ed Emilia-Romagna, Stefano Grassi per la Regione Puglia e gli avvocati dello Stato Massimo Salvatorelli e Antonio Tallarida per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.— Con ricorso notificato il 24 settembre 2010 e depositato il successivo 28 settembre (reg. ric. n. 96 del 2010), la Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, e, tra queste, dell’art. 14, comma 32, per violazione degli artt. 2, primo comma, lettera b), e 3, primo comma, lettera f), della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta), nonché degli artt. 5, 117, commi secondo, lettera g), terzo, quarto e sesto, 119, secondo comma, e 120 della Costituzione, e del principio di leale collaborazione.

1.1.— Il comma 32 dell’art. 14, nel testo vigente al momento dell’impugnazione della Regione Valle d’Aosta, stabiliva: «Fermo quanto previsto dall’art. 3, commi 27, 28 e 29, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, i comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti non possono costituire società. Entro il 31 dicembre 2011 i comuni mettono in liquidazione le società già costituite alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero ne cedono le partecipazioni. La disposizione di cui al presente comma non si applica alle società, con partecipazione paritaria ovvero con partecipazione proporzionale al numero degli abitanti, costituite da più comuni la cui popolazione complessiva superi i 30.000 abitanti; i comuni con popolazione compresa tra 30.000 e 50.000 abitanti possono detenere la partecipazione di una sola società; entro il 31 dicembre 2011 i predetti comuni mettono in liquidazione le altre società già costituite. Con decreto del Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale, di concerto con i Ministri dell’economia e delle finanze e per le riforme per il federalismo, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono determinate le modalità attuative del presente comma nonché ulteriori ipotesi di esclusione dal relativo ambito di applicazione».

1.2.— La norma impugnata sarebbe costituzionalmente illegittima in quanto, oltre a violare il principio di leale collaborazione, determinerebbe una indebita compressione dell’autonomia organizzativa della ricorrente sotto almeno due profili.

1.2.1.— Innanzitutto, sarebbe violato l’art. 2, primo comma, lettera b), dello statuto speciale, che riconosce alla Regione Valle d’Aosta la competenza legislativa primaria in materia di «ordinamento degli enti locali». L’intervento statale censurato, infatti, condizionando le modalità organizzative dei servizi resi dagli enti locali e limitandone fortemente l’iniziativa economica e la capacità di agire, inciderebbe sull’assetto ordinamentale e organizzativo degli enti in parola.

1.2.2.— L’illegittimità costituzionale del comma 32 rileverebbe anche sotto l’ulteriore profilo della violazione del combinato disposto del secondo e del quarto comma dell’art. 117 Cost., evocabile come parametro di legittimità in forza dell’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione).

La difesa regionale rileva come l’art. 117, secondo comma, lettera g), Cost. attribuisca alla potestà legislativa esclusiva statale la sola disciplina dell’«ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato», con la conseguenza che la competenza a legiferare in materia di ordinamento e organizzazione amministrativa degli enti sub-statali rientrerebbe nella potestà legislativa residuale delle Regioni ai sensi dell’art. 117, quarto comma, Cost.

1.3.— Sarebbe violato anche l’art. 3, primo comma, lettera f), dello statuto speciale, che attribuisce alla Regione Valle d’Aosta la potestà di emanare norme legislative di integrazione e di attuazione delle leggi della Repubblica in materia di «finanze comunali».

L’illegittimità costituzionale della norma sarebbe data anche dal contrasto con gli artt. 117, terzo comma, e 119, secondo comma, Cost., applicabili in forza dell’art. 10 della legge cost. n. 3 del 2001. Nel caso di specie, infatti, il legislatore statale non si sarebbe limitato a dettare i principi di coordinamento della finanza pubblica ma avrebbe invaso la competenza legislativa regionale in materia di «finanze comunali». Né, secondo la difesa della Regione, varrebbe richiamare la sentenza n. 326 del 2008 con la quale la Corte costituzionale ha ritenuto che la normativa che consente ai Comuni di costituire, partecipare e dismettere società di qualsiasi tipo debba essere ricondotta alle materie dell’«ordinamento civile» e della «tutela della concorrenza», anziché a quella, di competenza regionale, dell’«ordinamento degli enti locali». In proposito, la ricorrente rileva la differenza tra la fattispecie presa in esame nel giudizio definito con la citata sentenza e quella oggetto del presente giudizio, che non atterrebbe né alla materia dell’ordinamento civile né a quella della tutela della concorrenza.

L’art. 14, comma 32, quindi, non perseguirebbe alcuna finalità anti-distorsiva del mercato concorrenziale, ma sarebbe finalizzato a regolare lo svolgimento dell’attività amministrativa dei Comuni, incidendo direttamente sulla iniziativa e sulla capacità di agire degli enti locali, e sull’assetto ordinamentale e organizzativo dei medesimi.

1.4.— La Regione Valle d’Aosta muove, inoltre, una specifica censura all’art. 14, comma 32, ultimo periodo (abrogato, successivamente all’impugnazione in esame, dall’art. 20, comma 13, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, recante «Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria», convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, legge 15 luglio 2011, n. 111), là dove rimette ad un decreto del Ministro per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale, di concerto con i Ministri dell’economia e delle finanze e per le riforme per il federalismo – da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del d.l. n. 78 del 2010 – la determinazione delle modalità attuative dello stesso comma 32, nonché l’individuazione di ulteriori ipotesi di esclusione dal relativo ambito di applicazione.

1.4.1.— La norma in esame avrebbe violato il combinato disposto degli artt. 117, sesto comma, Cost., e 10 della legge cost. n. 3 del 2001, i quali fondano la potestà regolamentare della Regione Valle d’Aosta in tutte le materie che non rientrano nella competenza esclusiva dello Stato.

La difesa regionale ritiene che – stante l’incidenza del comma 32 sulle materie dell’«ordinamento degli enti locali» e delle «finanze comunali», entrambe di competenza regionale – il legislatore statale sia sprovvisto del titolo costituzionale su cui basare, in tali ambiti, la propria potestà regolamentare.

1.4.2.— Un ulteriore profilo di incostituzionalità della norma impugnata, per violazione degli artt. 5 e 120 Cost., discenderebbe dalla mancata previsione di un meccanismo di leale collaborazione tra Stato e Regione nell’adozione dei decreti attuativi della previsione di divieto.

Secondo la ricorrente, anche nella denegata ipotesi che la disciplina recata dall’art. 14, comma 32, non sia ritenuta in contrasto con la Costituzione, in quanto ascrivibile alla competenza esclusiva dello Stato nelle materie dell’«ordinamento civile» e della «tutela della concorrenza», la previsione dell’ultimo periodo del comma 32 inciderebbe comunque «su ambiti materiali riferibili anche a settori di competenza regionale», con la conseguenza di rendere necessari – ai fini dell’attuazione della norma – meccanismi di reciproco coinvolgimento e di coordinamento dei livelli di governo statale e regionale.

La mancata previsione di questi meccanismi determinerebbe una illegittima compressione del principio costituzionale di leale collaborazione (sono richiamate, al riguardo, le sentenze della Corte costituzionale n. 76 del 2009, n. 240 del 2007, n. 213 e n. 31 del 2006).

2.— Con ricorso notificato il 28 settembre 2010 e depositato il successivo 6 ottobre (reg. ric. n. 102 del 2010), la Regione Liguria ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 122 del 2010, e, tra queste, dell’art. 14, commi 1, 2, 7, 9 e 32, per violazione degli artt. 3, 97, 114, secondo comma, 117, terzo, quarto e sesto comma, 118 e 119 Cost. e del principio di leale collaborazione.

2.1.— I primi due commi dell’art. 14 stabiliscono: «1. Ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica, le regioni, le province autonome di Trento e di Bolzano, le province e i comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti concorrono alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2011-2013 nelle misure seguenti in termini di fabbisogno e indebitamento netto:

a) le regioni a statuto ordinario per 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e per 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012;

b) le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e Bolzano per 500 milioni di euro per l’anno 2011 e 1.000 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012;

c) le province per 300 milioni di euro per l’anno 2011 e per 500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012, attraverso la riduzione di cui al comma 2;

d) i comuni per 1.500 milioni di euro per l’anno 2011 e 2.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012, attraverso la riduzione di cui al comma 2.

2. Il comma 302 dell’articolo 1 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, è abrogato e al comma 296, secondo periodo, dello stesso articolo 1 sono soppresse le parole: “e quello individuato, a decorrere dall’anno 2011, in base al comma 302”. Le risorse statali a qualunque titolo spettanti alle regioni a statuto ordinario sono ridotte in misura pari a 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e a 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012. Le predette riduzioni sono ripartite secondo criteri e modalità stabiliti in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e recepiti con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, secondo princìpi che tengano conto della adozione di misure idonee ad assicurare il rispetto del patto di stabilità interno e della minore incidenza percentuale della spesa per il personale rispetto alla spesa corrente complessiva nonché dell’adozione di misure di contenimento della spesa sanitaria e dell’adozione di azioni di contrasto al fenomeno dei falsi invalidi. In caso di mancata deliberazione della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano entro il termine di novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e per gli anni successivi al 2011 entro il 30 settembre dell’anno precedente, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri è comunque emanato, entro i successivi trenta giorni, ripartendo la riduzione dei trasferimenti secondo un criterio proporzionale. In sede di attuazione dell’articolo 8 della legge 5 maggio 2009, n. 42, in materia di federalismo fiscale, non si tiene conto di quanto previsto dal primo, secondo, terzo e quarto periodo del presente comma. I trasferimenti erariali, comprensivi della compartecipazione IRPEF, dovuti alle province dal Ministero dell’interno sono ridotti di 300 milioni per l’anno 2011 e di 500 milioni annui a decorrere dall’anno 2012. I trasferimenti erariali dovuti ai comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti dal Ministero dell’interno sono ridotti di 1.500 milioni per l’anno 2011 e di 2.500 milioni annui a decorrere dall’anno 2012. Le predette riduzioni a province e comuni sono ripartite secondo criteri e modalità stabiliti in sede di Conferenza Stato-città ed autonomie locali e recepiti con decreto annuale del Ministro dell’interno, secondo princìpi che tengano conto della adozione di misure idonee ad assicurare il rispetto del patto di stabilità interno, della minore incidenza percentuale della spesa per il personale rispetto alla spesa corrente complessiva e del conseguimento di adeguati indici di autonomia finanziaria. In caso di mancata deliberazione della Conferenza Stato-città ed autonomie locali entro il termine di novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e per gli anni successivi al 2011 entro il 30 settembre dell’anno precedente, il decreto del Ministro dell’interno è comunque emanato entro i successivi trenta giorni, ripartendo la riduzione dei trasferimenti secondo un criterio proporzionale. In sede di attuazione dell’articolo 11 della legge 5 maggio 2009, n. 42, in materia di federalismo fiscale, non si tiene conto di quanto previsto dal sesto, settimo, ottavo e nono periodo del presente comma».

2.1.1.— La ricorrente impugna i commi 1 e 2 dell’art. 14 nella parte in cui si riferiscono alle Regioni a statuto ordinario, operando un drastico taglio delle risorse spettanti a queste ultime, «in misura pari a 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e a 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012». Peraltro, il comma 1 dell’art. 14 avrebbe un contenuto analogo a quello dell’art. 77, comma 1, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133, mentre la previsione della drastica riduzione delle risorse di cui al comma 2 dell’art. 14 non troverebbe corrispondenza nel citato art. 77.

La difesa regionale rileva come tale significativa riduzione delle risorse spettanti alle Regioni, operata dalle norme impugnate, si aggiunga a quelle già poste in essere dallo Stato negli anni precedenti, facendo così venir meno la transitorietà richiamata dalla Corte costituzionale per giustificare le norme statali di coordinamento finanziario.

In particolare, la Regione Liguria rileva che la riduzione operata dai commi 1 e 2 dell’art. 14, ripartita proporzionalmente fra tutte le Regioni, comporterebbe un “taglio” di quasi il 20 per cento del bilancio regionale ligure. Si dovrebbe inoltre considerare che le risorse “tagliate” erano destinate all’esercizio di funzioni costituzionalmente spettanti alle Regioni, come, ad esempio, assistenza sociale, trasporto pubblico locale, istruzione.

Pertanto, la ricorrente reputa i commi 1 e 2 dell’art. 14 lesivi dell’autonomia amministrativa (art. 118 Cost.) e finanziaria (art. 119 Cost.) delle Regioni, con particolare riguardo al principio di corrispondenza tra funzioni conferite e risorse necessarie.

La difesa regionale sottolinea altresì come l’art. 119 Cost. sia stato integrato e attuato dalla legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione), il cui art. 2, comma 2, lettera ll), prevede, tra i criteri direttivi della delega, «certezza delle risorse e stabilità tendenziale del quadro di finanziamento, in misura corrispondente alle funzioni attribuite».

Ad avviso della ricorrente, le norme impugnate violerebbero palesemente questo criterio direttivo, che non varrebbe soltanto in relazione ai decreti delegati attuativi della legge n. 42 del 2009, ma esprimerebbe «una esigenza di fondo dell’ordinamento costituzionale dei rapporti finanziari tra lo Stato e le Regioni».

Da questo punto di vista, il d.l. n. 78 del 2010 si porrebbe in controtendenza rispetto agli strumenti di coordinamento previsti dalla legge n. 42 del 2009 e dalla legge 31 dicembre 2009, n. 196 (Legge di contabilità e finanza pubblica), che valorizzano le procedure di concertazione. Questa «anomalia» – aggiunge la Regione Liguria – è stata evidenziata dalla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, nella «Relazione concernente il quadro generale di finanziamento degli enti territoriali», trasmessa dal Governo ai sensi dell’art. 2, comma 6, della legge n. 42 del 2009, ed allegata dalla difesa regionale al ricorso in esame.

In definitiva, secondo la ricorrente, lo Stato avrebbe – senza alcuna concertazione con le Regioni – operato un drastico taglio delle risorse in modo irragionevole, senza cioè che «risultino considerate le prestazioni erogate dalle Regioni e senza che sia allegato lo specifico bisogno a fondamento della misura», né si sarebbe tenuto conto dei «costi standard», di cui all’art. 2, comma 6, della legge n. 42 del 2009, non essendo stati ancora definiti.

Le norme impugnate violerebbero anche l’art. 117, terzo comma, Cost., in quanto non si limiterebbero a porre limiti alla spesa ma ridurrebbero direttamente le risorse regionali. Le Regioni, pertanto, non sarebbero tenute ad attuare una norma di principio, ma dovrebbero solo «fare fronte alle conseguenze di una norma autoapplicativa, tagliando i servizi individuati». Né tale “taglio” investirebbe l’intera amministrazione pubblica, in quanto l’entità della riduzione imposta alle Regioni sarebbe di gran lunga superiore a quella richiesta alle amministrazioni statali.

2.2.— La Regione Liguria impugna altresì il comma 7 dell’art. 14, il quale dispone: «L’art. 1, comma 557, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 e successive modificazioni è sostituito dai seguenti:

“557. Ai fini del concorso delle autonomie regionali e locali al rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, gli enti sottoposti al patto di stabilità interno assicurano la riduzione delle spese di personale, al lordo degli oneri riflessi a carico delle amministrazioni e dell’IRAP, con esclusione degli oneri relativi ai rinnovi contrattuali, garantendo il contenimento della dinamica retributiva e occupazionale, con azioni da modulare nell’ambito della propria autonomia e rivolte, in termini di principio, ai seguenti ambiti prioritari di intervento:

a) riduzione dell’incidenza percentuale delle spese di personale rispetto al complesso delle spese correnti, attraverso parziale reintegrazione dei cessati e contenimento della spesa per il lavoro flessibile;

b) razionalizzazione e snellimento delle strutture burocratico-amministrative, anche attraverso accorpamenti di uffici con l’obiettivo di ridurre l’incidenza percentuale delle posizioni dirigenziali in organico;

c) contenimento delle dinamiche di crescita della contrattazione integrativa, tenuto anche conto delle corrispondenti disposizioni dettate per le amministrazioni statali.

557-bis. Ai fini dell’applicazione del comma 557, costituiscono spese di personale anche quelle sostenute per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, per la somministrazione di lavoro, per il personale di cui all’articolo 110 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, nonché per tutti i soggetti a vario titolo utilizzati, senza estinzione del rapporto di pubblico impiego, in strutture e organismi variamente denominati partecipati o comunque facenti capo all’ente.

557-ter. In caso di mancato rispetto del comma 557, si applica il divieto di cui all’art. 76, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133”».

2.2.1.— La ricorrente rileva che, prima della novella operata dal comma 7 oggetto di impugnazione, l’art. 1, comma 557, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007) non prevedeva alcuna conseguenza per la mancata riduzione della spesa per il personale ed erano ammesse deroghe ai limiti previsti, in presenza di particolari indicatori di “virtuosità”. In sostanza, il testo precedente del citato comma 557 rispettava l’autonomia regionale perché si preoccupava del rispetto dei limiti complessivi e differenziava le diverse situazioni.

Il testo vigente del comma 557, oggetto dell’odierno scrutinio, imporrebbe, invece, una riduzione della spesa per il personale senza possibilità di deroga e tale vincolo sarebbe sanzionato con il blocco delle assunzioni. La disposizione in esame sarebbe, peraltro, formulata in modo ambiguo, poiché non preciserebbe «rispetto a quando bisogna ridurre la spesa e quando si accerta il mancato rispetto del dovere». Né sarebbe prevista una procedura di leale collaborazione per accertare la eventuale violazione del vincolo.

In definitiva, sussisterebbe il rischio per la Regione di incorrere nella grave sanzione del blocco delle assunzioni in relazione a politiche del personale legittimamente attuate nel vigore della precedente norma, o di non poter completare le politiche già deliberate.

Da quanto appena detto discenderebbe la violazione dei principi di ragionevolezza e di buona amministrazione (artt. 3 e 97 Cost.), con conseguente lesione dell’autonomia organizzativa e finanziaria regionale (artt. 117, quarto comma, e 119 Cost.).

Considerato, inoltre, che un’ordinaria programmazione delle assunzioni copre un arco temporale triennale, l’art. 14, comma 7, sarebbe illegittimo nella parte in cui non prevede la possibilità di articolare la riduzione della spesa in un arco di tempo almeno triennale o comunque sufficiente per un mutamento di indirizzo da parte di quelle amministrazioni che non hanno ridotto la spesa per il personale nel rispetto delle condizioni fissate dalla norma previgente.

Da ultimo, la Regione Liguria ritiene che la mancata previsione di «una procedura in contraddittorio», per l’accertamento della violazione dei limiti posti dalla norma, determini la lesione del principio di leale collaborazione.

2.3.— Oggetto dell’impugnativa regionale è anche il comma 9 dell’art. 14, in virtù del quale: «Il comma 7 dell’art. 76 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 è sostituito dal seguente:

“è fatto divieto agli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 40% delle spese correnti di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale; i restanti enti possono procedere ad assunzioni di personale nel limite del 20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente”. La disposizione del presente comma si applica a decorrere dal 1° gennaio 2011, con riferimento alle cessazioni verificatesi nell’anno 2010».

Secondo la Regione Liguria, tale norma porrebbe limiti rigidi alle assunzioni, con conseguente lesione della competenza regionale in materia di personale e di organizzazione (art. 117, quarto comma, Cost.). Sarebbero inoltre violati gli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost., in quanto il legislatore statale avrebbe oltrepassato il limite della mera fissazione di norme di principio nella materia del coordinamento della finanza pubblica.

2.4.— è censurato, inoltre, il comma 32 dell’art. 14, il cui testo nella versione vigente al momento dell’impugnazione della Regione Liguria è riportato al punto 1.1.

La ricorrente sostiene che il comma 32 ponga limiti molto stringenti e non temporanei alla possibilità per i Comuni di costituire società; tale norma avrebbe, dunque, carattere dettagliato e invaderebbe la competenza legislativa regionale in materia di coordinamento della finanza pubblica (art. 117, terzo comma, Cost.). Ad avviso della Regione Liguria, proprio il carattere dettagliato e la rigidità dei limiti posti dimostrerebbero che la ratio di questa norma non è la tutela della concorrenza (né la disciplina dell’ordinamento civile) ma solo il risparmio nell’azione amministrativa locale, con conseguente incisione su un ambito materiale rimesso alla potestà legislativa concorrente.

Inoltre, il comma 32, sempre in ragione del suo carattere di norma di dettaglio, risulterebbe lesivo dell’autonomia organizzativa e finanziaria dei Comuni (artt. 114, secondo comma, e 119 Cost.), che la Regione è legittimata a difendere davanti alla Corte costituzionale. Tale autonomia sarebbe compromessa anche per l’irragionevolezza della norma, che terrebbe conto soltanto della dimensione dei Comuni, senza considerare la solidità economica delle società, la natura dei servizi resi e l’eventuale produzione di utili.

2.4.1.— Oggetto di specifica censura è poi l’ultimo periodo del comma 32, per violazione dell’art. 117, sesto comma, Cost., là dove prevede un decreto ministeriale di natura sostanzialmente regolamentare in una materia di competenza legislativa concorrente.

Secondo la Regione Liguria, sarebbe paradossale che nel procedimento di codecisione del decreto in parola sia coinvolto il Ministro competente per il federalismo e non lo siano, invece, le sedi istituzionali di confronto con le Regioni, donde la violazione del principio di leale collaborazione, per omessa previsione della necessità dell’intesa con la Conferenza Stato-Regioni o con la Conferenza unificata.

3.— Con ricorso notificato il 28 settembre 2010 e depositato il successivo 6 ottobre (reg. ric. n. 106 del 2010), la Regione Emilia-Romagna ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 122 del 2010, e, tra queste, dell’art. 14, comma 9, per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, e 119 Cost.

L’art. 14, comma 9, è impugnato in quanto porrebbe limiti rigidi alle assunzioni, in violazione della competenza regionale in materia di personale e di organizzazione (art. 117, quarto comma, Cost.). Sarebbero inoltre violati gli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost., in quanto il legislatore statale avrebbe oltrepassato il limite della mera fissazione di norme di principio nella materia del coordinamento della finanza pubblica.

4.— Con ricorso notificato il 28 settembre 2010 e depositato il successivo 7 ottobre (reg. ric. n. 107 del 2010), la Regione Puglia ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del d.l. n. 78 del 2010, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 122 del 2010, e, tra queste, dell’art. 14, commi 9, 19, 20, 21 e 27, in riferimento agli artt. 3, 97, 117, secondo comma, lettera p), terzo e quarto comma, 118, primo e secondo comma, e 119 Cost.

4.1.— Il comma 9, il cui testo è riportato al punto 3.3, è censurato nella parte in cui si applica alle Regioni, per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost.

Preliminarmente, la Regione Puglia evidenzia come la norma impugnata contenga due divieti: il primo è riferito «agli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 40 per cento delle spese correnti», ed impedisce a tali enti «di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale»; il secondo divieto – applicabile a tutte le Regioni, comprese quelle che hanno rispettato il limite percentuale complessivo di cui sopra – consiste nell’impossibilità di procedere ad assunzioni di personale in misura superiore al «20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente».

Ad avviso della ricorrente, entrambe le previsioni, nella parte in cui si applicano alle Regioni, sarebbero costituzionalmente illegittime per violazione dell’autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria delle Regioni.

Per meglio evidenziare gli asseriti vizi di illegittimità costituzionale la difesa regionale richiama il testo dell’art. 76 del d.l. n. 112 del 2008, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 133 del 2008, nella versione anteriore alle modifiche operate dalla norma impugnata. In particolare, la Regione Puglia evidenzia come gli originari commi 5 e 6 del citato art. 76 non contenessero alcun vincolo puntuale all’autonomia di spesa, mentre il comma 7, che pure prevedeva un vincolo puntuale, si caratterizzasse esplicitamente per il suo carattere transitorio («fino all’emanazione del decreto di cui al comma 6», che avrebbe dovuto recepire l’accordo con le Regioni in sede di Conferenza unificata).

A seguito dell’emanazione del d.l. n. 78 del 2010, l’originario comma 5 è stato abrogato e dal comma 7 è stato rimosso l’incipit che conferiva alla norma il carattere transitorio di cui sopra si è detto, là dove proprio la “transitorietà” costituirebbe un requisito indispensabile per la legittimità costituzionale di norme analoghe a quella oggetto dell’odierno giudizio (è richiamata, al riguardo, la sentenza n. 169 del 2007 della Corte costituzionale).

Pertanto, il divieto previsto dalla prima proposizione dell’art. 14, comma 9, – configurandosi come misura destinata ad applicarsi direttamente alle Regioni e ad operare come limite «stabile» e non meramente «transitorio» – si porrebbe in palese contrasto con gli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost.

La stessa norma, inoltre, incidendo sulla spesa per il personale della Regione e sul potere di quest’ultima di procedere alle relative assunzioni, comprimerebbe illegittimamente sia la potestà legislativa regionale in materia di «organizzazione amministrativa e ordinamento del personale» (art. 117, quarto comma, Cost.), sia l’autonomia amministrativa nell’esercizio delle funzioni spettanti alla Regione in virtù dell’art. 118, primo comma, Cost.

Quanto alla seconda previsione contenuta nell’impugnato art. 14, comma 9, la relativa illegittimità costituzionale, per la parte in cui si applica alle Regioni, sarebbe ancor più evidente. In questo caso, infatti, il limite quantitativo puntuale imposto «stabilmente» alla spesa per le assunzioni di personale si applicherebbe, in termini assoluti e generalizzati, a tutti gli enti, anche nelle ipotesi in cui questi ultimi avessero rispettato il limite più generale stabilito dalla prima previsione.

La norma in esame si porrebbe, dunque, in aperto contrasto con gli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost., per le ragioni già evidenziate sopra.

4.2.— La Regione Puglia impugna, inoltre, i commi 19, 20 e 21 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, i quali dispongono quanto segue: «19. Ferme restando le previsioni di cui all’articolo 77-ter, commi 15 e 16, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, alle regioni che abbiano certificato il mancato rispetto del patto di stabilità interno relativamente all’esercizio finanziario 2009, si applicano le disposizioni di cui ai commi dal 20 al 24 del presente articolo.

20. Gli atti adottati dalla Giunta regionale o dal Consiglio regionale durante i dieci mesi antecedenti alla data di svolgimento delle elezioni regionali, con i quali è stata assunta la decisione di violare il patto di stabilità interno, sono annullati senza indugio dallo stesso organo.

21. I conferimenti di incarichi dirigenziali a personale esterno all’amministrazione regionale ed i contratti di lavoro a tempo determinato, di consulenza, di collaborazione coordinata e continuativa ed assimilati, nonché i contratti di cui all’articolo 76, comma 4, secondo periodo, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, deliberati, stipulati o prorogati dalla regione nonché da enti, agenzie, aziende, società e consorzi, anche interregionali, comunque dipendenti o partecipati in forma maggioritaria dalla stessa, a seguito degli atti indicati al comma 20, sono revocati di diritto. Il titolare dell’incarico o del contratto non ha diritto ad alcun indennizzo in relazione alle prestazioni non ancora effettuate alla data di entrata in vigore del presente decreto».

4.2.1.— In via preliminare, la ricorrente sottolinea come le norme in esame prevedano sanzioni molto diverse da quelle a carattere finanziario, che hanno contrassegnato, nell’evoluzione legislativa dell’ultimo decennio, il patto di stabilità nelle sue differenti versioni.

Dopo aver precisato che il titolo di competenza cui ineriscono le norme in tema di patto di stabilità è quello del «coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario», la difesa regionale si sofferma sui limiti materiali che lo Stato incontra nell’esercizio della potestà legislativa in questa materia.

La Regione Puglia non contesta che le prescrizioni poste dallo Stato, nell’esercizio della propria competenza in materia di coordinamento della finanza pubblica, siano assistite da sanzioni, ma ritiene di dover evidenziare come tali norme di carattere sanzionatorio incontrino comunque il limite delle materie, con la conseguenza che «si devono mantenere» nell’ambito delle competenze esclusive di cui al secondo comma dell’art. 117 Cost. o in quello dei principi fondamentali nelle materie elencate al successivo terzo comma.

In sostanza, secondo la difesa regionale, pur restando indiscussa la potestà sanzionatoria dello Stato in caso di violazione delle prescrizioni dettate in tema di coordinamento della finanza pubblica, «tale potestà non può certo essere configurata alla stregua di un vero e proprio grimaldello capace di consentire alla legge statale, al di fuori dei limiti delle proprie competenze, di aprirsi le porte in ambiti materiali che la Costituzione assegna alla legislazione regionale».

4.2.2.— Su tali premesse la Regione Puglia ritiene che i commi 19, 20 e 21 dell’art. 14 violino l’art. 117, terzo e quarto comma, Cost., in quanto prevedono sanzioni configurate in modo tale da invadere la potestà legislativa regionale.

In particolare, il comma 20 – il quale dispone un vero e proprio obbligo di annullamento, da parte dell’organo regionale competente, di tutti gli atti con cui è stata assunta la decisione di violare il patto di stabilità interno e che risultino adottati nei dieci mesi anteriori alle elezioni regionali – invaderebbe la competenza legislativa regionale (ex artt. 117, terzo e quarto comma, Cost.), poiché imporrebbe l’annullamento di atti ricadenti in ambiti materiali diversi da quelli elencati nel secondo comma dell’art. 117 Cost.

Al riguardo, non avrebbe pregio l’argomento secondo cui la norma impugnata non lederebbe l’autonomia regionale, in quanto limitata alla imposizione di un obbligo di annullamento a carico degli stessi organi regionali. Il comma 20, infatti, porrebbe un obbligo giuridico di annullamento sospensivamente condizionato alla certificazione del mancato rispetto del patto di stabilità di cui al comma 19. Pertanto, verificatasi la condizione sospensiva, l’obbligo sorgerebbe automaticamente.

Il comma 21 sarebbe incostituzionale, in riferimento all’art. 117, quarto comma, Cost., per ragioni analoghe a quelle appena esposte. Anche in questo caso, infatti, la revoca «di diritto», prevista come sanzione per la violazione del patto di stabilità, determinerebbe un’evidente invasione della competenza legislativa regionale in materia di «organizzazione amministrativa della Regione e degli enti pubblici regionali», rientrante, secondo la giurisprudenza costituzionale, nell’ambito di cui all’art. 117, quarto comma, Cost.

4.2.3.— In subordine, ove la Corte costituzionale ritenesse di non condividere le argomentazioni fin qui esposte, i commi 19, 20 e 21 sarebbero comunque illegittimi per violazione degli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost.

La Regione Puglia richiama la giurisprudenza costituzionale sui limiti che incontra lo Stato nel dettare i principi fondamentali in materia di «coordinamento della finanza pubblica». Nel caso di specie, ed in particolare con la previsione della revoca ex lege degli incarichi, disposta dal comma 21, il legislatore statale avrebbe approvato norme minute e dettagliate inerenti le singole voci di spesa.

Inoltre, proprio con riferimento al comma 21, l’autonomia finanziaria regionale risulterebbe violata anche da un ulteriore punto di vista; infatti la norma in esame, pur avendo carattere sanzionatorio nei confronti di quelle Regioni che abbiano deliberatamente scelto di violare il patto di stabilità, interverrebbe ex post (cioè con una misura sanzionatoria non prevista al momento dell’adozione degli atti di spesa in questione), incidendo direttamente sul potere delle Regioni di disporre delle proprie risorse e di dotarsi dell’organizzazione più idonea al perseguimento dei propri fini.

4.2.4.— In ulteriore subordine, la Regione Puglia ritiene che i commi 19, 20 e 21 siano costituzionalmente illegittimi per violazione degli artt. 3 e 97 Cost., in relazione alle competenze regionali garantite dagli artt. 117, 118 e 119 Cost.

Ad avviso della ricorrente, l’individuazione dell’intervallo di tempo riferito ai dieci mesi precedenti la data delle elezioni regionali – in relazione al quale le norme impugnate dispiegano la loro efficacia – costituirebbe un parametro del tutto arbitrario e irragionevole, poiché il presupposto dell’applicazione delle misure previste sarebbe dato dalla violazione del patto di stabilità interno relativamente all’esercizio finanziario 2009.

Tale irragionevolezza determinerebbe una disparità di trattamento tra Regioni che hanno adottato atti di spesa in violazione del patto di stabilità prima dei suddetti dieci mesi e Regioni che li hanno adottati dopo, con conseguente lesione dei principi di autonomia finanziaria e organizzativa ex artt. 117, terzo e quarto comma, e 119 Cost. Dalla denunciata irragionevole disparità di trattamento discenderebbe, come conseguenza diretta, la violazione dei principi di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione.

La difesa della ricorrente conclude sul punto argomentando in merito all’asserita ridondanza, sull’autonomia regionale costituzionalmente garantita, delle censure prospettate rispetto a parametri diversi da quelli che regolano il riparto di competenze.

Infine, le norme impugnate sarebbero costituzionalmente illegittime anche per la loro irragionevolezza intrinseca e, dunque, per violazione dell’art. 3 Cost., sempre in relazione alle competenze regionali garantite dagli artt. 117, 118 e 119 Cost., in quanto disporrebbero misure sanzionatorie puntuali e specificamente riferite a singoli atti e voci di spesa, senza che sia accertato in concreto il collegamento diretto tra tale voce di spesa e la violazione del patto di stabilità.

4.3.— Da ultimo, la Regione Puglia impugna il comma 27, il quale stabilisce: «Ai fini dei commi da 25 a 31 e fino alla data di entrata in vigore della legge con cui sono individuate le funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione, sono considerate funzioni fondamentali dei comuni le funzioni di cui all’articolo 21, comma 3, della legge 5 maggio 2009, n. 42».

La questione di legittimità costituzionale è prospettata per violazione degli artt. 117, commi secondo, lettera p), terzo e quarto, e 118, secondo comma, Cost.

Secondo la difesa regionale, il richiamo all’art. 21, comma 3, della legge n. 42 del 2009 consentirebbe di estendere la qualifica di «funzioni fondamentali dei Comuni» – con conseguente attribuzione allo Stato della relativa competenza legislativa esclusiva – «anche a funzioni “amministrativo-gestionali”, o comunque, più in generale, a funzioni volte alla cura concreta di interessi».

Sotto questo profilo, la norma impugnata violerebbe i limiti che caratterizzano la potestà legislativa attribuita allo Stato dall’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., ledendo gravemente l’autonomia legislativa della Regione, riconosciuta dai commi terzo e quarto dell’art. 117 Cost. e richiamata dal comma secondo dell’art. 118 Cost., in riferimento alla disciplina ed alla allocazione delle funzioni amministrative dei Comuni.

La ricorrente si sofferma in particolare sulla competenza legislativa statale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., sottolineando come da essa non possa certo ricavarsi un titolo che abiliti lo Stato a qualificare liberamente qualunque funzione amministrativa come «funzione fondamentale» dei Comuni o delle Province, potendo per ciò stesso disporne l’integrale disciplina. Peraltro, aggiunge la difesa regionale, la Corte costituzionale ha più volte riconosciuto il carattere “limitato” della potestà legislativa statale in esame, anche se non ha ancora avuto modo di individuare con chiarezza i limiti entro i quali dovrebbe essere intesa l’espressione «funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane».

Ad avviso della Regione Puglia, le «funzioni fondamentali» in parola devono ritenersi limitate a quelle in cui si esprimono la potestà statutaria, quella regolamentare e quella amministrativa a carattere “ordinamentale” concernente le funzioni essenziali che attengono alla vita stessa e al governo degli enti locali in questione. In nessun caso vi potrebbero essere ricondotte funzioni “amministrativo-gestionali” in senso proprio, né, tanto meno, quelle individuate per relationem dalla norma qui censurata.

A sostegno di questa conclusione militerebbero diversi argomenti.

Innanzitutto, rileverebbe l’argomento “topografico” riferito allo stesso testo dell’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., per il quale le «funzioni fondamentali» sono accomunate agli «organi di governo» e alla «legislazione elettorale».

In secondo luogo, andrebbero considerati i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza di cui all’art. 118, primo comma, Cost. Al riguardo, la ricorrente sostiene che, se la ratio della attribuzione allo Stato di una competenza legislativa è da rintracciare in una esigenza unitaria di livello nazionale, risulterebbe del tutto incomprensibile individuare tale esigenza nell’ipotesi in cui, tra le funzioni fondamentali menzionate alla lettera p) del secondo comma dell’art. 117 Cost., fossero annoverabili anche funzioni amministrative consistenti nella concreta cura di interessi.

In sostanza, tali funzioni dovrebbero essere allocate tra gli enti locali in base ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza ex art. 118, primo comma, Cost., e tale vincolo graverebbe allo stesso modo sulla legge statale e su quella regionale (art. 118, secondo comma, Cost.).

Infine, nel senso sopra indicato deporrebbe anche una lettura sistematica delle disposizioni costituzionali. La Regione Puglia sottolinea come, tra i principi che devono guidare l’allocazione delle funzioni amministrative tra i diversi enti della Repubblica, l’art. 118 Cost. contempli anche il principio di differenziazione. Il suo contenuto precettivo consisterebbe nello stabilire che la valutazione di adeguatezza/inadeguatezza rispetto allo svolgimento della funzione deve tener conto delle differenze concrete sussistenti tra enti della medesima categoria. Pertanto, il principio di differenziazione non sarebbe che «una peculiare declinazione che assume il principio di eguaglianza nell’ambito della allocazione delle funzioni amministrative».

Secondo la difesa regionale, il portato precettivo del principio di differenziazione (e, per il suo tramite, del principio di eguaglianza) risulterebbe del tutto trascurato ove si ritenesse che le funzioni amministrativo-gestionali possano rientrare tra le «funzioni fondamentali» per consentire soluzioni allocative, da parte della legge statale, uniformi per tutto il territorio nazionale.

D’altra parte, aggiunge la ricorrente, non si potrebbe ritenere che la soluzione proposta dalla stessa Regione sia in grado di pregiudicare l’uniformità minima negli standard di prestazione relativi a quelle funzioni che, in virtù della loro importanza, fossero ritenute «fondamentali». Lo Stato, infatti, sarebbe comunque dotato della competenza ad individuare i «livelli essenziali delle prestazioni» ed avrebbe a disposizione, in ogni caso, lo strumento del potere sostitutivo straordinario ex art. 120, secondo comma, Cost., per garantire l’effettività di questi livelli.

5.— Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, si è costituito in tutti i giudizi chiedendo che le questioni prospettate siano dichiarate inammissibili e infondate.

La difesa statale svolge argomentazioni analoghe in tutti gli atti di costituzione, che, pertanto, possono essere esaminati congiuntamente.

5.1.— In via preliminare, l’Avvocatura generale eccepisce la tardività dei ricorsi proposti avverso le norme del d.l. n. 78 del 2010 non modificate in sede di conversione e quindi, in ipotesi, immediatamente lesive.

5.2.— Nel merito, prima di esaminare le singole censure, la difesa statale si sofferma sul contesto economico in cui si inseriscono le norme impugnate, sottolineando come il d.l. n. 78 del 2010 sia stato adottato nel pieno di una grave crisi economica internazionale, al fine di assicurare stabilità finanziaria al Paese nella sua interezza e di rafforzarne la competitività sui mercati economici e finanziari.

Pertanto, a parere dell’Avvocatura generale, le misure adottate non possono essere sezionate, ma vanno esaminate nel loro complesso, in quanto l’una sorregge l’altra per raggiungere insieme le finalità di stabilizzazione e di rilancio economico.

Da quanto appena detto, la difesa statale ricava la conclusione che le norme censurate prevedono interventi rientranti nella competenza statale del coordinamento della finanza pubblica, idonea a vincolare anche le Regioni speciali e le Province autonome.

D’altronde, rileva la medesima difesa, «quando sopravvengono circostanze di straordinaria necessità ed urgenza, non può pretendersi che si esplichino le ipotizzate modalità di concertazione». Anzi lo Stato, avendo la responsabilità della politica economica nazionale, deve poter intervenire con la dovuta urgenza e rapidità, nell’interesse dell’intera Comunità.

Da ciò l’Avvocatura generale deduce che, nella ricorrenza di situazioni eccezionali, «possa derogarsi anche alle procedure statutarie, come alle altre sinanco costituzionali, in ragione dell’esigenza di salvaguardare la salus rei publicae e in applicazione dei principi costituzionali fondamentali della solidarietà economica e sociale (art. 2), dell’unità della Repubblica (art. 5), e della responsabilità internazionale dello Stato (art. 10), che (…) si impongono a tutti, Stato e autonomie comprese».

5.2.1.— Quanto alle singole censure, la difesa statale precisa che l’art. 14, nella sua interezza ed in particolare nei commi 1 e 2, concerne esplicitamente il patto di stabilità e richiede alle Regioni un concorso generalizzato alla spesa pubblica, attraverso una riduzione complessiva dei trasferimenti, da distribuirsi con accordo in sede di Conferenza Stato-Regioni, «ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica» e in applicazione del principio di solidarietà sociale (artt. 2 e 119 Cost.).

Il comma 7 dell’art. 14 avrebbe la stessa ratio, ponendo principi diretti a ridurre le spese per il personale e per le strutture burocratiche degli enti pubblici sottoposti al patto di stabilità.

Il comma 9, stabilendo un divieto di ulteriori assunzioni per enti ad alta spesa corrente, punterebbe ad arginare «la marea montante» della spesa nel settore del pubblico impiego.

In merito alle censure mosse ai commi 19, 20 e 21, l’Avvocatura generale obietta che il patto di stabilità rientra nella competenza statale concorrente del coordinamento della finanza pubblica e che correlativamente compete allo Stato stabilire le conseguenze delle infrazioni volontarie, con disposizioni di carattere generale e in cooperazione con la Regione, cui è demandata la certificazione della violazione e l’adozione dei provvedimenti di annullamento o revoca degli atti illegittimi.

Al riguardo, la difesa statale rileva come sia pacifico che il potere sanzionatorio spetti al titolare della funzione; peraltro, trattandosi di principi fondamentali, valevoli su tutto il territorio nazionale, non sarebbe ipotizzabile una valutazione sanzionatoria differenziata per Regioni.

Né potrebbe parlarsi di efficacia retroattiva delle sanzioni in parola, poiché la norma impugnata non autorizza a punire infrazioni pregresse alle elezioni regionali già svolte. Le sanzioni previste sarebbero, inoltre, coerenti, razionali e si manterrebbero entro stretti margini di proporzionalità, con la conseguenza che la normativa impugnata non violerebbe i principi di legalità, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.

Sempre con riferimento ai commi 19, 20 e 21, l’Avvocatura generale osserva come le predette norme presuppongano che le Regioni interessate non abbiano raggiunto gli obiettivi loro attribuiti dallo Stato, ai sensi dell’art. 77-ter del d.l. n. 112 del 2008, recando, quindi, un grave pregiudizio all’unità economica della Repubblica e al necessario rispetto degli impegni precedentemente assunti a livello comunitario. Inoltre, le stesse norme si fonderebbero su un presupposto generale, costituito dalla certificazione del mancato rispetto del patto di stabilità interno per l’anno 2009, disciplinata da norme che trovano applicazione in tutte le Regioni (art. 77-ter, comma 13, del d.l. n. 112 del 2008). Non sarebbe pertanto configurabile alcuna violazione del principio di parità di trattamento tra le Regioni.

Quanto alla presunta irragionevolezza delle norme impugnate, la difesa statale replica obiettando che, piuttosto, sarebbe irragionevole difendere la validità e la perdurante operatività di atti posti in essere nella deliberata violazione del patto di stabilità.

Infondata ed inammissibile sarebbe poi la questione prospettata nei confronti del comma 27 dell’art. 14, il quale non pretenderebbe di disciplinare o di riservare allo Stato alcuna attività amministrativa gestionale, né di sottrarre questa all’applicazione dell’art. 118 Cost.

In ogni caso, la questione sarebbe «del tutto teorica e inammissibile», in quanto non si comprenderebbe quale sia la lesione delle competenze regionali, tanto più che la legge n. 42 del 2009, cui rinvia la diposizione in esame, non risulta impugnata.

Peraltro, aggiunge l’Avvocatura generale, le funzioni richiamate altro non sono che le funzioni “storiche” dei Comuni – nelle quali si identificano quelle «proprie», di cui al secondo comma dell’art. 118 Cost. – e quindi le «funzioni fondamentali» di cui all’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost.

Infine, la norma di cui al comma 32, pur ispirandosi all’obiettivo del contenimento della spesa pubblica, sarebbe riconducibile alla competenza legislativa statale in materia di ordinamento civile. In proposito, la difesa statale richiama la deliberazione dell’Assemblea plenaria della Corte dei conti del 22 giugno 2010, che ha evidenziato come la partecipazione a società sia uno strumento spesso utilizzato dall’ente locale per forzare le regole poste a tutela della concorrenza, e sia sovente finalizzato ad eludere i controlli di finanza pubblica imposti agli enti locali.

6.— In prossimità dell’udienza del 7 giugno 2011, tutte le ricorrenti e il Presidente del Consiglio dei ministri hanno depositato memorie nelle quali insistono nelle conclusioni già rassegnate, rispettivamente, nei ricorsi e negli atti di costituzione.

7.— In prossimità dell’udienza del 22 novembre 2011 e dell’8 maggio 2012, il Presidente del Consiglio dei ministri e le Regioni Liguria ed Emilia-Romagna hanno depositato memorie nelle quali insistono nelle conclusioni già rassegnate negli atti di causa.

Considerato in diritto

1.— La Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (reg. ric. n. 96 del 2010) e le Regioni Liguria (reg. ric. n. 102 del 2010), Emilia-Romagna (reg. ric. n. 106 del 2010) e Puglia (reg. ric. n. 107 del 2010) hanno promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, e tra queste dell’art. 14, commi 1, 2, 7, 9, 19, 20, 21, 27 e 32, per violazione degli artt. 3, 5, 97, 114, 117, 118, 119 e 120 della Costituzione; del principio di leale collaborazione; degli artt. 2 e 3 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta), in relazione all’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione).

In particolare, la Regione Valle d’Aosta ha impugnato il comma 32 dell’art. 14, la Regione Liguria ha impugnato i commi 1, 2, 7, 9 e 32 dell’art. 14, la Regione Emilia-Romagna ha impugnato il comma 9 dell’art. 14, infine, la Regione Puglia ha impugnato i commi 9, 19, 20, 21 e 27 dell’art. 14.

Riservata a separate pronunce la decisione sull’impugnazione delle altre disposizioni contenute nel suddetto d.l. n. 78 del 2010, vengono in esame in questa sede le questioni di legittimità costituzionale relative all’art. 14, commi 1, 2, 7, 9, 19, 20, 21, 27 e 32.

I giudizi, così separati e delimitati, in considerazione della loro connessione oggettiva devono essere riuniti, per essere decisi con un’unica pronuncia.

2.— Preliminarmente, la difesa dello Stato ha eccepito la tardività di tutti i ricorsi in quanto le disposizioni impugnate, non modificate in sede di conversione del d.l. n. 78 del 2010, sarebbero state immediatamente lesive. Di conseguenza, le ricorrenti avrebbero dovuto impugnare, entro il termine decadenziale di cui all’art. 127, secondo comma, Cost., il decreto-legge e non la legge di conversione.

L’eccezione è priva di fondamento.

È infatti principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che, qualora la Regione ritenga lese le proprie competenze costituzionali da norme contenute in un decreto-legge «può riservare l’impugnazione a dopo l’entrata in vigore» della relativa legge di conversione, poiché «soltanto a partire da tale momento il quadro normativo assume un connotato di stabilità e l’iniziativa d’investire la Corte non rischia di essere vanificata dall’eventualità di una mancata conversione» (da ultimo, sentenza n. 232 del 2011).

Deve, pertanto, riconoscersi la tempestività delle impugnazioni, pur se relative a disposizioni del d.l. n. 78 del 2010 non modificate in sede di conversione.

3.— Nel merito, la difesa dello Stato ha sostenuto che tutte le norme impugnate troverebbero giustificazione nella necessità di far fronte a difficoltà economiche del nostro Paese di tale gravità da mettere a repentaglio la stessa salus rei publicae e da consentire, perciò, una deroga temporanea alle regole costituzionali di distribuzione delle competenze fra Stato e Regioni. A sostegno di questo assunto la parte resistente invoca i principi fondamentali della solidarietà politica, economica e sociale (art. 2 Cost.), dell’uguaglianza economica e sociale (art. 3, secondo comma, Cost.), dell’unitarietà della Repubblica (art. 5 Cost.), della responsabilità internazionale dello Stato (art. 10 Cost.) dell’appartenenza all’Unione europea (art. 11 Cost.), nonché i principi del concorso di tutti alle spese pubbliche (art. 53 Cost.), di sussidiarietà (art. 118 Cost.), della responsabilità finanziaria (art. 119 Cost.), della tutela dell’unità giuridica ed economica (art. 120 Cost.) e gli «altri doveri espressi dalla Costituzione (artt. 41-47, 52, 54)».

In proposito, si deve osservare che le disposizioni costituzionali evocate non attribuiscono allo Stato il potere di derogare alle competenze delineate dal Titolo V della Parte seconda della Costituzione. Al contrario, anche nel caso di situazioni eccezionali, lo Stato è tenuto a rispettare tale riparto di competenze ed a trovare rimedi che siano con esso compatibili (ad esempio, mediante l’esercizio, in via di sussidiarietà, di funzioni legislative di spettanza regionale, nei limiti ed alle condizioni più volte indicate da questa Corte). La Costituzione esclude che uno stato di necessità possa legittimare lo Stato ad esercitare funzioni legislative in modo da sospendere le garanzie costituzionali di autonomia degli enti territoriali, previste, in particolare, dall’art. 117 Cost.

Deve essere dunque ribadita l’inderogabilità dell’ordine costituzionale delle competenze legislative, anche nel caso in cui ricorrano le situazioni eccezionali prospettate dall’Avvocatura generale dello Stato.

4.— La Regione Liguria ha impugnato i commi 1 e 2 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, nella parte in cui si riferiscono alle Regioni a statuto ordinario, operando un drastico taglio delle risorse spettanti a queste ultime, «in misura pari a 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e a 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012».

Secondo la ricorrente, le norme in esame violerebbero gli artt. 117, terzo comma, 118 e 119 Cost., anche in relazione all’art. 2, comma 2, lettera ll), della legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione).

4.1.— Le questioni di legittimità costituzionale, riguardanti l’art. 14, commi 1 e 2, del d.l. n. 78 del 2010, non sono fondate.

Le norme impugnate costituiscono esercizio, da parte dello Stato, della competenza a determinare i princìpi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica, ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost.

La giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto la natura di princìpi fondamentali nella materia, di competenza legislativa concorrente, del coordinamento della finanza pubblica alle norme statali che si limitino a porre obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica, intesi nel senso di un transitorio contenimento complessivo, anche se non generale, della spesa corrente e non prevedano in modo esaustivo strumenti o modalità per il perseguimento dei suddetti obiettivi (ex plurimis, sentenze n. 232 del 2011 e n. 326 del 2010).

Nel caso di specie, sussistono entrambe le condizioni richieste dalla citata giurisprudenza.

Si tratta infatti di un contenimento complessivo della spesa corrente, avente carattere transitorio (le norme impugnate riguardano il triennio 2011-2013), anche se l’art. 20, comma 4, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111, ha esteso «anche agli anni 2014 e successivi» le misure previste dalle norme censurate nel presente giudizio, che devono tuttavia essere scrutinate nel loro specifico contenuto prescrittivo, a prescindere quindi da ogni valutazione sulla legittimità costituzionale della norma di proroga.

Le norme impugnate non prevedono, per altro verso, strumenti o modalità per la concreta realizzazione degli obiettivi di riduzione di spesa.

5.— La Regione Liguria ha impugnato il comma 7 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, che ha novellato il comma 557 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007) ed ha aggiunto i commi 557-bis e 557-ter.

Il comma 557 stabilisce una serie di principi ai quali si devono conformare gli enti sottoposti al patto di stabilità interno, per assicurare la riduzione delle spese relative al personale. Il comma 557-bis definisce tali spese ai fini dell’applicazione del comma 557. Infine, il comma 557-ter dispone che, «in caso di mancato rispetto del comma 557», si applica il divieto di cui all’art. 76, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133.

L’art. 76, comma 4, appena citato, dispone a sua volta che, in caso di mancato rispetto del patto di stabilità interno nell’esercizio precedente, è fatto divieto agli enti di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale.

Secondo la ricorrente, l’art. 14, comma 7, del d.l. n. 78 del 2010 violerebbe i principi di ragionevolezza e di buona amministrazione (artt. 3 e 97 Cost.), con conseguente lesione dell’autonomia organizzativa e finanziaria regionale (artt. 117, quarto comma, e 119 Cost.), nonché il principio di leale collaborazione.

5.1.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 7, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

Questa Corte – nel definire una questione introdotta da un ricorso statale avverso una legge regionale (sentenza n. 108 del 2011) – ha affermato che le norme di cui all’art. 1, commi 557 e 557-bis, della legge n. 296 del 2006, nonché quelle di cui all’art. 76, commi 6 e 7, del d.l. n. 112 del 2008, essendo «ispirate alla finalità del contenimento della spesa pubblica, costituiscono princìpi fondamentali nella materia del coordinamento della finanza pubblica, in quanto pongono obiettivi di riequilibrio, senza, peraltro, prevedere strumenti e modalità per il perseguimento dei medesimi». La citata conclusione trova il suo presupposto nella considerazione che «la spesa per il personale, per la sua importanza strategica ai fini dell’attuazione del patto di stabilità interna (data la sua rilevante entità), costituisce non già una minuta voce di dettaglio, ma un importante aggregato della spesa di parte corrente, con la conseguenza che le disposizioni relative al suo contenimento assurgono a principio fondamentale della legislazione statale» (sentenza n. 69 del 2011, che richiama la sentenza n. 169 del 2007).

Anche la norma di cui al comma 557-ter, che prevede sanzioni nel caso di inosservanza delle prescrizioni di contenimento, costituisce un principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica, come già affermato da questa Corte, in quanto diretta ad assicurare il rispetto dei limiti di spesa (ex plurimis, sentenza n. 155 del 2011).

6.— Le Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia hanno impugnato il comma 9 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, che ha novellato l’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, stabilendo: 1) a carico degli enti nei quali l’incidenza delle spese per il personale è pari o superiore al 40 per cento delle spese correnti, il divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale; 2) a carico dei restanti enti, la possibilità di procedere ad assunzioni di personale nel limite del 20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente.

Le norme in esame sono state impugnate per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost.

6.1.— Successivamente alla proposizione dei ricorsi regionali qui presi in esame, l’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, è stato ulteriormente modificato da numerosi interventi legislativi (da ultimo, art. 4-ter, comma 10, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, recante «Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento», convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44).

Il confronto tra il testo dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, oggetto delle impugnative regionali, e quello oggi vigente, anche alla luce delle specifiche ragioni di censura addotte dalle ricorrenti, consente di escludere che le numerose modifiche intervenute abbiano alterato la sostanza normativa del comma censurato.

In particolare, deve rilevarsi come continuino ad essere previsti tanto il divieto di procedere a qualsiasi tipo di assunzione per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è particolarmente rilevante, tanto la limitazione a carico dei «restanti enti» riguardo a nuove assunzioni di personale. Gli interventi del legislatore statale sulle anzidette prescrizioni sono consistiti nell’attutire la portata di siffatti vincoli, prevedendo che il divieto di assunzione operi solo per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 50 per cento delle spese correnti (anziché al 40 per cento, com’era originariamente previsto), e che i restanti enti possano procedere ad assunzioni di personale «a tempo indeterminato» nel limite del 40 per cento (anziché del 20 per cento e per qualsivoglia tipo di assunzione) della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente. Inoltre, il testo oggi vigente dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, prevede che «Per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o inferiore al 35 per cento delle spese correnti sono ammesse, in deroga al limite del 40 per cento e comunque nel rispetto degli obiettivi del patto di stabilità interno e dei limiti di contenimento complessivi delle spese di personale, le assunzioni per turn-over che consentano l’esercizio delle funzioni fondamentali previste dall’articolo 21, comma 3, lettera b), della legge 5 maggio 2009, n. 42; in tal caso le disposizioni di cui al secondo periodo trovano applicazione solo in riferimento alle assunzioni del personale destinato allo svolgimento delle funzioni in materia di istruzione pubblica e del settore sociale».

Da quanto detto deriva che le questioni di legittimità costituzionale aventi ad oggetto l’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, come modificato dall’art. 14, comma 9, del d.l. n. 78 del 2010, devono intendersi trasferite sul testo dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, come risultante a seguito degli interventi legislativi successivi alle odierne impugnative (ex plurimis, sentenze n. 30 del 2012 e n. 153 del 2011).

6.2.— Le questioni di legittimità costituzionale del testo vigente dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008 non sono fondate.

Anche a tale proposito si deve richiamare la sentenza n. 108 del 2011 di questa Corte, che ha riconosciuto all’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008 (sia pure nel testo vigente al momento della anzidetta decisione), natura di principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica, trattandosi di norma che incide sulla spesa per il personale, la quale, «per la sua importanza strategica ai fini dell’attuazione del patto di stabilità interna (data la sua rilevante entità), costituisce non già una minuta voce di dettaglio, ma un importante aggregato della spesa di parte corrente». In particolare, nella citata pronunzia è stata riconosciuta la natura di principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica alla norma che pone il divieto di procedere ad assunzioni di qualsiasi tipo per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 40 per cento (oggi elevato al 50 per cento) delle spese correnti.

Siffatta conclusione deve estendersi anche alla norma che limita la possibilità di assunzioni per i restanti enti, la quale obbedisce alla medesima ratio di contenimento della spesa pubblica per il personale. Valgono per la stessa, quindi, le considerazioni svolte nella sentenza n. 108 del 2011 in relazione al divieto di nuove assunzioni per gli enti che abbiano superato il limite del 40 per cento (oggi, 50 per cento) di cui sopra.

7.— La Regione Puglia ha impugnato i commi 19, 20 e 21 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010. Il comma 19 stabilisce che alle Regioni che abbiano certificato il mancato rispetto del patto di stabilità interno relativamente all’esercizio finanziario 2009, si applicano le disposizioni di cui ai commi dal 20 al 24 dello stesso art. 14. In base al comma 20, gli atti adottati dalla Giunta regionale o dal Consiglio regionale durante i dieci mesi antecedenti alla data di svolgimento delle elezioni regionali, con i quali è stata assunta la decisione di violare il patto di stabilità interno, sono annullati senza indugio dallo stesso organo. Infine, il comma 21 dispone che sono revocati di diritto, ove compiuti a seguito degli atti indicati al comma precedente, i conferimenti di incarichi dirigenziali a personale esterno all’amministrazione regionale ed i contratti di lavoro a tempo determinato, di consulenza, di collaborazione coordinata e continuativa ed assimilati, nonché i contratti di cui all’art. 76, comma 4, secondo periodo, del d.l. n. 112 del 2008, deliberati, stipulati o prorogati dalla Regione nonché da enti, agenzie, aziende, società e consorzi, anche interregionali, comunque dipendenti o partecipati in forma maggioritaria dalla stessa. Il titolare dell’incarico o del contratto non ha diritto ad alcun indennizzo in relazione alle prestazioni non ancora effettuate alla data di entrata in vigore del presente decreto.

Le norme in esame sono state impugnate per violazione degli artt. 3, 97, 117, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost.

7.1.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 19, 20 e 21, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

Anche a tale proposito si deve richiamare la sentenza n. 155 del 2011 di questa Corte, in cui si è affermato che le sanzioni previste nelle norme impugnate, essendo volte ad assicurare il rispetto del patto di stabilità interno, costituiscono princìpi di coordinamento della finanza pubblica e rientrano pertanto nella competenza legislativa concorrente dello Stato, ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost.

8.— La Regione Puglia ha impugnato il comma 27 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, il quale, «ai fini dei commi da 25 a 31 e fino alla data di entrata in vigore della legge con cui sono individuate le funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione», qualifica come funzioni fondamentali dei Comuni le funzioni di cui all’art. 21, comma 3, della legge n. 42 del 2009.

La norma impugnata violerebbe gli artt. 117, commi secondo, lettera p), terzo e quarto, e 118, secondo comma, Cost.

8.1.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 27, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

La ricorrente muove, infatti, da un erroneo presupposto interpretativo, in quanto il richiamo operato dalla norma impugnata alla generica elencazione di cui all’art. 21, comma 3, della legge n. 42 del 2009 non è, di per sé, lesivo di competenze legislative e amministrative delle Regioni. Il richiamo in parola, infatti, risponde all’esigenza di sopperire, sia pure transitoriamente ed ai limitati fini indicati nella stessa norma impugnata, alla mancata attuazione della delega contenuta nell’art. 2 della legge 5 giugno 2003, n. 131 (Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3). La richiamata delega (il termine per il cui esercizio è peraltro già scaduto) autorizzava il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi diretti alla individuazione delle funzioni fondamentali, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., essenziali per il funzionamento di Comuni, Province e Città metropolitane nonché per il soddisfacimento di bisogni primari delle comunità di riferimento.

Non può pertanto attribuirsi alla norma censurata la portata, asseritamente lesiva delle competenze legislative e amministrative regionali, dedotta dalla ricorrente.

9.— Le Regioni Valle d’Aosta e Liguria hanno impugnato il comma 32 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, il quale pone il divieto, per i Comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti, di costituire società e obbliga gli stessi enti a mettere in liquidazione le società già costituite o a cederne le partecipazioni.

La norma in esame è impugnata per violazione degli artt. 114, secondo comma, 117, commi secondo, lettera g), terzo e quarto, e 119 Cost., nonché degli artt. 2 e 3 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta).

9.1.— Successivamente alla proposizione dei ricorsi in esame, la disposizione censurata è stata oggetto di numerose modifiche.

In particolare, l’art. 2, comma 43, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 febbraio 2011, n. 10, ha modificato l’originario termine finale (31 dicembre 2011) per la messa in liquidazione delle società, prevedendo che quest’ultima debba intervenire entro il 31 dicembre 2013. Lo stesso art. 2, comma 43, ha inserito un nuovo periodo, dopo il secondo.

L’art. 20, comma 13, del d.l. n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 111 del 2011, ha soppresso l’ultimo periodo del comma 32 dell’art. 14.

L’art. 16, comma 27, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 14 settembre 2011, n. 148, ha sostituito le parole «31 dicembre 2013» con le seguenti «31 dicembre 2012».

Infine, l’art. 29, comma 11-bis, del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 216 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 febbraio 2012, n. 14, ha prorogato di nove mesi il termine di cui all’art. 16, comma 27, del d.l. n. 138 del 2011.

Pertanto, il censurato art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010 si presenta oggi nel testo seguente: «Fermo quanto previsto dall’art. 3, commi 27, 28 e 29, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, i comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti non possono costituire società. Entro il 31 dicembre 2012 i comuni mettono in liquidazione le società già costituite alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero ne cedono le partecipazioni. Le disposizioni di cui al secondo periodo non si applicano ai comuni con popolazione fino a 30.000 abitanti nel caso in cui le società già costituite:

a) abbiano, al 31 dicembre 2012, il bilancio in utile negli ultimi tre esercizi;

b) non abbiano subìto, nei precedenti esercizi, riduzioni di capitale conseguenti a perdite di bilancio;

c) non abbiano subìto, nei precedenti esercizi, perdite di bilancio in conseguenza delle quali il comune sia stato gravato dell’obbligo di procedere al ripiano delle perdite medesime.

La disposizione di cui al presente comma non si applica alle società, con partecipazione paritaria ovvero con partecipazione proporzionale al numero degli abitanti, costituite da più comuni la cui popolazione complessiva superi i 30.000 abitanti; i comuni con popolazione compresa tra 30.000 e 50.000 abitanti possono detenere la partecipazione di una sola società; entro il 31 dicembre 2011 i predetti comuni mettono in liquidazione le altre società già costituite».

Le modifiche intervenute successivamente all’impugnazione non hanno inciso sulla sostanza normativa del comma impugnato; pertanto, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, le questioni promosse nei confronti del testo originario dell’art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010, devono intendersi trasferite sul testo oggi vigente (ex plurimis, sentenze n. 30 del 2012 e n. 153 del 2011).

9.2.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

La norma impugnata presenta i caratteri di una sanzione nei confronti degli enti le cui società partecipate non presentino bilanci in utile negli ultimi tre esercizi o abbiano subito riduzioni di capitale conseguenti a perdite di bilancio o, ancora, abbiano subito riduzioni di capitale conseguenti a perdite di bilancio, per effetto delle quali il Comune sia stato gravato dell’obbligo di procedere al ripiano delle perdite medesime. In particolare, sugli enti “non virtuosi” (nel senso prima precisato) incombe l’obbligo di mettere in liquidazione le società già costituite al momento dell’entrata in vigore del d.l. n. 78 del 2010, obbligo che non sussiste per gli enti le cui società siano “virtuose” (sempre nel senso già precisato).

Il divieto di costituire nuove società opera invece nei confronti di tutti gli enti (senza distinzione tra “virtuosi” e non) con popolazione inferiore a 30.000 abitanti. Tale divieto risponde all’esigenza di evitare eccessivi indebitamenti da parte di enti le cui piccole dimensioni non consentono un ritorno economico in grado di compensare le eventuali perdite subite. È chiaro quindi l’intento di assicurare un contenimento della spesa, non precludendo, in linea di principio, neanche agli enti con popolazione inferiore a 30.000 abitanti la possibilità di mantenere in esercizio le società già costituite.

Se questa è la finalità, lo strumento utilizzato dal legislatore statale per perseguirla è una norma che incide in modo permanente sul diritto societario, escludendo per determinati soggetti pubblici (i Comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti) l’idoneità a costituire società partecipate. Si tratta pertanto di una regola ricadente nella materia dell’ordinamento civile, di competenza esclusiva dello Stato.

10.— Oggetto di specifiche censure da parte delle Regioni Valle d’Aosta e Liguria è, infine, l’ultimo periodo del comma 32 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, il quale, successivamente alla proposizione dei ricorsi regionali, è stato abrogato dall’art. 20, comma 13, del d.l. n. 98 del 2011, senza che sia stato adottato il decreto ivi previsto.

L’abrogazione della disposizione in questione, unitamente alla sua mancata applicazione nel periodo di vigenza, determina la cessazione della materia del contendere.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riservata a separate pronunce la decisione sull’impugnazione delle altre disposizioni contenute nel decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, promosse dalla Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e dalle Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia, con i ricorsi indicati in epigrafe;

riuniti i giudizi,

1) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 1 e 2, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Liguria, per violazione degli artt. 117, terzo comma, 118 e 119 della Costituzione;

2) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 7, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Liguria, per violazione del principio di ragionevolezza e di buona amministrazione (artt. 3 e 97 Cost.), nonché degli artt. 117, quarto comma, e 119 Cost., e del principio di leale collaborazione;

3) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 9, del d.l. n. 78 del 2010, trasferite sul testo vigente dell’art. 76, comma 7, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133, promosse dalle Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia, per violazione, nel complesso, degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost.;

4) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 19, 20 e 21, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Puglia, per violazione degli artt. 3, 97, 117, 118 e 119 Cost.;

5) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 27, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Puglia, per violazione degli artt. 117, commi secondo, lettera p), terzo e quarto, e 118, secondo comma, Cost.;

6) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalle Regioni Valle d’Aosta e Liguria, per violazione, nel complesso, degli artt. 2, primo comma, lettera b), e 3, primo comma, lettera f) della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta), nonché degli artt. 114, secondo comma, 117, commi secondo, lettera g), terzo e quarto, e 119 Cost.;

7) dichiara cessata la materia del contendere in ordine alle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 32, ultimo periodo, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalle Regioni Valle d’Aosta e Liguria, per violazione, nel complesso, degli artt. 5, 117, sesto comma, e 120 Cost., nonché del principio di leale collaborazione.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 giugno 2012.

F.to:

Alfonso QUARANTA, Presidente

Gaetano SILVESTRI, Redattore

Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 7 giugno 2012.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Gabriella MELATTI

La revoca dell’incarico al Direttore Generale del Comune

Non capisco tutta questa bagarre che c’è sulla revoca del Direttore Generale fondata in sostanza sulla mancata sottoscrizione, e quindi assunzione di responsabilità, dei contratti alle 350 Maestre che devono andare nelle scuole comunali. Ho già scritto su questo blog sulla questione delle maestre e del Direttore Generale (clikka) e sulla delibera n. 673 del 31.08.2012 (clikka). Oggi leggo di molti esponenti politici di grosso calibro tra cui ex sindaci e governatori che fanno la questione della revoca dell’incarico al D.G., Prefetto della Repubblica sic! Mi piacerebbe, invece, che i politici focalizzassero la loro attenzione sullo stato della scuola pubblica, sulla riduzione del tempo scuola, sulla mortificazione della ricerca scientifica, sul grave danno subito dalle famiglie che, con il ridotto tempo scuola pubblica, sono costrette a migrare verso la privata, sulla mortificazione dell’attività degli insegnanti, sulla mancanza del sostegno adeguato ai diversamente abili, sulla incapacità di comprendere che ormai la scuola è l’unico luogo di omogenizzazione sociale e la sua riduzione determina uno scollamento ancora più grave nel paese! In verità a fronte di questi temi non mi interessa affatto la questione della revoca dell’incarico al DG! Come al solito la politica si allontana dalle vere necessità dei cittadini e dell’amministrazione corretta degli interessi pubblici in gioco! Io insieme agli altri miei compagni di Ricostruzione Democratica abbiamo avuto modo di dimostrare di non essere assolutamente appiattiti sulle decisioni della Giunta e del Sindaco ma di avere come nostro faro di riferimento, come nostra strada maestra le norme costituzionali che, nel loro “nucleo forte” ci mettono sicuramente il diritto allo studio ed il diritto alla famiglia. Sono convinto che ogni operatore del diritto ed amministratore deve in prima analisi fare riferimento alla nostra carta costituzionale che ha un contenuto obbligatorio ed immediatamente precettivo avendo il coraggio di difendere i principi da essa espressi davanti a chiunque voglia rigidamente applicare formulette matematiche di pareggio! Non posso pensare che i bambini delle scuole materne ed elementari di Napoli abbiano meno diritti di quelli delle altre città, in particolare del Nord, ove peraltro il tempo pieno è praticato in misura assolutamente più larga! L’Amministratore pubblico, sia politico che burocrate, deve sempre chiedersi quali sono gli interessi prioritari e di maggior peso, cosa che credo spesso omette di fare anche il legislatore quando emana una legge, viste le numerose pronunce di incostituzionalità. A dire il vero questi ragionamenti li ho anche rinvenuti nella premessa della delibera di giunta n. 673/2012 che, però, nella parte dispositiva, sembra fare marcia indietro. Oggi sono convinto che abbiamo bisogno di politici, amministratori e burocrati che hanno capacità superiori e sanno mettere in primo piano l’interesse pubblico anche a costo di una maggiore assunzione di responsabilità!

da il mattino di Napoli del 21.11.2012

Luigi Roano
«La Giunta del Comune di Napoli ha approvato una delibera di revoca del direttore generale dottoressa Silvana Riccio per il venir meno del rapporto fiduciario». Tre righe firmate dal sindaco Luigi de Magistris sanciscono dopo 13 mesi la rottura con un prefetto di lungo corso che fino a una settimana fa era l’assoluto capo della macchina burocratica di Palazzo San Giacomo. Il suo posto lo prenderà a interim Attilio Auricchio, già capo di gabinetto e dei vigili urbani. Perché si interrompe il rapporto fiduciario? Inutile girarci intorno, la questione della mancata assunzione a tempo determinato delle 320 maestre per far partire il tempo pieno nella scuola pubblica è stata dirimente. Delibera verrà controfirmata appunto da Auricchio che darà il via libera ai contratti già in settimana.
Cosa è successo in queste ore? Intanto l’atto con il quale il sindaco saluta la Riccio. Quello che trapela è che si era arrivati a una sorta di rescissione consensuale in modo da evitare la revoca che è un provvedimento unilaterale così come le dimissioni. Un modo di dirsi addio senza nessuno strascico futuro. Segnale evidente che ormai da tempo la Riccio non era più in sintonia con l’amministrazione. Quindi qualcosa è cambiato negli accordi e de Magistris ha deciso per la revoca, provvedimento che potrebbe preludere a un seguito della vicenda in altre sedi per chiarire i contorni di un contratto comunque oneroso.
Molti sono gli interrogativi a cui dare una risposta. Perché il prefetto non ha voluto firmare quelle assunzioni? Se anche a tempo determinato le assunzioni devono rientrare in un parametro del patto di stabilità secondo il quale il rapporto tra spesa corrente e spesa per il personale non deve superare il 50 per cento, deve essere fifty fifty, meglio se sotto, altrimenti il rischio è di finire dritti davanti alla Corte dei Conti. Un tema che in Comune conoscono bene. Per il sindaco la questione delle maestre – che fa rima con funzionamento di un pubblico servizio qual è la scuola – è tema squisitamente politico. Si può – il ragionamento del primo cittadino – stringere la cinghia della spesa su tutto, ma i servizi essenziali «scuola, politiche sociali, rifiuti, famiglia» trapela da Palazzo San Giacomo non si toccano. Il punto non è la sorte delle maestre in sè «non abbiamo nessuno da sistemare e poi questo precariato lo abbiamo ereditato» spiegano. Piuttosto il sindaco non ammette deroghe sulla cosa pubblica. Questo significa violare le leggi? A Palazzo San Giacomo sono netti: no. Per due motivi, i soldi ci sono e stanno già a bilancio. Sul tecnicismo ricordano che la delibera madre per l’assunzione delle maestre è datata giugno e porta la firma della Riccio. Se si poteva fare all’epoca per il Comune si può fare anche adesso. Altrimenti i sei mesi trascorsi da allora si sarebbero dovuti riempire di alternative. E la Riccio al riguardo pare abbia proposto due soluzioni. Statalizzare le sezioni di scuola materna, vale a dire licenziare in tronco le 320 precarie della scuola e chiedere allo Stato l’utilizzazione delle maestre in carico al ministero della Pubblica istruzione che avrebbe pagato lo stipendio; in secondo luogo fare una fondazione, atteso che i soldi ci sono questo il paradosso della questione, e pagare le maestre attraverso la fondazione in modo da non gravare sul patto di stabilità. Dal Comune controbattono con determinazione. Sulla statalizzazione non c’era più tempo, bisognava tirare fuori l’idea prima non oggi. Quanto alla fondazione vale più o meno lo stesso ragionamento.
Un duello, come si evince da quello che sta venendo fuori, che parte da lontano. Non è piaciuta alla giunta, che ha adottato all’unanimità la decisione di revoca, certe prese di posizione politiche del prefetto, in riferimento a un botta e risposta con alcuni sindacalisti. E poi tensioni sempre più crescenti con pezzi della burocrazia interna. La rabbia di de Magistris esplode in una giunta notturna venerdì scorso. Il j’accuse del sindaco fu duro: «Tu mi hai portato a questo punto e tu mi devi tirare fuori firmando i contratti». Aut aut – raccontato da chi era presente – declinato dalla Riccio. Un prefetto di ferro vicinissima alla Cancellieri. Il ministro – secondo indiscrezioni ben accredidate – in queste ore pare abbia già trovato una sede consona per la Riccio.

La risposta della Riccio sempre sul mattino di Napoli:

«Apprendo con stupore e meraviglia che la Giunta su proposta del sindaco de Magistris ha disposto la revoca del mio incarico di direttore generale per essere venuto meno il rapporto fiduciario. Sono allibita in quanto fino a pochissimi giorni fa questo rapporto mi era stato confermato come saldo». Silvana Riccio, ormai ex dg di Palazzo San Giacomo, alle 18 è ancora nel suo ufficio al secondo piano sta sistemando decine e decine di cartelline azzurre, di pratiche che porterà con sè. Ci sono alcuni dirigenti che la salutano. Ci scappa qualche lacrima. «Ho lavorato con passione per la mia città» dice.
Allora prefetto essere revocata per mancanza di fiducia è una atto grave.
«Non conosco ancora le motivazioni che hanno fatto venir meno il rapporto fiduciario che apprenderò quando mi sarà consentito di leggere il provvedimento adottato dalla Giunta».
È il quinto addio a de Magistris, prima di lei due assessori e altri tre tecnici. È difficile lavorare con il sindaco?
«Non è una domanda da fare a me. Non mi sono dimessa ma sono stata sfiduciata. Il venir meno del rapporto fiduciario è solo una formula giuridica».
Tredici mesi vissuti al fianco di de Magistris e non può dire come si è trovata con lui?
«Mi sono trovata benissimo fino a ieri gli riconosco grandi capacità».
Al di là delle schermaglie il provvedimento di revoca scatta perché lei ha detto no alle assunzioni delle maestre.
«Non si possono fare quelle assunzioni, non lo dico io, ma la legge. Il Comune ha superato la soglia del 50 per cento di pesa per il personale. Chiunque firmerà quei contratti sa che sono nulli. Io non voglio ingenerare aspettative che poi verranno disattese».
Eppure quei contratti si stanno facendo.
«Comprendo le scelte politiche, scuola, famiglia, politiche sociali in questa città hanno un peso rilevante. Ma qui si tratta di ampliare l’offerta formativa e allungare l’orario dalle 14 alle 16. Io ho lavorato per aprire le scuole a inizio anno. Poi ci sono le regole. Io sono un prefetto dello Stato. Il sindaco mi ha chiamata quando stavo alla Presidenza del Consiglio anche per questo motivo».
Altri firmeranno quei contratti non è che a Palazzo San Giacomo sia popolata da gente che non rispetta le regole.
«Il dirigente del settore non lo ha voluto firmare quell’atto, così come altri. Sono amareggiata per quanto accaduto e non ho detto che non si rispettano le regole».
Possibile che il terzo Comune d’Italia non ha meno di 7 milioni per le maestre?
«Non è questione finanziaria ma di legittimità dell’atto».
Lei ha proposto soluzioni alterative?
«Sì a Torino, Pomigliano, Reggio Emilia, Modena c’è stata la statalizzazione delle sezioni, se lo hanno fatto quei sindaci poteva farlo anche de Magistris. Per me resta un mistero la sfiducia e il perché non siano state prese in considerazione le alternative proposte».

Asili Maestre e Direttore Generale del Comune di Napoli

 Il 14 novembre scorso ho scritto della questione delle Maestre e Refezione Scolastica (clikka), oggi (17.11.2012) su Il Mattino di Napoli leggo di questa presunta “querelle” tra il Sindaco ed il Direttore Generale poiché quest’ultima si rifiuterebbe di firmare i contratti di assunzione delle Maestre degli asili nidi comunali per presunte responsabilità contabili. Ho già espresso il mio pensiero sulla questione ma credo che a questo punto occorra una presa di coscienza da parte della classe politica. Sono fermamente convinto che la scuola sia un bene primario collettivo che supera o meglio deve superare ogni timore di responsabilità. Ho la fortuna di avere i figli ancora in età scolare e quindi conosco bene il problema e per questo mi sento di poter dire che non ci sono patti di stabilità che tengano né che passino sulla testa dei nostri figli mortificando il futuro di questo paese. Spero che la classe politica di questa città presente nelle altre istituzioni assuma, ove ve ne fosse bisogno, chiare posizioni a favore della continuità del sistema scolastico. Non posso pensare che, mentre gli obiettivi primari dell’Europa 2020 sono istruzione e cultura, a Napoli proprio su questo punto si neghi il diritto all’istruzione ai bambini!

Da il Mattino di Napoli del 17.11.2012 Luigi Roano

La vicenda del contratto alle maestre potrebbe fare una prima vittima illustre a Palazzo san Giacomo, il direttore generale Silvana Riccio e capo del personale. Il braccio di ferro con il sindaco Luigi de Magistris dura da settimane ma ora il primo cittadino é deciso a non aspettare più.
Il motivo del contendere è presto detto. De Magistris vuole firmare il contratto per le 300 maestre e far partire lunedì oltre la refezione anche il tempo pieno. La Riccio non vuole firmare la delibera perché significa disattendere il patto di stabilità. Si ricorderà l’epurazione di un centinaio di dirigenti e dipendenti di un paio di mesi fa perché il rapporto tra spesa corrente e monte stipendi supera il 50 per cento. Motivo di scontro già fra la Riccio e l’ex assessore Riccardo Realfonzo. Ebbene con l’immissione in ruolo delle 300 maestre questo rapporto andrebbe a farsi benedire nonostante le epurazioni.
Più concretamente chi firma questo atto potrebbe in un futuro prossimo dovere dare spiegazioni alla magistratura contabile. Il sindaco è disposto a correre il rischio e ha acquisito in un passato recente pareri di autorevoli studiosi che darebbero i via libera all’operazione, la Riccio no. 
La bufera è scoppiata ieri sera quando il sindaco ben dopo le 21 ha convocato una giunta e la conferenza dei capigruppo. Mosse che di solito si fanno quando in ballo ci sono da comunicare decisioni importanti. Del resto la questione della refezione e delle maestre é una vicenda che sta avvelenando non poco il clima politico a Palazzo San Giacomo. Un discussione portata avanti fino a tarda dove si é discusso approfonditamente sull’argomento. Al momento si sta cercando di trovare una mediazione fra le parti. Del resto la Riccio è una personalità scelta dal sindaco, un prefetto di ferro che viene dal ministero e che si sta spendendo molto per la città e per questa amministrazione. Le sue consulenze romane, diciamo così sono molto preziose anche se i risultati dipendono poi dalla politica. I riferimento è al famigerato decreto cosiddetto salva-Comuni. Ma il tema delle maestre non può essere più rinviato, questione politica ma anche di sostanza si tratta di posti di lavoro e soprattutto del futuro delle generazioni, con la scuola non si scherza. Un primo passo in avanti sarà la refezione che da lunedì sarà operativa quello successivo deve essere, per il sindaco, il contratto delle maestre.
Intanto dalla settimana prossima scatta il servizio mensa in sei sulle dieci Municipalità per gli alunni delle scuole statali. Non così per quelle comunali per le quali è in corso il braccio di ferro tra il sindaco e il suo direttore generale.

Maestre e Refezione nel Comune di Napoli

Leggo ancora oggi (14.11.2012) su la Repubblica di Napoli un’ampia pagina sul problema delle maestre che ogni anno si trovano a rinnovare il contratto di lavoro con il Comune di Napoli per far fronte a servizi scolastici delle scuole comunali. Le dipendenti in bilico sono circa 350 e comprendo l’angoscia nella quale vivono. Per far fronte al problema del superamento del patto di stabilità interno, che impedisce ogni assunzione seppure a termine, la Giunta ha adottato la  delibera 673 del 31/08/2012 (clikka) con la quale si sarebbe impegnata all’assunzione delle maestre per far fronte ad un servizio essenziale quale quello scolastico. Sta di fatto che non si è proceduto all’integrale assorbimento delle maestre che ieri hanno manifestato innanzi al Comune. Io stesso ho discusso della questione in commissione scuola e con il presidente della stessa Prof. Salvatore Pace riuscendo a capire che il problema della assunzione delle maestre è legato oltre che al patto di stabilità anche a quello della refezione scolastica che pure ha subito una battuta di arresto dovuta: i) al ritardo del bando pubblicato ad agosto scorso (mentre altri comuni già ad inizio luglio avevano provveduta); ii) alla necessità di ripubblicarlo per un errore del bando e quindi con ulteriore ritardo; iii) alla necessità per i dirigenti delle municipalità di attestare sui provvedimenti di erogazione delle somme che il pagamento sarebbe avvenuto entro 60 giorni. In poche parole una serie di inghippi burocratici che ai cittadini hanno creato non pochi disagi anche perché è a rischio il servizio e la continuità dell’istruzione. La cosa che mi ha colpito non poco è il titolo del giornale “Raccontano Bugie e ci prendono in Giro”. Al fine di fare chiarezza credo che il nocciolo del problema è la delibera 673 che ho indicato sopra nella quale si legge che il comune delibera: “Di procedere al reclutamento di personale a tempo determinato nella misura strettamente necessaria a soddisfare le esigenze di continuità dei servizi educativi della scuola dell’infanzia e degli asili nido comunali, in occasione di fattispecie caratterizzate da somma urgenza e temporaneità, nel rispetto delle risorse finanziarie disponibili e dei limiti generali di contenimento della spesa del personale…. I contratti di cui al punto 5, dovranno essere stipulati nel rispetto del principio della progressiva riduzione della spesa, ai sensi del comma 557 art. 1 della legge 296/2006 e comunque con una corrispondente riduzione proporzionale della spesa del personale in relazione ai contratti stipulati, per l’anno 2012.”  Ora confesso che la delibera l’ho studiata con un po’ di ritardo, ma comprendo che ovviamente i dirigenti, per come è scritta la delibera, avranno qualche perplessità ad assumersi la responsabilità di autorizzare la stipula di contratti di lavoro a tempo determinato che possano sfondare il limite di legge mentre la delibera stessa per come era stata presentata e raccontata pareva che avesse proprio questa funzione (rassicurare i dirigenti e sollevarli dalla responsabilità) tenuto conto della natura essenziale del servizio. Spero di aver chiarito un punto e che si ponga rimedio. Io stesso che, spesso vengo indicato come un formalista ed intransigente su alcune questioni, ritengo che per questa, tenuto conto della natura del servizio e degli interessi pubblici in gioco, non avrei alcun dubbio a votare un atto che determini anche lo sfondamento di un patto di stabilità economico/finanziaria che dal punto di vista sociale non ha nulla della stabilità di cui una comunità ha bisogno!

Luci di Artista di Salerno a San Gregorio Armeno?

Leggo da il Mattino di Napoli di di oggi (10.11.2012) questo scambio tra San Gregorio Armeno ed il Sindaco De Luca di Salerno che illuminerà la storica via per Natale con le luci di artista. E’ già da qualche tempo che vado dicendo a colleghi consiglieri anche di municipalità che già avremmo dovuto avere un programma di allestimento per Napoli al fine di accogliere i turisti che sono tantissimi nelle vacanze, prevedendo non solo l’illuminazione natalizia ma anche una speciale organizzazione degli operatori ecologici ed addetti allo spazzamento che, visto il numero di visitatori, dovrebbe essere continuo. Il Natale scorso, da questo punto di vista, ho constatato con mano il fallimento, non c’era stato tempo pare, le luminarie di Via Toledo, Piazza Dante, così come pure le bancarelle di calzini e mutande di Piazza Dante e dintorni, erano assimilabili a quelle stile anni ’70 di una città di provincia dell’Est europa (senza nulla togliere alle città di provincia dell’est). Ci furono anche degli interventi in Consiglio Comunale su come era stato fatto l’allestimento (a cura e spese  della Camera di Commercio di Napoli, vado a memoria circa 2 o 3 milioni di euro) di dubbio gusto salvo nel cd. salotto buono Via Calabritto e Piazza dei Martiri ed immediate vicinanze, dove c’erano delle installazioni di miglior pregio. Io stesso l’anno scorso abbi modo di parlare con molti amici commercianti che all’ultimo avrebbero voluto anche partecipare ai costi per avere un allestimento migliore, purtroppo troppo tardi, mentre a Via Benedetto Croce, l’anno scorso, l’impegno dei commercianti riunitisi in associazione ha dato un buon risultato, per quello che era stato possibile, quando si capì che nella strada non ci avrebbe messo mano né il Comune né la Camera di Commercio e forse con il senno di poi fu una fortuna. Qualche giorno fa mi è capitato, durante una seduta di consiglio, di parlare con l’Assessore al Commercio Esposito a cui ho manifestato le mie perplessità e la mia rabbia non ancora sopita per ciò che è accaduto l’altro natale. In tale occasione ho detto chiaramente che l’allestimento delle luminarie non poteva essere lasciato alla discrezionalità della Camera di Commercio, per tutta risposta l’Assessore mi ha detto: “ma quelli ci mettono i soldi” provocando una mia reazione iraconda. Il sangue al cervello mi è salito perché tale risposta non l’accetto nel modo più assoluto non posso pensare che a Napoli comanda chi ha i soldi e quindi a causa del momento di crisi dobbiamo lasciargli fare tutto! Non posso pensare che il Comune, seppure senza soldi, non possa pretendere che l’allestimento sia idoneo e degno di una città europea. All’assessore ho chiaramente detto che tale ragionamento è inaccettabile e che se l’allestimento sarà quello dell’anno scorso meglio lasciare stare e non accettare il “dono” della Camera di Commercio! Eppure basterebbe copiare dalla vicino Salerno o meglio visto che stiamo a Napoli potremmo dire che la Camera di Commercio si dovrebbe coordinare con l’accademia di belle arti o con associazioni di artisti o con altre istituzioni deputate all’arte ed alla bellezza. Ebbene, De Luca di Salerno allestirà, con grande smacco per l’amministrazione partenopea, la strada napoletana più visitata dai turisti, ma proprio a noi ci mancano le idee? Credo che dovremmo credere di più nelle nostre risorse e nella capacità di Napoli di essere una opportunità per gli altri. Cosa questa che ovviamente ha compreso bene il buon De Luca. Perché a Napoli è tutto più difficile, sembra che le menti siano sopite da una droga, da una bile che ci annebbia il cervello e non ci consente di scegliere per il meglio …

Da il Mattino di Napoli di oggi 10.11.2012

Le Luci d’Artista di Salerno a San Gregorio Armeno. Sarà una piccola selezione della mostra d’arte luminosa en plein air ddel capoluogo campano ora inserita nel programma della 140sima Fiera di Natale ai Decumani di Napoli organizzata dall’associazione Corpo di Napoli. E oggi alle 17 il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca parteciperà in piazza San Gaetano a Napoli all’inaugurazione dell’evento ed all’accensione delle luci. A seguire una passeggiata tra mille sorprese artigianali e gastronomiche di San Gregorio Armeno con le botteghe dove gli artisti del presepe sfoggiano la loro creatività richiamando turisti e visitatori da tutto il mondo (e dove il maestro Marco Ferrigno ha realizzato una statuetta da presepe proprio in onore di De Luca). Visitatori che potranno ammirare anche le Luci d’Artista di Salerno in un sinergia promozionale di tutto il territorio già registrata negli anni passati e sancita ancor più da questo gemellaggio culturale nel segno della tradizione natalizia e della luce. Mentre alle 16.30 nel Duomo di Napoli si svolgerà la benedizione del Presepe Dipinto del maestro salernitano Mario Carotenuto.

Il PesceCAAN – la delocalizzazione del mercato Ittico

4500-mercatoIn seguito ad una ordinanza del Sindaco di Napoli domani (06.11.2012) il mercato ittico sito a Napoli Est in Piazza Duca degli Abruzzi, in un fabbricato del 1935 realizzato su progetto di Luigi Cosenza dovrebbe spostarsi al Centro Agroalimentare di Volla, realizzato con fondi pubblici in seguito ad un accordo di programma delle precedenti amministrazioni Bassolino/Iervolino. Oggi il nodo del pesce è arrivato al pettine e gli operatori commerciali sono una settimana che passano da un ufficio all’altro del Comune di Napoli manifestando le loro ragioni a consiglieri di ogni schieramento ed assessori. Io ci ho parlato un paio di volte con una rappresentanza abbastanza nutrita. I termini della questione che ho appreso dagli stessi grossisti del pesce sono che il mercato ha un fatturato annuo di circa 250 milioni di euro, che si avvicina il Natale, che sarebbero a rischio circa 400 posti di lavoro perché la delocalizzazione a Volla non può avvenire all’improvviso. Ho parlato con persone ragionevoli venerdì scorso ed ho manifestato il mio pensiero dicendo che la delocalizzazione di una realtà di queste dimensioni andrebbe contrattata ad un tavolo. Oggi (05.11.2012) in consiglio Comunale è stato votato un invito all’amministrazione a concedere una proroga e sopratutto di instaurare immediatamente un tavolo che porti ad una delocalizzazione con tempi concordati. L’Ordine del Giorno è passato con la precisaizone dell’Amministrazione che la proroga poteva essere concessa solo fino al 13 gennaio p.v. Oggi pomeriggio ho reincontrato un gruppetto di operatori del mercato i quali mi hanno detto chiaramente che non hanno alcuna intenzione di trasferirsi a Volla che il termine del 13 gennaio servirà a questo punto solo per far fronte al Natale e che sono pronti a lasciare il fabbricato di Luigi Cosenza per recarsi altrove, ma non a Volla, con la conseguenza che subito dopo natale dovranno licenziare circa la metà dei dipendenti. Al CAAN per altro verso è necessario che si trasferiscano gli operatori dell’ittico poiché altrimenti l’ente non si regge con i costi che ha poiché l’agroalimentare non li assorbe tutti. Difatti, fino ad oggi il Centro è in perdita con dipendenti che non prendono lo stipendio da mesi. Il rischio è che fallisca la delocalizzazione. Un’altra patata bollente per questa amministrazione che è chiamata a dare risposte. Io non ho tutti gli elementi ma ad una prima impressione mi chiedo come abbiano fatto le precedenti amministrazione a pensare ad una delocalizzazione in un altro comune. Credo che le attività economiche ogni comune se le dovrebbe tenere strette. Se poi penso a San Francisco dove c’è un mercato del pesce inserito in città, dove le persone possono anche mangiare i granchi sui banconi del pesce, allora qualcosa non mi torna. Come è stato possibile pensare ad una delocalizzazione di questo tipo? e poi il mercato del pesce non sarebbe naturale che fosse vicino al mare? Intanto il problema è serio perché al CAAN è stato fatto un investimento importante ed oggi se non si sposta il mercato ittico si rischierebbe di chiudere con un danno per soldi spesi male enorme; ma c’è anche il rischio che si chiuda il fabbricato di Cosenza e le 29 aziende grossiste, o larga parte di esse, decidano di optare per altre soluzione logistiche. Qualcuno, infatti, mi ha detto che già avrebbero acquistato un capannone in zona Napoli Est dove ricollocarsi non volendo andare a Volla. Per me è tutto assolutamente allucinante da un lato credo che l’Amministrazione deve dare corso al progetto della precedente giunta, dall’altro c’è qualcosa che non mi torna perché c’è il rischio di fare un doppio danno: Chiusura del mercato ittico e chiusura del CAAN. Possibile che in dieci anni si sia pensato di dare corso alla realizzazione del CAAN senza il preventivo confronto con gli operatori commerciali, come è possibile che la politica sia potuta andare così avanti da sola senza confronto. In consiglio a dire il vero ho registrato anche un’altra tesi da parte di consiglieri di lungo corso: questi del pesce sono in affari non chiari, non sono affidabili e non se ne vogliono andare, non è possibile che non consideriamo le ragioni dei bancarellai di piazza garibaldi perché sono deboli e poi scendiamo a patti con questi che sono forti. Io a dire il vero ho semplicemente ragionato chiedendomi che a protezione dell’interesse pubblico, specialmente in questo momento di crisi, se sposto una realtà che fattura tanto devo sicuramente essere più cauto. Spero che quelli prima di me abbiano fatto bene i loro conti poiché il saldo ora lo stanno chiedono a noi ed io non ho nessuna intenzione di pagarlo se non avrò compreso bene tutto ciò che si deve capire.

Al 02:34:47 l’intervento dell’Assessore e successivamente il mio

Andare a Roma per rappresentare Napoli

Roma si Roma no. In questi giorni ho avuto da amici, conoscenti e cittadini napoletani varie indicazioni sulla manifestazione di Roma che si è tenuta il 30 u.s. ed alla quale non me la sono sentita di non andare. Nel gruppo abbiamo discusso molto con Simona Molisso e Carlo Iannello esaminando le contrapposte posizioni che abbiamo registrato in città, tra quelli che ritenevano poco istituzionale recarsi a Roma con il cappello in mano e quelli che, invece, ritenevano legittima la gita romana facendo un ragionamento più politico su Monti e la sua azione di governo. Alla fine abbiamo deciso di andare sia perché siamo convinti che la politica di Monti non sia la miglior politica a cui possiamo aspirare, sia perché era assolutamente inutile aprire un fronte interno alla maggioranza della quale facciamo parte per aver condiviso e condividere il programma elettorale, preferendo discutere assumendo posizioni anche critiche su questioni concrete (e di ciò credo ne abbiamo dato ampia dimostrazione). Ad ogni buon conto la riflessione che vorrei fare è più ampia e si incentra proprio sulla politica del governo nazionale che secondo me è sopravvalutato anche da quella classe sociale che, seppure di sinistra, guarda alla squadra di Monti con simpatia per il semplice fatto che questi per lo meno parlano in italiano, in inglese, sono in un certo qual modo eleganti, vanno in chiesa e non si portano le minorenni a letto. Si perché a questo siamo arrivati! Non possiamo non considerare che Monti è il risultato migliore di una classe politica in pieno disfacimento morale e politico! Ma ciò è sufficiente per dire che va sostenuto ad ogni costo perché altrimenti arrivano quegli altri? Io credo di no perché l’opzione ideologica di questo governo è quella di risolvere i problemi economici del paese agli occhi dell’Europa in un braccio di ferro tra lo spread italiano e quello tedesco. Ma possiamo dire che l’Europa è solo questo? Anche a questa domanda mi sento di rispondere di no perché in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo la politica di un paese dovrebbe essere quella di dare maggiore peso politico alle istituzioni europee affinché possano adottare non solo provvedimenti volti unicamente all’equilibrio economico ma anche provvedimenti che abbiano un alto contenuto sociale e di solidarietà in un clima di reciproca fiducia. Occorre, fare dell’Europa un “corpo unico”, in grado di prendersi cura delle “regioni” maggiormente colpite dalla crisi. Non possiamo non dire che la politica di questo governo è ispirata al liberismo puro, ritenendo che il mercato abbia in se tutti gli anticorpi per trovare un equilibrio e risolvere in automatico i problemi sociali, secondo me schiacciandoli. L’effetto pratico di questa opzione è che il pubblico deve ridurre al minimo tutti i suoi margini di manovra riservando la sua attività puramente e semplicemente alla amministrazione pura ed essenziale. Tutto ciò che non è tale deve essere esternalizzato e messo sul mercato: vendita di tutto il patrimonio non utile all’amministrazione, cessione di tutte le attività che potrebbero avere un rilievo economico con cessione al mercato di tutte le imprese cd. pubbliche, da quelle che svolgono la raccolta dei rifiuti a quelle che svolgono il trasporto pubblico locale per poi arrivare anche alla scuola. Col risultato che se un’attività non è interessante per l’impresa essa non troverà imprenditori disposti ad assolverla. Il risultato per i trasporti, servizio pubblico naturalmente in rosso, sarà senz’altro l’eliminazione di quelle tratte non remunerative. Io non credo che debba essere tutto ceduto né che il liberismo sia la soluzione, del resto la condizione economica nella quale ci troviamo è dovuta al mercato che specula sulla finanza creativa senza avere un aggancio con il lavoro e la produzione di beni e servizi. Il mercato ha già dimostrato di non riuscire ad assolvere un ruolo sociale. Napoli è il banco di prova dove si scaricherà tutta la tensione sociale che la politica del governo Monti genera. Un deficit di circa un miliardo e mezzo di cui circa ottocento milioni sono solo i crediti inesigibili non più recuperabili. Il decreto 174/2012, detto “salva comuni” (per modo di dire), se da un lato conferisce al Comune la possibilità di accedere ad un finanziamento di circa cento milioni di euro, con l’opportunità di spalmare il debito in dieci anni, anziché tre e con l’obbligo di adottare una serie di misure assolutamente insostenibili per i cittadini napoletani, dall’altro introduce una serie di controlli che vanno dal maggiore potere della Corte dei Conti, alla maggiore responsabilità dei dirigenti e funzionari amministrativi, creando anche un organo indipendente nella figura del responsabile dei servizi finanziari che potrà essere rimosso solo previo parere del ministro delle finanze e dell’interno. Io per mia formazione e per la mia visione di collaborazione interistituzionale non ho nulla in contrario circa i maggiori controlli che prevede il decreto. Per me gli atti devono essere innanzitutto legittimi sia da un punto di vista amministrativo che contabile e le norme vanno applicate quando la politica si fa carico dei bisogni essenziali dei cittadini! Cosa diversa è, invece, il contenuto economico del decreto Monti che è assolutamente inconcepibile. Napoli non potrà far fronte ai bisogni primari dei cittadini, la refezione scolastica, le buche per le strade, le maestre degli asili nido e della materna, gli idonei al concorso, i bross, gli LSU, la raccolta della munnezza etc.. etc.. Monti ha la responsabilità di 60 milioni di abitanti è chiaro, ma di questi 60, un milione sono napoletani e non se ne può dimenticare! In tutto questo dove sono i parlamentari di ogni schieramento campani!

Stadio San Paolo e Calcio Napoli

Ieri ho scritto in un mio post sulla richiesta del Patron del Calcio Napoli (clikka) di interventi manutentivi sullo Stadio, oggi leggo da “Il Mattino di Napoli” che il Comune sta facendo i salti mortali in una corsa contro il tempo per l’esecuzione dei lavori necessari a far disputare le partite di calcio impegnando la somma di circa 130.000,00 €. spero ci sarà una logica in tutto questo. In settimana provvederò ad acquisire gli atti ed a sentire i tecnici del Comune per approfondire i temi posti. Di seguito l’articolo di oggi:

Il Mattino di Napoli del 28.10.2012

Pino Taormina
I lavori di queste ore non trasformeranno il San Paolo in uno stadio-gioiello ma serviranno a togliere da dosso all’impianto di Fuorigrotta la mannaia della chiusura minacciata dalla Uefa. «Conosciamo da diversi giorni le loro prescrizioni. Non abbiamo mai perso tempo. Né lo stiamo facendo adesso». L’assessore comunale Pina Tommasielli assicura, intanto, che non ci sono rischi per gli spettatori allo stadio. Guai, dunque, a parlare di operazione sicurezza. «Altrimenti io e il sindaco avremmo chiuso l’impianto senza preoccuparci delle conseguenze per il Napoli. Perché la salute delle persone viene prima di ogni altra cosa: il San Paolo è uno stadio sicuro».
Il San Paolo è alle prese con problemi cronici: appena tre mesi fa, a metà luglio, era stata la Prefettura a prescrivere urgenti lavori per la sicurezza dell’impianto. Mancavano pochi giorni all’amichevole col Bayer Leverkusen e si scoprì che mancavano il collaudo per la staticità e un sistema anti-incendio certificato. Un intervento in extremis evitò l’annullamento della partita.
Da due giorni gli operai della ditta scelta dall’amministrazione comunale e dal club sono al lavoro per la rimozione degli intonaci pericolanti e per la sistemazione dei bagni chimici. Non deve essere stato un bel report quello degli ispettori Uefa sul San Paolo. «Non abbiamo mai preso sotto gamba le loro relazioni, anche lo scorso anno per ospitare la Champions, il Comune è dovuto intervenire per sistemare le aree della struttura non in linea con le direttive europee. Noi non ci siamo mai tirati indietro e non lo stiamo facendo neanche adesso».
Le opere non sono in ritardo. Pochi giorni, assicura la responsabile allo sport della giunta de Magistris, e il Comune invierà alla Uefa le foto e la relazioni sui lavori svolti. «Sono sicurissima che la prossima gara europea al San Paolo si svolgerà regolarmente e non avremo altri ostacoli», dice ancora Tommasielli. Gli interventi di sicurezza nello stadio riguardano soprattutto la spicconatura di alcuni settori dello stadio (quello ospiti e quello destinato ai disabili) e la sistemazione di bagni che gli ispettori Uefa hanno trovato chiusi a chiave. A che punto siamo? «Buono. Ci fermiamo oggi perché c’è la partita. Ma già stasera i tifosi avranno a disposizione tutti i bagni dello stadio». I lavori – bagni chimici e intonaci – andranno ultimati entro la fine della settimana e la competenza spetta, ovvio, al Comune.
Il Napoli, secondo gli accordi, non si è accollato la spesa. «Abbiamo deciso di non far scalare la cifra di lavori da quello che è il credito che il Comune vanta nei confronti della società di De Laurentiis – spiega ancora l’assessore Tommasielli – Si spenderanno 130mila euro, al massimo saranno 140mila euro: li preleveremo noi dal fondo di riserva del Comune».
La soluzione trovata fa sì che sia direttamente il Napoli a dirigere i lavori in corso di esecuzione all’interno del San Paolo. Una corsa contro il tempo, perché altrimenti ci sarebbe il rischio di una partita in Europa League, quella con il Dnipro l’8 novembre, con una capienza ridotta. Il punto è legato più che altro all’immagine: difficile ipotizzare il tutto esaurito per la sfida con gli ucraini, ma sarebbe uno smacco enorme per il Comune e il club ricevere dall’Uefa la conferma della multa da 150mila euro e il divieto di vendita dei biglietti per alcuni settori.
Resta il problema di fondo: la necessità di intervenire sul San Paolo per migliorarlo.

Il Calcio Napoli ed i costi per la collettività

delaurentiisOggi (27.10.2012) leggo su “La Repubblica Napoli” del patron del Calcio Napoli che si lamenta della intimazione degli ispettori della UEFA, i quali hanno richiamato la società sulle condizioni dello Stadio San Paolo, dichiarandolo non idoneo in larga misura. A questo richiamo De Laurentiis ha risposto chiedendo al Comune di Napoli di fare con urgenza i lavori, dichiarandosi, però, disponibile ad eseguirli lui solo ed esclusivamente se potrà portarseli a deconto del canone di concessione. Come Presidente della commissione Sport ed Impiantistica sportiva del Comune di Napoli e prima ancora come cittadino e tifoso resto perplesso. Conosco bene la convenzione che lega il Calcio Napoli al Comune e posso dire che, essendo stata stipulata il 03.11.2005, in un periodo in cui il Napoli era in difficoltà, militando in serie C, la città fu molto benevola con la squadra del cuore, prevedendo una serie di agevolazioni ed un canone, credo oggi assolutamente fuori mercato, con dei meccanismi di calcolo a percentuali che trovo anche abbastanza complicati, prestando il fianco ad interpretazioni dubbie ed a verifiche periodiche di documenti. Ebbene, oggi i rapporti tra Città e Calcio Napoli sono assolutamente capovolti. Abbiamo, infatti, un’amministrazione in piena crisi economico/finanziarie. Non ci sono soldi per pagare gli operatori socio assistenziali (OSA) che si occupano di dare assistenza ai diversamente abili nelle case e nelle scuole, non ci sono soldi per le aziende di trasporti, non ci sono soldi per la scuola e la refezione scolastica, non ci sono soldi per riparare le buche per le strade ed il Patron del Calcio Napoli chiede al Comune di far fronte con priorità assoluta alla sistemazione dello Stadio! L’assessora allo sport Tommasielli ha dichiarato, sempre su La repubblica di oggi: “ce la faremo!” Io mi chiedo in che senso? Possiamo noi in questo momento scavalcare i bisogni primari della città per dare la possibilità alla squadra del cuore di fare la partita di campionato? Io non ho una risposta sicura ma sono convinto che dando dei soldi a De Laurentiis poi dovremo spiegare ai tanti cittadini napoletani che sono “in fila” titolari di diritti e bisogni assolutamente primari rispetto a quelli della partita di calcio, come mai non potremo far fronte ai loro essenziali bisogni. Cosa diremo a quei creditori, tra cui imprenditori in grave sofferenza, del Comune di Napoli che aspettano da oltre 40 mesi il pagamento del dovuto? Come cittadino e come amministratore posso dire solo che non ci sto! La città oggi più che mai ha bisogno di rivedere le sue priorità dando prevalenza agli interessi ed ai bisogni di “peso” dei cittadini. Inoltre, posso anche dire che da mie cognizioni dirette il Calcio Napoli per la convenzione è obbligato alla esecuzione della manutenzione ordinaria delle strutture date in concessione e che spesso la mancata esecuzione della manutenzione ordinaria poi trasforma ciò che è ordinario in straordinario! Proprio in questi ultimi giorni ho saputo che sono in corso dei lavori allo stadio San Paolo di manutenzione ordinaria nei servizi igienici che a parere del funzionario interpellato dovevano essere eseguiti dal Calcio Napoli. Oggi più che mai ognuno deve fare la sua parte, gli amministratori pubblici, i cittadini ed anche i patron delle squadre di calcio. Oggi Napoliha bisogno che alla guida delle sue istituzioni ci siano donne ed uomini coraggiosi in grado di mettere sui piatti della bilancia i diritti, i doveri ed i bisogni essenziali e primari dei cittadini senza timore di scontentare qualche tifoso o qualche patron di squadra di calcio!

Piazza Garibaldi è pubblica ed è sempre stata pubblica!

Oggi 26.10.2012, in consiglio comunale è ritornata di nuovo la delibera su Piazza Garibaldi di cui già ho scritto in due post (clikka clikka1). Ancora una volta la delibera è stata rinviata per ulteriori approfondimenti, su richiesta di Ricostruzione Democratica. Abbiamo anche chiesto che gli atti siano inviati alla Corte dei Conti in sede consultiva onde eliminare ogni dubbio. Ciò che è incredibile, ed è comprensibile a tutti, è che si sia potuto comprare Piazza Garibaldi come se non fosse già del Comune di Napoli e dei cittadini Napoletani. Non abbiamo infatti ritenuto esaustivo il parere fornito dai servizi tecnici ai quali abbiamo chiesto precise risposte : parere richiestachiarimenti

Assunzioni al Comune e Concorsi Pubblici

Leggo dal mattino di oggi (23.10.2012) che vi è un procedimento, ancora nella fase delle indagini preliminari, su assunzioni eseguite nella Napoli Sociale nel 2008 e mi viene in mente ciò che è accaduto qualche tempo fa per l’ASIA per il quale preferii insieme a Carlo Iannello ed a Gaetano Troncone prendere le distanze con un Comunicato stampa (clikka). La questione è la necessità del concorso pubblico per ogni assunzione in pubbliche amministrazioni e società partecipate. Credo che oggi sempre di più non si possa essere amministratore pubblico senza avere competenze che oggi sono ancora più necessarie per l’intricata ragnatela di norme vigenti che sempre di più rendono imprescindibile il nesso di connessione tra politica ed amministrazione. In sostanza sono convinto che non vi possa essere alcuna buona politica se non al servizio della buona amministrazione.

Di seguito l’articolo di oggi su Il MAttino

Duecentoquindici assunzioni senza pubblico concorso. È il punto di partenza di un’inchiesta condotta dalla Procura di Napoli, che punta a fare chiarezza sull’inserimento, nei ranghi di una società in house del Comune di Napoli, di operatori socio assistenziali.
Anno 2008, a Palazzo San Giacomo è saldamente insediata la giunta guidata dal sindaco Rosa Russo Iervolino, c’è una delibera che riguarda le politiche sociali. Un documento approvato dall’amministrazione, finito in questi mesi sotto i riflettori dell’ufficio inquirente.
Indagine condotta dal pm Ida Frongillo, magistrato in forza al pool mani pulite dell’aggiunto Francesco Greco, chiara l’ipotesi d’accusa: si indaga per abuso d’ufficio, sono tredici gli amministratori iscritti nel registro degli indagati, alcuni dei quali recentemente raggiunti da un invito a comparire. Vicenda alle battute iniziali, quanto basta a convocare in Procura l’ex sindaco Iervolino, ma anche l’ex vicesindaco Sabatino Santangelo, gli ex assessori Enrico Cardillo, Alfredo Ponticelli, Gennaro Mola, Ferdinando Di Mezza, Luigi Imperlino, Maria Gioia Rispoli, Gennaro Nasti, Valeria Valente, Giulio Riccio; stessa soluzione adottata anche per il dirigente del servizio Politiche di inclusione sociale Giulietta Chieffo, e per il segretario generale di Palazzo San Giacomo Alfonso De Stefano.
Inchiesta sulle politiche sociali, su una parte del welfare cittadino, o meglio, sui rapporti tra «Napoli sociale», società in house del Comune e lo stesso Palazzo San Giacomo. Sotto i riflettori finisce una sorta di infornata occupazionale, con l’assunzione a tempo determinato di 215 operatori specializzati nell’assistenza dei più deboli. Qual è il punto contestato dalla Procura di Napoli? Decisiva, almeno nell’ottica investigativa, la mancanza di concorso pubblico, stando a quanto sta emergendo dal ragionamento fatto dagli inquirenti.
Cita l’articolo 97 della Costituzione, il pm e fa riferimento alla necessità di disporre un concorso pubblico con adeguata pubblicità, in grado di consentire a tutti la possibilità di proporsi nei ranghi di «Napoli sociale». Insomma, ci sarebbe stata un’assunzione diretta, senza passare per un bando di concorso. Indagini condotte dalla polizia municipale di Napoli, riflettori puntati sul lavoro proposto dall’assessorato politiche sociali, che avrebbe consentito un inserimento – per diciotto mesi e per una retribuzione di 1.144,74 euro lordi -, ai soli nomi indicati negli elenchi.
Scrivono i pm, a proposito degli indagati: «Intenzionalmente procuravano ai predetti lavoratori un ingiusto vantaggio patrimoniale consistente nell’essere stati assunti senza il previo esperimento delle procedure concorsuali previste per il reclutamento del personale». Ma non è tutto: un ingiusto danno – secondo la prima valutazione dei pm – sarebbe stato arrecato anche a chi, pur disponendo degli stessi titoli e delle stesse attitudini professionali, avrebbe potuto concorrere a svolgere un ruolo in «Napoli sociale» e migliorare il proprio curriculum in vista di un’assunzione a tempo indeterminato. Una vicenda controversa, anche alla luce di quanto sta emergendo dalle considerazioni difensive. Non ci sarebbe stata alcuna assunzione con la delibera presa in esame dai pm, dal momento che – siamo a settembre del 2008 – c’era esigenza di confermare il ruolo di gestione degli alunni disabili da parte di Napoli sociale. Mancavano pochi giorni all’inizio dell’anno scolastico, occorreva consentire a una macchina di ripartire senza interruzioni che avrebbero danneggiato soprattutto i fruitori del servizio. Difesi, tra gli altri, dai penalisti Marco Campora, Eduardo Cardillo, Giuseppe Fusco, Giovanni Siniscalchi, gli indagati sono attesi in Procura per raccontare la loro versione dei fatti e per ritornare con la memoria al provvedimento di giunta datato settembre del 2008, quello firmato a pochi giorni dallo start dell’anno scolastico.

Sulle assunzioni in ASIA Napoli

comuneComunicato Stampa del 7 gennaio 2012 sulla questione ASIA Assunzioni Consiglieri Comunali: Gennaro Esposito e Carlo Iannello Gruppo Consiliare Napoli è Tua Gaetano Troncone Gruppo Consiliare IDV: “Teniamo a precisare che sulla assunzione dei 23 lavoratori ASIA il Consiglio Comunale non ha emesso alcuna delibera. Il Consiglio Comunale nella seduta del 30.11.2011, infatti, come si può leggere dal resoconto stenotipico sul sito del comune, ha approvato all’unanimità un Ordine del Giorno, che è un atto di indirizzo non vincolante (firmatari Zimbaldi (terzo polo), poi Fiola (PD), IDV e NET) con il quale si chiedeva di completare le procedure di stabilizzazione dei citati operai dei consorzi di Bacino. Noi stessi abbiamo votato favorevolmente, poiché ci sembrava ovvio stabilizzare dei lavoratori, rispetto ai quali era già in corso una procedura di tal tipo, mentre l’amministrazione, chiamata ad esprimere il parere, nella persona del Vicesindaco Sodano, ha espresso parere favorevole, omettendo di comunicare all’assemblea le cose di cui siamo venuti a conoscenza dopo, dalle dichiarazioni di Rossi sui giornali, e cioè che i detti lavoratori avevano subito un rigetto della loro domanda di assunzione dal Tribunale del Lavoro di Napoli, che vi sarebbero dei pareri legali contrari alla loro assunzione e che sarebbero costati all’amministrazione circa 700.000,00 €. all’anno. In quest’ottica crediamo che l’ASIA debba proseguire sulla strada della legalità, della trasparenza, della imparzialità e della inderogabilità delle procedure ad evidenza pubblica, tracciata dall’ex Presidente Rossi, almeno fino a quando non ci sarà una pronuncia contraria della magistratura, altrimenti non si giustificherebbe perché i suindicati lavoratori dovrebbero godere di un diverso trattamento rispetto ad altri. Non si comprende, inoltre, come sia andato via Rossi e restato Fortini ereditato dalla precedente amministrazione. Aspettiamo, quindi, che l’assessore all’ambiente dia le spiegazioni alla cittadinanza tutta.

Gennaro Esposito

Carlo Iannello

Consiglieri Comunali Gruppo Napoli è Tua

Gaetano Troncone Consigliere Comunale Gruppo IDV

Segue resoconto stenotipico e ordine del giorno del 30.11.2011

COMUNE DI NAPOLI

CONSIGLIO COMUNALE DI NAPOLI Seduta del giorno 30/11/2011

Resoconto stenotipico:

OMISSIS

Verso la fine dei lavori alle h. 14,00 circa:

PRESIDENTE PASQUINO

 …. Mi pare che abbiamo finito, il consiglio si chiude qua e vi ringrazio.

 No, abbiamo un ordine del giorno firmato da tutti i gruppi, impegna il sindaco e gli assessori competenti affinché concludano le procedure di trasferimento in ASIA dei restanti lavoratori del bacino Napoli 5 allo stato senza alcun sostegno a reddito né tantomeno una prospettiva occupazionale convincono di impiego nella raccolta differenziata. Qua c’è la firma e forse è opportuno i rappresentanti di Zimbaldi, il PD con Fiola, poi c’è IDV, poi c’è Net, insomma ci sono tutti i gruppi, mi pare che ci siano tutti i gruppi, questo ordine del giorno non avendolo avuto l’assessore Realfonzo lo vuole vedere. Ma non è fatto nella delibera, questo è fuori. È d’accordo l’assessore? Scusi vice sindaco.

VICE SINDACO SODANO

Sì, diciamo noi siamo d’accordo anche se chiaramente nell’impegno andrebbe meglio esplicitato affinché concludo nelle procedure di trasferimento in ASIA siccome l’ASIA comunque ha una sua autonomia diciamo con questa indicazione parere favorevole.

PRESIDENTE PASQUINO

Va bene, grazie. Quindi l’ordine del giorno ha anche il parere favorevole dell’amministrazione, lo metto in votazione con la precisazione ovviamente che ha fatto il vice sindaco perché è chiaro che il parere dell’amministrazione è sempre articolato, non c’è un’opposizione perciò lo metto in votazione, con il parere favorevole e con le precisazioni che sono state fornite, chi è d’accordo resti seduto, chi è contrario alzi la mano, chi si astiene lo dichiari. Quindi approvato all’unanimità. Devo ringraziare il consiglio, il consiglio è quasi presente per i numeri che abbiamo detto prima, abbiamo lavorato bene, vi ringrazio, è un lavoro che serve per la città.

 

CONSIGLIO COMUNALE 30 NOVEMBRE 2011 O.D.G.

Proposto da tutti i gruppi: emendato e approvato all’unanimità IL CONSIGLIO COMUNALE DI NAPOLIPremesso che

• Nell’ambito dell’implementazione della raccolta differenziata 335 lavoratori su 359, nell’anno 2009 transitarono in ASIA dall’ex Bacino Napoli 5;

• Che ai rimanenti 24 lavoratori furono applicate le procedure di mobilità così come previste dall’ordinanza della Presidenza del Consiglio del Ministri n. 3686 del 01/07/2008;

• Che per i suddetti lavoratori è scaduto da tempo il trattamento di mobilità,

• Che la Giunta Comunale con delibera n. 868 del 2/8/2011, nel prendere atto del protocollo d’intesa tra il Sindaco ed il Presidente della Provincia di Napoli per il trasferimento dei rifiuti all’estero, al punto 3 disponeva che l’Asia Napoli spa, d’intesa con la Sap.na spa utilizzassero i lavoratori dell’ex Bacino Napoli 5 per la gestione degli impianti ubicati in via nuova Brecce e via Brinn, per il tempo necessario e comunque non oltre il 31 dicembre 2011;

• Che ad oggi, con il mese di dicembre ormai alle porte, non è pervenuta alcune comunicazione ai lavoratori interessati, che si ritrovano privi di qualsiasi tipo di reddito e senza neppure la speranza di potere lavorare in un immediato futuro

Visto che

• Il Consiglio Comunale è l’organo di indirizzo e controllo politico- amministrativo e tra gli atti fondamentali di competenza detta indirizzi, tra gli altri, verso le aziende pubbliche;

• Il Consiglio Comunale di Napoli si è già formalmente espresso sull’ingresso in ASIA dei lavoratori del Bacino Napoli 5, sin dal 2006 con atti di indirizzo trasparenti e senza strumentalizzazioni di sorta

Impegna

Il Sindaco e gli Assessori competenti affinché sia attivata l’ASIA per concludere le procedure per il definitivo trasferimento dei restanti lavoratori del Bacino Napoli 5, allo stato senza nessun sostegno al reddito né tantomeno una prospettiva occupazionale, con il vincolo d’impiego nella raccolta differenziata.

La cultura dell’esempio e le dimissioni

carloAbbiamo discusso molto delle dimissioni di Carlo Iannello dalla presidenza della Commissione Urbanistica ed alla fine siamo giunti ad una decisione condivisa. La politica ha bisogno di coerenza e di atti esemplari che ci possono porre anche fuori dalle stanze, ma non importa, ciò che conta è essere compresi dai cittadini ed aver deciso in scienza e coscienza; ciò che conta è la cultura dell’esempio per distinguersi dalla malapolitica imperante. Nei palazzi ci sono solo tatticismi volti unicamente a fare politica, intesa non come cura dell’amministrazione, ma come semplice affermazione (tal volta anche rozza) di se stessi e del potere che si riesce a conquistare ed esprimere. Le scelte od un voto spesso non sono il risultato di uno studio e di una decisione coscienziosa e seria, ma l’adempimento di un ordine di scuderia. L’ignoranza serve a tenere calma la coscienza e rende più facile piegarsi alle decisioni prese nelle stanze chiuse. E’ strano ma quando i tuoi argomenti tecnici e politici risvegliano la coscienza nel tuo interlocutore che deve votare o adottare una scelta coraggiosa sale la rabbia, per aver svelato la verità che costringe a ribellarsi alla coscienza e ad essere consapevoli che si deve UBBIDIRE all’ordine. Meglio l’ignoranza, meglio non sentire o pensare che sei un nemico del governo.

Le motivazioni delle dimissioni di Carlo Iannello (clikka)

Dal Corriere del Mezzogiorno del 18 ottobre 2012

NAPOLI — Tra tutti gli eletti di «Napoli è Tua», la lista del sindaco Luigi de Magistris, Carlo Iannello è sempre stato il consigliere più critico. Forse per questo ha avuto un ruolo importante tra i picconatori di NèT, gruppo che si è frantumato in tre parti permettendo la nascita di Rifondazione democratica, partito a cui ha aderito Iannello. Ora però si consuma definitivamente anche la rottura con la maggioranza, visto che l’ex consigliere di NèT domani si dimetterà dalla presidenza della Commissione urbanistica.

Perché?
«Perché Il 17 settembre c’è stata una riunione della commissione urbanistica, molto partecipata. Ed è stato espresso parere negativo sulla delibera che ha poi conferito beni pubblici del patrimonio indisponibile alla Bagnolifutura. Dev’essere successo qualcosa perché poi, rispetto a quanto deciso, è cambiato tutto. Io in commissione ho un ruolo, e se questo ruolo viene calpestato vado via».
Ma che cosa è cambiato?
«E’ cambiato che il Consiglio l’ha invece votata».
Un ripensamento o scelte politiche?
«Non lo so. Ma facendo così il Consiglio ha smentito il lavoro della commissione, che è poi composta da consiglieri, senza dare spiegazioni. Quindi non mi rimane altro che dimettermi».
Non ci sono margini di ripensamento?
«No, non ci sono».
Ma perché il Comune non poteva conferire dei beni alla Bagnolifutura?
«Semplice: si tratta di beni pubblici dati a una società di diritto privato. Eppoi, lo dice la parola stessa: i beni sono indisponibili. E se sono indisponibili, in quanto riservati alla collettività, non possono essere dati ad una società per azioni per ripianarne i debiti. Si tratta infatti di beni costruiti con finanziamenti pubblici, e non possono, a mio avviso, essere trasferiti. Il Consiglio però ha deciso così e io ho deciso di dimettermi».
C’è chi ritiene però che lei si sarebbe dovuto dimettere comunque perché la presidenza della commissione urbanistica spettava a Napoli è Tua. E così?
«Io il Cencelli non l’ho studiato quindi non lo posso applicare perché non lo conosco. Se mi dimetto, ripeto, è soltanto per una questione istituzionale e di rispetto per le istituzioni».
Però non mi ha risposto: quel posto spettava a Napoli è Tua.
«Quel posto non spetta a questo o quel consigliere. Una volta eletto, infatti, un presidente rimane in carica fino a quando non si dimette. Non esiste infatti una strumento giuridico per rimuovere un presidente a meno che, ribadisco, non si dimetta di sua volontà. come faccio io».
Possibile che su Bagnoli salti sempre il tappo? Sono anni che Bagnoli e la Bagnolifutura dividano e non uniscano mai. Anche sulla vendita del suoli, per esempio, lei ha avuto sempre una posizione diversa da quella della maggioranza.
«Esatto. Io ero per non venderli ai privati ritenendo invece che dovesse essere la Bagnolifutura a costruire le case per poi rivenderle. Così si salvava pure la società. Invece anche su questo ci sono state vedute differenti».
Paolo Cuozzo

Bagnoli Futura la posizione di Ricostruzione Democratica

auditorium-bagnoli-futura32Sulla questione bagnoli Futura sento il bisogno di raccontare come è andata in consiglio comunale: La questione era molto delicata e quindi da giorni giravamo con la delibera che prevede, per salvare la società dal fallimento, l’attribuzione in proprietà di beni dal valore di qualche centinaio di milioni di euro (porta del parco, parco dello sport e turtle point). Temi sia tecnici sia politici che erano ovviamente molto spinosi perché riguardavano sia la natura di beni che dovevano rientrare nel patrimonio indisponibile del comune sia il fatto che non avevamo alcuna intenzione di saldare la nostra responsabilità politica con un “affare” (bagnoli futura) che dura da oltre 10 anni. Bene ad un certo punto siccome dovevano arrivare dei pareri dagli organi di controllo (segretario generale) e doveva essere redatto un emendamento dai tecnici, Carlo Iannello ha chiesto la sospensione per potere contribuire alla elaborazione del testo e per poter leggere i pareri e quindi discutere con il sindaco e gli altri consiglieri. Io e Carlo entriamo, quindi, in una stanza dove c’era il sindaco per avviare la discussione ed, invece, ci viene detto che quella era una riunione con la sola Federazione della Sinistra. L’IDV aveva già assicurato ieri il suo voto incondizionato. Dopo questa pausa si è ripresa la seduta ed il primo intervento, Elena Coccia, con un colpo di scena (almeno per me e carlo) a nome di tutta le FED ha dichiarato piena fiducia al sindaco e quindi che l’intero gruppo avrebbe votato la patrimonializzazione, poi IDV con Vernetti e poi NET con Pace. Cambio di direzione di 180 gradi, ancora più incredibile, visto che non si sapeva ancora il testo dell’emendamento del sindaco né si conoscevano i pareri del segretario generale (?) e che sulla prima versione molti componenti di FED avevano dichiarato di non votare. Alla fine la delibera è passata con il voto di tutti (compreso UDC e PD), tranne il nostro che abbiamo motivato dichiarando che per noi era meglio mettere in liquidazione la società, visto che non ci era stato fornito neppure un piano industriale che ci avesse consentito di capire che fine avrebbero fatto i beni stessi e che solo così avremmo potuto mettere le mani in dieci anni di amministrazione per verificare tutte le responsabilità. Dopo ciò che è accaduto qualche consigliere mi ha manifestato il suo apprezzamento dicendomi che noi stavamo facendo in consiglio un “bel lavoro”. Su questa cosa stendo un velo …

Per questa pagina di consiglio voglio solo ringraziare Simona Molisso che, per condividere la posizione del gruppo, a viso aperto e con spirito di servizio, è venuta in consiglio con Diego, di appena sette giorni, per votare contro la delibera, senza alcun timore e riscattando così l’onore di quelli che non se la sono sentita di assumersi le loro responsabilità.

Questo è il nostro atto che ovviamente è stato respinto dalla maggioranza del consiglio comunale. La nostra proposta era quella di mettere in liquidazione la bagnoli futura non volendo saldare la nostra responsabilità politica con quella pregressa e tracciando quindi un cambio di rotta senza se e senza ma con il passato.

CONSIGLIO COMUNALE  DI NAPOLI

del 16 ottobre 2012

PROPOSTA DI EMENDAMENTO

DELIBERA DI GIUNTA DI PROPOSTA AL CONSIGLIO N. 661 del 09/08/2012

PREMESSO CHE:

I.- Con la delibera di giunta indicata in epigrafe l’Amministrazione ha proposto la modifica dell’atto costitutivo della società Bagnoli Futura S.p.a., dello Statuto della stessa e della convenzione stipulata tra gli enti soci della Bagnoli Futura S.p.a. e quest’ultima;

II.- scopo delle modifiche è quello di consentire alla Bagnoli Futura S.p.a. di trattenere in proprietà le opere di urbanizzazione secondaria e le attrezzature tra cui la Porta del Parco, il Parco dello Sport e l’acquario tematico delle tartarughe attraverso un atto di liberalità indiretto;

III.- dalla relazione del Sindaco in aula è emersa la conferma della drammatica condizione economico/finanziaria della società Bagnoli Futura S.p.a., definita a rischio di fallimento;

IV.- la grave condizione economico/finanziaria emerge anche dalle relazioni dei Collegio dei Revisori con note del 18.09.2012 e del 15.10.2012;

IV.- con i citati pareri del Collegio dei Revisori si sottolineava, infatti, anche la necessità di approfondire la compatibilità della donazione indiretta alla società Bagnoli Futura S.p.a. con la normativa relativa alla erogazione dei contributi pubblici europei che potrebbero essere revocati in caso di violazione dei vincoli di destinazione imposti dai regolamenti europei;

V.- la patrimonializzazione della società attraverso l’attribuzione di immobili realizzati con fondi pubblici allo stato non risolve le problematiche finanziarie della Bagnoli Futura S.p.a.  che, se in stato di illiquidità, in ogni caso incorrerebbe nell’obbligo di adottare tutte le misure necessarie sia alla tutela dell’interesse pubblico che a quello dei creditori;

VI.- i beni di cui si chiede con la delibera in epigrafe l’attribuzione in proprietà in virtù degli accordi vigenti devono essere trasferiti al patrimonio indisponibile dell’ente appena eseguiti i collaudi;

VII.- il grave stato di decozione della Bagnoli Futura S.p.a. dichiarato dal Sindaco e dal Collegio dei Revisori, rende opportuno l’immediato adempimento degli obblighi di trasferimento al Comune affinché al Comune stesso sia data la possibilità di imporre il vincolo di indisponibilità;

VIII.- ogni eventuale valutazione circa le scelte da adottare deve essere preceduta da una attenta verifica delle capacità della società di far fronte agli impegni ed agli obiettivi da raggiungere, dovendo, inoltre, essere preceduta dai necessari pareri di legittimità tecnica, amministrativa e contabile così come previsto dal recente Decreto Legge n. 174/2010 art. 3 e s.s. allo stato non ancora acquisiti agli atti;

IX.- prima di ogni attribuzione patrimoniale è inoltre necessario acquisire il piano industriale della Società Bagnoli Futura S.p.a.

Tutto ciò premesso e ritenuto ed a mente dell’art. 44 del vigente Regolamento Consiliare si propone l’adozione del seguente emendamento:

1.- Abrogare i punti 2 della parte dispositiva della delibera in oggetto, ivi compresi i punti sub 2) da i) ad vii);

2.- sostituire la parte dispositiva abrogata con il seguente testo:

.-  Alla luce delle considerazioni svolte chiedere la immediata convocazione di una assemblea degli azionisti, con all’ordine del giorno la verifica della messa in liquidazione della società Bagnoli Futura S.p.a. e la nomina di un liquidatore che verifichi la percorribilità di ogni procedura volta al ripianamento dei debiti anche attraverso le procedure concordatarie vigenti.

I proponenti:

Simona Molisso

Carlo Iannello

Gennaro Esposito

seduta_del_16_ottobre_2012

Le vele di Scampia

Il 9 ottobre scorso il Consiglio Comunale si è occupato, in una sessione monotematica, del quartiere Scampia anche a causa delle ultime vicende di camorra che lo hanno riguardato.  Oggi leggo su corriere del mezzogiorno un articolo nel quale si riporta anche una intervista a Vittorio Passeggio uno dei fondatori del comitato storico Vele. Nel mio intervento al Consiglio su Scampia non ho potuto non far notare l’assenza di Vittorio Passeggio, fino a qualche tempo fa molto presente nella vita intorno ai palazzi del governo cittadino, così come ho notato e fatto notare l’assenza di Gaetano Di Vaia e di Peppe Lanzetta. Queste tre persone, infatti, mi ricordano la campagna elettorale e la loro entusiasta partecipazione a quella che tutti noi sentivamo essere la possibile riscossa di Napoli.  Scampia l’ho vista costruire, a bordo dell’autobus dell’ATAN che guidava mio padre sulle prime linee che passavano per quella che sarebbe poi diventata la 167. Un quartiere sostanzialmente rurale, nel quale avevo vissuto i primissimi anni della mia vita, trasformato nel 1977, in un quartiere dormitorio. Una architettura ed una struttura urbanistica che mi metteva a disagio sin da quando, andando avanti negli anni, mi rendevo conto sempre di più di vivere in una realtà di emarginazione. Provavo, infatti, sempre un grosso disagio quando al rientro da un’altra città, presso la quale permanevo per i ritiri con la nazionale, mettevo a confronto i quartieri. Nel tragitto che facevo al rientro da questi soggiorni, con lo zaino in spalla da quello che chiamavamo il ponte di Marianella, dove mi lasciava l’autobus, fino a casa mia, il rione case popolari legge 622 in via dell’abbondanza, sentivo crescere in me un senso di ingiustizia per essere costretto a vivere in quello che era diventata nel frattempo Marianella, con le case rosse ed i nuovi insediamenti per il proletariato ed un sottoproletariato sempre più numeroso ma assolutamente degradato ed abbandonato a se stesso. Oggi leggo sui giornali delle azioni compiute, nei fine settimana sulla metropolitana 1, dai ragazzi che vengono dalla periferia NORD nei quartieri bene del vomero, dei disagi provocati ai passeggeri e del timore che queste bande di ragazzini, ai quali mi sento in un certo qual modo vicino, aggrediscano i nostri figli. A dire il vero non me la sento di gettare colpe su questi ragazzi che credo sentano la differenza del vivere cittadino nei quartieri di Napoli sentendo la stessa mancanza d’aria e lo stesso pugno nello stomaco che sentivo io quando ero ragazzino. Un sentimento di rivalsa che io ho avuto la fortuna di canalizzare nell’impegno sportivo da cui ho appreso che l’impegno alla fine paga sempre, ma ci sono ragazzini che non hanno avuto la mia stessa fortuna di sentire questo groppo alla gola e quindi si piegano a quella che è la condizione della vita dei quartiere che vivono. Di chi è la colpa non mi interessa né penso che il comune sia in grado da solo di sconfiggere quella che è la piazza di spaccio più grossa d’Europa, occorre però che ci si metta insieme, che tutte le istituzioni si mettano insieme, uscendo dalla logica prettamente ragioneristica dello Stato per parlare di Scampia Liberata più che di lungomareliberato.

Dal Corriere della Sera del 14 ottobre 2012

NAPOLI — «Si dice spesso che la causa del degrado sociale di Scampia è dovuta al fatto che le Vele furono occupate abusivamente. Lo ha scritto in un suo libro anche Antonio Bassolino, che la storia delle Vele invece dovrebbe conoscerla bene. Se andiamo a vedere però come stanno le cose, l’unica Vela che è stata occupata, la Vela Gialla, è l’unica che non ha subito i processi di degrado sociale e di trasformazione della struttura. Tutte le altre furono assegnate in base alle graduatorie dell’epoca. A cominciare proprio dalla Vela Verde e dalla famosa Vela Celeste. La gente delle Vele e della 167 viene da tutta la città, non c’erano gruppi omogenei o clan».

Vittorio Passeggio, tra i fondatori del Comitato Storico Vele, è stato protagonista di una battaglia che ha coinvolto tutti gli abitanti delle Vele ed ha permesso a 1114 nuclei familiari di abbandonare i “lager” per insediarsi nei nuovi alloggi, realizzati negli ultimi dieci anni a poca distanza dai lotti L e M di Scampia. Gran parte degli abitanti delle Vele si è già trasferita nelle nuove palazzine, alte non più di cinque piani. Nelle nuove abitazioni mancano solo gli ultimi assegnatari delle quattro Vele ancora esistenti, circa 110 nuclei familiari. «I lavori per il completamento di questi ultimi alloggi periodicamente si fermano, avrebbero dovuto terminare già da tempo», prosegue Passeggio, «i censimenti effettuati dall’ex assessore Narducci e dal comandante Sementa, hanno fatto emergere la presenza di circa 300 nuclei di nuovi occupanti. Quindi 1/3 delle Vele ancora esistenti sono di nuovo occupate e prevedo dei problemi per la soluzione abitativa dei nuovi occupanti».

Da venticinque anni a supporto del comitato Vele, l’architetto Antonio Memoli, ha portato in tutte le sedi istituzionali di cui è stato componente, come la commissione edilizia presieduta da Umberto Siola, la rivendicazione alla «distruzione del ghetto, le cui disfunzione urbanistiche, architettoniche, edilizie e gestionali sono da considerarsi all’origine del degrado sociale di Scampia». «Non è un caso che poi in Italia non si sono più realizzate opere di questo tipo — dice Memoli —. C’è anche un aspetto di insalubrità che non è mai venuto fuori nel discorso delle Vele. I tompagni, i muri collocati tra i setti di cemento armato hanno uno spessore di appena 15 centimetri, riempiti con del polistirolo che dovrebbe assorbire l’umidità. Quando fa freddo si formano delle condense sulle pareti interne, funghi e spore. Gli abitanti delle Vele, i bambini, gli anziani, hanno respirato queste spore per anni. Le malattie respiratorie non erano quindi un fatto casuale, erano anche un problema derivato dal risparmio sull’edilizia. La Cassa del Mezzogiorno avrebbe dovuto sorvegliare sugli interventi, l’efficienza non è stata salvaguardata».

Per dare una idea delle condizioni reali di vita all’interno delle Vele, Vittorio Passeggio usa poche immagini: «Nelle Vele più grandi è risaputo che non entrava il sole, il reticolo di scale e ballatoi non consentiva nemmeno a quel poco di luce di filtrare, ed era pericoloso per i bambini, che si potevano arrampicare e cadere. L’economia del vicolo, nelle intenzioni del progetto, non è mai esistita, anche per questi motivi. La manutenzione, dal 1991 affidata alla Romeo, non c’è mai stata. Gli ascensori non hanno mai funzionato, se non per brevi periodi, con la conseguenza che anziani e ammalati che abitavano negli ultimi piani, per settimane, mesi, non potevano scendere di casa. Per anni non abbiamo visto nessun servizio, né scuole né asili. Non c’era ancora la metropolitana, e anche per fare la spesa bisognava andare lontano. La sera la gente si chiudeva nelle case, perché uno dei problemi principali di Scampia era legato alla separazione dei lotti, con i grandi stradoni che separano gli edifici, come isole, l’uno dall’altro, senza spazi per aggregazione sociale. E’ un quartiere che è stato pensato per non avere comunicazione tra vari lotti abitativi, enormi dormitori, dove ognuno si doveva fare i fatti suoi, nel suo piccolo ambito. Invece noi come comitato abbiamo sempre cercato di coinvolgere la popolazione delle Vele».

In un ambiente del genere, realizzato in un’area dove prima c’era solo la campagna, come spiegarsi allora la nascita del un fenomeno camorristico? Per l’architetto Memoli, «Secondigliano aveva un tessuto manifatturiero ed artigianale, che negli anni è andato perduto, per cui non c’è da stupirsi che a Scampia sia subentrato il mercato della droga, come in altre aree della città, perché architettonicamente si prestava a diventare un fortino per questi personaggi, che se non contrastati, riescono a dominare facilmente lo spazio all’interno di questi falansteri, dove i cittadini vivono fuori dal controllo dello Stato».

Proprio in questi giorni il Comune di Napoli sta notificando le ordinanze sindacali di sfratto ai nuovi occupanti abusivi. Per Domenico Lopresto, segretario dell’Unione Inquilini, ed ex occupante storico della Vela Gialla, «il Comune ha deciso di interessarsi adesso di questo problema, minacciando gli sgomberi. Bisognerebbe però andare a vedere i casi di grave disagio sociale oltre che abitativo». L’Unione Inquilini, attraverso Lopresto si è fatta promotrice di una proposta per la soluzione abitativa dei nuovi occupanti delle Vele, «senza buttare la gente per strada, perché se andiamo a vedere, a Secondigliano ci sono interi rioni popolari occupati militarmente dai clan, spesso cacciando via i legittimi assegnatari. Queste abitazioni sono occupate da non aventi diritto, tra cui molte persone con il 416bis. Noi abbiamo proposto al sindaco ed all’assessore di cominciare ad andare in questi rioni a censire gli assegnatari abusivi, che non avrebbero né diritto, né bisogno di vivere negli alloggi popolari, ed assegnare le loro abitazioni a chi ne ha veramente bisogno».

I ricandidati facciamoli sparire!!!

Io queste persone non le voglio vedere più in parlamento né in ogni altra istituzione della Repubblica Italiana!! Non sono le sole ma insieme a queste devono sparire tutti gli altri figuri che da anni impediscono l’attuazione dei principi democratici elaborati dai nostri padri costituenti. Occorre che la popolazione si mobiliti e si indigni affinché non si ripeta la scena di un brutto film a cui ormai assistiamo da anni. I partiti che faranno lo sbaglio di candidarli non dovranno avere un solo voto e spero saranno seppelliti dalla storia! La loro elezione è la morte politica del nostro paese.

Bozza del decreto strangolacomuni

Di seguito la bozza del decreto che preoccupa non poco i Comuni ed in particolare quello di Napoli. bozza dl Finanza e funzionamento degli Enti locali 05.10.2012 (1)

Manifestazione di Interesse Nuovo Stadio

Di seguito la delibera di Giunta con la quale si chiede la manifestazione di interesse per la realizzazione di un nuovo stadio a Napoli e la ristrutturazione del San Paolo.

Manifestazione Stadio S.Paolo dgc_290612_0530

L’anticipazione dei concessionari delle reti GAS

Di seguito gli atti del Comune relativi all’anticipazione che si può chiedere ai gestori delle reti GAS secondo la normativa vigente e che mi sono stati richiesti da un gruppo di cittadini.

dgc_151211_1208

determina bollino blu

Regolamento Assegnazione Immobili

Di seguito allego il regolamento di assegnazione degli immobili che sarà all’oggetto del consiglio comunale del 16.10 p.v. Ci sono molte perplessità perché vuole disciplinare tutte le tipologie di assegnazione (commerciale, ad associazioni no profit etc.) in modo identico, mentre invece, credo, che il regolamento dovrebbe essere diviso in Titoli con oggetto le tre diverse tipologie con disciplina diversa. Il regolamento non si occupa, ovviamente, dell’assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale e pubblica (ERP) che sono disciplinati dalla legge regionale. Come al solito chi volesse darci una mano è sempre ben accetto.

regolamentoassegnazioneimmobili

Monti ed il taglio della politica negli enti locali

Leggo il comunicato stampa del Governo senza aver letto il provvedimento ma capisco che la spada di Monti è affilata e lascerà delle ferite difficili da guarire. Sul taglio ai costi della politica nel comunicato si legge: “La partecipazione alle commissioni permanenti è invece resa a titolo gratuito. Per gli altri organi collegiali il gettone di presenza non potrà essere superiore ai 30 euro”. Questa disposizione mi incuriosisce molto e voglio proprio vedere se il Governo riuscirà a mantenere il punto visto che questo principio qualche mese fa lo stesso Monti tentò di inserirlo nelle commissioni delle municipalità e fu spazzato via dalle spinte dei partiti in parlamento. Oggi addirittura Monti, rafforzato dal caso lazio, lo vuole applicare a tutti gli enti locali, quindi, regioni, province e comuni. Dico subito che la cosa non mi disturba molto. Allo stato a Napoli, le commissioni permanenti del Consiglio Comunale, sono strutturate su due turni 9,00-12,00 e 12,00-15,00, ciò al fine di coprire un turno di otto ore di lavoro per cinque giorni a settimana, di modo che i Consiglieri Comunali, dipendenti sia pubblici che privati, dovendo partecipare a tutte le commissioni di cui fanno parte per l’intera giornata, possano ottenere la giustifica dal lavoro e, quindi, il pagamento della giornata a carico dell’ente così come prevede la legge vigente (art. 80 del T.U.E.L.). Io in un certo qual modo posso forse ritenermi fortunato perché svolgendo una libera professione (corro come un pazzo, in bici, tra tribunale e comune) non ho un datore di lavoro né uno stipendio e per una mia organizzazione preferisco essere presente solo in alcune sedute delle commissioni scegliendomi gli argomenti più interessanti. Penso, infatti, che i consiglieri che sono sempre presenti cinque giorni su cinque alla settimana dovranno avere delle doti assolutamente particolari ed avranno sicuramente una produttività superiore. E’ chiaro che l’intervento di Monti sul punto avrà effetti devastanti sulla organizzazione della vita di alcuni consiglieri perché andrà a toccare equilibri che si poggiano sulla dichiarata necessità degli stessi consiglieri comunali di una grade città come Napoli di fare politica per 24 h. al giorno al fine di affrontarne bene tutti i gravi problemi che la affliggono. In sostanza sui piatti della bilancia ci sono due principi, da un lato quello di consentire a tutti l’accesso alla politica e dall’altro quello di assicurare il buon andamento della Pubblica Amministrazione ed il principio di economicità nell’azione amministrativa. Secondo voi quale peserà di più? E sopratutto riuscirà Monti a segare anche i superstipendi dei Parlamentari specialmente di quelli che hanno una scarsa o nulla produttività? Alla luce della versione definitiva del DL di Monti ho potuto constatare che la partecipazione alle commissioni permanenti è gratuita solo per la Regione resta invariata la normativa nei comuni.

Di seguito il testo integrale del comunicato stampa che mi riservo di commentare per le altre importantissime parti che riguardano lo strangolamento degli enti locali.

Il governo ha approvato un decreto legge che detta nuove regole finalizzate a riequilibrare la situazione finanziaria di enti locali in difficoltà nonché a favorire la trasparenza e la riduzione dei costi degli apparati politici regionali, nell’obiettivo di assicurare negli enti territoriali una gestione amministrativa e contabile efficiente, trasparente e rispettosa della legalità.

Si tratta di un articolato provvedimento che mira a porre un freno immediato a sprechi ed usi impropri delle finanze pubbliche a livello locale. Seguiranno presto altri provvedimenti che comporteranno una proposta di revisione della ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni al fine di assicurare un assetto razionale ed efficiente, con l’eliminazione di sovrapposizioni e duplicazioni burocratiche e chiameranno regioni ed enti locali a concorrere agli obiettivi di finanza pubblica, al consolidamento dei conti e al rispetto del pareggio di bilancio.

La riforma del Titolo V° della Costituzione del 2001 ha ridisegnato l’assetto istituzionale del Paese attribuendo alle amministrazioni territoriali nuove competenze e responsabilità con conseguente incremento dei trasferimenti erariali, in particolare per la sanità e il trasporto locale. Secondo i dati diffusi da CGIA Mestre a settembre 2012, nell’ultimo decennio la crescita della spesa delle Regioni è stata del 74,6%, pari a 89 miliardi di Euro. Nel 2010 (anno a cui risale l’ultimo dato disponibile riferito ai bilanci di previsione) le uscite complessive delle Regioni hanno superato i 208,4 miliardi di Euro.

L’aumento del deficit di bilancio di molte amministrazioni è il risultato, oltre che del ricorso all’indebitamento, anche dell’utilizzo opaco dei fondi da parte di alcune regioni e di un sistema farraginoso di controllo e valutazione delle performances. I dati diffusi dal Ministero dell’Economia (Siope) e dal commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa confermano che questi elementi, insieme, hanno creato un sistema inefficiente ed economicamente insostenibile.

I CONTROLLI SULLA GESTIONE FINANZIARIA

Il provvedimento adottato oggi introduce nuove regole in materia di finanza e funzionamento degli enti locali. Le novità principali riguardano il rafforzamento:

1. dell’azione di controllo della Corte dei Conti, che avrà poteri di controllo e sanzionatori più ampi rispetto al passato. In particolare la Corte eserciterà un controllo di legittimità preventivo sugli atti delle regioni che incidono sulla finanza pubblica, compresi gli atti amministrativi generali e quelli che adempiono agli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Potrà inoltre valutare, con controlli mirati sulle gestioni e, nel momento finale, della parifica sul rendiconto consuntivo delle regioni la legittimità e la regolarità amministrativo-contabile delle gestioni stesse.

A tal fine la Corte potrà avvalersi dei Servizi ispettivi di Finanza pubblica della Ragioneria generale dello Stato e della Guardia di Finanza. Alla Corte spetterà anche il potere di controllo sui rendiconti dei gruppi consiliari e, ogni sei mesi, l’elaborazione di linee guida sulla copertura finanziaria adottata dalle leggi regionali.

2. del sistema dei controlli interni che certifica l’efficacia, efficienza e l’economicità dell’azione amministrativa, la verifica di regolarità amministrativa e contabile, la valutazione dei risultati ottenuti rispetto agli obiettivi e il rispetto degli equilibri finanziari.

Per gli enti con più di 5mila abitanti viene introdotto un “controllo strategico” per verificare lo stato di attuazione dei programmi. Per tutti gli enti locali si introduce invece un “controllo sugli equilibri finanziari” che valuta lo stato di salute delle finanze dell’ente.

Ogni ente locale dovrà altresì introdurre un sistema di controlli sulle proprie società partecipate.

I TAGLI AI COSTI DELLA POLITICA

Il decreto interviene sul contenimento della spesa degli organi politici degli enti territoriali e sulla riduzione dell’apparato politico e introduce altresì nuovi obblighi di trasparenza.

Per quanto riguarda gli obblighi di trasparenza il provvedimento obbliga:

– i gruppi consiliari a rendicontare e pubblicare tutti i dati relativi alle agevolazioni e ai contributi ricevuti;

– gli amministratori pubblici (Presidenti delle Regioni, presidenti del consiglio regionale, assessori e consiglieri regionali) ad adeguarsi al rispetto degli stessi standard di trasparenza introdotti dal Governo per i propri membri: pubblicare sul sito internet dell’amministrazione di appartenenza i redditi e il patrimonio.

I compensi dei consiglieri e degli assessori vengono regolati in modo che non eccedano complessivamente il livello di retribuzione riconosciuto dalla Regione più virtuosa (individuata dalla Conferenza Stato-Regioni entro il termine perentorio del 30 ottobre 2012). È vietato il cumulo di indennità o emolumenti, comprese le indennità di funzione o di presidenza, in commissioni o organi collegiali derivanti dalle cariche di presidente della Regione, presidente del consiglio regionale, di assessore o di consigliere regionale.

La partecipazione alle commissioni permanenti è invece resa a titolo gratuito. Per gli altri organi collegiali il gettone di presenza non potrà essere superiore ai 30 euro.

Viene confermata l’eliminazione dei vitalizi e l’obbligatoria applicazione del metodo contributivo per il calcolo della pensione. Nelle more, potranno essere corrisposti trattamenti pensionistici o vitalizi in favore di coloro che abbiano ricoperto la carica di presidente della Regione, di consigliere regionale o di assessore regionale solo se i beneficiari abbiano compiuto 66 anni d’età e ricoperto la carica, anche se non continuativamente, per almeno 1o anni.

I finanziamenti e le agevolazioni in favore dei gruppi consiliari, dei partiti e dei movimenti politici vengono decurtati del 50% e adeguati al livello della Regione più virtuosa (identificata dalla Conferenza Stato-Regioni entro il 30 ottobre 2012). I finanziamenti per i gruppi composti da un solo consigliere sono invece aboliti.

Il decreto interviene anche sulla riduzione dell’apparato politico applicando il decreto “anti-crisi” 138 del 2011. Il “taglio” del numero di consiglieri e assessori regionali dovrà essere realizzato entro 6 mesi dall’entrata in vigore del provvedimento, ad esclusione delle Regioni in cui è prevista una tornata elettorale (per le quali il limite verrà applicato dopo le elezioni). Il decreto obbliga anche le Regioni ad attenersi alle regole statali in materia di riduzione di consulenze e convegni, auto blu, sponsorizzazioni, compensi degli amministratori delle società partecipate, ecc.

LE SANZIONI

Per garantire il rispetto delle norme il decreto introduce un sistema di sanzioni dirette e indirette a carico delle regioni. Le sanzioni, che entreranno in vigore dal 2013, si applicano alle regioni inadempienti al 30 novembre 2012 (oppure entro 6 mesi dall’entrata in vigore del decreto se occorre procedere a modifiche statutarie) e prevedono, in un primo tempo, l’accantonamento dell’80% dei trasferimenti erariali dello Stato (ad eccezione di sanità e trasporto pubblico locale) e il 5% dei trasferimenti per la sanità. Nel caso in cui l’inadempienza persista è prevista una diffida da parte del Governo e la successiva procedura per lo scioglimento del Consiglio.

LE PROCEDURE PER IL RIEQUILIBRIO FINANZIARIO DEGLI ENTI LOCALI

Altre disposizioni, come anticipato, riguardano la procedura di riequilibrio finanziario pluriennale: le province e i comuni che abbiano squilibri di bilancio tali da provocare il dissesto finanziario approvano un “piano di rientro” della durata massima di 5 anni per riequilibrare le finanze locali. Il piano di rientro dell’ente locale deve contenere una quantificazione precisa dei fattori di squilibrio e individuare tutte le misure necessarie per la riduzione della spesa e il ripianamento del deficit (tra cui il blocco dell’indebitamento e la riduzione delle spese del personale e delle prestazioni di servizi). L’ente locale ha a disposizione diversi strumenti per il risanamento: ad esempio può aumentare le aliquote e le tariffe dei tributi locali, assumere mutui per la copertura dei debiti fuori bilancio.

Per agevolare gli enti locali che hanno avviato un piano di rientro lo Stato istituisce un Fondo di rotazione per assicurare la stabilità finanziaria degli enti locali. Attraverso il fondo lo Stato anticipa le risorse finanziarie all’ente che, oltre alla restituzione, si impegna al blocco dell’indebitamento e alla riduzione delle spese del personale e delle prestazioni di servizi.

La sanzione a carico degli amministratori che hanno contribuito con dolo o colpa grave al verificarsi del dissesto finanziario, oltre al pagamento di una multa pari a un minimo di 5 e un massimo di 20 volte la retribuzione, è l’incandidabilità per dieci anni al ruolo di assessore, revisore dei conti degli enti locali e rappresentante dell’ente locale presso altri enti e istituzioni. Per i Sindaci e Presidenti l’incandidabilità è estesa alle cariche di Sindaco, presidente di provincia, presidente di Giunta regionali, membro di consigli comunali o provinciali, del Parlamento italiano ed europeo.

RISCOSSIONE DELLE ENTRATE DEGLI ENTI LOCALI

Infine, il provvedimento approvato dal Governo, intervenendo sul tema dell’attività di gestione e riscossione delle entrate degli enti territoriali, ne annuncia una prossima riforma. Per favorirla viene sostanzialmente stabilito il mantenimento dell’attuale assetto, ma non oltre il 30 giugno 2013.

Il destino dello Stadio Collana

In questi giorni si sta discutendo dell’uso dello stadio collana ed ho una seria difficoltà a comprendere bene come far conciliare tutti gli sport che da anni si praticano all’interno della struttura. E’ chiaro che le potenzialità dell’impianto, per come è collocato, sono enormi e si deve anche trovare la soluzione che consente il recupero delle aree interdette. Diciamo che io ho un rapporto nostalgico col collana perché è il luogo dove, da poco più che ragazzino vinsi nel 1981 il mio primo campionato italiano di lotta stile libero classe esordienti. Oggi l’assessore con delega allo sport, con un provvedimento che non ho ancora avuto modo di leggere, ha riservato il campo alla carpisa, squadra di calcio femminile ed al campania calcio, con l’effetto che sul campo non possono più praticarsi le discipline di atletica. Per ragioni sentimentali diciamo che mi ribolle il sangue nelle vene perché credo che il comune dovrebbe promuovere quelle discipline sportive che da sempre sono dilettantistiche ed in ogni caso non si può pensare che si aggiunga una disciplina in sostituzione di un’altra per il solo fatto che quella subentrata ha dato una “mano” al comune rifacendo il manto erboso. Ad ogni modo credo che la cittadinanza dovrebbe avere la possibilità di pronunciarsi, sia perché riservare il campo al solo gioco del calcio riduce di molto il numero degli utenti, sia perché in campagna elettorale ricordo bene che si è parlato molto della promozione degli sport diversi dal calcio che ormai ha connotazioni più di spettacolo che non si sport.

Di seguito lo sfogo di Corrado Grasso presidente provinciale della FIDAL da il Mattino di Napoli del 6 ottobre 2012 Vincenzo Di Guida

Non si tratta di sfratto, ma l’atletica al Collana si sente in pericolo, paradossalmente proprio in virtù del nuovo manto erboso. Vietati i lanci e proprio per quelli il Comune «suggerirebbe» il trasferimento dell’attività al Virgiliano. «Capisco il martello – sottolinea il presidente provinciale Fidal, Corrado Grasso – ma come si fa a negare disco e giavellotto? Non fanno danni e avviano alla disciplina. Sarebbe un’atletica dimezzata su una pista in pessimo stato che non permette la disputa di gare in un impianto i cui, tra l’altro, i canoni di concessione sono anche aumentati».
Un migliaio gli atleti che utilizzano il campo vomerese. Per Grasso: «Il Virgiliano sarebbe una costrizione per un’area a grande vocazione sportiva quale è il Vomero. Non vogliamo fare la fine di basket e pallavolo che sono spariti. Rugby, calcio, football sono valori aggiunti per l’impianto, non sostitutivi dei nostri. Al Collana atletica e calcio vanno a braccetto dagli anni ’50 quando i valori sportivi erano evidentemente più forti. L’atletica non è il footing, è molto più complessa e portatrice di cultura sportiva: quella che spesso si sbandiera senza applicarla realmente».
Il paradosso raccontato i dirigenti dell’atletica è il timore che lanci e salti possano sparire poi anche dal Virgiliano. «Si sta studiando la possibilità di far giocare football e rugby sul nostro campo – racconta Enzo Miceli, storico dirigente dell’atletica posillipina – passi per il primo che non ha bisogno di grandi spazi, ma per il rugby significherebbero l’eliminazione delle pedane in una struttura che in cui sono stati spesi tanti soldi per dedicarla all’atletica. Vogliamo convivere con tutti ma se il terreno è occupato da allenamenti di altre discipline come potremmo effettuare i nostri?».
Preoccupato anche il presidente della Fidal regionale Sandro Del Naia: «Consideriamo la politica del Comune miope in un momento in cui l’impiantistica sportiva resta deficitaria».

Richiamo del Presidente Napolitano: Ora Scatto Morale.

Dichiarazioni di Napolitano: «Quadro politico inadeguato, va ritrovato il senso civile» perché è «dalla schiettezza del dialogo che possono venire gli stimoli e i sostegni nuovi per una ripresa di slancio ideale». Finalmente il Capo dello stato, un politico di grosso calibro, richiama al senso “morale” i politici. Cosa di non poco conto perché proprio i politici, di ogni calibro e livello, hanno una sorta di allergia per la morale ritenendo la politica al di sopra di tutto, anche della legge, relegata a questione da leguleio. E sotto gli occhi di tutti, invece, che questa affrancazione della politica dai concetti di morale e legalità, è stata ed è la causa della caduta verticale della politica, ormai, scevra da ogni considerazione dello spirito di servizio e delle competenze che pure vi devono essere in chi si propone come amministratore. La politica è diventata in sostanza la scusa per parlare a “vanvera” e fare “fessi” gli elettori a cui chiedere il voto. Non è un caso, infatti, che il  batman laziale è uomo da 20.000 preferenze. Scatto morale vi può essere solo se la parte buona dei partiti si metterà in moto facendo pulizia dal loro interno, cosa che mi sembra assolutamente improbabile. Spero di sbagliarmi

Nasce Ricostruzione Democratica

cropped-quadrotto_rosso_2-fw_1-150x150.png

Romeo e l’Insula

Il Progetto Insula di Romeo (clikka) credo stia andando avanti. Questa è una brochure che ho rinvenuto nel Comune e rappresenta una ulteriore elaborazione del progetto che ha visto, posso dire, la quasi totalità della maggioranza contraria alla sua adozione. Ovviamente sono perplesso ed a questo punto credo che Romeo “voglia l’insula così come desiderò Giulietta” solo che l’epilogo, seppure denso di passione, si rivelò un abbraccio mortale. A parte ogni considerazione la struttura del progetto secondo me e molti altri consiglieri è minata alle fondamenta perché sottrarrebbe pezzi di città al controllo amministrativo e fiscale e genererebbe una grave disparità di trattamento tra quartieri ricchi e poveri. Spero si valuti bene e si informi la città di ciò che si vuole fare dei suoi quartieri. Per capire bene il lavoro che nonostante tutto sta andando avanti allego anche la prima versione della brochure (clikka).

Comune di Napoli: Lo sforzo della politica con i conti in rosso

Qualche giorno fa, nella mia qualità di consigliere comunale, mi è giunta una nota del direttore dei servizi finanziari (clikka), con la quale si comunica al consiglio che dalla redazione delle prime schede del bilancio consuntivo 2011 emerge un disavanzo di circa 420 milioni di euro dovuto allo stralcio dei residui attivi di dubbia esigibilità. La sequenza delle norme citate che, per formazione, mi ha incuriosito impone al consiglio comunale una manovra di riassestamento entro trenta giorni, con sanzioni, in mancanza, che possono arrivare fino allo scioglimento del comune. La situazione è drammatica anche per le partecipate che versano in condizioni economiche altrettanto disastrate come Bagnoli Futura S.p.a., con tre esercizi in perdita ed una esposizione di circa 300 milioni di euro; l’ANM anch’essa in grave crisi con un credito verso il comune, ovviamente non onorato, di circa 200 milioni di euro, per non parlare di Napoli Sociale i cui lavoratori sono da tre mesi senza stipendio. In queste condizioni credo che ai consiglieri comunali compete un dovere di lealtà e di verità verso la cittadinanza che deve essere informata di come stanno realmente le cose. Occorre onorare il patto assunto con i cittadini mettendo in campo serie politiche di rigore iniziando in casa propria con la riduzione dei costi, ivi compresi quelli di staff, utilizzando personale del Comune. In ogni decisione si impone l’obbligo della trasparenza assoluta! Non digerisco, infatti, comunicazioni di decisioni già prese su tavoli di cui non si conosce la composizione né posso pensare che le decisioni isolate siano sempre e comunque le migliori. Il principio di responsabilità deve essere contemperato con quello della trasparenza e della partecipazione alle scelte fondamentali dell’amministrazione. Il “ghe pensi mi” di berlusconiana memoria spero e voglio sia morto e sepolto per i gravi danni economici e morali che ha causato all’intero paese! Solo in questo modo possiamo dimostrare di meritare la fiducia dei cittadini, in contrario non mi interessa partecipare ad un qualcosa che non mi appartiene, non mi è appartenuto e non mi apparterrà mai! Le ultime bagarre tra un assessore di peso come D’Angelo ed il Sindaco di Napoli non mi sembra si possano archiviare con una pace fatta, ma con un serio e concreto dibattito con le forze di maggioranza che rappresentano i cittadini. L’unico obiettivo di un gruppo consiliare, infatti, non è quello di essere scudieri né del Sindaco nè tanto meno di un assessore. L’assenza del vincolo di mandato, per gli eletti, infatti, ha come solo ed unico significato l’obbligo per ogni rappresentante di fare solo ed esclusivamente il bene e l’interesse pubblico, sempre e comunque, anche al costo di andare contro la stessa maggioranza sia essa un partito sia essa un semplice gruppo consiliare! Di questo credo, con Carlo Iannello, abbiamo dato prova assumendoci tutte le responsabilità quando è stato il caso di levare una voce critica anche nella assemblea cittadina ed in momenti delicati. Questo è l’unico apporto che oggi dall’altra parte nella quale mi trovo posso dare. Il mio è un appello alla partecipazione ed alla trasparenza contro gli interessi individuali e contro ogni sorta di cortigianeria. Abbiamo già dato!

Regioni: Le mani nella marmellata

Possibile che da qualche giorno tutti gli amministratori regionali compresi i Presidenti e Governatori dichiarano di essere in procinto di tagli e sforbiciate di riduzioni di comandi e di personale, come se ciò fosse utile a ricostruirsi una verginità senza considerare che l’unico atto utile e dignitoso sarebbe solo ed esclusivamente quello della restituzione del mal tolto alla pubblica utilità, perché delle due l’una o questi soldi erano necessari ed allora non possono essere tagliati oppure se vengono tagliati allora c’è l’ammissione che erano mal dati ed allora devono essere restituiti! Come del pari devono essere restituiti tutti quei soldi che hanno preso tutti quei partiti estinti, morti e sepolti. Io al Comune di Napoli, come consigliere comunale, come fondo del gruppo consiliare in quest’anno avrei diritto ad avere circa 1.024 €. per attività politica da rendicontare centesimo per centesimo, quelli del 2011 non li ho neppure spesi, mentre da un anno vado dicendo che il contratto di consultazione che abbiamo con l’ANSA di oltre centomila euro all’anno a disposizione di tutti i consiglieri (che però non si possono collegare contemporaneamente) è assolutamente inconcepibile, come lo è la rassegna stampa che abbiamo appaltato all’esterno e che ci costa altrettanto. Non credo che si debba fare a gara a chi taglia di più ma sono convinto che di sprechi ce ne sono ed ogni uno di noi che incappa in uno di questi ha il dovere di mettere al centro della discussione il problema. Ormai l’indignazione è a livelli stratosferici perché a questi li abbiamo colti con il barattolo della marmellata vuota mentre si stavano leccando ancora le dita….

Angelo Agrippa corriere del mezzogiorno del 26.09.2012

NAPOLI — Un emendamento presentato dai capigruppo consiliari sarà approvato oggi in consiglio regionale per tagliare del 50 per cento i fondi pubblici destinati ai gruppi politici; del 50 per cento i fondi per l’assunzione degli assistenti (i cosiddetti portaborse); del 25 per cento gli stanziamenti per le prestazioni giornalistiche e una drastica diminuzione dei ‘‘comandati”, vale a dire dei 94 dipendenti provenienti da altre strutture pubbliche, ma pagati profumatamente, attraverso il salario accessorio, dagli uffici del Centro direzionale. Infine, sarà varata pure una norma di principio per stabilire che d’ora in poi qualunque attribuzione finanziaria destinata al consiglio regionale campano dovrà risultare la meno onerosa tra quelle contemplate dai bilanci di ogni assemblea regionale d’Italia. Paolo Romano, presidente pidiellino del consiglio regionale campano, è di ritorno dalla riunione nella quale il segretario nazionale del partito, Angelino Alfano, ha chiesto misure concrete di contenimento dei costi della politica.
Romano, perché solo ora avete deciso di tagliare della metà i fondi per i gruppi consiliari e per gli assistenti?
«È ingeneroso dire, dopo due anni di lavoro per ridurre le spese eccessive, che soltanto ora ci siamo accorti della necessità di contenere i costi. Continuiamo il percorso intrapreso, consapevoli pure che il clima provocato dalle recenti vicende del Lazio richieda una risposta immediata e responsabile da parte della classe politica. Ma il nostro impegno è dimostrato da tempo: a luglio scorso abbiamo varato la legge Campania zero, cancellando i gruppi costituiti da un solo consigliere; riducendo le indennità del 30 per cento; abolendo tutte le auto blu, tranne quelle del presidente della giunta e del presidente del consiglio; e non abbiamo speso un euro di consulenze».
Ciò che viene fuori oggi, dopo lo scandalo del Lazio, è che si tagliano spese ma poi si tenta di compensare le riduzioni con altre dotazioni, riferite, magari, ad altre voci.
«Le assicuro che non è così. Non ci saranno compensazioni alle riduzioni di spesa, né occulte, né alternative. Anzi, le anticipo che oltre ai tagli contenuti nell’emendamento, procederemo ad altre revisioni di spesa entro l’anno».
Quali?
«Stiamo valutando ogni aspetto del bilancio. Probabilmente, c’è ancora altro da tagliare nei servizi. Pochi giorni fa abbiamo rescisso il contratto di locazione di alcuni locali del Centro direzionale che ci consentiranno un ulteriore risparmio di oltre un milione di euro: risparmieremo sul servizio di guardiania, sulla squadra di pulizie».
Vi sono altri locali in affitto che possono essere tagliati?
«Stiamo verificando nel dettaglio».
Per statuto, nel consiglio regionale campano è possibile costituire un gruppo politico con almeno due consiglieri, sempreché sia collegato a una rappresentanza dello stesso partito in sede nazionale o europea. Ma l’Udeur non ha rappresentanza organizzata nel parlamento nazionale e in Europa: Mastella fu eletto a Bruxelles con il Pdl.
«Sì, ma come indipendente. Poi, mi sembra abbia aderito al Ppe. Comunque, a verificare la congruità della costituzione del gruppo Udeur in consiglio regionale ci ha pensato la struttura di supporto all’ufficio di presidenza».
Tutto regolare?
«Credo proprio di sì».
Lei ha annunciato che saranno drasticamente tagliati i cosiddetti «comandati» che, oggi, sono 94 e pesano sul bilancio del consiglio. Mentre con i distaccati si arriva a 187 unità. Quante posizioni di comando revocherete?
«Credo che ridurremo i ‘‘comandati” fino ad arrivare a sole 20, 25 posizioni. Ma si sappia che non siamo contrari all’istituto della mobilità, bensì siamo costretti a queste sforbiciate perché non riusciamo a sostenere i costi. Già nel 2010 ci ritrovammo con 250 ‘‘comandati” e il primo sfoltimento ci ha consentito di fare un significativo passo in avanti in direzione della riduzione dei costi».
Quale criterio seguirete per revocare gli incarichi?
«Ogni gruppo consiliare esaminerà le proprie esigenze: chi, per esempio, presenta tre comandati, ne rimarrà con uno solo».
Romano, a quanto ammonta la dotazione del suo ufficio per le spese di rappresentanza?
«Quarantanovemila euro l’anno. Tutto certificato».
Mai organizzate cene nel suo sontuoso appartamento di rappresentanza?
«No, mai. Lo utilizzo raramente e esclusivamente per occasioni di rappresentanza. E poi, non c’è nulla di sontuoso: è un ufficio, né più, né meno».

La moglie di Caldoro discriminata?

La moglie di Caldoro dichiara di essere discriminata per essere la moglie di Caldoro che a sua volta l’ha nominata in un osservatorio regionale. La notizia è di qualche giorno fa ed oggi riappare con una lettera di Marco Salvatore al Corriere che difende la scelta, poiché la firma del Presidente della Regione, sul decreto di nomina della moglie in questa commissione, è un atto dovuto. La cosa mi fa accapponare la pelle, per fortuna c’è stata la risposta del Direttore De Marco sulle pagine del Corriere del mezzogiorno di oggi che ovviamente sottolinea che seppure la cosa fosse legittima, ci sono delle ragioni di opportunità che avrebbero dovuto consigliare il Presidente, ad essere più attento. La questione, peraltro, capita in piena bufera del caso malapolitica regionale e si ha l’ardire di dire che le mogli dei politici sono discriminate. La verità è che non si vuole capire che il ricoprire incarichi pubblici è causa, non ha solo di onori, ma anche oneri e pesi ed essere la moglie di una persona che ricopre una così importante carica istituzionale ha gioco forza anche delle ricadute anche sulla vita familiare. Oggi in consiglio comunale dopo un mio intervento facevo, infatti, una riflessione con un assessore a cui ho detto che il politico è in un certo qual modo è come il Giudice: non deve solo essere imparziale ma deve anche apparire tale.

di seguito l’articolo di Lomonaco da il corriere del mezzogiorno del 23 Settembre, 2012

La polemica è stata sollevata da Carlo Aveta (La Destra) per «la nomina della moglie del presidente Caldoro in un osservatorio regionale». E lei, Annamaria Colao, l’ha presa male, tanto da sfogarsi su Fb: «Cari amici miei ancora una volta la mia relazione famigliare mi mette in condizione di essere discriminata… È tempo che io divorzi per avere il rispetto che merito per la mia professione?». Le risponde l’amica Teresa Armato (Pd): «Capisco lo sfogo, ma non è stata discriminata».

NAPOLI — Il sasso nello stagno l’ha gettato Carlo Aveta, consigliere regionale e segretario campano della Destra: «Sulla nomina della moglie del presidente Caldoro in un osservatorio regionale presenterò un’interrogazione urgente». Aveta l’ha annunciato un paio di giorni fa, dopo aver appreso «che il presidente Caldoro, con decreto n. 154 del 24 maggio scorso, ha nominato la moglie quale componente dell’Osservatorio per la formazione medico specialistica per verificare lo standard di attività assistenziali dei medici specialistici».
Aveta ha precisato che non intende mettere in discussione l’eccellente curriculum accademico e le qualità professionali della professoressa Annamaria Colao, ma ha sottolineato che «appare quantomeno inopportuna, da parte del presidente della Giunta, la nomina della moglie in un osservatorio regionale».
Le acque si sono immediatamente mosse, infatti ad Aveta ha replicato Gennaro Salvatore, presidente del gruppo consiliare «Caldoro Presidente», spiegando: «I componenti dell’Osservatorio regionale per la formazione medico specialistica sono designati dai presidi delle facoltà di Medicina e Chirurgia, sentiti i rispettivi consigli di facoltà, e i criteri di designazione sono previsti per tutte le Regioni dal decreto legislativo n. 368 del 1999, in attuazione a una direttiva europea. La Regione, la giunta regionale, non hanno discrezionalità né nel cambiare l’organismo, né nel decidere la sua composizione nominale. Tra l’altro l’Osservatorio è stato istituito con deliberazione della Giunta regionale n. 906 del 23 giugno 2004».
Quindi due precisazioni in una: i nomi non li ha scelti Caldoro e fu la giunta Bassolino a istituire l’organismo e quindi anche a stabilire il compenso orario per i consulenti. Un compenso non particolarmente appetibile: 185,92 euro più Iva per i componenti esterni all’amministrazione.
La doppia precisazione ha dunque chiuso la faccenda? Tutt’altro. Innanzitutto perché sebbene Salvatore dica la verità, è vero anche quello che afferma Aveta, perché in calce al decreto del Presidente della Giunta c’è effettivamente la firma di Stefano Caldoro, com’è naturale che sia. Ma anche perché a rilanciarla è la stessa Annamaria Colao, che si è pubblicamente sfogata su Facebook. «Cari amici miei — ha scritto — ancora una volta la mia relazione famigliare mi mette in condizione di essere discriminata… non ha alcun valore il curriculum scientifico, non serve che la mia nomina sia stata decisa dalla facoltà di medicina nella quale opero da 25 anni e che la regione non abbia avuto alcun ruolo decisionale, neanche che ho formato intere generazioni di specialisti di endocrinologia… no. A dispetto di quanti parlano di merito, di fuga dei cervelli, di impact factor, mediane, H-index (che come tutti sapete — o se volete andate a verificare in qualunque banca dati — ho superiori a molti ricercatori italiani e stranieri) sembra che l’unica cosa che conti è che io ho il demerito di aver sposato Stefano! Che ne pensate? È tempo che io divorzi per avere il rispetto che merito per la mia professione?».
Non c’è che dire, la professoressa Colao dev’essersela proprio presa. E devono averlo capito gli amici di Fb, che per «consolarla» le hanno scritto una quantità di messaggi. Più di cinquanta. Tra questi, però, ce n’è anche uno di tono leggermente diverso. «Comunque la moglie di un politico corre questi rischi quindi davvero la signora Colao non se ne dolga… ma soprattutto non pubblichi tali sfoghi che come ben dice Elisabetta sanno di giustifica… e perché, con tali titoli????». Firmato Antonella Maffei, consorte di Domenico Tuccillo ex deputato ora vicesegretario regionale del Pd e giornalista Rai («ma da prima», puntualizza). Insomma una persona ben consapevole di quali rischi corra una «moglie di». Cosa avrebbe fatto lei se si fosse trovata nei panni di Annamaria Colao? «Avrei evitato di sottolineare la situazione cercando una sorta di consenso pubblico — spiega Antonella Maffei — e mi sarei consultata in casa per capire se fosse il caso di assumere l’incarico in questione».
Invece, la professoressa Colao si lamenta del fatto che ancora una volta la sua «relazione famigliare» l’ha messa «in condizione di essere discriminata». Eppure la nomina l’ha avuta, forse avrà anche corso qualche rischio, ma certamente non è stata discriminata. Non è così? Risponde Teresa Armato, che conosce bene i meccanismi della comunicazione perché è giornalista, quelli della sanità perché è stata assessora regionale e quelli della politica perché è senatrice del Pd, conosce Annamaria Colao e anche Facebook, perché è amica della professoressa sul social network: «Annamaria — dice — è una donna il cui valore scientifico è riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Non c’è alcuno scandalo, dunque, se il Policlinico l’ha scelta per l’Osservatorio: la polemica è ingiustificata. Tuttavia, è vero, non è stata discriminata». Allora perché quello sfogo? «Scrivere su Facebook ormai è come fare una moderna telefonata agli amici, non uno alla volta ma tutti insieme. Molti usano questo modo per esprimere i propri sentimenti, i propri pensieri, e anche per sfogarsi. Secondo me si è proprio arrabbiata». Però lei di incarichi ne aveva più di una anche prima della nomina firmata dal marito: a parte il lavoro di docente nella facoltà di Medicina della Federico II e l’intenso impegno di ricercatrice che le ha fatto guadagnare posizioni di rilievo nelle classifiche internazionali, pochi giorni fa è stata eletta presidente dell’Enea, l’European neuroendocrine association, cioè l’associazione europea degli endocrinologi, e in primavera era stata inserita dal ministro Profumo nel primo Comitato nazionale dei garanti per la ricerca. «Una persona pubblica si espone alle critiche — commenta Teresa Armato — ma se si ha la coscienza a posto bisogna lasciar correre». Non è difficile ricoprire tanti incarichi? «Speriamo trovi tempo», risponde sorridendo la parlamentare pd. E comunque, senatrice, non è un po’ esagerato parlare di divorzio? «Ma quella era certamente una battuta». Caldoro è una persona riservata, chissà come l’ha presa… «Ah, non vorrà mica farli divorziare davvero».

I Comandati alla Regione

I comandati al Consiglio Regionale della Campania ci costano di più poiché percepiscono una somma integrativa di circa 400 €. se sono già dipendenti della regione stessa circa il doppio dello stipendio negli altri casi almeno così leggo del Corriere. La cosa che mi lascia perplesso e che questi sono anche inquadrati come dirigenti. Ebbene tra i comandati ci sono anche due colleghi consiglieri comunali (Lebro UDC e Moxedano IDV) che dovrebbero svolgere un incarico fiduciario presso la Regione ma, almeno per quello che posso testimoniare,  essendo entrambi capogruppo dedicano molto tempo al loro incarico politico presso il comune, pertanto, non capisco né il motivo del comando né quello della maggiore retribuzione. Io sono sempre più convinto della necessità che si inizi a parlare di sacralità dell’interesse del bene pubblico!

Da il Corriere del Mezzogiorno del 25.09.2012

NAPOLI — C’è chi arriva dalla civica casa di riposo di Trento e chi dalla Sma, la società antincendio della Regione. Poi dal Cardarelli, dalla Ctp (trasporto pubblico), dall’Arpac Multiservizi, dalla giunta regionale o dall’area di sviluppo industriale di Napoli. Aiutanti degli aiutanti, li si potrebbe definire. Sono i comandati ed i distaccati dell’ufficio di supporto dell’ufficio della presidenza del consiglio regionale. Sono otto, stando ad un documento ufficiale che risale al 27 giugno, e sono inquadrati come dirigenti. Nel momento stesso in cui è arrivata la «chiamata», chi era già dipendente della regione ha guadagnato una indennità aggiuntiva lorda di circa 400 euro. Gli altri hanno praticamente raddoppiato lo stipendio. Compito impegnativo, del resto, quello della presidenza del consiglio regionale. Ecco, dunque, che per svolgerlo al meglio Paolo Romano ha reclutato altri 12 tra comandati e distaccati, nel suo ufficio di presidenza. Sono arrivati dal ministero della Pubblica Istruzione, dalla Giunta, dalla Asl, dalla Provincia di Caserta, dal Comune di Roma e dall’area di sviluppo industriale di Napoli. E’ il caso, quest’ultimo, di David Lebro, che è anche consigliere comunale a Napoli, in sella all’Udc. Non sono stati da meno gli altri membri dell’ufficio di presidenza. Biagio Iacolare, anch’egli Udc, ha reclutato nella sua segreteria squadra tre persone: una dalla Seconda Università, un’altra dalla giunta e la terza dal Cardarelli. Quest’ultima è Carlo Migliaccio, ex Italia dei valori, che guadagnò popolarità, anni fa, durante la mobilitazione contro la discarica di Chiaiano. Valiante, ex assessore durante la giunta Bassolino, dispone di 5 tra comandati e distaccati: 2 arrivano dalla giunta, tre dalla società regionale Arcadis. Pure Nicola Marrazzo è a quota 5. Uno di essi è Francesco Moxedano, consiglio comunale a Napoli. Figura come comandato dall’azienda ospedaliera Cardarelli.

Bianca d’Angelo attinge alla giunta regionale, all’Astir ed all’Asia, la società di igiene urbana del Comune di Napoli. Gennaro Mucciolo ha un distaccato dalla giunta ed uno dalla comunità montana Calore. Quattro reclutati per Nappi, tra i quali Gennaro Succoio, consigliere di municipalità. Tra i gruppi, il Pdl è a quota 21. Qualche nome: Claudio Ospite, ex consigliere comunale, che arriva dalla giunta; Michele Martucci, avvocato e delegato Cisl in seno alla società Ales; Livio Varriale, giornalista, direttore editoriale di Julie Italia. Risulta comandato dall’area di sviluppo industriale di Napoli, della quale è addetto stampa. La pattuglia del Pd è rappresentata da 14 cooptati. Uno dei più noti è il vigile urbano Salvatore Guerriero, consigliere comunale nel medesimo partito durante la giunta Iervolino. Idv è a quota 4.

Della pattuglia fa parte Aniello Formisano, cugino dell’omonimo parlamentare, che lavora in regione dal 1987. E’ stato pescato tra i funzionari della giunta. Distacchi e comandi non fanno difetto neppure altrove, peraltro. Ecco le cifre: Gruppo Caldoro 3, Udc 6, Libertà ed autonomia 1, Pse 2, Popolari Udeur 4, Gruppo Misto 5. Nelle commissioni, la musica non cambia. In quella Hydrogest, per esempio, ecco Tommaso Casillo, ex parlamentare socialista, attualmente assessore a Casoria. Proviene dalla giunta regionale e sottolinea: «Mi sono ovviamente messo in aspettativa». Complessivamente, scorrendo l’elenco aggiornato a fine giugno, compaiono 183 nomi. Ieri si è occupata del caso la conferenza dei capigruppo. «Abbiamo deciso di abolire comandi e distacchi», dice Giuseppe Russo, capogruppo del Pd». Proposito non nuovo, in verità.

Le Nuove Convenzioni delle Piscine

Il 24 luglio scorso pubblicavo la delibera giunta sulle piscine contenete lo schema di convenzione per il quale ho redatto sette emendamenti che, a parere mio, dovrebbero contribuire a migliorarlo. La delibera è calendarizzata per il consiglio comunale di domani 25.09.2012 ma credo che verrà rinviato per meglio approfondire e per avere il modo di capire se dare anche degli indirizzi per il bando che dovrà essere redatto dai servizi di gestione. Comunque di seguito le modifiche che ho intenzione di proporre e che ho discusso con il gruppo di Napoli è Tua. Come sempre sono ben accetti eventuali suggerimenti:

CONSIGLIO COMUNALE  DI NAPOLI

del 25 settembre 2012

PROPOSTA DI EMENDAMENTO

DELIBERA DI GIUNTA DI PROPOSTA AL CONSIGLIO N. 501 del 0120/06/2012

PREMESSO CHE:

I.- Con la delibera di giunta indicata in epigrafe l’Amministrazione ha proposto l’affidamento in concessione della gestione delle piscine di proprietà comunali, realizzate con la legge 219/1981 allegando schema di convenzione tipo;

II.- è intenzione dell’amministrazione agevolare e promuovere la pratica dello sport.

Letta la bozza di regolamento allegata alla delibera in epigrafe ed a mente dell’art. 44 del vigente Regolamento Consiliare si propone l’adozione del seguente emendamento:

I) All’art. 1 dello schema tipo di convenzione aggiungere il comma 1.2 del seguente tenore: I contratti di sponsorizzazione devono essere consegnati in copia all’amministrazione al competente ufficio dell’assessorato e devono contenere espressa clausola di impegno a destinare il 20% degli utili derivanti dai contratti di sponsorizzazione ad attività di promozione dello sport nelle istituzioni scolastiche o comunque sociali del volontariato del terzo settore. Di tale attività deve essere relazionata l’amministrazione entro il 30 aprile di ogni anno.

Modificare, quindi, gli altri commi successivi secondo la corretta numerazione.

II) All’art. 1.2 dello schema tipo di convenzione aggiungere dopo le parole: “pagamento della tariffa TARSU e/o TIA”, le seguenti parole: “secondo le attuali modalità agevolate”

III) All’art. 1.4 dello schema tipo di convenzione aggiungere dopo l’ultimo punto: “obbligo di destinare due corsie alle istituzioni scolastiche che avranno diritto ad utilizzarle in orario curriculare o extracurriculare per progetti promossi da loro stessi o da altre associazioni o enti sportivi in collaborazione con l’istituzione scolastica. In caso di pluralità di domande l’Amministrazione, mediante l’assessorato competente, provvede a coordinare le domande affinché, per quanto possibile, sia garantito parità di trattamento a tutte le istituzioni aventi diritto”

IV) All’art. 1.4 dello schema tipo di convenzione aggiungere al 4° rigo dopo le parole: “numero di occupati che si intendono impiegare, le seguenti parole: “e con obbligo di assumere gli eventuali dipendenti impiegati nella gestione dell’impianto (passaggio di cantiere) che abbiano un’anzianità da almeno due anni presso il precedente concessionario”.

V) All’art. 11.2 dello schema tipo di convenzione alla lettera a) eliminare le parole da: dal lunedì” fino ad “agosto” ed aggiungere le parole: “per cinque giorni a settimana”

VI) All’art. 21.2 dello schema tipo di convenzione eliminare l’intero comma e sostituirlo con il seguente: “21.2 Il Concessionario deve versare il corrispettivo annuo dovuto al Comune di Napoli in due rate posticipate pari al 50% ciascuna del canone annuale il 1 dicembre ed il 1 giugno di ogni anno.”

VII) Dopo l’art. 21 aggiungere l’art. 21 bis Sconti premiali sul canone. 21.1 Al fine di promuovere la pratica dello sport agonistico dilettantistico, ed al fine di premiare le associazioni sportive che svolgono tale attività, il canone annuale determinato dall’amministrazione è decurtato del 15% nel caso di vittoria di un titolo di Campione d’Italia da parte di un atleta tesserato da almeno 2 anni con l’associazione concessionaria, del 30 %  nel caso di vittoria di un titolo europeo, da parte di un atleta tesserato da almeno 2 anni con l’associazione concessionaria, del 40%  nel caso di vittoria di un titolo mondiale o di una medaglia d’argento o di bronzo in una competizione Olimpionica, da parte di un atleta tesserato da almeno 2 anni con l’associazione concessionaria e con l’esonero totale dal pagamento del canone per un solo anno nel caso di vittoria di un oro olimpico da parte di un atleta tesserato da almeno 2 anni con l’associazione concessionaria. 21.2 E’ concessa, altresì, una riduzione del 30% del canone annuo anche all’associazione o società sportiva dilettantistica concessionaria che si dovesse classificare al primo posto in un campionato nazionale. 21.3 Ai fini del presente comma si considerano titoli validi quelli conquistati in manifestazioni sportive organizzate dal C.O.N.I. ed in campo internazionale dal C.I.O. Le riduzioni nell’anno non sono cumulabili e l’associazione sportiva concessionaria, nell’anno, potrà godere della riduzione più vantaggiosa in caso di contemporanea presenza di titoli idonei.”

I proponenti:

 

 

 

Bagnoli Futura quale Futuro?

Il 7 settembre scorso ho postato la delibera di giunta su bagnoli futura che prevede una sorta di ricapitalizzazione della società mediante la rinuncia del comune di napoli al trasferimento della Porta del Parco, del parco dello sport e del turtle centre, tutti beni che dovrebbero essere assegnati al patrimonio indisponibile dell’amministrazione. Oggi posto la relazione del Collegio dei Revisori sulla citata delibera. All’adozione dell’atto, di cui il Consiglio è investito, vi sono numerose difficoltà tecniche dovute ad uno stato, direi, comatoso della società. Ultimamente, infatti, lo stesso Sindaco in una intervista riferiva circa Bagnoli Futura: “abbiamo ereditato un cadavere”. Ecco oggi al consiglio comunale si chiede di resuscitare il morto solo che a parere mio forse per fare ciò non basterebbe il “Figlio” ma ci vorrebbe il “Padre”. Siamo, infatti, ad una svolta epocale dove o ci si infila nel solco del rispetto delle regole o si  viaggia su una strada parallela che potrebbe avere anche brusche inversioni ad “U”. Di ciò, infatti, ci avvertono i revisori che paventano la possibilità che i beni di cui si chiede il trasferimento potrebbero essere coinvolti in una procedura concorsuale (alias fallimento). Bagnoli Futura ha riportato perdite di bilancio in tre esercizi 2008, 2009 e 2010, come riferiscono gli stessi Revisori e per legge la società non può essere assolutamente beneficiare di alcuna attribuzione. E’ da un po’ di giorni che mi chiedo cosa c’entri la politica in questo. Si può per ragioni “politiche” infrangere la legge? E se si qual’è il limite oltre il quale il “superamento” della legge non è consentito? chi lo stabilisce? La questione è molto seria perché la chiusura o peggio il fallimento di Bagnoli Futura determinerebbe anche il fallimento di una intera area dove il Comune perderebbe il controllo. Ma questo può essere imputato a quest’amministrazione? O al suo consiglio comunale? Io sono convinto di no. Occorre però avere coraggio ed essere in grado di affrontare la realtà e non avere paura di puntare il dito verso i colpevoli affinché se ne assumono la responsabilità innanzi al tutta la città! Per cambiare rotta occorre vincolarsi al rispetto delle regole ed investire la città del dibattito sul futuro di Bagnoli.

RELAZIONE DEL COLLEGIO DEI REVISORI Napoli, 18 settembre 2012

Rif.: delibera di G.C. n.661 del 09-08-2012 – proposta al Consiglio: modifica dell’Atto Costitutivo, dello Statuto e della Convenzione della Bagnolifutura Società di Trasformazione Urbana per Azioni costituita con delibera di Consiglio Comunale n°40 del 18/02/2002.

Con il provvedimento in esame la G.C. propone di modificare l’articolo 1 dell’Atto Costitutivo, l’articolo 4 dello Statuto della Bagnolifutura Società di Trasformazione Urbana per Azioni costituita con delibera di Consiglio Comunale n°40 del 18/02/2002, nonché approvare un nuovo testo della Convenzione tra la medesima società ed i tre Enti pubblici azionisti.

Ai sensi dell’articolo 4, comma 18 del D.L. 13 agosto 2011, n. 138, coordinato con la legge di conversione 14 settembre 2011, n. 148, le modifiche proposte devono essere sottoposte alla vigilanza dell’Organo di Revisione di cui agli articoli 234 e seguenti del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.

Il Collegio dei Revisori

Visto che,

  • · la Bagnolifutura S.p.A. ha per oggetto “… la progettazione e realizzazione di interventi di trasformazione urbana nel territorio del Comune di Napoli, in attuazione degli strumenti urbanistici vigenti (…) può pervenire al possesso delle aree interessate dall’intervento (…) procedere alla loro bonifica, trasformazione, manutenzione, gestione e commercializzazione (…) può compiere altresì tutti gli atti necessari o opportuni al fine del perseguimento dell’oggetto sociale, come individuato nei commi che precedono”;
  • · con la delibera in esame viene rappresentata l’evoluzione della società partecipata Bagnolifutura S.p.A. (di seguito detta anche STU) dalla sua costituzione del 18/02/2002 ad oggi;
  • in data 25/6/2002 fu sottoscritta un’apposita convenzione che disciplinava i rapporti tra la Bagnolifutura S.p.A. ed i suoi soci Comune di Napoli, Provincia di Napoli e Regione Campania, prevedendo espressamente che le opere di urbanizzazione secondaria e le attrezzature di interesse generale fossero trasferite al Comune di Napoli, alla Regione Campania e/o alla Provincia di Napoli, secondo competenza, entro dieci anni dalla costituzione della società;

· ad oggi la Bagnolifutura S.p.A. ha realizzato circa il 60% dei lavori di bonifica dell’area individuata nella convenzione, oltre ad alcune attrezzature di interesse generale ed opere di urbanizzazione secondaria, avviando altresì le procedure per la vendita dei suoli. 
Considerato che,

· l’Amministrazione Comunale intende dare nuovo impulso al completamento del progetto di riqualificazione per il quale è stata costituita la Bagnolifutura S.p.A. ed alla piena valorizzazione dell’area urbana oggetto delle attività della STU, nonché adoperarsi per garantire la continuità aziendale, attesi la difficile situazione economico – finanziaria e il ritardo nelle procedure di evidenza pubblica di vendita dei suoli;

· l’Amministrazione Comunale intende aggiornare ed ampliare l’ambito di competenze della STU, attribuendole altresì la funzione di poter operare sugli immobili siti sull’intero territorio comunale, trasformandoli, riqualificandoli, valorizzandoli e sviluppandoli;

· in previsione di questa nuova mission aziendale della STU, l’Amministrazione ritiene indispensabile rafforzarne la struttura patrimoniale.

Rilevato che,

· il Comune di Napoli intende rafforzare la struttura patrimoniale della STU attraverso 
l’attribuzione gratuita alla stessa delle opere di urbanizzazione secondaria e le attrezzature di interesse generale realizzate o in corso di realizzazione che, pertanto, costituiranno beni del patrimonio della società; tale patrimonio sarà, altresì, incrementato dagli immobili che il Comune di Napoli di volta in volta deciderà di assegnarle per la relativa trasformazione, riqualificazione, valorizzazione, sviluppo e gestione in attuazione degli strumenti urbanistici vigenti;

· la Bagnolifutura S.p.A. potrà disporre di tali beni nei limiti della normativa vigente in materia, con particolare riferimento all’articolo 828 del codice civile e nel rispetto delle prerogative del Comune di Napoli, ente programmatore e socio di maggioranza assoluta della STU;

· dette opere di urbanizzazione secondaria e le attrezzature di interesse generale realizzate o in corso di realizzazione potranno formare oggetto di atti di disposizione da parte della STU a favore di terzi, a condizione che sia mantenuta la loro specifica destinazione d’uso pubblico;

· pertanto è necessario modificare l’Atto Costitutivo e lo Statuto della STU, nonché procedere alla sottoscrizione di una nuova Convenzione con gli Enti soci (Comune di Napoli, Provincia di Napoli e Regione Campania) che sostituisca quella tra le medesime parti firmata il 25/6/2002. 
Per tutto quanto sopra esposto, il Collegio dei Revisori evidenzia che:

la Bagnolifutura S.p.A. ha chiuso in fortissima perdita i bilanci relativi agli esercizi 2008, 2009 e 2010 e ad oggi non ha ancora approvato il bilancio per l’esercizio 2011, denotando un elevato livello di indebitamento. L’analisi degli indicatori reddituali del triennio 2008/2010 fa emergere un costante peggioramento della redditività aziendale e un forte squilibrio economico – patrimoniale. Questa preoccupante situazione impone di valutare, in via preventiva, il reale impatto delle modifiche proposte con la delibera di G.C. n°661 del 9/8/2012 sul mantenimento della continuità aziendale e sul

rispetto dei dettami previsti dagli articoli 2446 e/o 2447 del codice civile;

–  la delicata situazione di bilancio impone, altresì, una approfondita due dilgence di natura civilistica preventiva rispetto a qualsivoglia patrimonializzazione, onde evitare che il palesarsi di eventuali future procedure concorsuali a danno della Bagnolifutura S.p.A. possano coinvolgere anche i beni oggetto delle patrimonializzazioni descritte nella delibera di G.C. n°661 del 9/8/2012;

–  è indispensabile acquisire la formale approvazione del Bilancio 2011 della Bagnolifutura S.p.A. in utile di esercizio affinché non si configurino le fattispecie richiamate dall’articolo 6, comma 19 del D.Lgs 31/5/2010 n°78 che non consentono conferimenti, di qualsivoglia natura, alle società partecipate pubbliche che abbiano registrato perdite di bilancio in tre esercizi consecutivi; (art.6 cit.: 19. Al fine del perseguimento di una maggiore efficienza delle società pubbliche, tenuto conto dei principi nazionali e comunitari in termini di economicità e di concorrenza, le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, non possono, salvo quanto previsto dall’art. 2447 codice civile [che prevede il conferimento dovuto per legge se il capitale sociale si riduce per perdite al di sotto di quello di legge], effettuare aumenti di capitale, trasferimenti straordinari, aperture di credito, né rilasciare garanzie a favore delle società partecipate non quotate che abbiano registrato, per tre esercizi consecutivi, perdite di esercizio ovvero che abbiano utilizzato riserve disponibili per il ripianamento di perdite anche infrannuali. Sono in ogni caso consentiti i trasferimenti alle società di cui al primo periodo a fronte di convenzioni, contratti di servizio o di programma relativi allo svolgimento di servizi di pubblico interesse ovvero alla realizzazione di investimenti. Al fine di salvaguardare la continuità nella prestazione di servizi di pubblico interesse, a fronte di gravi pericoli per la sicurezza pubblica, l’ordine pubblico e la sanità, su richiesta della amministrazione interessata, con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri adottato su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con gli altri Ministri competenti e soggetto a registrazione della Corte dei Conti, possono essere autorizzati gli interventi di cui al primo periodo del presente comma).

–  si ritiene indispensabile ottenere in via preventiva un parere legale dall’Avvocatura Comunale sulla corretta individuazione giuridica del negozio da porre in essere che, secondo il Collegio, potrebbe prefigurarsi come atto di liberalità indiretta o meglio come atto di liberalità non donativa unilaterale consistendo, di fatto, nella rinunzia ad un diritto reale o di credito da parte del Comune di Napoli in favore del donatario Bagnolifutura S.p.A.. La fattispecie, pertanto, prefigurerebbe un atto potestativo di natura attributiva di una intervenuta unilaterale rinuncia da parte del titolare delle opere infrastrutturali (il Comune di Napoli) a favore della Bagnolifutura S.p.A.. 
L’atto si tradurrebbe, dunque, nella individuazione finale del nuovo titolare dei beni che, fino ad oggi, sono stati detenuti dalla Bagnolifutura S.p.A. in qualità di soggetto attuatore delle opere.
Si evidenzia, infine, che questo modus operandi dovrà essere replicato per tutte le opere di urbanizzazione secondaria e le attrezzature di interesse generale realizzate o in corso di realizzazione di competenza non solo del Comune di Napoli ma anche degli altri Enti Pubblici azionisti;

–  l’atto di attribuzione gratuita dovrà essere contabilizzato nel bilancio della Bagnolifutura S.p.A. secondo i dettami previsti dal principio contabile Organismo Italiano di Contabilità n°16 che testualmente recita“… Le immobilizzazioni materiali ricevute a titolo gratuito debbono essere valutate in base al presumibile valore di mercato attribuibile alle stesse alla data di acquisizione, al netto degli oneri e dei costi – sostenuti e da sostenere – affinché le stesse possano essere durevolmente ed utilmente inserite nel processo produttivo dell’impresa. Il valore netto così determinato viene rilevato come provento straordinario, alla voce E.20 del conto economico; inoltre, se tale valore è rilevante, deve esserne data adeguata illustrazione nella nota integrativa. Le immobilizzazioni materiali ricevute a titolo gratuito vengono ammortizzate con i medesimi criteri statuiti per le immobilizzazioni materiali acquisite a titolo oneroso”;

–  se il parere dell’Avvocatura Comunale dovesse confermare la natura giuridica del negozio individuata dal Collegio ai punti precedenti, si ritiene che l’individuazione finale della titolarità delle opere realizzate per conto del Comune di Napoli possa non prefigurare un atto imponibile né ai fini IVA né ai fini dell’imposta di registro, in quanto si tratterebbe di un mero negozio dichiarativo senza trasferimento immobiliare e senza controprestazione, con assenza di una capacità contributiva scaturente dall’attribuzione di uno o più cespiti senza versamento di corrispettivo;

–  è necessaria una attenta valutazione della compatibilità dei suddetti atti di liberalità indiretta con la normativa che ha regolamentato l’erogazione dei contributi sino ad oggi ricevuti dalla Bagnolifutura S.p.A. per la bonifica delle aree, al fine di scongiurare qualsiasi rischio di revoca degli stessi;

–  la individuazione e l’affidamento alla Bagnolifutura S.p.A. di nuove aree di trasformazione e valorizzazione deve essere accompagnata da idonee analisi costi – benefici, da accurati piani industriali e da dettagliati piani economico – finanziari al fine di valutare, nella maniera più opportuna ed in un’ottica di preservazione dell’interesse pubblico, gli effetti della patrimonializzazione immobiliare. 
Il Collegio dei Revisori

Bersani o Renzi: chi sceglie il PD Campano?

Umberto Ranieri avrebbe espresso la sua preferenza per Renzi. La vedo proprio male per il PD che in un momento così delicato non riesce a trovare l’unità, basterebbe solo che la nomenclatura facesse proprie le istanze riformiste e rinnovatrici, eppure il PD non trova la quadra.

Da il Mattino del 16 settembre 2012 Pietro Perone

Un sì condizionato a Matteo Renzi arriva da Umberto Ranieri, responsabile Pd del Mezzogiorno, favorevolmente colpito dall’esordio dal sindaco di Firenze nella corsa delle primarie ma «spero – incalza Ranieri – che il sindaco si cimenti anche con i problemi del Sud».

A cui Monti chiede un cambio di mentalità.
«Ce n’è bisogno. Obiettivo imprescindibile nella battaglia per il Sud è la lotta contro ogni forma di assistenzialismo e di clientelismo. Il Mezzogiorno non ha bisogno di trattamenti speciali, né servono rivendicazionismi deteriori spesso branditi dalle classi dirigenti meridionali come alibi per il loro fallimento. Servono più investimenti mirati al sostegno dell’istruzione, del lavoro, della ricerca e dell’innovazione».
Nel centrosinistra però la questione meridionale non sembra da tempo al centro del dibattito: disattenzione, ritardo culturale?
«Occorre tornare a parlare del Sud in una prospettiva nazionale ed europea. Credo che questo stiano facendo Monti e Barca, di qui il mio apprezzamento per il loro lavoro. Io parto da un convincimento: l’Italia non riprenderà la strada della crescita senza una svolta nello sviluppo del Sud: va smontata la tesi ingannevole diffusa a piene mani nel corso degli ultimi 15 anni e che non ha trovato una resistenza convinta da parte dello stesso centrosinistra al Nord, secondo cui lo sviluppo delle regioni settentrionali si sarebbe dispiegato al massimo se solo si fosse liberato dal peso frenante del Sud. Non è così: è il Paese nel suo insieme che ha perso terreno in questi 15 anni. Sud e Nord soffrono degli stessi problemi, particolarmente gravi nelle regioni meridionali. Illegalità, inefficienza dei servizi, stato della Pa, pressione fiscale eccessiva su lavoro e impresa. Insomma è un modello di sviluppo che nel suo complesso non ha retto alle pressioni della globalizzazione e della concorrenza. Ecco perché la responsabilità dei guai in cui si dibatte il Paese non va imputata al Sud ma alle mancate riforme di questo modello».
Colpa anche della classe dirigente meridionale a cui il Pd in questi anni ha fornito pattuglie di amministratori.
«È indubbio che una svolta nella politica per il Sud va avanti a condizione che la classe dirigente operi con rettitudine e dedizione, dimostri di saper utilizzare produttivamente fino all’ultimo centesimo le risorse disponibili, affermi principi di legalità e trasparenza nella amministrazione della cosa pubblica. Questo comporta un cambiamento nel modo di fare politica. Occorre nel Mezzogiorno una politica più orientata all’interesse generale; liberata da chi tenta di farne un luogo di privilegi. Vanno introdotti antidoti alla intermediazione impropria dei politici; sanzioni che innalzino i costi di comportamenti trasformistici; definite misure volte a rafforzare il controllo dei cittadini sui propri eletti».
Appoggia Renzi?
«A Verona ha fatto un buon discorso: non si è limitato a porre il problema dello svecchiamento del Pd e del suo gruppo dirigente ma ha indicato un indirizzo politico e programmatico. Spero che si cimenti anche con i problemi del Mezzogiorno e sappia rivolgersi agli elettori del centrosinistra meridionale e alle tante forze che nel Sud sono preda di sentimenti di rassegnazione e di ostilità verso la politica».
Il sindaco di Firenze si muove dunque nel solco della tradizione riformista?
«A me pare che Renzi mostri di non voler restare prigioniero di nodi politici e culturali che in questi anni hanno impedito la crescita e la maturazione del centrosinistra italiano e dello stesso Pd. Come è possibile, mi chiedo, non rendersi conto che ogni tentativo condotto negli ultimi 15 anni di intesa con forze massimalistiche finisca con il consegnare loro un surplus di peso politico e di condizionamento e comprometta l’azione di governo del centrosinistra? L’esperienza non insegna nulla? Renzi mi è apparso consapevole di ciò». 
Programma di governo vincolato all’agenda Monti?
«Coerenza con l’operato del governo non significa adesione acritica ad ogni scelta da esso compiuta, bensì riconoscersi in un indirizzo strategico e negli obiettivi di fondo che esso persegue: salvare l’euro portando più avanti il processo di integrazione economica e politica dell’eurozona, realizzare le riforme economiche e istituzionali di cui ha bisogno il nostro Paese. Dinanzi alla denuncia demagogica di chi è ossessionato dall’idea che il compito del Pd debba consistere essenzialmente nella correzione delle riforme delle pensioni e del mercato del lavoro, è il caso di ricordare che il tempo della responsabilità non è trascorso, che non bastano gli annunci della Bce per mettere la nostra economia al riparo da una tempesta di sfiducia sui mercati».

Piano Particolareggiato del Traffico

Stamane (05.09.2012) in Commissione mobilità con l’Assessore Anna Donati abbiamo discusso il piano particolareggiato del traffico che allego e che contiene tutti i provvedimenti di ZTL e di Pedonalizzazione della Città di Napoli. Tale piano non è ovviamente ancora esecutivo poiché sono in corso “aggiustamenti” all’esito dei quali sarà adottato con una delibera di giunta. Sono graditi eventuali suggerimenti. Buona lettura:

AR-M256_20120905_155902

Attraversare Piazza Plebiscito è un impresa

Qualche volta ho provato anch’io ad attraversare piazza plebiscito in mezzo ai cavalli ad occhi chiusi e non ci sono riuscito…. come pure da ragazzino, in una delle prime uscite con gli amici mi è stata raccontata la storiella un po’ irriverente delle statue dei re che campeggiano sulla facciata di palazzo reale …. Interessante l’articolo oggi (10.08.2012) uscito su il Corriere del Mezzogiorno che racconta di come il giochino sia conosciuto sopratutto dai turisti:

«La storia, l’arte, la tradizione». Yanina Screpante, la fidanzata del Pocho che sta lasciando la casa napoletana per traslocare a Parigi dove Lavezzi è già in forza al Psg, intervistata ieri da Monica Scozzafava, ha raccontato che questo è ciò che di Napoli più ha apprezzato. E ha aggiunto alcuni dettagli e una curiosità: «Ho visitato Palazzo Reale, ho ammirato la bellezza architettonica dei palazzi di piazza dei Martiri e di piazza Vittoria. Sono rimasta incantata la prima volta che ho visto piazza del Plebiscito. Ricordo, era di sera. Alcuni amici mi fecero anche fare il giochino di camminare bendata verso i due cavalli. Anch’io, come tanti, non sono riuscita a passarci in mezzo». Ricordate il gioco una volta tanto in voga? Be’, la confessione di Yanina costituisce un’occasione per scoprire che sta tornando ad appassionare i napoletani e soprattutto i turisti. Tanto da essere citato da parecchie pagine web napoletane come Città di Partenope e Napolidavivere e da popolarissimi siti turistici come TripAdvisor.it, Trivago, Viaggiodasolo.com e Viaggero.it. Anzi quest’ultimo lancia un invito esplicito: «Provateci anche voi!». Scoprirete che, partendo bendati davanti al portone del Palazzo Reale, per quanto vi sforziate, è molto difficile che riusciate a passare tra i due cavalli installati dall’altro lato della piazza. Quasi certamente devierete e finirete tanto fuori traiettoria da rimanere sorpresi. Ma perché non si riesce a percorrere quelle poche decine di metri andando più o meno diritti? Esiste una spiegazione scientifica? «Certo — risponde Andrea Tessitore, neuropsichiatra di fama internazionale che ha da poco lasciato il Cardarelli — ma i cavalli non c’entrano. Il problema è che per cercare di passarci in mezzo utilizziamo la struttura dei sistemi dell’equilibrio. Cioè i due vestiboli, uno a destra e l’altro a sinistra, e il cervelletto. Però, se si cammina bendati, le percezioni di questi due sistemi vengono in parte attutite. Il corpo allora, per forza di cose, utilizza gli altri sensi: cerca di regolarsi sulla base dei rumori, delle sensazioni che prova attraverso la pelle. Inoltre, e soprattutto, conta molto l’emotività. Insomma, se non si è allenati, è difficile riuscire». Nonostante l’ampia distanza? «Proprio la sensazione dello spazio intorno può generare una sorta di agorafobia che incide in negativo: in uno spazio ristretto è più facile. Tra l’altro in piazza Plebiscito probabilmente c’è una certa pendenza che, non utilizzando la vista, concorre a indurre in errore». Secondo Tessitore l’unica soluzione è allenarsi, allenare i propri sensi a compensare le sensazioni mancanti o sbagliate. «A questo proposito consiglio un volumetto che contiene tanti suggerimenti proprio per sviluppare i propri sensi. Per esempio, in casa, spogliarsi e posare la giacca dove si posa di solito ma a occhi chiusi. Oppure togliere la cintura e rimetterla, sempre con gli occhi chiusi e con una sola mano: è difficile. Costa pochi euro ed è intitolato Fitness della mente. Ma non si spaventi per il nome dell’autore: è Katz», scherza Tessitore. In realtà gli autori sono due, Lawrence Katz e Manning Rubin, e puntano a migliorare la memoria e sviluppare la fantasia attraverso quella che hanno battezzato «neurobica», un modo giocoso per indicare la ginnastica della mente basata su serissime ricerche. L’allenamento è sicuramente necessario per riuscire a passare tra i cavalli perché in piazza Plebiscito c’è molto di più di una semplice pendenza. «Se così non fosse, il Palazzo Reale si allagherebbe ogni volta che piove», afferma l’architetto Paolo Mascilli Migliorini, funzionario della Soprintendenza ed esperto della piazza e della Reggia. Che, confessa, conosce il gioco dei cavalli ma non l’ha mai sperimentato personalmente. «Al Plebiscito c’è invece una struttura di gavete, cunette e compluvi, grazie alla quale l’acqua è ripartita e defluisce senza creare problemi. Ma il suolo è molto irregolare, il che rende difficile procedere diritti». Nelle foto dall’alto della piazza si vede chiaramente il «reticolato» di canaletti che costituiscono un enorme fattore di disorientamento per chi, con la fascia sugli occhi, cerchi di passare tra i cavalli partendo dal Palazzo Reale. Cioè di compiere, probabilmente in modo inconsapevole, quello che è anche un viaggio nella storia di Napoli. «La facciata, che misura circa 170 metri — spiega Mascilli Migliorini — fu completata nel 1613. All’epoca il porticato inferiore era aperto, lo chiuse Vanvitelli nel 1756. La parte libera della piazza è più o meno quadrata, quindi la distanza dal Palazzo Reale al diametro dell’emiciclo, sul quale sono collocati i cavalli, è più o meno di 170 metri. Non sembra, ma le dimensioni sono immense». Complessivamente quasi 25 mila metri quadrati. «Quando fu finita la facciata — riprende Mascilli Migliorini — la piazza non era come oggi. Al suo posto c’era il Largo di Palazzo, sterrato. Di lato sorgevano il vecchio Palazzo vicereale e un altro edificio che in seguito furono demoliti. Sul lato opposto alla Reggia c’erano varie chiese, che dal 1811 furono in parte demolite e in parte rettificate con il concorso per il Foro Murat. La piazza celebrativa c’è in tutte le grandi città europee controllate dai francesi, per esempio a Milano c’è il Foro Bonaparte. Ma nel 1815 Gioacchino Murat cadde mentre era appena stato cominciato il progetto di Palazzo Laperuta, dal nome dell’architetto Leopoldo Laperuta, che oggi ospita la Prefettura». Di fronte era previsto Palazzo Salerno, opera dell’architetto messinese Francesco Sicuro, i cui lavori erano cominciati nel 1775. La geometria precisa dell’odierna piazza del Plebiscito è dovuta a Murat. Successiva alla fucilazione del re di Napoli — processato, condannato e giustiziato a Pizzo Calabro la sera del 13 ottobre 1815 — è la realizzazione delle due statue dei cavalli, collocate a circa 50 metri una dall’altra. Sono opera di Antonio Canova, che cominciò il lavoro a partire del 1816, ma nel 1822 morì; la seconda, quindi, fu completata dall’allievo Antonio Calì. Gli edifici e le opere protagonisti del gioco a occhi chiusi sono stati realizzati dunque in un arco di tempo di oltre due secoli cruciali per la storia della città. «Ma oggi — conclude Mascilli Migliorini — dalle finestre di Palazzo Reale si vedono anche altri giochi: siamo diventati la capitale del crocchè indiano». Il crocchè? «Ma sì, il croquet in salsa napoletana praticato dagli immigrati: giocano in piazza ogni pomeriggio, è molto divertente». E in fondo porta anche un altro pizzico di storia al Plebiscito: il croquet, infatti, trae origine dal trecentesco gioco italiano della pallamaglio. Diffuso prima in Francia e poi in Irlanda, trovò la sua definitiva consacrazione verso la metà del 1800 in Inghilterra. Gli inglesi lo «esportarono» nelle loro colonie e oggi da lì è tornato in Italia, fino a Napoli. Ma si gioca a occhi aperti.

Gli sprechi della metropolitana!!

kapoor

La notizia dell’architetto Kapoor che rivuole le sue opere d’arte progettate e realizzate per la costruzione di due uscite della Matropolitana di Monte Sant’Angelo mi ha colto di sorpresa. Di questa cosa, peraltro, ne avevo parlato, qualche settimana fa, con alcuni tecnici del Comune di Napoli, quindi, quando ho letto l’articolo sul corriere mi sono rizelato per gli ulteriori particolari. Non sapevo esattamente il costo ma da quello che leggo solo l’opera ci è costata circa 10 milioni i euro mentre per la realizzazione dell’anello ferroviario ci sono, come leggo, delle serie perplessità sulla utilità di realizzare una stazione a Montesant’angelo. La considerazione comune con i tecnici con i quali ho parlato era che prevedere delle opere d’arte in ogni stazione della metro è stato forse uno spreco di risorse non giustificato. Le stazioni sono belle e sono un biglietto da visita, mi ricordo quelle di Lisbona tra cui una di Calatrave ma a Londra la stazione è una semplice uscita che dal sottosuolo ti porta sopra. Oggi, con la crisi, il contrasto è ancora più evidente e lo spreco è insopportabile. A questo punto non mi meraviglierei se stessimo pagando anche un deposito all’Olanda che tiene le opere di Kapoor in deposito. Che dire occorrerebbe una approfondita riflessione per capire se possiamo rivenderle all’architetto artista poiché da quanto ho capito la stazione di Monte Sant’Angelo pare sia stata progettata con quelle uscite artistiche (sono due) e che un cambio determinerebbe anche la necessità di una riprogettazione. Per ciò che posso capire, io l’unica cosa che vorrei è che si smettesse una volta per tutte con questi sprechi per cominciare a considerare il bene pubblico e l’interesse pubblico come sacri!

Da Il Corriere del Mezzogiorno del 05.08.2012

L’ira di Kapoor su Napoli: rivoglio le mie opere.

L’artista indiano pronto a comprarle e a portarle in Medio Oriente. Lo scultore indiano Anish Kapoor è pronto a riacquistare personalmente le opere che ha realizzato per la stazione della metropolitana di Napoli-Monte Sant’Angelo. Attualmente depositate in un cantiere olandese in attesa di essere installate a Napoli, le sculture costate 8 milioni di euro potrebbero essere ricontestualizzate in un altro cantiere che l’artista di origini indiane ha aperto in Medio Oriente. Nei giorni scorsi Kapoor ha affidato ad uno dei due suoi galleristi italiani un mandato esplorativo per conoscere lo stato giuridico delle opere ed il valore chiesto per la riacquisizione. Kapoor, amareggiato per la sorte di un progetto – che doveva essere ben altra cosa – non risparmia la sua amarezza verso quella che definisce la lenta burocrazia napoletana. Intanto il cantiere della stazione affoga nel degrado.

NAPOLI – La torre ArcelorMittal Orbit ideata da Anish Kapoor è l’icona dei giochi olimpici di Londra 2012. Realizzata in acciaio tubolare rosso Ral 3003, per un’altezza di 114,5 metri è il faro che illumina il Parco Olimpico. Nel 2010 Kapoor ottenne il via libera alla sua proposta. E dopo due anni, nei tempi previsti, ebbe la soddisfazione di veder realizzata quella che in tanti ormai chiamano la torre Eiffel londinese. Molta meno soddisfazione, invece, nell’esperienza napoletana dell’architetto anglo-indiano. Il progetto della stazione di Monte Sant’Angelo è partito nel 1999 e ancora oggi non è neppure in dirittura d’arrivo. Kapoor venne contattato nel 2003 per disegnare la stazione «opera d’arte» che doveva diventare simbolo del metrò napoletano e, in qualche modo, della rinascita della città. E lo fece. Per lui due milioni e 60 mila euro. Otto milioni invece per la realizzazione delle mega strutture di acciaio Cor-ten, le bocche d’accesso alla stazione che si trovano ora in un bacino-deposito olandese in attesa di essere portate, con una nave, a Napoli. Kapoor guarda ai suoi figli dimenticati e non ci sta. Rivuole quelle opere. E’ disposto a ricomprarle pur di salvarle dall’abbandono, per poi dirottarle in un cantiere del Medio Oriente. Il primo sondaggio di una possibile trattativa è avvenuto qualche settimana fa attraverso uno dei suoi galleristi italiani. Semplice la domanda: quanto devo pagare per tornare in possesso delle mie opere? Un quesito al quale dovrebbe rispondere la Giustino costruzioni che ha acquisito le strutture per realizzare la stazione di Monte Sant’Angelo. Una vicenda assurda che vale la pena di ricostruire. Sembra che dopo l’ennesimo rinvio dell’ennesima scadenza per la realizzazione dell’opera, il 30 giugno scorso, l’artista sia andato su tutte le furie. «Ma che razza di modi sono questi, io ci ho messo la faccia», si sarebbe sfogato con un collaboratore. Usando parole poco lusinghiere nei confronti della burocrazia e della gestione della cosa pubblica a Napoli. Ma lo slittamento della scadenza ha provocato anche un altro effetto. I gestori del bacino olandese, dove sono abbandonate le due mastodontiche opere, si trovano in difficoltà. Hanno bisogno di spazio e così hanno telefonato a Kapoor chiedendogli, gentilmente, di risolvere il problema. Al più presto. E così dopo essere andato su tutte le furie e aver imprecato contro il malgoverno, l’architetto si è rivolto al suo gallerista in maniera perentoria: basta, rivoglio quelle opere. Sono disposto a comprarle.

Secondo indiscrezioni pare che la trattativa dovrebbe entrare nel vivo a settembre, e sembra che il prezzo si aggiri intorno ai dieci milioni (i due milioni e passa liquidati a Kapoor più gli otto milioni per la loro realizzazione). Tutto dipenderà dalla volontà o meno, da parte della Regione e del Comune, di portare a termine l’opera così come era stata ideata. Ma i segnali sono chiari. Basta ricordare le parole, appena un mese fa, pronunciate con decisione da Nello Polese, presidente dell’Eav (Ente autonomo volturno), la società cui fanno capo Circumflegrea e Cumana, le due linee che dovrebbero riunirsi proprio nell’anello di Fuorigrotta. Al Corriere del Mezzogiorno, che gli aveva chiesto il perché dei ritardi e dello slittamento del termine di consegna dell’opera, aveva risposto: «I lavori a Monte Sant’Angelo sono fermi come in molti altri cantieri. Il ministero delle Infrastrutture ha sbloccato i finanziamenti concordati a ottobre. Francamente, però, tra le varie opere bloccate quella di Monte Sant’Angelo è la meno rilevante sotto il profilo del traffico di persone, è un’opera ereditata. Anche il costo per passeggero è anomalo, cioé altissimo». E poi, pur rassicurando sul completamento della stazione, aveva espresso grandi perplessità: «Certo la dobbiamo finanziare e completare. Ma per esempio manca il progetto di chiusura di quell’anello di traffico, dopo la stazione di Terracina non si capisce come la linea possa arrivare a piazzale Tecchio». In pratica il progetto della chiusura dell’anello esiste, ma è finanziato limitatamente ai primi tre lotti: Monte Sant’Angelo-Soccavo, Monte Sant’Angelo-Parco San Paolo e Parco San Paolo-via Terracina. Il quarto, cioé la chiusura a piazzale Tecchio, ha un progetto di massima senza nessuna copertura finanziaria. Stando ai dati in possesso dell’Eav rispetto ad altri lotti ferroviari la bretella di Fuorigrotta ha quindi un costo sproporzionato, perché la mancata chiusura della linea porterebbe a spese di esercizio superiori. Per i tecnici costa quasi il doppio rispetto a una qualsiasi altra linea.

In pratica oltre 85 milioni di euro (350 con tutte le bretelle di collegamento, parcheggi e strutture varie). E con troppi debiti sul groppone: tanto che l’assessorato regionale ai trasporti ha dovuto sospendere i finanziamenti alla Sepsa perché, così come succede con le altre aziende del gruppo Eav, i fondi andavano a finire ai creditori o alle banche, senza sfiorare nemmeno le casse delle società appaltatrici. Così i lavori si sono fermati, nel cantiere sono cresciute le erbacce e qua e là sono comparsi cumuli di monnezza. E come se non bastasse Kapoor rivuole le sue opere. Bella fine per quella che doveva essere la stazione dell’arte, il simbolo della rinascita di Napoli.

Sport e politiche sociali due facce della stessa medaglia

Ieri (2 agosto 2012) in commissione ho esaminato insieme agli altri consiglieri lo schema di convenzione relativo alle piscine comunali costruite con la legge 219/1981. Sono sette piscine, il provvedimento può essere consultato su: https://gennaroespositoblog.com/2012/07/24/piscine-la-nuova-regolamentazione/

Ad ogni buon conto il pensiero che ho espresso è stato quello di fare in modo di spingere le associazioni sportive a praticare l’agonismo, questo non solo perché le medaglie sono di lustro alla città ma ancora di più perché l’agonismo rappresenta, secondo me, un ottimo intervento per indirizzare l’azione delle associazioni e società aggiudicatarie verso l’interesse pubblico e le politiche sociali. I campioni, infatti, oltre ad essere di vanto per la città sono anche da esempio per i ragazzi che si affacciano alle discipline sportive. Il meccanismo che ho proposto è stato quello di prevedere uno sconto premiale sui canoni di concessione a quelle associazioni concessionarie che hanno raggiunto risultati sportivi importanti. Così facendo credo si avrebbe la sicurezza che le associazioni si dedichino di più all’attività agonistica assicurando anche una azione sociale piuttosto che limitarsi ad affittare le corsie per semplice lucro. E’ chiaro che quello che ho pensato non rappresenta l’unico meccanismo e durante la commissione si è anche parlato di contributo in conto/canone alle associazioni concessionarie che fanno azioni sociali approvate dall’amministrazione. Sono, infatti, convinto che sport e politiche sociali sono due facce della stessa medaglia ed occorre un po’ inventarsi i meccanismi per fare in modo che gli impianti siano comunque destinati a fini pubblici e non semplicemente messi sul mercato.

L’oro a squadra del fioretto femminile da il Mattino di oggi 3 agosto 2012:

LONDRA. Era l’oro più atteso, ed è arrivato. Era una storia già scritta ed un trionfo annunciato, certo, ma è bellissima lo stesso. C’è chi adora le sorprese, ieri non sarebbero state gradite, c’era solo un’immensa voglia di straordinaria normalità. E che bellezza trovare sotto l’albero delle medaglie azzurre il regalo che aspettavamo. L’oro e la vendetta, perché quella semifinale persa quattro anni fa a Pechino proprio contro le russe bruciava ancora, da ieri un po’ meno.
Eh già, la storia siamo noi, sono loro, come sempre. Quattro anni fa avevano facce e storie diverse, si chiamavano Giovanna e Margherita, più la solita Valentina. Qui, adesso, ecco Elisa, Arianna e Ilaria assieme alla Vezzali, ma la missione era la stessa: portare acqua – e medaglie – al mulino azzurro. Loro, le ragazze del fioretto, il giacimento che non si esaurisce, quelle che non tradiscono, alle quali puoi chiedere tutto, e se la medaglia è di bronzo, come a Pechino, non va neanche troppo bene. Dal 1984 non scendiamo mai dal podio.
Siamo saliti all’ExCel, al mattino, quando tutto è cominciato con una passeggiata contro la Gran Bretagna (42-14), assieme a Patrizio Oliva, la leggenda del pugilato azzurro, perché qui, in questo immenso spazio sui Docklands di Londra, fra molte altre cose, si fa anche a pugni, e lui non aveva dubbi: «Queste l’oro lo vincono facile, fanno 45-0 con tutti, e se non lo vincono le mandiamo un po’ sul ring, per punizione». Non ce n’è stato bisogno. Del resto loro sono di un altro pianeta. Avevano fatto piazza pulita delle medaglie nel torneo individuale e ieri hanno spazzolato le avversarie. Anche la Francia è finita a pezzi, non ha vinto una sola delle nove sfide, e il 45-22 finale in 55’ spiega tutto.
Perché loro sono più forti anche della rivalità che le divide, della quale non fanno mistero, perché si scannano una contro l’altra, poi si rimettono assieme, e inventano persino una danza per divertirsi e stupire e farsi amico il dio delle lame. Hai voglia studiarle, provare a capirle, tutto inutile. Le signore del fioretto hanno sorrisi ed età diverse e in crescendo (24, 30, 38), sono poco più che ragazze o persino mamme; sono proprio diverse ma messe una accanto all’altra sono una cosa sola, un blocco di cemento, un muro di gomma contro il quale le avversarie sbattono e rimbalzano.
Anche le russe: «Sono quelle che temiamo di più, ci studiano da quattro anni, cercano di capire come possono batterci, ma non abbiamo paura, siamo le più forti» aveva detto la Errigo il giorno prima. Parole sante. Certo, non è stato il 45-0 che immaginava Oliva, ma è stato quasi facile, se si può dire così di una finale: un’altra prova di forza e talento, senza tentennamenti.
Il primo allungo è stato di Valentina, il secondo di Arianna, poi Elisa ha scavato il fossato per il più 9. Abbiamo vinto tutti i duelli, siamo schizzati a più 20, poi le russe hanno respirato un po’ quando Cerioni ha regalato un po’ di luce anche alla Salvatori (la frascatana può così festeggiare con le compagne), sono risalite a meno 13, ma Di Francisca ha rimesso le cose a posto e Valentina, proprio lei, ha chiuso il conto (con un +14), ci ha messo un po’, ma alla fine l’urlo è arrivato. Poi le ragazze hanno ballato mentre in tribuna sventolavano i tricolori, e uno lo hanno portato anche in pedana, un lembo a testa. Poi il podio, l’inno, l’orgoglio.
Così, l’esordiente Di Francisca torna a casa con due medaglie d’oro, l’esordiente Errigo con un oro e un argento, «la vecchia» Vezzali (pare la chiamino così, le altre due) con un oro e un bronzo, ma l’oro di ieri, il sesto in cinque Olimpiadi, spinge proprio la «vecchia» nel paradiso dei più grandi di sempre e queste tre donne molto italiane nella storia, per sempre.

San Carlo: Chi decide sulle nomine?

Ritorna di nuovo la questione delle nomine che mi sta molto a cuore perché penso che non si potrà mai avere una svolta politica nel paese se non si mette mano ai meccanismi che alimentano il “potere politico”. Credo che per il San Carlo, il Teatro Massimo Cittadino, per cui oggi si apre il tema della nomina del Direttre Artistico, occorrerebbe un bel concorso per titoli anziché chiudersi in una stanza e “scegliere in solitudine” e perché non coinvolgere in una nomina così importante dico io anche gli artisti del San Carlo. Io ho già manifestato la mia opinione con la proposizione di un nuovo regolamento al Comune: https://gennaroespositoblog.com/2012/06/03/proposta-di-regolamento-nomine-e-designazioni-del-comune/

 

Da Il Mattino di oggi 31.07.2012

Niente di fatto, per il nuovo direttore artistico del Teatro di San Carlo se ne riparlerà a settembre. Il cda riunito ieri sotto la guida del sindaco de Magistris, presidente della Fondazione, si è sciolto dandosi appuntamento a dopo le vacanze. Assente solo Nastasi, c’erano tutti gli altri consiglieri, dal presidente della Regione, Caldoro a quello della provincia, Cesaro, a Andrea Patroni Griffi e Maurizio Maddaloni, vice presidente. Innanzi tutto è stata ratificata la decisione di pagare gli stipendi di luglio con gli integrativi, come deciso dal cda straordinario della scorsa settimana. Quindi la sovrintendente, Rosanna Purchia ha relazionato circa l’accordo sul nuovo contratto nazionale delle Fondazioni liriche firmato venerdì a Roma. La più spinosa questione della direzione artistica o della nomina di un direttore artistico è stata rinviata a settembre. Sarà la sovrintendente – che nei giorni scorsi era stata sfiduciata dai lavoratori anche se le sue dimissioni non sono mai state formalizzate in cda – a dover proporre al consiglio un nome gradito a tutti. Il cda avrebbe chiesto, in particolare, di evitare personalità a fine carriera e che si tratti di una persona presente a Napoli con continuità, come chiesto anche dai lavoratori.

Appalto riscossione multe: per il TAR Campania Romeo è inaffidabile

In calce i tratti significativi della decisione.

Da Repubblica del 27.07.2012

Alessio Gemma

Questa volta non c’entrano le case. Ma le multe. E questa volta non c’è stata alcuna transazione possibile: bensì l’esclusione della Romeo, dopo che aveva vinto una gara per la riscossione delle contravvenzioni. La Romeo Gestioni fa ricorso contro il Comune: e ne esce sconfitta. Perché il Tar le dà torto con una sentenza del 4 lu-glio scorso. Che rinfocola la polemica nella maggioranza del sindaco de Magistris: «Ora si cambia anche per la gestione del patrimonio». Anno 2009, pochi mesi dopo l’inchiesta sull’appalto per la ma-nutenzione delle strade che ave-va spazzato via la giunta Iervolino. Il gruppo Romeo nel 2007 si era aggiudicato in associazione d’impresa con il Montepaschi una gara bandita l’anno prima per l’accertamento e la riscossione delle multe. Durata dell’appalto: 9 anni. Solo che Romeo, a di-stanza di due anni, deve ancora stipulare il contratto e, in quei giorni di arresti e cambi di assessori in giunta, si decide di «individuare soluzioni alternative». E poi di revocare l’aggiudicazione. Limitando ad un soggetto esterno solo la stampa e la notifica delle contravvenzioni. Romeo è fuori. I motivi? Uno, in particolare: «la gravità delle accuse» mosse nei confronti di Alfredo Romeo nell’inchiesta Global service (condannato a due anni in primo grado per corruzione e assolto da tutti gli altri capi d’imputazione,ndr), con la «pendenza di una ipotesi accusatoria molto ramificata di corruzione e di turbativa d’asta».Un benservito. Al quale Romeo risponde con un ricorso al Tar della Campania nell’aprile del 2009. Contro Palazzo San Giacomo e il suo ex sindaco Iervolino.Perché, secondo l’azienda, «il soggetto indagato dall’autorità giudiziaria sarebbe privo di cari-che amministrative nella so-cietà». Ancora: «il procedimento penale in corso non sarebbe cau-sa di esclusione da una gara». Mala prima sezione del Tar presie-duta da Cesare Mastrocola ha «in parte respinto e in parte dichiara-to inammissibile» il ricorso. Atte-stando che, «la pendenza di un procedimento penale a carico di un esponente aziendale per fatti commessi in danno della stessa stazione appaltante costituisce un ragionevole motivo per esclu-dere l’affidabilità della relativa ditta». Attacca il consigliere di«Napoli è tua», Gennaro Esposito:«Questa sentenza rafforza i dubbi molte volte espressi sui rapporti tra Comune e Romeo e ci impone di accelerare i tempi nella ricerca di strade alternative alla gestione del patrimonio comunale». Come a dire: per le case, e non solo per le multe, vale la stessa «grave compromissione della fiducia riposta nella Romeo Gestioni»

Questi i tratti salienti della decisione del TAR CAMPANIA:

“- con delibera di Consiglio comunale n. 11 del 6/5/2009, veniva approvata la Relazione revisionale e programmatica 2009-2011, che al Programma n. 400/5, nel rappresentare la opportunità e la necessità della revoca dell’aggiudicazione all’ATI Romeo-Montepaschi, escludeva l’affidamento del medesimo servizio in tutte le sue fasi ad un unico soggetto esterno;

con delibera di Giunta municipale n. 866 del 20/5/2009, veniva confermato, all’esito di una rinnovata istruttoria e con ulteriori motivazioni, il provvedimento di revoca dell’aggiudicazione e veniva demandata al dirigente del Servizio di Polizia locale l’emanazione dei provvedimenti di competenza“…. ” … Secondo il TAR Campania: “Il provvedimento n. 133 del 6/7/2009 è sorretto essenzialmente da tre considerazioni:

– la minor convenienza delle condizioni dell’appalto, con riferimento alla diminuzione registrata nell’ultimo triennio del numero delle contravvenzioni elevate dalla Polizia locale, cosicché dall’epoca di indizione della gara si sarebbe verificato un mutamento della situazione di fatto che determinerebbe uno squilibrio nelle condizioni economiche del servizio da affidare;

– il quadro accusatorio emerso a carico di un soggetto che, benché privo di una carica formale in seno alla società ricorrente, avrebbe la qualità sostanziale di amministratore di fatto per la sua centralità all’interno del gruppo Romeo;

– la pendenza di una ipotesi accusatoria molto ramificata di corruzione e di turbativa d’asta, in relazione alla quale il Comune si sarebbe costituito parte civile nel processo penale, rappresenterebbe una condizione ostativa alla stipulazione del contratto, sia pure con l’amministratore giudiziario del gruppo Romeo, dato che la gravità delle accuse mosse, la loro articolazione, collegata anche ad analoghe vicende pregresse con incidenza all’interno de11’apparato burocratico dell’ente, nonché la permanenza per lungo tempo delle misure cautelati applicate dall’autorità giudiziaria, sostanzierebbero giusti e fondati motivi di inaffidabilità del contraente con la pubblica amministrazione…. Un ripensamento sul servizio da affidare in gestione, cosicché non sarebbe più in linea con l’attuale impostazione legislativa condivisa dall’amministrazione, l’esternalizzazione della gestione del contenzioso relativo alle infrazioni al codice della strada, ravvisando per questa fase la convenienza e l’opportunità, in un periodo di generale crisi finanziaria cd. economica, di non ricorrere all’impiego di professionalità esterne alle proprie disponibilità”. … “Al riguardo è evidente che mentre la prima e la terza ragione del provvedimento investono apprezzamenti su sopravvenuti motivi di pubblico interesse, su mutamenti della situazione di fatto o su una diversa valutazione dell’interesse pubblico originario, costituendo propriamente il presupposto per una determinazione di revoca, secondo la definizione dettata dall’art. 21 quinquies della legge n. 241 del 1990, la seconda ragione del medesimo provvedimento riguarda una condizione ostativa alla partecipazione dell’aggiudicatario alla gara originaria e quindi l’esercizio dell’autotutela concretizza piuttosto, per questa parte, un atto di annullamento, secondo la definizione data dall’art. 21-octies della stessa legge, incidendo sull’ammissione in gara della concorrente, prima ancora che sull’aggiudicazione. L’art. 38, co. 1, lett f), del d. Igs. n. 163 del 2006 (derivante dall’art. 12 del d.l.  n. 157 del 1995, per gli appalti pubblici di servizi) prevede l’esclusione  dalla partecipazione alle procedure di affidamento ed inibisce la stipula dei relativicontratti, per i soggetti che, secondo una motivata valutazione della stazione appaltante, hanno commesso grave negligenza o malafede nell’esecuzione delle prestazioni affidate dalla stazione appaltante che bandisce la gara; ovvero che hanno commesso un errore grave nell’esercizio della loro attività professionale, accertato con qualsiasi mezzo di prova da parte della stazione appaltante.

Tale fattispecie prescinde dalla sussistenza di una pronuncia giudiziale passato in giudicato, come è invece previsto dalla lett. c) della medesima disposizione”….

“Orbene, è stato chiarito che, pur in mancanza di un giudicato penale ed anche dopo l’aggiudicazione, in base alle disposizioni vigenti, peraltro già prima del nuovo codice dei contratti pubblici, in materia di requisiti generali per l’ammissione alle gare, la pendenza di un procedimento penale a carico di un esponente aziendale per fatti commessi in danno della stessa stazione appaltante costituisce un ragionevole motivo per escludere l’affidabilità della relativa ditta in ordine alla corretta esecuzione delle prestazioni da affidare in appalto. Nel contempo è stato anche precisato che i principi dettati dall’art. 27 Costituzione non possono trovare applicazione nell’ambito del sindacato di legittimità su atti amministrativi, ovviamente basati su fatti e circostanze risultanti all’epoca della loro adozione e valutati alla stregua del diritto amministrativo e non del diritto penale, per cui gli elementi negativi desumibili dagli atti del processo penale in corso, autonomamente valutati in sede amministrativa secondo un apprezzamento discrezionale di merito non manifestamente irragionevole né ingiusto, impediscono la sicura garanzia sulla corretta esecuzione delle prestazioni da affidare con la nuova gara, alla stregua di gravi errori

nell’esercizio dell’attività professionale”… “Né è censurabile il riferimento alla società ricorrente dei fatti addebitati ad un soggetto che, pur non rivestendo cariche formali, si presenta come il reale centro decisionale del gruppo in questione, secondo le emergenze del procedimento penale, tant’è che ne risulta scaturito l’assoggettamento ad amministrazione giudiziaria della stessa società ricorrente ex decreto di sequestro disposto dal GIP. Il carattere discrezionale del provvedimento di autotutela richiede una ponderazione comparativa degli interessi pubblici attuali e concreti con la posizione di vantaggio conseguita dall’aggiudicatario a seguito della partecipazione con esito vittorioso alla procedura”.

Nella specie tale valutazione emerge con sufficiente chiarezza dalla compromissione della fiducia risposta sull’affidabilità della società ricorrente, giustificando, nell’apprezzamento di merito della stazione appaltante, il sacrificio dell’affidamento dall’aggiudicatario nella stipula del contratto, allorché è proprio la posizione dell’ aggiudicatario ad essere messa in discussione per fatti e circostanze che dipendono essenzialmente dalla responsabilità del medesimo interessato“.

Le trivellazioni dei Campi Flegrei: Dubbi e certezze

Un’ampia trattazione del problema. Io in questi casi applicherei il principio della massima protezione. Oggi (27.07.2012) alle 11,00 al Gambrinus un incontro per chi ne vuole sapere di più.

Da Il Mattino di oggi (27.07.2012) Franco Mancusi

Un buco nel cuore dei Campi Flegrei. Da ieri si scava nell’area di Bagnoli. Una perforazione sperimentale che dovrebbe aprire la strada al progetto complessivo della comunità scientifica europea per la realizzazione di un pozzo profondo almeno tremila metri. Mobilitati gli studiosi, ma è polemica crescente fra i comitati civici e gli abitanti dell’area occidentale flegrea. Al di la degli obiettivi di fondo del progetto, si teme infatti che l’azione delle trivelle possa scatenare i fragili equilibri nel comprensorio del bradisismo (dalla periferia di Fuorigrotta e Soccavo, sino ai limiti dei comuni di Bacoli e Pozzuoli) rispolverando gli scenari drammatici delle emergenze ambientali già sofferte nel Settanta e nei primi anni Ottanta.
Inutili le dichiarazioni tranquillizzanti dei geofisici impegnati nel programma, avviato da un consorzio comprendente le più qualificate scuole scientifiche di Europa e del mondo. Per l’Italia sono in prima fila i ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e dell’Osservatorio Vesuviano. Coordinatore è il professor Giuseppe De Natale, che guiderà i lavori di un folto team interdisciplinare, già in azione per l’avvio dei sondaggi.
La prima fase, relativa a un tunnel di cinquecento metri (nella zona dismessa della società Bagnoli Futura) dovrebbe essere completata in tempi rapidissimi. Già ieri, infatti, erano stati scavati oltre 170 metri di tufo giallo vulcanico, caratteristico della terra flegrea. Se tutto andrà secondo le previsioni, nonostante le proteste incalzanti e le polemiche all’interno della stessa comunità scientifica, al più presto sarà possibile conoscere i primi risultati di una ricerca che dovrebbe risultare essenziale per la conoscenza degli strati superficiali e delle profondità interessate dai fenomeni del bradisismo. Disponibili, per questa prima fase sperimentale, fondi per cinquecentomila euro. Soltanto dopo sarà possibile valutare le prospettive e i rischi del progetto finale che dovrebbe costare al consorzio esecutivo non meno di nove milioni, in gran parte fondi europei per la ricerca.
Negli ultimi tempi si sono moltiplicate le iniziative di contestazione e di critica alla filosofia del progetto, illustrato nel corso di numerose assemblee popolari. In particolare il consiglio di quartiere di Fuorigrotta ha preso posizione per bloccare sul nascere l’iniziativa. Decisamente equivoco l’atteggiamento delle istituzioni. In particolare del Comune di Napoli, che ha comunque rilasciato la necessaria licenza edilizia per avviare i lavori di sondaggio, e della Protezione Civile, che dovrebbe garantire la sicurezza delle comunità locali in perfetta simbiosi con gli organismi della comunità scientifica impegnati nella sorveglianza dell’area vulcanica napoletana.

Ieri sono stati scavati oltre 170 metri di tufo giallo vulcanico, caratteristico dell’area flegrea.

Intervista a Martini dell’Osservatorio Vesuviano:

Un contributo prezioso per la conoscenza dell’area vulcanica napoletana. «Dallo studio in profondità sarà possibile definire ancor meglio i meccanismi del bradisismo e le caratteristiche che regolano l’attività nei Campi Flegrei», spiega il professor Marcello Martini, direttore dell’Osservatorio Vesuviano.
La gente, però ha paura che gli esperimenti possano risvegliare il gigante che dorme nel sottosuolo puteolano.
«Sciocchezze. Il nostro sondaggio, tra l’altro sperimentale, non presenta alcun margine di rischio. L’abbiamo ripetuto più volte, ma non tutti ci ascoltano».
Esiste un progetto di sicurezza nell’area del bradisismo?
«Esistono i piani della Protezione Civile. La nostra operazione non c’entra nulla».
Perché abbiamo tante polemiche, allora?
«Non saprei. Forse perché il ricordo dell’ultima fase del bradisismo genera ancora terrore nelle popolazioni locali». 
Quando saranno completati i lavori?
«Molto presto, perché dalle prime indicazioni dovremo poi decidere le caratteristiche finali che dovrà avere il progetto».
Lo scavo potrà servire per la geotermia?
«Non precisamente. Diciamo che la perfetta conoscenza del sottosuolo flegreo potrà favorire la ricerca in campo geotermico».
Dovranno essere aggiornati i piani di Protezione Civile?
«Stesso discorso. La Protezione Civile potrà notevolmente migliorare grazie alla conoscenza sempre più dettagliata dei fenomeni geofisici che agitano il sottosuolo dei Campi Flegrei».
Scopriremo a che profondità si trova il magma?
«Magari. Certamente sapremo a che punto è l’attività vulcanica nell’area flegrea».
f.m.

Intervista a De Vivo:

Un problema di cautela. «I progressi della ricerca sono stati enormi negli ultimi anni, ma chi può escludere il pericolo di un incidente?», dice il professor Benedetto De Vivo, docente di Geochimica alla Federico II. «Non parlo soltanto dei Campi Flegrei, ma della ricerca scientifica in generale. Esperimenti così rischiosi bisogna farli con maggiore misura, in zone ben lontane dai centri abitati».
Cosa potrebbe succedere?
«In Italia sono state già troppe le vittime dei terremoti e delle ricerche sbagliate. I fenomeni naturali sono imprevedibili. Pensate alle trecento vittime del terremoto dell’Aquila che la Protezione Civile aveva snobbato. Perché rischiare ancora?».
Lo scavo che cosa potrebbe scatenare?
«Esistono precedenti disastrosi al mondo: guai a toccare i fluidi bollenti in profondità».
C’è qualche precedente in Italia?
«Certamente. Nei primi anni Settanta fu evitato il peggio nella stessa area del bradisismo, quando i pozzi scavati nella zona di San Vito furono tappati in fretta con lastre di cemento. I movimenti del sottosuolo, tuttavia furono evidenti e si manifestarono qualche anno dopo».
Cosa direbbe ai suoi colleghi che hanno garantito, anche in questi giorni, le popolazioni?
«Di essere prudenti. Di consigliare alle amministrazioni pubbliche il massimo delle precauzioni. Gli scienziati devono avere un solo imperativo:fare rigorosamente gli scienziati».
In quale zona si sentirebbe pronto ad autorizzare campi di trivellazione?
«In qualsiasi zona lontana almeno qualche chilometro dai centri abitati».
Crede nel futuro della geotermia?
«Questo è altro discorso. Per il futuro della ricerca scientifica e della Protezione Civile non sono assolutamente indispensabili esperimenti così pericolosi».

La Terra del Fuoco il cratere ha solo 4.000 anni:

La ricerca scientifica nella terra del fuoco. Una caldera in continua ebollizione. Gli ultimi dati dimostrano in maniera indiscutibile la «minore età», e quindi la maggiore vivacità del comprensorio geologico occidentale di Napoli. Nisida, per esempio, si sarebbe formata non più di tremilanovecento anni fa. E anche l’odierno meraviglioso paesaggio di tufo giallo, colline verdi, laghi, spiagge avrebbe preso forma in epoca relativamente meno remota.
I crateri ardenti che circondano la conca della Solfatara da sempre costituiscono il termometro del bradisismo, la febbre eterna della terra ballerina flegrea all’origine di tutti gli sconvolgimenti registrati nel corso degli ultimi millenni. Spingendo dal basso con un moto di impercettibile ma inesorabile percussione, salendo e scendendo al di sotto della crosta tufacea, il bradisismo ha deciso attraverso i millenni la storia dell’area flegrea. Ed ecco le trasformazioni della costa, i miti delle vicende preistoriche, le prime scoperte dei Greci, i trionfi dell’impero romano, le antiche città precipitate in mare nel corso delle fasi discendenti. E ancora, i miracoli del termalismo che resero famosa Baia nell’antichità, l’alternarsi dei terremoti, il vuoto provocato dalle tante pagine bianche lasciate dalla fuga delle comunità e dalla storia. Fino alle tormentate vicende dei nostri giorni, con l’emergenza provocata dalle fasi improvvise di sollevamento dei primi anni ’70 e dell’ ’83.
Per decenni i Campi Flegrei hanno rappresentato un gigantesco laboratorio di ricerca scientifica internazionale. Nel cuore della Solfatara sono stati inseriti i sensori delle più sofisticate reti di sorveglianza geofisica, geologica e geochimica. I risultati degli ultimi studi sulla formazione dei crateri flegrei non fanno altro che accentuare l’interesse per gli obiettivi della ricerca scientifica e, soprattutto, per il perfezionamento dei sistemi di sicurezza della comunità abitativa flegrea (più di trecentomila persone se si considera il coinvolgimento delle vaste periferie occidentali di Napoli, oltre agli ambiti di Pozzuoli, Bacoli, Quarto, Monte di Procida).
Eppure ancora manca un piano di sicurezza per prevenire i rischi di una nuova emergenza. Di qui la necessità di perfezionare ulteriormente il sistema di prevenzione e i programmi di Protezione Civile soltanto abbozzati, ma non completati all’indomani della crisi che provocò l’esodo in massa dall’intero centro antico di Pozzuoli sul finire dell”83.
In questo senso, anche alla luce dei dati forniti dalla comunità scientifica internazionale, i sondaggi avviati nel cuore dell’area vulcanica, per misurare i livelli dei flussi magmatici e i valori geotermici sino a poche centinaia di metri dal tessuto urbanistico abitato.
f.m.

La lettera di Raffaele Del Giudice

Di seguito la lettera di Raffaele De Giudice di oggi (26.07.2012) su il Corriere del Mezzogiorno, dalla lettura della quale si apprendono molti dati utili. Raffaele nelle lettera fa appello al senso civico dei cittadini. Io ogni tanto, tra il serio ed il faceto (più serio) vado dicendo che dovrebbero mettersi dei cartelloni pubblicitari nei quali scrivere ad esempio “Strunz’ chi getta le carte a terra” o anche peggio  … ma  rischierei di trascendere. E’ ovvio che non penso di risolvere così tutti i problemi, però, io da qualche anno per evitare di andare in depressione con le crisi dei rifiuti, quando assisto ad un episodio di maleducazione  non mi faccio mai mancare l’occasione per riprendere il malcapitato. Certo, cerco di usare l’ironia per evitare di essere visto come quello che sale sul piedistallo, parlo, se è il caso (non sempre), in napoletano e cerco di entrare in comunicazione con le persone “scostumate”. L’ultimo episodio è stato ieri l’altro in via verdi qundo in compagnia dei consiglieri Molisso e Iannello, ho notato un gruppetto di signore (credo BROS) di cui una, abbastanza corposa, che si è preso il compito di asciugare0 la panchina dell’acqua (aveva piovuto) e poi ha gettao due fazzoletti a terra. A quest’atto ho detto subito: “Signò e che diavolo vi buttate le carte proprio nterra e pier vuost e llà ce stà o cestin”. Ovviamento l’ho detto con il sorrisetto e questa non ha potuto evitare di sorridere e rispondere “e che diavolo guardat’ propri’ a mme” ed io di rimando “e vvui state proprio annanze a me a chi lo devo dire”, a questo la signora coruplenta ha risposto “e vabbè avit’ raggion mo e pigli e e vaca a iettà” e li ha raccolti e buttati nel cestino. Dopo questa cosa non ho potuto fare a meno di dire: “bbrava v’aggia abbraccia” e me la sono abbracciata. A questa cosa anche Carlo Iannello ha detto: “BBrava” e la signora ha prontamente risposto ridendo: “Né ma mo me vulit’ abbraccià pure vuj”. Questo per dire e sperare che di strada ce ne da fare e che si può fare … Aspettiamo i cartelloni, anzi si potrebbe fare un concorso …

La lettera di Raffaele a cui non posso non dire Bravo!!

Caro direttore, la riflessione di Isaia Sales sulla «scomparsa degli spazzini», pubblicata dal Corriere del Mezzogiorno del 18 luglio scorso, stimola ragionamenti e chiede spiegazioni che è doveroso corrispondere. Tre aspetti del suo pensiero non mi convincono, sebbene non siano dirimenti. Non condivido il richiamo al passato, quale assetto ideale dell’azione di igiene urbana, come non condivido la critica alle società di gestione dei servizi pubblici, considerate un diaframma tra la buona volontà amministrativa e il generoso impegno del netturbino. L’una e l’altra affermazione hanno il loro rovescio: nel passato i netturbini erano «servi della gerba», taluno portatore di dignità e coscienza di classe, più spesso lazzari senza l’una e l’altra.
Anch’io ho conosciuto gli spazzini di quaranta anni fa, che salivano a piedi cinque piani di scale con la gerba sulle spalle per chiedere alle famiglie l’immondizia. Erano uomini (e solo uomini) abbrutiti dalla fatica, spesso analfabeti, mal pagati e che si ammalavano presto. Non ho nostalgia di quel tempo, anche se il processo di emancipazione di quei proletari è talora debordato negli eccessi sindacali ed in una malintesa «protezione sociale». D’altra parte, in tutto il mondo i servizi di igiene urbana sono offerti alle città da imprese specializzate. In Italia le gestioni dirette dei Comuni sono state superate, perché inefficienti, dispendiose e spesso condizionate da pratiche politiche non sopportabili. Le imprese pubbliche, magari nel Mezzogiorno, non hanno ancora acquisito il profilo di quelle del Nord del Paese, dove i servizi di igiene urbana sono abbastanza efficienti, efficaci ed economicamente sostenibili, ma questo è un punto di domanda da soddisfare con analisi e valutazioni specifiche, non certo preferendo il ritorno all’«assessore capo servizio» che comandava i netturbini secondo logiche, paternalistiche e politiche, di dubbia modernità. La terza considerazione, che osservo come poco convincente, è quella che rimette il senso civico, la responsabilità della tutela del bene comune e la difesa dello spirito di comunità unicamente nelle mani degli spazzini e della loro azienda. Una parte dei napoletani sporca la città, considerandola «di nessuno», così come parcheggia in tripla fila o irride a regole banali di civile convivenza. Gli spazi pubblici sono di nessuno, quindi si possono rapinare del verde, sporcare, degradare a piacimento. In attesa che questa parte di popolazione si ravveda, gli spazzini devono provvedere. È ovvio che devono farlo, ma non si può non denunciare l’alto livello di disamore che una parte rilevante della popolazione ha verso la propria città, perché Napoli non si sporca da sola.
Il tasso di educazione civica, di coscienza e di senso di appartenenza a una comunità è troppo basso, è evidente a tutti. Ma serve più impegno nel sollecitare le buone pratiche civili, sanzionare i disobbedienti cronici, incentivare i buoni comportamenti. Se si rinuncia a questo impegno culturale e civile, «in attesa» che le persone indisciplinate si ravvedano, non avremo mai spazzini e poliziotti a sufficienza. Ciò detto, il servizio di spazzamento della città è insufficiente, per quantità e qualità. La prima ragione per cui ciò accade è determinata dalla densità di popolazione per chilometro quadrato, che a Napoli è tra le più elevate del mondo. In un fazzoletto di terra risiedono e vivono un milione di persone di cui una parte, fortunatamente minoritaria, si libera dei rifiuti gettandoli per terra. Molta gente in poco spazio, quindi molti rifiuti gettati per terra e che si devono raccogliere. La gran parte delle vie del centro storico dovrebbe essere presidiata permanentemente da un servizio di spazzamento e rimozione, almeno per venti ore ogni giorno e magari da netturbini giovani, lesti nel lavoro ed avvezzi alla relazione con il pubblico. Non è ora possibile che questo accada, per la scarsità di risorse economiche e per l’impossibilità di assumere giovani. Il divieto di assunzioni e l’allungamento del tempo di lavoro per persone che avrebbero meritato la pensione, per le aziende pubbliche si traduce in un invecchiamento dei propri operai, talvolta logorati e molto anziani e, dunque, in una più bassa produttività. In numero, i nostri operai sono pochi (540 spazzini), molti (il17%) sono malati o limitati nelle mansioni, la loro età media è di 58 anni, di cui almeno trenta trascorsi sulla strada ad «alzare munnezza».
Asia sta cercando di meccanizzare il più possibile lo spazzamento delle strade, sia per risparmiare sul costo del lavoro che per generare più efficienza (abbiamo solo 22 spazzatrici meccaniche di cui molte in manutenzione e la manutenzione costa). Abbiamo redatto un piano di esodi incentivati di lavoratori esausti, ma non potremmo comunque sostituire gli anziani in uscita con giovani leve, a causa dei divieti della «spending review». Situazione imbarazzante, lo ammettiamo. Servirebbero più e migliori servizi e ogni giorno, però, siamo risucchiati dall’angoscia di assicurare quelli minimi, con pochi soldi ed enormi difficoltà organizzative. Il «piano per lo spazzamento» del 1999 prevedeva l’impiego di 1000 spazzini per pulire Napoli in modo efficace. Fino al 2002, in effetti, la città era servita da un numero sufficiente di uomini e risultava più pulita di quanto non lo sia oggi. Con le ricorrenti emergenze è accaduto proprio quello che tu hai notato e cioè che vi è stata una traslazione d’interesse, per la popolazione come per la politica, per il Comune e per l’Asia, tutti ossessionati dal liberare le strade dai sacchetti d’immondizia. Per la municipalizzata, la traslazione ha comportato la necessità di assegnare più uomini alla rimozione dei sacchetti, togliendoli ai servizi di spazzamento, poiché nuove assunzioni non si potevano fare. Nel 2001 gli addetti alla gestione dei rifiuti di Napoli erano 3.212 mentre oggi sono 2.489. Con l’avvio dei sistemi di raccolta differenziata «porta a porta» nel 2008, che richiedono più manovalanza rispetto allo svuotamento di cassonetti e campane stradali per la differenziata, il fenomeno di erosione degli spazzini è ancora più accentuato. Gli spazzini sono diminuiti mentre si fatica a mantenere in efficiente servizio il parco-macchine di pulizia di cui avremmo bisogno.
La situazione è, dunque, molto difficile soprattutto a causa delle risorse economiche insufficienti. In attesa di avere più soldi, per finanziare la meccanizzazione dei servizi di igiene e per incentivare la quiescenza di maestranze anziane (sperando di poterle sostituire con un po’ di giovani, ragazzi e ragazze) stiamo cercando di riparare con interventi a basso costo (più capienti cestini da disporre nelle vie, premi incentivanti la produttività individuale e la riduzione di costo dell’orario straordinario, più programmi di educazione nelle scuole, miglior impiego delle spazzatrici ora attrezzate anche per il lavaggio delle strade…), ma certo servirebbe molto di più. Per questo, se ogni napoletano evitasse di lasciare a terra una delle dieci cartacce che «normalmente» getta al suolo, il beneficio per tutti sarebbe immediato, visibile e, soprattutto, gratis. Poi la città deve essere pulita dagli spazzini, non vi è dubbio. Ma non si deve rinunciare mai a chiedere un poco di collaborazione. Non costa nulla e tutti ne guadagneremmo.
* Presidente di Asia

Concerti di Piazza Plebiscito la delibera di Giunta

In ossequio al principio di trasparenza e buon andamento della Pubblica Amministrazione (nei quali credo fermamente) e facendo seguito a quanto ho già scritto su questo blog, di seguito la delibera di giunta con la quale è stata concessa Piazza Plebiscito per i concerti di Ligabue e Pausini. Clicca su: deliberagiuntapiazzaplebiscito

Piazza Plebiscito ed i Concerti

Non ho ancora avuto comunicazioni ufficiali ma credo che queste siano le somme in ballo circa 10.000,00 €. incassati dal Comune per i due concerti tenutisi in Piazza del Plebiscito. E’ chiaro che la trasparenza è un valore in se’ ed è utile affinché i cittadini possano in piena scienza e coscienza farsi un’opinione valutando l’amministrazione sugli atti e sui comportamenti. E’ altrettanto ovvio che la scelta dell’amministrazione fa leva sul rilancio dell’immagine di Napoli che si è avuta con i due eventi. Io resto in sostanza della mia opinione, non sono contro i concerti ma credo che ogni valutazione ed utilizzo che investa i beni comuni debba essere fatta con rigore valutando gli interessi singolari e collettivi affinché si trovi sempre la giusta sintesi.

Da Il Corriere del Mezzogiorno del 25 luglio 2012

Occuparla costa 10 euro al metro quadro, per Liga e Pausini pagati 10 centesimi

NAPOLI — L’intera piazza del Plebiscito ha una superficie di 25 mila metri quadrati e la tariffa piena per l’occupazione di suolo pubblico è di 10 euro a metro quadrato: per un giorno, quindi, si arriva a un totale di 250 mila euro. Poiché per i concerti di Luciano Ligabue prima e Laura Pausini poi è stata chiesta la disponibilità del grande largo al centro della città per 12 giorni, l’importo complessivo sarebbe stato di 3 milioni. In realtà non è stata occupata l’intera piazza: per 8 giorni su 12 è stata utilizzata quasi esclusivamente l’area che ospita il grande palco. Questo però non basta a chiarire come si sia arrivati da 3 milioni ai 10 mila euro versati. La spiegazione è nel super-sconto concesso all’organizzazione pur di avere i due concerti al Plebiscito. Il costo è quindi sceso da 10 euro a 10 centesimi a metro quadro. Com’è possibile? È possibile perché lo consente l’articolo 29 del regolamento Cosap, intitolato «Esenzioni e riduzioni», al quale si è rifatto il sindaco de Magistris che ha sollecitato la riduzione del 99 per cento. Non del 25 o del 50 per cento: del 99 per cento.

La domanda ora è: chi ha fatto un affare? L’organizzazione, che ha potuto usufruire di piazza del Plebiscito pagando poche migliaia di euro al Comune per l’occupazione di suolo pubblico e alcune altre per la pulizia dopo le manifestazioni? Oppure l’amministrazione, che ha portato al Plebiscito due appuntamenti musicali di grande rilievo? Di sicuro è contento de Magistris, che ha manifestato la propria soddisfazione rimarcando che l’amministrazione «non si è dovuta fare carico di spese». Favorevoli anche i fan dei due artisti, accorsi a migliaia nonostante il costo dei biglietti. Divisi invece i residenti nella zona, che hanno dovuto sopportare almeno un paio di giornate di gran caos e disagi. Ma la città, intesa nel suo complesso, ne ha tratto beneficio? «Io credo che sia in discussione non il prezzo pagato ma che i concerti si siano tenuti in piazza del Plebiscito», commenta Dario Scalabrini, che come amministratore dell’Ept organizzò la festa di Piedigrotta e il (contestato) concerto di Elton John proprio lì, davanti al Palazzo Reale. Secondo Scalabrini è positivo che Napoli sia riuscita ad avere Ligabue e Laura Pausini, perché uno dei nostri problemi è che «la città è fuori dal giro dei grandi concerti. Eppure, due anni fa Paul McCartney voleva venire a suonare qui proprio perché aveva visto i filmati e parlato con i manager di Elton John». Non è proprio per questo che gli organizzatori dovrebbero pagare un po’ di più? «Noi facevano concerti con il sostegno della pubblica amministrazione. Se non c’è, bisogna ricorrere all’intervento privato, anche favorendolo. Comunque non è giusto che il Comune ci guadagni, è già un buon risultato che porti qui i concerti perché molti artisti evitano Napoli e, se vuoi recuperare immagine, devi in qualche modo investire. Che Ligabue sia stato a Castel dell’Ovo e all’Università conta molto. Magari — conclude Scalabrini — avrei cercato di barattare lo sconto con la possibilità di utilizzare un filmato per la promozione turistica».

Il turismo, il turismo, il turismo da promuovere. A Napoli sembra un ritornello più che un obiettivo politico-economico. Ma cosa accade nelle altre città, anche altrove le piazze simbolo diventano palcoscenico di tutto ciò che accade? E allo stesso prezzo scontato? Risponde Raffaele Cercola, esperto di marketing, professore della Sun ed ex presidente della Mostra d’Oltremare: «A Roma te lo sogni. Anche a Milano e a Firenze. A Venezia, invece, ci fu uno storico concerto dei Pink Floyd. Ma furono loro a chiedere di andare a San Marco e si fecero carico di ogni spesa». Accadeva la sera del 15 luglio 1989: il gruppo suonò su un enorme palco galleggiante. Sulla storia della città il concerto ebbe un impatto disastroso, con polemiche a non finire sulle autorizzazioni e sui danni. Il giorno dopo il Corriere della Sera titolava: «La giunta si scioglie come neve al sole». Però, per la storia del rock, quello è stato il concerto del secolo, ancor più dell’altro che la stessa band immortalò in un film a Pompei: negli Scavi infatti il pubblico non c’era.

«Il Plebiscito — precisa Cercola — non ha la stessa forza di Venezia a livello mondiale. Più in generale, bisogna distinguere tra l’aspetto economico e l’opportunità urbanistico-sociale. Ogni luogo ha e deve avere la sua identità. Invece questa benedetta piazza del Plebiscito ha avuto una storia non facile perché è stata svuotata ma mai riempita. Una cosa è togliere, come sono state rimosse le mura del porto in piazza Municipo e adesso lì non c’è niente, un’altra è definire a cosa è deputato un luogo. A Napoli non c’è una strategia. È appena accaduto anche al lungomare». Quale potrebbe essere il luogo deputato ai grandi concerti in città? «Per eventi con migliaia di persone — risponde Cercola — si potrebbe pensare all’Ippodromo di Agnano, all’acciaieria, anche all’Arena Flegrea, dove ha suonato Battiato. Ma vorrei soffermarmi sullo stadio, dove i concerti non si tengono più. A Torino sta per cominciare la gara per l’impianto della Juventus che, cedendo il nome, recupererà 75 milioni dei 120 che ha speso per realizzarlo. Insomma la ricerca dell’immagine va bene ma occorre ragionare. Tornando al Plebiscito, la piazza simbolo dev’essere enfatizzata magari a Capodanno e per eventi simbolici, ma perché nel caso di un concerto? Si creano solo problemi tutto intorno per l’assalto degli spettatori. Questi sono fenomeni commerciali, non trasmettono messaggi di alcun tipo».

Angelo Lomonaco

Lo Stadio San Paolo – Zoo – Edenlandia. Quale destino?

Il presidente del Napoli e il sindaco Luigi de Magistris si incontreranno venerdì prossimo e sarà il primo faccia a faccia dopo la polemica della settimana scorsa. Posizioni diametralmente opposte a confronto. La conferma nell’intervista rilasciata ieri dal proprietario del Napoli al Corriere dello Sport. «Ho già avuto modo di parlare con il sindaco: discuteremo del san Paolo, degli interventi necessari e di quelli auspicabili», ha detto De Laurentiis. Ma quali sono i suoi progetti?
«Il San Paolo? – dice il presidente – Semmai si migliora, si ingrandisce, si adegua, si restaura. Dal Comune sono stato invitato a prendere pure Edenlandia e lo Zoo. Può essere un’ottima idea e ci sto; però a patto che lì possa sorgere una vera e propria cittadella dello sport, quella che vorrei definire la casa del Napoli. La immagino con otto campi per le varie attività, con un’area destinata al beach soccer, con altre zone per il calcio femminile. Potrei essere anche interessato al «vecchio» Collana, si potrebbe dar vita ad una polisportiva. A me le soluzioni non mancano».
Quali sono le soluzioni che ha in mente? «Smontare quella orribile e dannosa copertura e lasciarla ai cinesi, che sarebbero disposti a portarla via. Poi studiare seriamente e immediatamente le soluzioni per rimuovere l’inquinamento acustico di Fuorigrotta. Io il nuovo san Paolo ce l’ho dinnanzi agli occhi: palchi con tv, gli spalti a ridosso del campo, ristoranti, zone divertimento, settori completamente rifatti». Evidente il riferimento all’area che circonda il San Paolo, e che potrebbe essere confermata dalla proposta eventuale di un’acquisizione di Zoo e Edenlandia, che sono al momento al centro di un’asta giudiziaria (prezzo base 4,7 milioni di euro). La settimana la prima asta è andata deserta, nessuna offerta che lasci intraverdere un futuro certo per le due storiche strutture della città. In questo momento sono in tutto 71 i dipendenti che portano avanti la struttura che è stata commissariata.

I Tagli dei Dirigenti al Comune

Questa grave condizione delle casse del Comune determina anche la impossibilità allo stato di dare luogo all’assunzione di quei profili professionali selezionati dall’ultimo concorso Formez che sono risultati idonei, ma non vincitori di concorso. Gli accorpamenti e lo spostamento dei dirigenti ha anche riguardato gli uffici del Consiglio Comunale per le quali è mancato un passaggio, credo istituzionale, con i consiglieri stessi o per lo meno con i capigruppo che si sono trovati davanti a “cose fatte”.

Dal Corriere del Mezzogiorno del 25.luglio 2012

NAPOLI — Di necessità virtù. Al Comune di Napoli, visto che non c’erano più i soldi per rinnovare i contratti ai dirigenti esterni, si è proceduto con molti accorpamenti di uffici e razionalizzazioni che hanno portato alla chiusura di 72 servizi per un taglio del 41 per cento. Decolla così la riorganizzazione della macchina comunale, che per molti sa di piano di salvataggio, e che prevede 8 direzioni centrali e 151 servizi: sono i numeri della nuova macchina comunale varata a Napoli dalla giunta de Magistris. Il Comune passa così dalle 20 strutture più o meno grandi, con 223 servizi, ai più ridotti e snelli numeri attuali con un taglio di 72 uffici. Ma, sopratutto, nessun dirigente o collaboratore esterno: i soldi per pagarli, infatti, non ci sono più. Non sono mancate promozioni e bocciature tra i dirigenti e i facente funzione, mentre il sindaco ha annunciato che presto sarà nominato il nuovo comandante dei vigili che rileverà l’interim di Attilio Auricchio.
In alcuni casi, è stata rispettata la normativa del governo centrale che obbliga a non poter più fare contratti dirigenziali ad esterni, in altri casi è stata attuata una politica di riorganizzazione che ha valorizzato chi in questo anno ha lavorato al fianco della giunta condividendone i principi. Sono state create alcune macroaree; è stato creato il Centro unico degli acquisti che promette di essere un riferimento di efficienza, il Centro elaborazione dati è stato accorpato in una unica grande struttura, riferimento di efficacia secondo l’amministrazione. Inoltre, è stato rafforzato l’Ufficio relazioni con il pubblico, la gestione delle Municipalità, il Controllo interno e ed un’area è stata dedicata al controllo anticorruzione e trasparenza. Ed è stato accorpato anche l’ufficio stampa del consiglio comunale con quello della giunta. «Con la riforma dell’assetto organizzativo oggi approvato, viene fatto un ulteriore passo avanti verso il miglioramento dell’efficienza e dell’efficacia dell’attività svolta dagli uffici del Comune di Napoli», ha detto il sindaco, Luigi de Magistris che ha precisato come in questo modo si risponde anche alle richieste del governo centrale. Dal «palazzo» precisano che questa è solo la prima parte della riorganizzazione della «macchina» comunale. Rispetto alla precedente macrostruttura, la nuova organizzazione si caratterizza per essere nel complesso più snella. Al posto di 10 direzioni centrali (a loro volta articolate in servizi), 7 dipartimenti (a loro volta articolati in servizi), 3 Servizi autonomi, per un totale di 20 strutture organizzative di massimo livello, la nuova struttura si articola in 8 Direzioni Centrali, 5 Servizi autonomi e 3 Dipartimenti, per un totale di 16 unità. Tale riduzione ha riguardato anche le Municipalità, passate dal precedente modello a 5 servizi (direzione, 2 servizi amministrativi e 2 servizi tecnici) ad un modello organizzativo che prevede l’articolazione in una direzione di Municipalità e due servizi, uno amministrativo e l’altro tecnico. «Non possiamo pagare debiti che non ci riguardano e ogni giorno dobbiamo fronteggiare questo», ha detto il sindaco presentando la riforma del «Comune nuovo». De Magistris fa riferimento a debiti per 2 miliardi di euro creato, a suo dire, dalle precedenti gestioni. «Non chiediamo che questo debito scompaia, ma che si possa spalmare negli anni per poter governare finalmente senza lacci e lacciuoli, siamo comunque rispettosi, perché in attesa che il governo si ricordi di Napoli, stiamo intervenendo su tutte le priorità indicateci, come la lotta agli sprechi, evasione, valorizzazione del patrimonio immobiliare. Se non si capisce questo sforzo, il mio atteggiamento sarà molto diverso rispetto a quello tenuto fino ad ora».

 

Piscine la nuova regolamentazione

Questa è la delibera di Giunta che verrà all’esame della commissione che presiedo e poi del Consiglio Comunale e che disciplina le nuove concessioni degli impianti sportivi natatori che verranno assegnate in seguito a bandi di gara. Come al solito resto in attesa di avere eventuali suggerimenti al fine di meglio disciplinare e tutelare i beni ed i servizi pubblici del Comune di Napoli. Io non ho ancora fatto una riflessione che non mancherò di comunicare appena maturata.

Per leggere l’atto clicca su: AR-M256_20120724_130520

San Carlo e teatri napoletani

Apprendo della agitazione dei lavoratori del San Carlo con i quali sono solidale. Il Sindaco si è espresso quale rappresentante della città e non quale presidente del CDA del San Carlo che si riunirà nella giornata di domani. Spero che il Sindaco abbia la forza di imporre le sue idee agli altri consiglieri. Credo però che occorrerebbe un ripensamento del sistema tatri a Napoli. Non sono addetto al settore ma basta andare a Londa o a Parigi per vedere come l’offerta delle rappresentazioni teatrali è di gran lunga superiore a quella che abbiamo noi in città. Oltre dieci anni fa mi colpì il fatto che i biglietti degli spettacoli nei teatri di broadway si vendevano con formula “last minute” facendo in modo di occupare ogni posto del tatro fino all’inizio dello spettacolo. Erano dei punti dove si poteva acquistare un biglietto fino all’ultimo minuto a prezzi convenienti  ed i ragazzi e giovani che facevano la fila erano veramente tanti. Ultimamente leggevo poi di una cittadina che lamantava la scarsa presenza di pubblico alla esibizione degli artisti del San Carlo di qualche giorno fa a Scampia lamentandosi, quasi, dello spreco di risorse. Credo sia chiaro che il pubblico “popolare” a Napoli non è pronto a seguire le opere liriche e sinfoniche. Per ottenere ciò occorrerebbe uno sforzo delle amministrazioni cittadine e scolastiche, unitamente a qulle dei teatri e del Conservatorio, affinché le opere si portino nelle scuole e si solleciti la formazione musicale ed operistica dei nostri figli. In molte città degli Stati Uniti infatti si è capito che per preservare la “cultura” occorre agire porprio nelle scuole facendo mettere in scena delle rappresentazioni agli studenti stessi e quindi abituandoli alla cultura teatrale e musicale, faendo si che il fanciullo che nella sua carriera scolastica abbia interpretato un ruolo in un opera o altra rappresentazione poi la vada a vedere nei teatri divenendo, così, fruitore della cultura. E dire che in Italia è nata l’opera lirica mi domando se saremo in grado di continuarla ?

Dal Corriere del Mezzogiorno del 24 luglio 2012

Anche il San Carlo, con l’Anm e molte società partecipate del comune di Napoli, è alle rese con ritardi nei pagamenti degli stipendi. Colpa della crisi, ovvio, e di una coperta che col passare del tempo sembra diventare sempre più corta.
Luigi de Magistris ha dovuto farsi carico quindi in prima persona della situazione dei lavoratori del teatro intervenendo ad una riunione con gli stessi lavoratori e i delegati dei sindacati confederali e delle Rsu. De Magistris ha chiarito la natura informale dell’incontro, «a cui ha deciso di partecipare in qualità di sindaco della città, in attesa che si svolga il Cda convocato mercoledì mattina proprio per affrontare la questione», recitava la nota diramata a margine dell’incontro. Il primo cittadino ha voluto comunque rassicurare le lavoratrici e i lavoratori «circa il pagamento dello stipendio di luglio nella sua interezza, dunque comprensivo del 25 per cento di integrativo previsto», evidenziando «come le tensioni di questi ultimi due giorni si sarebbero potute evitare tenendo conto che la legge in materia è chiara e che il bilancio della Fondazione risulta in attivo». De Magistris ha battuto molto sul tasto della «vicinanza alla battaglia delle lavoratrici e dei lavoratori», ribadendo «l’importanza che il San Carlo riveste a livello locale e nazionale» e sottolineando «la qualità delle professionalità presenti» e «apprezzando la disponibilità dimostrata da parte delle stesse maestranze di un loro maggiore coinvolgimento nella promozione di un’attività culturale che rappresenta una risorsa preziosa per Napoli e per il paese». L’intervento del sindaco ha fatto scattare quindi una tregua tra i lavoratori: i quattrocento dipendenti del teatro, pur restando in agitazione, hanno incassato l’assicurazione che lo stipendio di luglio sarà erogato con l’integrativo e che la questione della loro retribuzione sarà all’ordine del giorno di una riunione monotematica del consiglio di amministrazione convocata per domattina alle 8,30.
A chiedere la convocazione urgente del Cda del Massimo napoletano era stata la soprintendente del Teatro, Rosanna Purchia, che, appunto, acquisita la disponibilità del presidente della Fondazione, quindi de Magistris, e del vicepresidente Maurizio Maddaloni, aveva chiesto la convocazione di una seduta d’urgenza del Consiglio di Amministrazione. «In questi giorni — ha detto la Purchia — ho lottato tra pareri di giuslavoristi e chiarimenti ministeriali per ottenere il giusto riconoscimento che spetta ai lavoratori. Purtroppo non ho trovato nessun aggancio possibile se non quello di ricondurre al Cda il sostegno alla mia ferma convinzione».

ZTL di Napoli Ieri ed Oggi

La discussione sulla ZTL è ripresa con l’annunciato allargamento dell’area a traffico limitato credo sia utile guardare qualche foto che ho ripescato per avere un’idea di ciò che abbiamo lasciato. Ad ogni buon conto cerdo sia veramente difficile ragionare intorno alla possibilità di allargamento della ZTL in un momento di crisi ed ogni scelta deve essere fatta con la massima attenzione. Il punto si cui fa leva l’Assessore Donati è che l’allargamento della ZTL coinciderà con l’entrata in funzione delle due nuove stazioni. Io continuoa a ripetremi ed a ripetere all’assessore che occorrerebbe coinvolgere in questa discussione gli studiosi di traffifco, abbiamo la facoltà di ingegneria dei trasporti credo che qualche ruolo lo possono avere anche gli urbanisti poiché lo studio delle funzioni da allocare o proteggere nella città è comune. Credo, inoltre, sia chiaro a tutti che non si può pedonalizzare sic et sempliciter se non ci sono mezzi pubblici, se non c’è arredo urbano, se non c’è una discussione con le categorie di cittadini interessate e con le municipalità. Io mi aspetto che le prossime importanti decisioni siano assunte con la partecipazione attiva di queste categorie ed in particolare con i Consigli di Municipalità.  Speriamo bene.

Blog su WordPress.com.

Su ↑