Gennaro Esposito

Alza la Testa

Le vele di Scampia

Il 9 ottobre scorso il Consiglio Comunale si è occupato, in una sessione monotematica, del quartiere Scampia anche a causa delle ultime vicende di camorra che lo hanno riguardato.  Oggi leggo su corriere del mezzogiorno un articolo nel quale si riporta anche una intervista a Vittorio Passeggio uno dei fondatori del comitato storico Vele. Nel mio intervento al Consiglio su Scampia non ho potuto non far notare l’assenza di Vittorio Passeggio, fino a qualche tempo fa molto presente nella vita intorno ai palazzi del governo cittadino, così come ho notato e fatto notare l’assenza di Gaetano Di Vaia e di Peppe Lanzetta. Queste tre persone, infatti, mi ricordano la campagna elettorale e la loro entusiasta partecipazione a quella che tutti noi sentivamo essere la possibile riscossa di Napoli.  Scampia l’ho vista costruire, a bordo dell’autobus dell’ATAN che guidava mio padre sulle prime linee che passavano per quella che sarebbe poi diventata la 167. Un quartiere sostanzialmente rurale, nel quale avevo vissuto i primissimi anni della mia vita, trasformato nel 1977, in un quartiere dormitorio. Una architettura ed una struttura urbanistica che mi metteva a disagio sin da quando, andando avanti negli anni, mi rendevo conto sempre di più di vivere in una realtà di emarginazione. Provavo, infatti, sempre un grosso disagio quando al rientro da un’altra città, presso la quale permanevo per i ritiri con la nazionale, mettevo a confronto i quartieri. Nel tragitto che facevo al rientro da questi soggiorni, con lo zaino in spalla da quello che chiamavamo il ponte di Marianella, dove mi lasciava l’autobus, fino a casa mia, il rione case popolari legge 622 in via dell’abbondanza, sentivo crescere in me un senso di ingiustizia per essere costretto a vivere in quello che era diventata nel frattempo Marianella, con le case rosse ed i nuovi insediamenti per il proletariato ed un sottoproletariato sempre più numeroso ma assolutamente degradato ed abbandonato a se stesso. Oggi leggo sui giornali delle azioni compiute, nei fine settimana sulla metropolitana 1, dai ragazzi che vengono dalla periferia NORD nei quartieri bene del vomero, dei disagi provocati ai passeggeri e del timore che queste bande di ragazzini, ai quali mi sento in un certo qual modo vicino, aggrediscano i nostri figli. A dire il vero non me la sento di gettare colpe su questi ragazzi che credo sentano la differenza del vivere cittadino nei quartieri di Napoli sentendo la stessa mancanza d’aria e lo stesso pugno nello stomaco che sentivo io quando ero ragazzino. Un sentimento di rivalsa che io ho avuto la fortuna di canalizzare nell’impegno sportivo da cui ho appreso che l’impegno alla fine paga sempre, ma ci sono ragazzini che non hanno avuto la mia stessa fortuna di sentire questo groppo alla gola e quindi si piegano a quella che è la condizione della vita dei quartiere che vivono. Di chi è la colpa non mi interessa né penso che il comune sia in grado da solo di sconfiggere quella che è la piazza di spaccio più grossa d’Europa, occorre però che ci si metta insieme, che tutte le istituzioni si mettano insieme, uscendo dalla logica prettamente ragioneristica dello Stato per parlare di Scampia Liberata più che di lungomareliberato.

Dal Corriere della Sera del 14 ottobre 2012

NAPOLI — «Si dice spesso che la causa del degrado sociale di Scampia è dovuta al fatto che le Vele furono occupate abusivamente. Lo ha scritto in un suo libro anche Antonio Bassolino, che la storia delle Vele invece dovrebbe conoscerla bene. Se andiamo a vedere però come stanno le cose, l’unica Vela che è stata occupata, la Vela Gialla, è l’unica che non ha subito i processi di degrado sociale e di trasformazione della struttura. Tutte le altre furono assegnate in base alle graduatorie dell’epoca. A cominciare proprio dalla Vela Verde e dalla famosa Vela Celeste. La gente delle Vele e della 167 viene da tutta la città, non c’erano gruppi omogenei o clan».

Vittorio Passeggio, tra i fondatori del Comitato Storico Vele, è stato protagonista di una battaglia che ha coinvolto tutti gli abitanti delle Vele ed ha permesso a 1114 nuclei familiari di abbandonare i “lager” per insediarsi nei nuovi alloggi, realizzati negli ultimi dieci anni a poca distanza dai lotti L e M di Scampia. Gran parte degli abitanti delle Vele si è già trasferita nelle nuove palazzine, alte non più di cinque piani. Nelle nuove abitazioni mancano solo gli ultimi assegnatari delle quattro Vele ancora esistenti, circa 110 nuclei familiari. «I lavori per il completamento di questi ultimi alloggi periodicamente si fermano, avrebbero dovuto terminare già da tempo», prosegue Passeggio, «i censimenti effettuati dall’ex assessore Narducci e dal comandante Sementa, hanno fatto emergere la presenza di circa 300 nuclei di nuovi occupanti. Quindi 1/3 delle Vele ancora esistenti sono di nuovo occupate e prevedo dei problemi per la soluzione abitativa dei nuovi occupanti».

Da venticinque anni a supporto del comitato Vele, l’architetto Antonio Memoli, ha portato in tutte le sedi istituzionali di cui è stato componente, come la commissione edilizia presieduta da Umberto Siola, la rivendicazione alla «distruzione del ghetto, le cui disfunzione urbanistiche, architettoniche, edilizie e gestionali sono da considerarsi all’origine del degrado sociale di Scampia». «Non è un caso che poi in Italia non si sono più realizzate opere di questo tipo — dice Memoli —. C’è anche un aspetto di insalubrità che non è mai venuto fuori nel discorso delle Vele. I tompagni, i muri collocati tra i setti di cemento armato hanno uno spessore di appena 15 centimetri, riempiti con del polistirolo che dovrebbe assorbire l’umidità. Quando fa freddo si formano delle condense sulle pareti interne, funghi e spore. Gli abitanti delle Vele, i bambini, gli anziani, hanno respirato queste spore per anni. Le malattie respiratorie non erano quindi un fatto casuale, erano anche un problema derivato dal risparmio sull’edilizia. La Cassa del Mezzogiorno avrebbe dovuto sorvegliare sugli interventi, l’efficienza non è stata salvaguardata».

Per dare una idea delle condizioni reali di vita all’interno delle Vele, Vittorio Passeggio usa poche immagini: «Nelle Vele più grandi è risaputo che non entrava il sole, il reticolo di scale e ballatoi non consentiva nemmeno a quel poco di luce di filtrare, ed era pericoloso per i bambini, che si potevano arrampicare e cadere. L’economia del vicolo, nelle intenzioni del progetto, non è mai esistita, anche per questi motivi. La manutenzione, dal 1991 affidata alla Romeo, non c’è mai stata. Gli ascensori non hanno mai funzionato, se non per brevi periodi, con la conseguenza che anziani e ammalati che abitavano negli ultimi piani, per settimane, mesi, non potevano scendere di casa. Per anni non abbiamo visto nessun servizio, né scuole né asili. Non c’era ancora la metropolitana, e anche per fare la spesa bisognava andare lontano. La sera la gente si chiudeva nelle case, perché uno dei problemi principali di Scampia era legato alla separazione dei lotti, con i grandi stradoni che separano gli edifici, come isole, l’uno dall’altro, senza spazi per aggregazione sociale. E’ un quartiere che è stato pensato per non avere comunicazione tra vari lotti abitativi, enormi dormitori, dove ognuno si doveva fare i fatti suoi, nel suo piccolo ambito. Invece noi come comitato abbiamo sempre cercato di coinvolgere la popolazione delle Vele».

In un ambiente del genere, realizzato in un’area dove prima c’era solo la campagna, come spiegarsi allora la nascita del un fenomeno camorristico? Per l’architetto Memoli, «Secondigliano aveva un tessuto manifatturiero ed artigianale, che negli anni è andato perduto, per cui non c’è da stupirsi che a Scampia sia subentrato il mercato della droga, come in altre aree della città, perché architettonicamente si prestava a diventare un fortino per questi personaggi, che se non contrastati, riescono a dominare facilmente lo spazio all’interno di questi falansteri, dove i cittadini vivono fuori dal controllo dello Stato».

Proprio in questi giorni il Comune di Napoli sta notificando le ordinanze sindacali di sfratto ai nuovi occupanti abusivi. Per Domenico Lopresto, segretario dell’Unione Inquilini, ed ex occupante storico della Vela Gialla, «il Comune ha deciso di interessarsi adesso di questo problema, minacciando gli sgomberi. Bisognerebbe però andare a vedere i casi di grave disagio sociale oltre che abitativo». L’Unione Inquilini, attraverso Lopresto si è fatta promotrice di una proposta per la soluzione abitativa dei nuovi occupanti delle Vele, «senza buttare la gente per strada, perché se andiamo a vedere, a Secondigliano ci sono interi rioni popolari occupati militarmente dai clan, spesso cacciando via i legittimi assegnatari. Queste abitazioni sono occupate da non aventi diritto, tra cui molte persone con il 416bis. Noi abbiamo proposto al sindaco ed all’assessore di cominciare ad andare in questi rioni a censire gli assegnatari abusivi, che non avrebbero né diritto, né bisogno di vivere negli alloggi popolari, ed assegnare le loro abitazioni a chi ne ha veramente bisogno».

Un commento su “Le vele di Scampia

  1. alex
    13 maggio 2013

    Ottimo articolo, ne far un punto di riferimento, chiss che quanto letto non possa aiutare anche me.

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Questa voce è stata pubblicata il 14 ottobre 2012 da in Napoli.
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