Il nostro no al rendiconto consuntivo 2013 del comune

comuneIl mio intervento al 35:12. Stamane (15/04/2014) nel consiglio comunale si è discusso il rendiconto consuntivo 2013 del Comune. Noi di Ricostruzione Democratica abbiamo votato contro l’approvazione, spiegando i motivi tecnici e politici che ci hanno impedito di dare un voto favorevole. Il documento contabile, infatti, rappresenta anche il primo indice di buona amministrazione. I dati che ho commentato sono quelli della  relazione tecnica di cui al mio precedente articolo (clikka). Ebbene, nella relazione alcuni dati sono assolutamente preoccupanti, come l’assoluta inadeguatezza degli importi accertati per le sanzioni elevate per conferimento illecito o illegittimo di rifiuti, che lascia trasparire una azione amministrativa di governo del territorio assolutamente assente e tanti altri dati, come le entrate da illeciti contrattuali di poche migliaia di euro che, su un bilancio di quattro miliardi, mal si concilia se poi vediamo che le riparazioni che sono eseguite ad esempio su edifici scolastici o sui manti stradali sono sempre fallaci.

Ringrazio i tanti amici che mi hanno fatto pervenire le loro considerazioni su un documento tanto importante, perché da un lato mi hanno fatto sentire meno solo in questa scelta e dall’altro mi hanno dimostrato che si può ancora credere di partecipare al governo della città. Sono, infatti, convinto che dobbiamo uscire da una visione del potere “lideristico” per andare verso una forma di governo condiviso, dove all’umiltà di chiedere aiuto, corrisponde un sentimento di partecipazione alla cosa pubblica che ripaga dalle fatiche e senza la quale sarebbe difficile per me continuare ad andare avanti. Grazie!

Il mio intervento al  35:12

San Paolo: Impossibile una nuova proroga

stadioCredo che limitare l’informazione al duo De Laurentiis/De Magistis sia sbagliato anche perché sarà il consiglio comunale a decidere e votare. Mi piacerebbe che i giornalisti si preoccupassero anche di capire cosa pensano le forze politiche cittadine al fine di alimentare il dibattito su un fatto importante per la Città. Dal Corriere del Mezzogiorno di oggi (02.04.2014) la mia lettera per fare il punto sulla questione della impossibilità di concedere una proroga in “emergenza” della convenzione:

Caro Direttore, leggo della ennesima disputa tra il Presidente del Calcio Napoli ed il Sindaco, che ancora non riescono a trovare la soluzione idonea a risolvere la questione Stadio, tra minacce di andare a giocare, prima a Palermo e poi in Inghilterra, e penne del Sindaco sventolate al vento. La questione sembra sempre più complicarsi senza tenere conto dell’esperienza maturata che, invece, dovrebbe essere capitalizzata. Eppure, oltre ai numerosi approfondimenti che ho voluto nella Commissione Sport ed Impiantistica Sportiva, quando la presiedevo, ed all’intervento recente della Corte dei Conti, molti nodi sarebbero già sciolti. Si parla, infatti, della firma di una transazione e di una proroga di due anni della convenzione, come se nulla, finora, fosse accaduto. Siamo fermi al palo e non c’è nessuno che voglia fare gol. Nessuno, mi sembra, abbia fatto tesoro dell’indirizzo emerso in consiglio comunale e degli argomenti spesi dalla Magistratura Contabile nell’ultima decisione relativa al pagamento dei canoni di concessione. Argomenti, peraltro, ampiamente dibattuti in commissione e sotto la lente di ingrandimento della Corte dei Conti. Infatti, se da un lato la transazione affonda radici in un terreno molle, perché mancano i provvedimenti amministrativi idonei al riconoscimento delle pretese del Calcio Napoli, dall’altro la proroga di due anni della convenzione offre il fianco a molti limiti e profili di illegittimità che la stessa Magistratura contabile, nel suo ultimo provvedimento, ha segnalato. Molte sono le sofferenze dell’impianto cittadino dovute per lo più alla mancanza di manutenzione ordinaria che si è trasformata in straordinaria, con ingenti costi che gravano tutti sulle scassate casse comunali. L’equivoco di fondo sta nel fatto che l’impianto ha dei costi altissimi ed uno scarsissimo rendimento, schema che risponde al principio ormai invalso in Italia, di privatizzare gli utili e socializzare i costi. Non vorrei, quindi, che l’argomento transazione, di scarsissimo rilievo rispetto ai numeri della gestione complessiva dello Stadio, venga utilizzato per temporeggiare e procastinare lo stallo nel quale ci troviamo. Compito del Comune, in mancanza di una proposta da parte del Calcio Napoli, è quello di elaborare un progetto che tenga conto della gestione complessiva dell’impianto, così come accade nelle altre Città. Compito del Calcio Napoli è quello di scendere in campo e fare l’offerta per la gestione, facendo capire ai Napoletani cosa si vuole realizzare. Noi di Ricostruzione Democratica una proposta l’abbiamo già formalizzata sulla “vendita del nome dello stadio” (clikka). Non è possibile che si giunga a maggio proponendo al Consiglio Comunale una ulteriore proroga che, immagino, incontrerebbe molte resistenze nei consiglieri, che sarebbero costretti ad assumersi tutta la responsabilità di decidere, in uno stato di urgenza provocato da altri e che anche la più accreditata giurisprudenza non riterrebbe idoneo a far saltare le procedure di evidenza pubblica previste della legge.
Gennaro Esposito
Consigliere Comunale di Ricostruzione Democratica

Il Governo salva Napoli dal pericolo del dissesto

comuneConsiglio dei Ministri del 28 febbraio 2014 “Ecco il salvi tutti”.

ENTI LOCALI

“Per gli enti locali in difficoltà finanziaria vengono adottati alcuni provvedimenti per sanare le situazioni più gravi, dando indicazione di criteri stringenti per l’obbligo di risanamento. Vengono sospese le procedure esecutive nei confronti dei Comuni in predissesto.

Inoltre, per l’esercizio 2014 gli enti locali che abbiano presentato, nel 2013, piani di riequilibrio finanziario che non sono poi stati approvati dalla Corte dei Conti, hanno la facoltà di presentare un nuovo piano entro 90 giorni dal diniego della Corte dei Conti a condizione che sia avvenuto un miglioramento nel risultato di amministrazione registrato nell’ultimo rendiconto approvato.

Per il Comune di Napoli vengono inoltre sospese temporaneamente le procedure esecutive a carico. Per quanto riguarda il trasporto pubblico campano vengono vietate azioni esecutive verso società che gestiscono il tpl regionale fino al 30 giugno 2014“.

Poche righe per salvare i cittadini Napoletani dal Dissesto finanziario del Comune. Ora però occorrerebbe una sana politica che sia in grado di razionalizzare le spese che, per me non significa tagliare, ma fare in modo che ogni ora di lavoro dei dipendenti comunali e delle partecipate restituisca ai cittadini qualità della vita e servizi pubblici essenziali. Non possiamo pretendere di andare a Roma con il cappello in mano e poi ritrovarci sempre con le tasche bucate. In questa storia credo che i giornali dovrebbero fare in modo di far comprendere ai cittadini napoletani, con una informazione martellante a tutti i livelli, che per risanare l’amministrazione occorre che ci sia una collaborazione ed un senso civico maggiore. Vorrei vedere cittadini napoletani indignarsi nel vedere in metro uno che non ha pagato il biglietto oppure un loro giovane concittadino danneggiare monumenti, opere pubbliche ed arredo urbano. Occorre che i cittadini napoletani diano prova di saper curare il bene e l’interesse pubblico apprezzando chi rispetta le regole e non chi le viola credendosi più furbo degli altri. Spero che il Sindaco dica queste cose e non solo che è stato bravo a fare approvare un decreto che salva Napoli. Spero che il Sindaco manifesti soddisfazione ma che pretenda da tutti coloro che svolgono un ruolo nell’Amministrazione e nelle società partecipate, collaborazione e rispetto  per l’interesse pubblico. Forse spero troppe cose … e tutte insieme …

Il dissesto degli enti locali ed il Caso Napoli

comuneDopo la pronuncia della Corte dei Conti Sez. Regionale della Campania, con la quale è stato bocciato il piano di riequilibrio finanziario del Comune di Napoli, Ricostruzione Democratica, al fine di sollecitare il dibattito pubblico, si è fatta promotrice di un confronto cittadino sul tema: Il dissesto degli enti locali ed il caso Napoli. L’incontro si è svolto mercoledì 29 gennaio scorso. Ecco il video:

La democrazia a servizio dei cittadini: il primo Consiglio del 2014

ippodromo Il 13 gennaio p.v. ci sarà il primo consiglio comunale dell’anno, con un numero di atti all’ordine del giorno che dovremmo finire  forse l’anno prossimo, dopo aver studiato sin da ora h. 24 al giorno per giungere al momento del voto preparati. Io mi ostino a cercare di condividere le decisioni che dobbiamo prendere con i cittadini che hanno voglia di dire la loro ma, visti i pochi suggerimenti, ho iniziato a riflettere sul concetto di partecipazione, democrazia e di rappresentanza politica.  Fortunatamente di recente ho preso a leggere un libro di Giovanni Sartori (Democrazia) che mi ha rincuorato e nel quale ho trovato un concetto che mi sembra appropriato anche per il vento di “webcrazia” che tira nel Paese: “E’ la democrazia che deve essere a servizio dei cittadini e non i cittadini a servizio della democrazia“. Se tutti i cittadini fossero impegnati nell’amministrazione della cosa pubblica non avrebbero il tempo di fare altro. Ad ogni buon conto io ci provo anche per ragioni di trasparenza e poi non si sa mai potrebbe essere che qualcuno abbia voglia di darsi una lettura e darci un suggerimento utile allo studio. In particolare segnalo le delibere sull’Ippodromo, sul regolamento nomine e sugli Orti Urbani.

Ecco gli atti:

1) Delibera Ippodromo di Agnano (clikka). Questa forse è una delle più importanti. E’ una delibera con la quale si chiede al consiglio di dare atto della risoluzione del vecchio contratto con la società fallita e di autorizzare la concessione dello storico Ippodromo di Agnano fino ad un massimo di trent’anni ampliando il ventaglio di attività imprenditoriali. Per questa delibera sono interessanti i rilievi del Segretario Comunale che apre una seria riflessione sulle cd. clausole sociali ed il diritto europeo ed italiano vigente sulla libertà di iniziativa economica e la concorrenza. Sull’argomento ho avuto modo di apprendere e studiare varie questioni tra cui il mistero, alquanto singolare,  dei 235 cavalli di cui non si sapevano i proprietari: Articoli sull’Ippodromo (clikka)

2) Proposta di regolamento nomine (clikka) e delibera sulle incompatibilità (clikka). Queste sono due delibere di nostra iniziativa e sulle quali ho scritto molto su questo blog, facendo anche molti interventi in consiglio comunale. I pareri tecnici sono favorevoli credo che questo potrebbe essere un momento importante per l’amministrazione, da cui capire se si vuole una reale condivisione del potere e la trasparenza anche se la modalità dell’ultima nomina mi ha lasciato ancora una volta perplesso (la nomina alla Napoli Holding (clikka) . Segnalo sul punto il “simpatico” atteggiamento avuto dalla II Municipalità in sede di parere che mi ha fatto un po’ sorridere (la malapolitica delle nomine attecchisce in municipalità (clikka).

3) delibera sul regolamento degli orti urbani (clikka). Il regolamento mi sembra semplice e potrebbe andare. Lo scopo è quello di agevolare la nascita di iniziative sul territorio mediante l’assegnazione di terreni/giardini abbandonati dall’amministrazione a gruppi di cittadini. I pareri tecnici sono favorevoli.

4) delibera sul regolamento del controllo degli atti della giunta (clikka). Questa delibera è di iniziativa dell’ufficio di presidenza non saprei cosa dire. Il regolamento è scarno ma non saprei se integrarlo perché il rischio sarebbe quello di appesantire il procedimento. Forse inserirei l’obbligo di portare gli atti nelle commissioni con almeno 10 giorni di tempo per l’esame. Spesse volte infatti ci siamo trovati con le delibere sul bilancio (di migliaia di pagine) consegnateci il giorno prima o lo stesso giorno della decisione e voi capite che con tutta la buona volontà non ce la si fa … ma forse è voluto…

 5) delibera sulla modifica dei meccanismi di nomina nella commissione urbanistica (clikka). Questa è una delibera di iniziativa consiliare (Lebro, Moxedano, Caiazzo) con la quale si vuole dare ai consiglieri comunali il potere di indicare i componenti da nominare nella citata commissione tecnica. I pareri tecnici sono favorevoli…

6) delibera sul riconoscimento del diritto al gioco (clikka). Non saprei condivido lo spirito ma anche le critiche sulla tecnica di formulazione della delibera stessa sollevate dal Segretario Generale che potrebbero dare adito ad inciampi burocratico/amministrativi.

6) delibera di restituzione di un immobile espropriato (clikka). Questa delibera mi ha incuriosito l’immobile è in quel di Ponticelli. Non ho postato tutti gli atti allegati ma chiedo: se abbiamo espropriato un immobile e non ci abbiamo costruito niente forse ci sarà una responsabilità amministrativa e politica? L’esproprio si inserisce nelle costruzioni della legge sul terremoto la 219/1981 fate voi…

Questi non sono tutti gli argomenti; ci sarà anche la nomina dei consiglieri per l’osservatorio sul centro storico ed un’ultima delibera inserita all’ultimo momento di cui non sono neppure in possesso … che dire … A chi è arrivato fino in fondo a quest’articolo faccio i miei complimenti, è sufficiente non chiedo la lettura di tutti gli atti. Credo, però, che il lettore abbia capito cosa vuol dire fare il consigliere comunale in una grande città … tanta passione, studio, fatica e responsabilità! Per questo credo che chiunque abbia aspirazioni politiche debba prima dimostrare di avere le competenze necessarie! Altro che webcrazia e casalingo/casalinga (si fa per dire e senza nulla togliere ai casalinghi) in parlamento!

7) delibera mercatini cittadini (clikka) con questa delibera si chiede al consiglio di autorizzare la proroga per la concessione temporanea delle aree agli operatori della cd. “filiera corta” affinché possano, nelle more della preparazione degli atti tecnici necessari ai bandi, tenersi i mercatini del biologico.

La nomina dell’Amministratore Unico della Napoli Holding

atan3371mkaiIeri scrivevo della nomina del fratellino” di angelino alfano alla Postecom (clikka) oggi ho letto della ennesima nomina Sindacale del 19.12 u.s. E’ stato, infatti, nominato dal Sindaco di Napoli l’Amministratore Unico della Napoli Holding, che nasce dal raggruppamento tra ANM, Metronapoli e Napoli Park. In sostanza la più grande azienda di trasporto pubblico del mezzoggiorno e forse del Paese.

Mi chiedo e Vi chiedo chi avreste scelto voi per un compito così importante? Immagino un Manager che avesse cognizioni di Trasporti Pubblici, o un Manager semmai selezionato tra i migliori laureati di economia e commercio o di ingegneria dei trasporti semmai con master e con esperienze di settore, ovvero un alto dirigente del settore pubblico.

Mi viene anche da chiederVi se mettereste Voi un Capomastro a dirigere il vostro laboratorio di pasticceria?

Potrei tirarla così per le lunghe … sono, invece, andato a vedere cosa fanno gli altri comuni, ovviamente, non italiani.

In Francia, a Parigi, gli alti dirigenti si selezionano prevalentemente attraverso l’ENA (École nazionale d’administration).

Nel Regno Unito, a Londra, il reclutamento in tutte le alte cariche amministrative pubbliche avviene attraverso call (avvisi) pubblici e selezione basata sulla congruità tra esigenze professionali del profilo da ricoprire e il curriculum esaminando anche le motivazioni e le referenze dei candidati;

In Spagna, a Madrid, il sistema prevalente è quello classico di reclutamento attraverso il concorso pubblico.

Se, invece, penso al modello Italiano allora mi cascano le braccia! I politici pensano che le nomine dei manager sia un affare privato di partito! Ho appena citato la nomina “dell’alfanino” alla Postecom, ma non devo andare molto indietro per ricordare la nomina nel CDA di Finmeccanica di francesco belsito, in quota lega nord, con diploma tarocco conseguito a Frattamaggiore.

Credo sia legittimo dire: CHE SCHIFO e poi ci lamentiamo che l’amministrazione fa acqua da tutte le parti!!

Ebbene, la nomina di Nardi alla Napoli Holding, sulla base di queste esperienze, assume un sapore amaro non fosse altro perché il Sindaco, appena eletto, in una riunione dei candidati ed eletti a Santa Maria La Nova ci diceva: “NON LASCIATEMI SOLO IO NON HO NESSUNO DA PIAZZARE NON HO NESSUNO ALLE SPALLE”. Per me queste parole potevano avere ed hanno avuto un solo significato: nomine attraverso un meccanismo imparziale e comunque trasparenteper il quale ho formulato una proposta di delibera (clikka).

Di Alessandro Nardi è sparito il curriculum dal sito del Comune, era vicecapogabinetto del Sindaco, con una passata esperienza nella segreteria ministeriale di pecoraro scanio, credo sia anche laureato in economia e commercio (non ne sono sicuro). Posso dire che è una persona con la quale si può ragionare; credo equilibrata per quel che conosco, ma assolutamente non sono a conoscenza di sue doti manageriali, potrei dire che può essere collocato in quella categoria che io chiamo della “parapolitica” cioè di quelle persone che supportano i politici nelle campagne elettorali e poi assumono ruoli, tal volta, anche di responsabilità ma di qui ad essere Manager credo ce ne voglia. Eppure spero che il sindaco si sia sentito addosso tutta la responsabilità di questa importante nomina seppure, io sono convinto, che avrebbe fatto meglio ad adottare un meccanismo di reclutamento concorrenziale, trasparente e meritocratico. NULLA DI TUTTO QUESTO!

Di questo passo credo che alla prossima nomina nella Napoli Holding, farò il politico classico, proporrò al Sindaco la nomina di mio figlio Antongiulio che a soli 12 anni può già vantare nel suo curriculum di avere l’abbonamento annuale per il Trasporto Pubblico Locale … chissà che non lo nomini al posto di Nardi!

Sono molto sensibile all’argomento a questo link tutti gli altri articoli scritti sull’argomento:

articoli sulle nomine (clikka)

Il ruolo dei giornali. Stadio San Paolo: La mia prima smentita

giornaliQualche giorno fa mi sono trovato a parlare con dei giovani giornalisti precari, il discorso è scivolato immediatamente sulla importanza del lavoro di giornalista che contribuisce alla formazione della opinione pubblica. Sullo stadio nella immediatezza dell’audizione del Presidente De Laurentiis il 12.11.2013, sono stato intervistato dai tanti giornalisti presenti alla ricerca di notizie, ho ripetuto questo concetto, dicendo chiaramente che i giornali avrebbero dovuto porre delle domande precise ai cittadini contribuendo al dibattito sul destino dell’impianto. Dibattito che, se correttamente articolato, aiuterebbe molto la politica a decidere. In sostanza piuttosto che riportare frasi sconce e gossip sarebbe il caso che i giornali avessero posto delle domande. Sul punto ho anche scritto un post su questo blog dal titolo Stadio San Paolo più politica e meno gossip (clikka). Il 21 novembre scorso sulle pagine del mattino è apparsa una intervista che mi sarebbe stata fatta in parte da Luigi Roano in parte tratta da Radio Marte. Ebbene non ho fatto alcuna intervista né con Roano né con Radio Marte e per tale motivo ho chiesto la rettifica non pubblicata e che perciò vi incollo in calce. Potevo anche lasciare stare, ma il tono dell’articolo mi ha spinto a chiederla poiché il taglio del pezzo è ancora una volta tendente al gossip tra mie dimissioni, docce fredde ed arrabbiature. Per carità non mi permetto di dire come si fa giornalismo ma almeno non vorrei che apparissero più mie interviste mai rilasciate. Roano, come altri, avrebbe potuto chiamarmi ed avere una mia dichiarazione  così come ha fatto Repubblica di cui incollo in calce il pezzo di Antonio Di Costanzo apparso sempre il 21.11.2013 su Repubblica Napoli.

Di seguito l’articolo apparso su il Mattino di Napoli il 21.11.2013 di Luigi Roano

Lo stadio

Salta l`audizione con De Laurentiis «Prima la legge»

Salta il secondo appuntamento tra il patron del Napoli Aurelio De Laurentiis e la commissione sport del Consiglio comunale presieduta da Gennaro Esposito di Ricostruzione democratica. Il quale si dichiara «pronto a dimettersi». Il presidente era atteso, poi la doccia freddo del no. I motivi del forfait, ufficialmente, non si conoscono, ma da via Verdi fanno trapelare che la rinuncia all’audizione, con al centro il futuro del San Paolo e la richiesta di proroga della convenzione in scadenza a giugno, sarebbe dovuta alla fuga di notizie della prima riunione. Ovvero il famoso «scornacchiato» rivolta all’ex allenatore Walter Mazzarri. In realtà c’è un motivo ancora più valido a spiegare la mancata audizione. Il governo, con il premier Enrico Letta e il vicepremier Gioacchino Alfano, ha annunciato un emendamento nella legge di Stabilità per sburocratizzare i procedimenti relativi alla costruzione di nuovi impianti o Lo stadio Salta l’audizione con De Laurentiis «Prima la legge» al rifacimento di quelli esistenti. Non è la legge sugli stadi, ma qualcosa di molto simile. Il caso lo pone lo stesso Esposito, che attacca i suoi colleghi. In una intervista a Radio Marte il consigliere comunale è molto critico: «II presidente De Laurentiis non ci ha fatto sapere più nulla – spiega Esposito – quindi l’incontro è da ritenersi annulla. Il patron è molto arrabbiato, per non dire offeso, dalla diffusione delle sue frasi della scorsa settimana e credo che abbia disertato per questo motivo. Io da presidente non posso che esprimere la mia profonda amarezza per quanto fatto dai consiglieri, che hanno condiviso con la stampa le frasi del presidente, dette in II caso Irritazione per l’audio su Mazzarri II presidente di commissione «Pronto a dimettermi» un contesto scherzoso e privato». Il presidente della Commissione sport va poi all’attacco: «Mi vergogno per ciò che hanno fatto i miei colleghi, si è trattata di una pessima figura che abbiamo fatto nei confronti di De Laurentiis». Il patron, tuttavia, è uomo di mondo, e negli affari non si lascia certo impressionare dalle polemiche: «È quello che mi auguro – conclude Esposito – non vorrei che quanto accaduto renda le cose ancora più difficili. Io sono anche pronto a dimettermi perché è accaduto un fatto grave». Al di là dei propositi di Esposito, c’è un’altra data da segnare con il cerchietto rosso. De Laurentiis avrebbe dato la sua disponibilità a incontrare i consiglieri comunali tra il 2 e il 7 dicembre. lu.ro.

 

Ecco la mia richiesta di rettifica rimasta priva di riscontro:

Gentile direttore,

              con riferimento all’articolo a firma del dott. Luigi Roano, apparso oggi [21.11.2013] sul giornale da Lei diretto a pag. 42, Le chiedo – ai sensi della legge sulla stampa – di pubblicare la seguente dichiarazione: “Preciso di non aver rilasciato alcuna intervista al Dott. Roano  sulla questione dello Stadio San Paolo, né tantomeno, come imprecisamente riportato nell’articolo, averla rilasciata a Radio Marte. Il mio mandato di Presidente della Commissione Sport, infatti, l’ho messo a disposizione del Consiglio, in data 16.05.2013, per fatti assolutamente estranei alle vicende indicate nell’articolo del Dott. Roano:

https://gennaroespositoblog.com/2013/05/15/il-nostro-no-alla-giunta-de-magistris/

L’occasione mi è grata per Porgere i miei più distinti saluti

Cons. Gennaro Esposito

 

Oggetto: Richiesta di rettifica

Data: 21 novembre 2013 16:42:20 GMT+01:00

A: alessandro.barbano@ilmattino.it, paolo.russo@ilmattino.it, segreteria.politica@ilmattino.it, redazioneinternet@ilmattino.it

Ecco invece il pezzo di Antonio Di Costanzo da La Repubblica Napoli del 21.11.2013 a cui elevo rilasciato una dichiarazione.

Slitta la riunione sul futuro dello stadio – Niente incontro bis tra De Laurentiis e consiglio comunale

Slitta la riunione sul futuro dello stadio Niente incontrobis traDeLaurentiis e consiglio comunale L’ACCORDO sullo stadio è ancora lontano. Anzi, ad ogni passo in avanti sembrano seguirne due indietro. Ieri era previsto un nuovo incontro tra il patron azzurro e i consiglieri comunali della commissione sport. Incontro poi sfumato. Ufficialmente perché il Napoli deve valutare meglio la situazione anche in virtù della nuova legge sugli stadi e in attesa di una proposta daparte del Comune meno fumosa e più concreta. Un’altra versione, però, parla di un Aurelio De Laurentiis indispettito dopoché, nel corso dell’ultima riunione, svoltasi in via Verdi a porte chiuse, qualcuno, probabilmente un consigliere comunale, ha registrato di nascosto alcune sue frasi e in particolare quello «scornacchiato» rivolto a Mazzarri. Getta acqua sul fuoco Gennaro Esposito, consigliere di Ricostruzione democratica e presi dente della commissione sport che da tempo è impegnato a riportare chiarezza sulla gestione dello stadio: «L’incontro non era stato fissato ufficialmente — spiega — il ragionamento sta andando avanti e anche il presi dente De Laurentiis non è chiuso sulle proprie posizioni ma pronto ad ascoltare tutte le parti. Il nostro desiderio è proprio quello di aprire un ragionamento con tutti coloro che sono legati alla vicenda. L’obiettivo è trovare una soluzione. Dobbiamo capire se è possibile rinnovare la convenzione, se affidare lo stadio al Nap oli in via esclusiva o se venderlo, tenendo presenteperòchelanuovaleggeintroduce il controverso concetto di proprietà a tempo». (a. dicost.)

I soldi nel pallone ed i valori dello sport

delaurentiisDopo la commissione sullo Stadio San Paolo di ieri 24.10.2013 (clikka) oggi apprendo una dichiarazione del Patron del Calcio Napoli, che dovrebbe far accapponare la pelle a tutti i cittadini ed in particolare agli sportivi ed a quelli che amano lo Sport. Il patron si è addirittura permesso di dire che, le Nazionali dovrebbero pagare un milione di euro ai clubs titolari dei cartellini dei giocatori per farli giocare nelle partite delle Nazionali stesse.

La dichiarazione la sento particolarmente perché mi capitò una cosa  del genere quando da ragazzo atleta agonista, un mio presidente di una squadra romana, mi dichiarò apertamente che a lui della nazionale non fregava nulla e che, a fronte di un torneo internazionale a cui dovevo partecipare, avrei fatto bene e meglio a partecipare ad un campionato regionale che portava punti alla società! Ovviamente la mia risposta fu fulminea e senza esitazioni, mandai a quel paese presidente ed associazione e ritornai alla mia squadra di origine dei Vigili del Fuoco nonostante la squadra romana mi avesse promesso di accogliermi in una sorta di College per studenti sportivi! Paradossalmente il patron che opera nel mondo dello sport ed ha un così importante rilievo, non sa neppure dove stanno di casa i valori sportivi. Per ogni atleta, compreso credo i calciatori, indossare la maglia della Nazionale è un Onore ed un Dovere! Ad ogni buon conto non posso non fare a meno di notare il cd. doppiopesismo di cui è affetto il patron: quando si tratta di avere soldi è diligentissimo quando, invece, si tratta di pagare lo stadio al Comune, non ha la stessa diligenza! Più che un imprenditore un furbo.

Da Repubblica Napoli di oggi 25.10.2013

De Laurentiis ritiene inaccettabile che un giocatore vada a giocare con la sua nazionale gratis. Vorrebbe 1.000.000 di euro per ogni partita. Strano che tutto questo rigore non l’abbia con il pagamento dei canoni di concessione del San Paolo!
Oggi su repubblica Napoli: De Laurentiis, scacco al potere ultimatum per Blatter e Platini
PASQUALE TINA
UNA vocazione europea confermata pure dall’ultimo ranking Uefa (azzurri al tredicesimo posto assieme al Milan, la Juve è 21esima). Al patron, però, questo sistema così com’è non piace tanto che indossa nuovamente la divisa del rottamatore. Nel mirino Platini e Blatter. «Non mi accontento di guadagnare 40 milioni dalla Champions — ha spiegato a l’Equipe — ne voglio 150 o 200». La ricetta è pronta: «Ho in mente un’unica coppa, alla quale parteciperebbero le migliori cinque squadre di ogni campionato. Una competizione del genere genererebbe introiti di 5 miliardi». I dettagli: «Una settimana giocheremmo i tornei nazionali da 16 squadre e non più da 20, l’altra quello continentale. I presidenti americani dei club inglesi e i tedeschi sono d’accordo con me, con le altre è difficile parlare, soprattutto Real e Barcellona che si basano sull’azionariato popolare. Mi auguro che tra due o tre anni ci siano novità». L’appello è per Michel Platini: «Deve sedersi al tavolo e trattare con noi. Possiamo pure fargli un contratto ventennale, ma deve portare più introiti sfruttando il marketing e vendendo le partite su internet. Non possiamo basarci solo sulle tv, da queste bisognerebbe avere un utilizzo solo meccanico per poi versare loro una percentuale degli introiti generati dalla vendita dei match ai telespettatori, meccanismo che si utilizza per le sale cinematografiche. Se la Uefa non ci ascolta, saremmo costretti a creare una lega parallela ».
La scissione, dunque, è la minaccia che può essere evitata solo se parte una trattativa. De Laurentiis ne vuole anche un’altra: «Bisogna rivedere i rapporti con le federazioni. Se il Psg paga Cavani 64 milioni, il Matador non può giocare gratis con l’Uruguay. Le nazionali devono versare un indennizzo di 1 milione a ogni convocazione. Blatter e Platini non possono fare i furbi alle nostre spalle».
De Laurentiis non dimentica neanche i problemi di casa sua, ovvero lo stadio. È in agenda un incontro con de Magistris per accelerare il tavolo tecnico. «Voglio il San Paolo», ha sempre detto. Lo stadio di proprietà, del resto, è la pietra miliare del suo kolossal. E oggi pranzo tra la first lady Jacqueline e le mogli dei giocatori: per fare gruppo.

Concessione dello stadio San Paolo parte l’esposto alla Corte dei conti
STADIO San Paolo, presentato un esposto alla Corte dei conti contro il Comune. A rivolgersi alla magistratura contabile sono i consiglieri di Ricostruzione democratica Simona Molisso, Gennaro Esposito e Carlo Iannello. Il danno erariale ipotizzato si riferisce al fatto che la società sportiva calcio Napoli dal 2006 non paga il canone di concessione dell’impianto di Fuorigrotta. «Il motivo del mancato pagamento – affermano i tre – risalirebbe a una vantata compensazione di presunti lavori eseguiti dal concessionario per 1.787.514 euro a fronte di un maggior credito del Comune di 3.806.235 euro». Se così fosse, secondo i consiglieri, Palazzo San Giacomo potrebbe non aver rispettato l’ordine cronologico del pagamento dei creditori, favorendo la società sportiva e contravvenuto alla normativa che prevede una gara per l’assegnazione dei lavori di un bene pubblico. Il San Paolo è stato argomento della riunione della commissione sport alla quale hanno preso parte federazioni e associazioni sportive, che utilizzano lo stadio con un «movimento di circa 4 mila persone al giorno», preoccupate di un’eventuale cessione a De Laurentiis. Dal mondo degli “altri sport” parte un appello al Comune affinché faccia rispettare le regole: «Noi paghiamo il canone di concessione, il Napoli faccia lo stesso». Denunciata la situazione di degrado dello stadio: «La pista d’atletica è indecente».
(antonio di costanzo)

I referendum del PD un caso clinico

PD campanoDi seguito i quesiti del referendum proposto dal PD Napoletano contro l’amministrazione De Magistris, con un piccolo mio commento sintetico e qualche mia considerazione in calce:

1) Sei favorevole a lasciare inalterato il volto storico di via Caracciolo (da Mergellina e Piazza Vittoria) ed a bloccare ogni ipotesi di intervento di trasformazione (come ad esempio l’apertura della villa comunale sul mare) teso a mutare l’assetto storico della zona di via Caracciolo e della villa comunale? (Sull’area c’è più di un vincolo che referendum vuoi fare basta chiedere il rispetto della legge!)

2) Sei favorevole a destinare le risorse finanziarie che si vorrebbero impegnare nel progetto di trasformazione del volto storico di via Caracciolo verso destinazioni alternative in quartieri periferici? (mette contro i cittadini di via Caracciolo con il resto dei napoletani e poi quali quartieri periferici e quante risorse?)

3) Sei favorevole ad ipotesi di vendita o concessione in uso almeno ultrasessantennale dello Stadio San Paolo di Napoli dal Comune alla S.S.C. NAPOLI, liberando il Comune dagli oneri finanziari di gestione e garantendo altresì un immediato introito finanziario per le casse pubbliche da destinare alla manutenzione di altre strutture sportive comunali esistenti che versano in stato di degrado ed abbandono? (lo stadio fa parte del patrimonio indisponibile e non può essere venduto di questo passo farei anche un referendum sulla vendita di castel dell’ovo. Per capire come stanno le cose consiglio di leggere Il destino dello stadio san paolo clikka

4) Sei favorevole alla messa in liquidazione della società “Bagnoli futura Spa” che ponga fine allo sperpero di denaro pubblico e che determini lo sblocco di uno stallo progettuale che condanna da troppo tempo all’immobilismo lo sviluppo dell’intera area di Bagnoli? (RD in consiglio è stata l’unica forza che ha proposto lo scioglimento il PD ha, invece, votato ha già votato per ricapitalizzarla: lo scioglimento di bagnoli futura clikka)

5) Condividete la delibera di indirizzo approvata nella seduta del Consiglio Comunale del 10 settembre 2013 in materia di patrimonio immobiliare, in particolare per la parte riguardante la decisione di aderire alla possibilità di attuare la legge regionale che prevede la facoltà per i comuni di regolarizzare gli occupanti di alloggi di edilizia residenziale pubblica, privi di regolare titolo? (il pd in consiglio prima decide in un modo e poi fa il referendum. Sul punto leggi: il diritto alla casa e principio di legalità clikkasulla sanatoria parla bassolino clikka )

6) Condividete il programma di governo dell’amministrazione in carica, cosi come illustrato e discusso nella seduta del consiglio comunale del 16 giugno 2011 e contenuto nella delibera numero 13 di quella seduta? (questo non lo capisco io che sono consigliere figuriamoci i cittadini e se deve essere un giudizio sull’amministrazione occorrono le elezioni).

Tra il serio ed il faceto io proporrei un referendum interno al PD con questi quesiti:

1) volete voi elettori del PD che non si parli più di bassolino, cozzolino, oddati, gabriele e tutti quelli che risultano aver utilizzato risorse pubbliche per fini non istituzionali vedi i fondi economali regionali?

2) volete voi elettori del PD un partito che sia in grado di formare una classe dirigente degna di questo nome evitando primarie tarocche?

3) volete voi elettori del PD l’azzeramento di tutti i vertici del pd campano con immediato avvicendamento nei posti chiave con gli esponenti dei GIOVANI DEMOCRATICI?

4) volete voi elettori del PD entrare in massa nel partito e rivoltarlo come un calzino? Cosa aspettate? 🙂

5) volete voi elettori del PD imporre ai vostri rappresentanti di fare una bella legge elettorale proporzionale dimettendosi un minuto dopo l’approvazione?

Napoli si è capito deve ripartire da un profondo rinnovamento della classe dirigente dei partiti mettendo al centro onestà, integrità morale, merito e competenza senza cadere nel pervicace errore delle spartizioni (vedi il posto di lavoro e la politica clikka).

Da Repubblica Napoli di oggi 28 settembre 2013

«Il Pd è in campo – spiega Cimmino  – per costruire ancora di più un’idea di politica sana chiamando  a partecipare i cittadini».
  I primi cinque quesiti riguardano  via Caracciolo, lo stadio, le periferie, e la sanatoria regionale  sulle occupazioni abusive di alloggi di edilizia popolare. L’ultimo  è di carattere più politico e suscita qualche dubbio di legittimità:  chiede ai cittadini di esprimersi sull’operato complessivo  del sindaco Luigi de Magistris e della sua amministrazione.  Dal referendum sparisce  l’argomento Ztl sostituito da due più generici quesiti sul futuro di via Caracciolo, partendo  da un’idea, ancora non tramutata  in progetto, illustrata in agosto dal sindaco. «Da oggi aggiunge Ruggiero – inizia una straordinaria campagna referendaria  che consentirà a tutti di dire la propria idea e di contribuire  per far uscire Napoli da una situazione estremamente difficile. Mi auguro che non ci siano ostacoli e che si lavori per facilitare quest’esperienza inedita ». L’iter burocratico prevede che il comitato dei garanti abbia trenta giorni per esprimersi, cui seguono cinque giorni per notificare  la decisione ai promotori. Solo dopo questi passaggi può partire la raccolta di circa 40 mila  firme (il 5 per cento degli elettori)  che deve terminare entro il 31 dicembre. Martedì si terrà una riunione del comitato dei garanti con all’ordine del giorno l’esame e l’approvazione dei quesiti, annuncia il presidente del consiglio comunale Raimondo  Pasquino al quale il comitato  promotore consegna un pacchetto di proposte per agevolare  l’iter. Due le richieste principali: consentire un termine  di 90 giorni per la raccolta delle  firme a partire dal giorno di stampa delle schede e fissare a 20 mila il numero di firme da raggiungere come prevede la norma dello statuto comunale e non a 40 mila come dice il regolamento.  «Non è un referendum contro il sindaco – spiega de Gregorio  che sarà il rappresentante del comitato promotore – non è un referendum del Pd. È un referendum  per la città e per discutere  con i cittadini su grandi temi e sul nostro futuro per indirizzare  a scegliere chi ci amministra. Chiediamo a tutti di partecipare al di là dei colori politici di appartenenza  ».
  Quasi contemporaneamente in via Verdi va in scena la conferenza  stampa convocata dal gruppo di Ricostruzione democratica  dopo le polemiche delle scorse settimane: Simona Mo-lisso,  Carlo Iannello e GennaroEsposito vogliono spiegare i motivi della decisione di astenersi  dal voto sulla manovra di bilancio, cosa che è stata letta come un nuovo avvicinamento alla maggioranza che sostiene Luigi de Magistris. Una sorta di soccorso “arancione”. «Non è così – spiegano da Ricostruzione democratica – siamo per una posizione terzista. Un’opposizione  costruttiva e rigorosa che ha l’obiettivo di inserire nel consiglio  comunale elementi del programma  elettorale del 2011, completamente disatteso dal sindaco. Il progetto politico di de Magistris è fallito, ma noi non siamo fondamentalisti e lottiamo  per ottenere quanti più attinell’interesse pubblico e della città. Astenendoci sul bilancio abbiamo ottenuto che le piazze non siano date più gratis ma che si paghi la Cosap, una mozione per rivedere le tariffe per la concessione  degli impianti sportivi e la promessa dell’addio dell’assessore  Pina Tommasielli». Accuse  pesanti anche nei confronti del Pd che secondo Iannello è tra le cause dei principali errori commessi dal sindaco: «Non ha compreso la voglia di cambiamento  della città. Anche il Pd è fermo al 2011». Presto Ricostruzione  democratica otterrà una sede in via Verdi o a Palazzo San Giacomo.

L’amministrazione della città è una questione di STAFF!!

tecceAllego i decreti sindacali delle nomine di 18 staffisti distribuiti nei vari uffici di competenza politica del Comune. Tutte persone alla quali auguro di ben operare nell’interesse della città. Qualcuno mi pare di conoscerlo e di capire anche perché è stato nominato, non so cosa andrà a fare ma devo dire che la perseveranza in politica premia sempre, basta dire sempre signorsì e galoppare ovvero anche fare finta di galoppare… Sono tutte nomine del 16 agosto! E’ stato fatto tutto un cesto con i 28 nuovi dirigenti. Soldi spesi bene lo spero … anche se io per mia formazione culturale avrei cercato in tutti i modi possibili di ricercare all’interno dei 20.000 dipendenti del comune e delle partecipate le professionalità che servono. Sono indignato questa amministrazione doveva essere tutt’altro ed invece ci siamo ritrovati nelle stesse medesime logiche. Penso che il gruppo di Ricostruzione Democratica fece bene a non votare la delibera che certificava il rientro nel patto di stabilità interno (clikka). Che queste nomine siano state una spartizione di potere e di consenso me lo fa pensare il fatto che raffaele tecce (ex parlamentare e neo commissario della commissione edilizia in quota fed) ha fortemente stigmatizzato l’assessore fucito per non aver concordato le nomine nel partito (repubblica napoli clikka). Inizio a pensare che l’amministrazione della città sia una questione di STAFF! Io non ce lo fatta ma dai decreti è possibile capire anche quanto il comune andrà a spendere in più. Lascio a voi il calcolo…

Staff Bilancio ds_160813_0450

Staff Calabrese ds_160813_0454

Staff Clemente ds_160813_0453

Staff Cultura ds_160813_0446

Staff Fucito ds_160813_0448

Staff Gaeta ds_160813_0449

Staff Moxedano ds_160813_0447

Staff Panini – ds_160813_0445

Staff Piscopo ds_160813_0455

Staff Sindaco ds_160813_0451

Staff Vicesindaco ds_160813_0452

ecco i nomi dei nostri nuovi dipendenti:

1) Giovanbattista de Laurentiis;

2) Alberto Forte;

3)Giuseppina Simona Ascione;

4) Alberto Corona;

5) Rosamaria Ramella;

6) Giovanni Morelli;

7) Salvatore Iliano;

8) Pasquale Vastano;

9) Nicola Pascale;

10) Pasquale di Pace;

11) Federico Manna;

12) Alessandro Sgobbo;

13) Valeria Giuliano;

14) Mariarosaria Masciulli;

15) Anna Scuotto;

16) Raffaele Carotenuto;

17) Sergio Barca;

18) Agostino Riitano;

Inevitabilmente la politica si occupa di noi. I prodromi del bilancio comunale 2013/2014

comuneDi seguito allego tutte le delibere che sono all’ordine del giorno del Consiglio Comunale del 6 settembre 2013 (clikka). Sarà un consiglio fiume con delibere prodromiche al bilancio preventivo 2013/2014 si tratta di IMU, TARES, tariffe d’uso dei servizi individuali, addizionale IRPEF etc etc. In sostanza il Comune metterà le mani nelle vostre tasche e qualora doveste pensare che nelle tasche ormai non c’è rimasto niente comunque commettereste un errore, perché il tutto influirà sui servizi comunali che, ovviamente, peseranno di più proprio su chi non possiede niente! Non aggiungo altro per non sottrarvi le forze alla lettura delle delibere, che gioco forza si occuperanno dei cittadini napoletani e, quindi, anche della stragrande maggioranza delle persone che leggono questo blog. Resto, come sempre, in attesa di avere un vostro parere, forse questa volta è veramente chiedere troppo, ma come qualcuno ha già detto, se voi non vi occupate della politica, comunque la politica si occupa di voi. Buona lettura.

COSAP modifiche clikka

imposta soggiorno clikka

imposta soggiorno1 clikka

IMU clikka

IMU1 clikka

IRPEF aliquota clikka

prezzi cessioni aree commerciali clikka

regolamento spese di notifica clikka

TARES1 clikka 

TARES2 clikka

TARES3 clikka

TARES4 tariffe clikka

TARES5 piano economico finanziario clikka

tariffe1 per l’uso dei servizi individuali clikka 

tariffe2 per l’uso dei servizi individuali clikka 

Dopo i sigilli ritornano le domande sull’Ippodromo di Agnano

ippodromoLeggo oggi (01.09.2013) sul corriere del mezzogiorno del sequestro operato dalla polizia municipale dell’ippodromo nel corso del quale ci sono stati fantini che scappavano da tutte le parti all’arrivo dei caschi bianchi. Non mi piace il “te l’avevo detto” ma sul punto ho già scritto ed interloquito con l’assessora tommasielli “perdonata” dal sindaco (vedi Ippodromo di Agnano chi paga? clikka). Questo è un ulteriore fatto che secondo noi di Ricostruzione Democratica contribuisce a chiarire i veri motivi per i quali chiedemmo le dimissioni della assessora e per i quali provvederemo, a questo punto, a formulare una apposita mozione di sfiducia in Consiglio Comunale. A questo punto spero che il sindaco non eserciti ulteriormente il suo potere di “perdono” atteso che anche questo ulteriore fatto di malagestione è imputabile alla assessora tommasielli, che io stesso nella mia qualità di presidente della commissione sport ed impiantistica sportiva convocai insieme alla curatela del fallimento Ippodromo di Agnano S.p.a, agli assessori Panini (per le attività produttive) e Fucito (per il patrimonio), per capire come meglio collocare la struttura dell’ippodromo e come risolvere il problema di 235 cavalli a pensione (completa a carico del comune) nell’ippodromo stesso dei quali nulla si sapeva. Ebbene, anche in questo caso l’assessora tommasielli ebbe a dichiarare che il problema dei 235 cavalli “non paganti” dell’ippodromo erano un “non problema” visto che aveva una non meglio specificata dichiarazione di responsabilità sottoscritta da non meglio specificate associazioni equine (dichiarazione di responsabilità clikka). L’assessora tommasielli ancora una volta dovrebbe spiegare di chi sono e soprattutto, cosa ci facevano 235 cavalli nell’ippodromo chiuso, oggi che la polizia municipale ha, da quello che apprendo dal giornale, accertato che nella struttura si allenavano cavalli, a questo punto, per corse che non sono in programma e che se me ne vado per una idea potrebbero avere a che fare con il mondo delle corse clandestine. E’ chiaro che tale gravissima circostanza deve essere chiarita dalla magistratura, ma stante le mie precise domande alla assessora tommasielli in sede di commissione e stante le dichiarazioni registrate dalla curatela stessa, sempre in sede di commissione, è evidente che non è possibile  consentire una ulteriore prosecuzione del suo mandato amministrativo affinché non si getti sull’amministrazione cittadina nessun ombra! Spero che il sindaco sia informato di ciò che è accaduto in un importante settore quale è quello dello sport e dell’impiantistica sportiva e comprenda fino in fondo che un’assessora non può né “brigare” affinché non si tenga una commissione di controllo (come fece per proprio per la commissione sull’ippodromo) né tantomeno evitare di dare risposte in un settore, quale quello delle corse di cavalli, nel quale l’inquinamento da parte della criminalità è sempre un allarme sociale. Spieghi l’assessora, per fugare ogni dubbio, di chi sono, a chi servivano e cosa ci facevano 235 cavalli in una struttura chiusa! Spieghi, inoltre, perché il Comune si dovrebbe accollare la rimozione di letame prodotto da cavalli che sono in proprietà di altri!

vedi anche:

ippodromo di agnano pagheranno i cavalli (clikka)

ippodromo di agnano chi paga? (clikka)

ippodromo di agnano chi sussurra ai 235 cavalli (clikka)

il comune che sussurrava ai cavalli (clikka)

Dal Corriere del mezzogiorno di oggi 01.09.2013

Sigilli all’ippodromo, è «guerra» tra fantini e polizia municipale

Trotto sulle piste chiuse, blitz dei vigili

NAPOLI — Lo stato di abbandono e incuria dell’ippodromo di Agnano è evidente. L’Asl è intervenuta nei giorni scorsi vietando la pista ai fantini ma ieri mattina questi hanno divelto le barriere e allenato i puledri. Quindi è arrivata la Municipale che ha sequestrato le piste.

Il Comune ha appena affidato la gestione provvisoria dell’impianto ad un gruppo di imprenditori napoletani e non, esperti del settore, che vuol puntare innanzitutto al Lotteria di ottobre e ha annunciato importanti risistemazioni, tenendo in serbo nuovi progetti semmai dovessero ottenere, tra un anno, la gestione definitiva. Intanto è guerra fra fantini, Asl e Municipale. Sequestrate, dai vigili, sia la pista interna che quella esterna; i fantini all’arrivo degli agenti sono scappati via. Il divieto sarebbe stato adottato per garantire l’incolumità dei fantini e dei cavalli stessi. Nelle foto di Pierpaolo Petino — il video su http://www.corrieredelmezzogiorno.it — ecco come versa la struttura che il 28 settembre dovrebbe riprendere ad operare a pieno ritmo con le gare e l’affidamento alla nuova società. Ieri mattina due camion dell’Asia hanno portato via quintali di “immondizie”, le immagini si riferiscono invece a quanto è restato nell’ippodromo dopo l’intervento: mucchi di letame a marcire su cui banchettano i piccioni, ingombranti di ogni genere, persino una betoniera arrugginita.

C’è chi non smette di sperare che le cose cambino. «Una squadra di pazzi che ama l’ippica e l’ippodromo d’Agnano», così Pierluigi D’Angelo definisce la cordata di imprenditori napoletani, la Ippodromi Partenopei s.r.l., da lui presieduta, che ha ottenuto l’affidamento della gestione provvisoria, un anno, dell’ippodromo. Senza corse ed e in crisi dall’anno scorso, l’impianto ha dovuto alla fine anche rinunciare, per la prima volta dal 1951, al Gran Lotteria di maggio, 170 i dipendenti finiti in mezzo alla strada. Oltre a D’Angelo, driver professionista, proprietario dell’ippodromo di Cosma e Damiano e dell’allevamento Garigliano, la società comprende Aldo Migliaccio, ex campione mondiale di vela, esperto di sistemi di controllo delle scommesse; Antonio Somma, proprietario di trottatori, è broker assicurativo internazionale; Massimo Torchia, concessionario di auto e di imbarcazioni di lusso, amante del galoppo; Michele Giugliano, titolare del ristorante Mimì alla Ferrovia ed Enzo Giordano, proprietario del celebre Varenne.

«Questo è un atto d’amore per la nostra martoriata città – spiega D’Angelo – per l’ippica e nei riguardi dei tantissimi lavoratori che hanno perso il lavoro, per far sì che l’ippodromo riapra e ritorni funzionante. Per un anno la spesa non sarà esigua, oltre al fitto di 21mila euro annuo che paghiamo al Comune faremo rientrare 60 dipendenti part time, spenderemo almeno 1 milione e mezzo di euro».

Forum delle culture: la rinuncia di de magistris jr

forumIn calce il comunicato di Claudio De Magistris sulla sua rinuncia ad assumere qualsivoglia ruolo nel Forum delle Culture. I commenti di quelli che hanno accolto questa decisione di malavoglia criticando coloro che, invece, come me, l’auspicavano credo siano forieri di censure per molte ragioni che sono insiti in uno dei mali che affligge la nostra società e su cui vale la pena ancora una volta riflettere per tenere alta la guardia. Effettivamente la “fratellanza” non dovrebbe essere di impedimento ad assumere un ruolo quando uno è capace, competente ed onesto, ma siamo a Napoli ed in Italia, dove il nepotismo, il “fratellismo” ed il “cuginismo”, hanno fatto danni enormi deprimendo non solo l’economia ma anche le aspettative di coloro che, seppure capaci e competenti, hanno dovuto riparare all’estero per trovare lavoro! Ci lamentiamo poi della cd. fuga dei cervelli ma cosa fanno gli amministratori per impedirla mi chiedo!! Questi discorsi non li comprendo de magistris doveva essere l’alternativa e l’alternativa si misura anche su queste cose che, al limite, possono essere ingiuste nel caso particolare ma assolutamente dovute sul piano generale e dell’esempio! Apprendo, quindi, con soddisfazione questa decisione di demagistris jr e spero che il fratello del sindaco non ricopra più alcun ruolo nell’amministrazione né a titolo gratuito né tantomeno retribuito, per le ragioni spiegate! Di persone competenti, capaci ed oneste che hanno partecipato alla campagna elettorale ce ne sono e, se questo è il criterio, non vedo perché debba prevalere la posizione del fratello del sindaco e non quella di tanti altri! Napoli e l’Italia soffre di baronie a tutti i livelli dall’università agli ospedali passando per P.A., società partecipate e professioni, dove i cognomi sono sempre gli stessi e le competenze sono assolutamente in secondo piano!! Non accetto nel modo più assoluto l’eccezione! Per le nomine il sindaco di Napoli farebbe bene, una volta per tutte, a dare una spinta affinché si adotti un regolamento (una proposta su cui lavorare c’è già clikka) che preveda una maggiore trasparenza come è negli altri comuni italiani come Milano, Cagliari etc etc. Napoli non deve essere da meno! per questo io mi sono battuto in campagna elettorale non per altro! Capisco che questo mio ragionamento può essere fastidioso per qualcuno, ma questa è la prospettiva di uno che si chiama gennaro esposito la condizione della stragrande maggioranza del popolo italiano che non ha i cd. santi in paradiso, in Comune, Regione o in ogni altra amministrazione, ma che sente sulla pelle il sopruso ogni volta che si predilige il cognome al merito! In queste cose conta l’esempio!

Dalla pagina FB di Claudio De Magistris:

“Ho assistito da fuori Napoli al dibattito che si è aperto in merito ad un mio possibile coinvolgimento nel Forum Universale delle Culture 2013, con contratto remunerato in qualità di responsabile organizzativo. Al mio rientro mi sono concesso un giorno di riflessione e adesso vorrei chiarire alcune cose in relazione a quella che è stata semplicemente un’ipotesi, non avendo mai visto o ricevuto alcuna reale proposta. Anticipo che non ho alcuna intenzione di accettare incarichi, retribuiti o meno, per il Forum.

La motivazione non è figlia dell’accusa di favoritismo familiare, che pure e’ circolata in questi giorni, e che contesto fortemente. Il mio cognome è per me motivo di orgoglio, ma certo non fonte di guadagno. Il mio percorso – lavoro da oltre vent’anni- l’ho fatto sempre seguendo ideali e passioni e quello che ho costruito, ad oggi, è per me motivo di soddisfazione e forza. E per questo non devo ringraziare nessuno. Cerco di permettermi il lusso della coerenza e della dignità prima di tutto. La mia famiglia non è e non sarà quella in cui troverete assunzioni a vita clientelari, consulenze d’oro, ingiustificate prebende o altro. Siamo persone semplici e perbene: queste cose noi le combattiamo. Cercate pure altrove.

Non è neanche, la mia, una reazione causata dalla gazzarra a cui hanno partecipato in tanti portando, in alcuni casi con cattiveria e grandissima ipocrisia, non il loro pensiero, bensì il loro pregiudizio. Una gazzarra che è altra cosa dal dibattito sincero e onesto, che pur comprendo, sull’opportunità politica del mio ruolo nel Forum.

Non è neanche dovuta alla volontà di evitare che Luigi, che ha sempre espresso contrarietà verso forme di contrattualizzazione da parte del Comune, fosse linciato dal “primo” di passaggio, magari per strumentalizzazione politica.

La motivazioni che mi porta ad escludere un contratto è che, assistendo al dibattito di questi giorni, ho capito che un mio coinvolgimento nell’organigramma sarebbe diventato capro espiatorio di qualsiasi episodio legato all’evento e motivo di acuirsi delle dannose diatribe politiche che logorano e annoiano la città da anni. Sarebbe veramente difficile lavorare con serenità in questo contesto e rischierei, quindi, di danneggiare chi con passione si sta dedicando a mettere in piedi struttura e programma del Forum.

Un Forum che ha avuto una storia molta sofferta, la stessa storia che avrebbe dovuto spingere ad un dignitoso silenzio quanti, invece, in questi stessi giorni, hanno scelto ipocritamente di pontificare.

Riassumendo in breve alcuni aspetti significativi. Prima una fondazione, legata alla precedente amministrazione, che partiva avendo speso già tanto e con più di un milione di euro di debiti a discapito di enti, associazioni e professori di scuola; poi l’accordo che ha visto l’Ente regionale avere più peso nella fondazione; poi la riduzione drastica dei fondi: 250 milioni di euro, poi 150, poi 56, poi 25 e poi 16. Per la precisione 11 milioni per la città: 5 infatti sono trattenuti dalla Regione per eventi da gestire fuori città con le proprie società inhouse, a corollario di tanti soldi impegnati, sempre dalla Regione, nel cosiddetto “Verso il forum delle culture”: Festival ed altre iniziative sostenute con fondi europei. Non tralasciando, infine, melina e pasticci amministrativi che hanno fatto si che la delibera ‘madre’ fosse approvata dalla Regione in luglio, cioè mesi dopo dalla data originariamente prevista per l’inaugurazione (primavera 2013), ovviamente poi rinviata a causa di tale ritardo.

Nonostante questa storia sofferta, il Forum è comunque una opportunità per Napoli e la Campania. Anche da semplice cittadino, infatti, sono fiducioso che tutti i soggetti interessati possano continuare a lavorare in sinergia istituzionale per la migliore riuscita dell’evento.

Per quanti continuano, invece, ad interrogarsi su cosa abbia intenzione di fare, tengo a precisare che, valutando proposte e idee che mi sono giunte in questi mesi, non verrà meno la mia partecipazione attiva al progetto politico di cambiamento, a cui fin dall’inizio ho contribuito“.

Sul forum vedi pure:

forum delle culture 2013 (clikka)

Il forum delle beffe (clikka)

L’Italia ha bisogno di giornali responsabili

tommasielliE’ da tempo che rifletto sulla inadeguatezza della qualità dei giornali! Sul caso tommasielli (su cui ieri ho scritto il post l’assessora irresponsabile clikka) ciò emerge in modo emblematico. Dopo la conferenza stampa, infatti, oggi (31.07.2013) nessun articolo nessun giornalista che abbia fatto una analisi della bontà delle cose che l’assessora ha dichiarato di aver fatto come amministratore locale! Nessuno si è preso la briga di verificare se veramente l’assessora si è profusa per riequilibrare i rapporti  tra Comune e Calcio Napoli, nessun giornalista che si sia preso la briga di verificare quale è stata la produzione politico/amministrativa dell’assessora, nessun giornalista che si sia chiesto quali sarebbero questi poteri forti che l’hanno ostacolata (nomi e cognomi), nessun giornalista che abbia avuto lo scrupolo di chiedere come è andata a finire la questione, importante per la città, dell’affidamento degli impianti 219, nessun giornalista che abbia avuto l’idea di capire come sia stato organizzato il sea sport, nessun giornalista che si sia soffermato sulla questione ippodromo, chiedendo di chi sono e chi paga per i 235 cavalli ivi collocati in pensione, nessun giornalista che si è offeso per aver partecipato ad un “comizio stampa” più che ad una conferenza senza la possibilità di fare domande! Credo che possiamo dire che la responsabilità dei giornalisti è pari a quella dei politici e degli imprenditori nello sfascio della società e dello Stato cui stiamo da anni assistendo. I giornali dovrebbero contribuire alla formazione della morale e del senso civico di un paese ma è sempre più difficile trovare giornalisti in grado di entrare e comprendere realmente i fatti che accadono spiegandoli ai cittadini. La ricostruzione della democrazia in un paese passa attraverso un nuovo modo di fare giornalismo che non è quello dello scoop sensazionale ma è quello di iniziare a spiegare puntigliosamente a coloro che vogliono conoscere i fatti come essi realmente stanno con carte e documenti alla mano. Il caso tommasielli a livello locale è solo un caso emblematico di come si fa giornalismo in Italia. Si riportano tesi andando all’attacco della persona appigliandosi alle parole e non ai fatti e sempre più spesso i più bravi sono i freelance pagati con un mezzo piatto di lenticchie ed ai quali non è consentito invadere il campo dei “professionisti della parola scritta”. La cartina di tronasole sta nel fatto che mentre negli altri paesi basta una multa affinché l’opinione pubblica di “scandalizzi” provocando dimissioni a catena  di ministri e premier in Italia invece i potenti della politica si possono permettere anche di mettere su un giro di prostituzione anche minorile senza che si provochi un moto di popolo. Per salvare l’Italia non occorre un salvatore della patria ma che tutti facciano la loro parte!

L’Assessora irresponsabile

tommasielliOggi (30.07.2013) ho seguito la conferenza stampa della Assessora Tommasielli convocata dalla stessa per dare giustificazioni alla città sulla vicenda delle multe che l’ha colpita. Io mi sono già espresso sul caso con due post su questo blog (assessora convinca suo cognato a pagare le multe clikka – le dimissioni della assessora cosa farebbero gli inglesi clikka). Devo dire che sono dispiaciuto che questa vicenda si trascini ma credo che la terza città del paese debba avere di più! Comprendo lo stato della assessora sospesa, ma non ci possiamo permettere un passo indietro occorre che qualcuno in questa città dica senza mezzi termini come stanno veramente le cose. L’assessora dichiara di essere stata nel corso della sua azione rigorosa e trasparente di aver lottato contro i poteri forti e di pagare uno scotto per essersi posta in contrasto con De Laurentiis. Io posso dire di non essermene accorto! In più occasioni ho dovuto registrare un senso di solitudine quando ho richiamato l’attenzione sui temi di cui l’assessora oggi si dichiara paladina, fino a quando noi di Ricostruzione Democratica siamo stati costretti a chiederne le dimissioni, ben prima dei gravi fatti su cui si indaga. Fin dall’inizio di questa avventura ho sempre ritenuto che occorre opporre ad una politica irresponsabile, politici responsabili, cosa che è mancata in molte occasioni proprio alla assessora in settori (lo sport, impianti sportivi e pari opportunità) che io ritengo assolutamente centrali. Mi è difatti dispiaciuto constatare che l’azione amministrativa dell’assessora quando è stata sollecitata a mettere mano proprio al San Paolo per ripristinare regole minime di legalità abbia risposto di non avere alcuna responsabilità amministrativa ma solo politica (resoconto stenotipico del 12.04.2013 clikka). Una sorta di irresponsabilità amministrativa. Per noi di Ricostruzione Democratica non esiste responsabilità politica senza responsabilità amministrativa! Dovrebbero spiegarci, altrimenti, a cosa serve il politico se non ad amministrare! Le battaglie di cui l’assessora oggi si fa paladina, invece, hanno visto me stesso ed il gruppo di Ricostruzione Democratica assolutamente isolati ma, in ogni caso, in grado di far passare messaggi importanti per la città sollecitando i cittadini a prendere coscienza che il calcio napoli non è solo tifo ma anche un costo ingiustificato per la collettività nella misura in cui noi sopportiamo i costi ed il privato ne gode i benefici. Ciò è ampiamente documentato da interventi ed atti prodotti che hanno visto, invece, l’assessora assolutamente contraria ad ogni approfondimento, come quando nella commissione sull’Ippodromo, della quale si è fatta paladina, chiese (fatto singolare per una assessora) la verifica del numero legale pur di sottrarsi alle domande. Sono, infatti, molti gli articoli e gli atti da me pubblicati sul calcio napoli clikkasull’ippodromo di agnano (clikka) ma anche sugli impianti sportivi natatori (clikka) a cui l’assessora si è guardata bene dal dare risposte oppure è andata nel segno opposto da quello dichiarato in campagna elettorale come nel caso degli impianti sportivi municipali clikka dei quali ha proposto sostanzialmente la privatizzazione.

Sono convinto che il Sindaco manco è a conoscenza di molte cose che con fiducia ha invece riposto nell’assessora ma che occorre si discutano a viso aperto.

Nell’amministrazione occorra, infatti, rigore, legalità e trasparenza che non vanno solo affermati ma praticati. L’ultima vicenda delle multe è solo il sintomo di ciò che abbiamo registrato, che pure ci lascia con delle domande che non sono state fatte al “comizio stampa”. L’assessora ha dichiarato anche in questo caso la sua irresponsabilità capisco la tesi della assessora ma occorrerebbero le risposte alle seguenti domande: 1) sono state cancellate le multe alla sorella ed al cognato della assessora? 2) se l’assessora si è solo informata della possibilità di avere un permesso “istituzionale” per il cognato “sindacomagistrato” come mai le multe sono state cancellate? 3) se l’interlocuzione è avvenuta con i suoi staffisti e quindi questi si sarebbero occupati diciamo maldestramente del caso perché non sono stati immediatamente allontanati?

Ad ogni buon conto posso dire che avendo parlato anche con la ex assessora donati e ricordandomi della discussione sul punto, ricordo che non erano previsti “permessi istituzionali” né per sindaci né per presidenti di municipalità né per assessori di municipalità né per consiglieri di municipalità o comunali e che la stessa donati viaggiava in autobus dalla stazione a palazzo san giacomo. La questione, quindi, credo sia molto più politico/amministrativa che non penale ed allora facciamo che la politica arrivi prima della magistratura almeno per una volta! A Napoli non occorrono “assessori irresponsabili.”

Il video della conferenza stampa

Ecco il testo:

Ringrazio tutti voi per essere venuti qui… perché avevo bisogno di parlare con tutti, con tutti voi, a viso aperto, guardandovi negli occhi, senza nascondimenti o giri di parole, nell’ottica di quella trasparenza che ha sempre contraddistinto il mio operato e che è stata anche una delle prerogative di questa giunta fino ad oggi.

Sono stati giorni duri, non ho alcuna remora a dirlo. L’avviso di garanzia mi è giunto come un fulmine a ciel sereno, mi ha catapultata in un incubo! Tutto era così paradossale: io – che avevo fatto da sempre della legalità e del rispetto della legge, non solo formale, una mia priorità prima di tutto personale, esistenziale e poi politica – mi sono trovata a rispondere alla Magistratura di presunti fatti illeciti. E mi facevano sorridere coloro che, magari in buona fede, per consolarmi, mi dicevano: “E cosa vuoi che sia, che sarà mai una multa, in questo paese dove il malaffare politico dilaga da sempre”.

No! Per me era ancora più grave perché è nelle piccole cose che si vede la moralità delle persone e so bene che c’è gente che ci campa due settimane con l’importo di una multa. E poi c’è la questione della ZTL per cui, anche nella mia qualità di assessore con delega alla salute, e soprattutto come medico, mi sono sempre strenuamente battuta. Ho sempre creduto in una città con un basso impatto ambientale e, soprattutto, ecosostenibile ed ho sempre creduto che imprescindibilmente a Napoli  vi dovessero essere zone a traffico limitato, sia pure con qualche correttivo rispetto alla impostazione iniziale. Ebbene, proprio in virtù della richiamata trasparenza, ho indetto questa conferenza stampa: per dichiarare alla città, alla mia città, la mia assoluta estraneità ai fatti contestati, essendomi limitata solo a chiedere se per i sindaci della provincia di Napoli (qual è appunto mio cognato) erano previste deroghe per il transito afferente motivi istituzionali.

Questa è la verità, la pura sacrosanta verità! Questi i fatti che hanno costituito il motivo occasionale dello scatenarsi della macchina del fango: settori e soggetti politici interessati – quelli compiacenti rispetto alle lobbies contro cui ho sempre lottato – hanno cavalcato cinicamente talune infondate indiscrezioni giornalistiche che, nell’immediatezza, avevano riferito di centinaia  di multe annullate a parenti ed amici, cercando di ingenerare, del tutto proditoriamente, nell’opinione pubblica l’infamante convincimento che io avessi in tal modo fatto favori a parenti e ad amici.

Respingo categoricamente questa aggressione, tendente a delegittimare il mio ruolo istituzionale. Ho rimesso formalmente le mie deleghe al sindaco, per essere libera di agire e capire le vere motivazioni che sono a monte di tali improvvide aggressioni.

Nel contempo, devo invece ringraziare la stampa maggiormente accreditata ed autorevole che – dopo una primissima fase in cui erano stati riportati spezzoni di notizie in senso esclusivamente accusatorio – ha compiuto, attraverso un’informazione più equilibrata e rispettando il principio della correttezza informativa, depurando i fatti dai toni scandalistici e giustizialisti e riportando il caso in modo trasparente, consentendo ai lettori di avere un quadro più aderente alla realtà: non già la solita storia del politico, del “potente”, che abusa delle sue prerogative.

Non ho mai abusato della mia posizione politica, del mio ruolo per ricavarne un vantaggio personale, ho consegnato al mio avvocato tutte le multe che io e mio marito abbiamo e dobbiamo pagare da quando ho avuto l’incarico ad assessore.

Sono, inoltre, assolutamente certa della assenza di responsabilità dei componenti del mio staff e segreteria,  sulla cui rettitudine ed onestà non ho dubbio alcuno, come ho ribadito a chiare lettere ai Magistrati. Proprio per il mio rigore, la mia specchiata moralità, mi sento profondamente offesa dalle accuse vigliacche di coloro che non conoscono la realtà dei fatti su cui sta indagando la Magistratura, alla cui valutazione mi rimetto completamente e nel cui operato ho completa fiducia.

Ma oltre all’aspetto giudiziario qui c’è un livello politico. Sono stata bersaglio di attacchi feroci ed indiscriminati da parte di coloro che fanno ancora parte della vecchia politica, di quella pregressa classe dirigente  apertamente schierata o infiltrata tra le nostre fila, che i napoletani, a furor di popolo,  chiesero nel giugno del 2011 a Luigi De Magistris di spazzare via con la Rivoluzione Arancione. Io mi sento ancora una militante Arancione di questa giunta, tra i pochi sopravvissuti, perché credo e continuo a credere che vi sia una nettissima ed invalicabile linea di demarcazione tra la necessaria mediazione politica ed il compromesso morale.

Lo so, sono un personaggio scomodo, perché ho detto di no al compromesso:

▪   no alla privatizzazione delle politiche sociali da parte di spregiudicati prenditori di soldi pubblici;

▪   no agli accordi sottobanco tra alcuni sindacati fatti sulla pelle dei  lavoratori;

▪   mi sono impegnata nella vicenda dell’Ippodromo di Agnano che, finalmente dopo anni ed anni, è stato liberato da una gestione affaristica che, nel tempo, aveva prodotto l’inesorabile agonia ed annichilito l’impianto, prostrando i 140 lavoratori e inaridendo un intero indotto;

▪   ho preteso gare pubbliche in tutti i settori di mia competenza, ivi comprese le piscine della ex 219, sempre nell’ottica del rispetto della legge e della trasparenza!

▪   ho proposto progetti finanziari per il recupero delle strutture di proprietà del Comune,

▪   Ma vi è di più. Ho preteso chiarezza nei rapporti tra il Comune di Napoli e la Società  Calcio Napoli. Beninteso, io sono una tifosa del Napoli e sono fiera che la nostra città abbia una squadra forte,  che si acquistino giocatori di fama per poter fare una squadra competitiva che porti Napoli nel mondo, ma, al tempo stesso, la Società rispetti gli impegni presi, paghi al Comune quanto dovuto! Sono d’accordo che un imprenditore agisca per profitto, ma bisogna, anche pe rmotivi etici, rispettare la città. Sapete con quel danaro quanti servizi potremmo offrire ai cittadini bisognosi? Sapete quanti campetti di periferia, utili a togliere i bambini della strada, avrei potuto riqualificare?

Mi indigna e mi spaventa anche che la nostra terra sia appestata da veleni mortali. Ho creato il primo Osservatorio comunale  delle malattie tumorali diviso per Municipalità, costituito solo da poco, sebbene i cittadini da anni ed anni ne chiedessero l’istituzione al Comune o alla Regione. E sapevo che, nel momento successivo a quello in cui avrei reso pubblici i dati di mortalità, sarei stata attaccata e me l’avrebbero fatta pagare. Eppure, con coraggio, ho ritenuto necessario scoperchiare questo vaso di Pandora e spiegare ai cittadini Napoletani chi e cosa attentasse alla loro salute. E non mi interessa più di tanto se tutto ciò ha potuto ingenerare antipatia e fastidi a qualcuno o a troppi. Mi interessa solo che sempre meno i miei concittadini possano ammalarsi  di tumore, specialmente quando non hanno neppure i soldi per curarsi.  Tutto il resto è secondario!

Anche questo ha turbato i poteri forti? Forse ho incrinato gli interessi dei dispensatori di cancro e di morte che hanno devastato il nostro territorio?

Diceva il nostro sindaco in campagna elettorale che se ci mettono ostacoli sul nostro cammino significa che stiamo andando nella direzione giusta. Ed io sono convinta di essere nella direzione giusta e dalla parte giusta: non dalla parte della putrida politica, dei prenditori di soldi pubblici, dei corruttori, di coloro che hanno depauperato, e vorrebbero ancora, mettere le mani sulla città. Sì, perchè in questi due anni la giunta comunale ha lavorato senza soldi, ed ora che si vede all’orizzonte l’arrivo di consistenti fondi per salvare la città, ecco che si sferra un attacco senza precedenti per delegittimare la compagine politica, che ha portato trasparenza nella gestione del comune. Gli attacchi sconsiderati che, in questi giorni, qualche cosiddetto politico sferra alla giunta, invocando finanche in modo inusuale l’intervento del governo, affinchè questa giunta decada, tutto ciò la dice lunga.

Il nostro territorio ha bisogno di risorse economiche e di energie umane, non di detrattori interessati agli affari.

Oggi vi parlo da cittadina: sono cittadina tra i cittadini! I cittadini semplici che, a differenza di certa stantia politica, mi hanno sommersa di migliaia e migliaia di email e di attestazioni di solidarietà e stima e che qui, sinceramente, ringrazio. Mi sento una di Loro e a Loro mi rivolgo col cuore.

“Cari Napoletani,  nella mia attività politica, nella mia vita quotidiana, come nella mia professione di medico di frontiera, vicino agli ultimi, proveniente da un territorio oggi teatro di faide di camorra e degrado, continuerò a lottare con voi e per voi, con la forza della rettitudine morale… sempre così, con schiena dritta, testa alta e, soprattutto, mani operose e pulite!!”

Stadio San Paolo: De Laurentiis il patron padrone

stadioOggi (17.07.2013) continua l’affondo del patron del Calcio Napoli di cui ho scritto ieri (stadio san paolo le pretese del patron clikka) e sinceramente come cittadino trovo sconcertanti le dichiarazioni del presidentissimo apparse oggi sulla stampa cittadina, che giustifico solo perché volte a stressare una trattativa per portare acqua al proprio mulino. E’ chiaro che il calcio è una cosa importante per la città ma le affermazioni del patron/padrone mi sembrano eccessive e sinceramente affermare che il Sindaco non avrebbe “peso politico” per trattare con il patron, mi sembra una tattica elementare di isolamento per poter “pesare” di più. De Laurentiis, ha dichiarato di voler trattare solo col Sindaco, ebbene il patron, dall’alto della sua esperienza, dovrebbe sapere che un Sindaco di una città di un milione di abitanti ha tante cose a cui pensare che, in una scala di valori, vengono prima del calcio, tra cui, per dire la prima che mi viene in mente, i 500 minori ricoverati presso le case famiglia che sono al collasso, le buche per strada, la refezione scolastica, il disastro della riviera di chiaia, la manutenzione delle scuole … etc etc… Se è così allora il patron si accontenti di parlare pure con l’assessore allo sport (inteso come istituzione) e non pretenda di rubare del tempo prezioso ad una persona che ha compiti, funzioni e responsabilità che non gli consentono neppure più di pensare alla propria famiglia. Non si tratta di peso politico ma di dare ordine alle priorità della città. Il patron dovrebbe capire, invece, che dietro al Sindaco di Napoli, ci sono il Consiglio Comunale, le Commissioni, i consigolieri, i Consigli di Municipalità ed i cittadini che, come più volte detto in campagna elettorale hanno il pieno diritto di partecipazione alle scelte dell’amministrazione ed alla condivisione del potere. Su questo punto noi di Ricostruzione Democratica siamo intransigenti. Ciò non significa che il Sindaco non ha potere anzi! La forza di queste parole, partecipazione, condivisione e bene comune, ha mobilitato centinaia di migliaia di napoletani è spero che il Sindaco faccia tesoro di questa esperienza. Lui non è solo in questa decisione e questo per me è forza non debolezza. La città non è costituita da tifosi ottusi, ma da persone che prima di essere tifosi sono cittadini, padri, madri e figli e l’interesse della città è certamente superiore all’arroganza di un ricco signore solo al timone di comando. Non credo che i Napoletani abbiano l’anello al naso e spero che i giornali contribuiscano a far sentire non solo la voce del Sindaco ma anche quella degli altri organi rappresentativi e facciano capire ai lettori qual’è il nocciolo della questione. Oggi con la crisi non si può guardare allo Stadio San Paolo senza capire che da questa struttura devono arrivare al Comune delle risorse per contribuire a soddisfare, ormai, i bisogni primari dei cittadini. E’ una grande responsabilità cui è chiamata l’informazione innanzitutto, che deve rappresentare ai lettori come stanno effettivamente le cose. Io stesso mi confronto spesso con tifosi innamorati del Napoli e quando spiego loro che le cose vanno viste nel loro complesso e che il Calcio Napoli alla città non ha mai dato nulla in termini di risorse poiché lo sfruttamento del San Paolo è un debito per la Comunità, ma una ricchezza per una sola persona, allora, vedo che si accendono le lampadine ed anche il tifoso più accanito diventa padre, madre, figlio o nonno e pensa che il bene comune deve essere sfruttato per l’interesse pubblico. Credo che tutti i Napoletani sappiano che a Napoli non ci serve un patron/padrone e se questi dovesse decidere di andare via dallo storico stadio cittadino, allora sarà una sua scelta che dimostrerà ovviamente che lui non vuole bene alla città a lui non interessa nulla dei 500 minori nelle case famiglia, delle buche per strada, dei trasporti al collasso, della manutenzione scolastica etc etc… La città, dovrebbe capire il patron, è una comunità dove ognuno deve fare la sua parte. De Laurentiis faccia la sua! Il Sindaco, se saprà giocare bene le sue carte, non sarà un uomo solo al comando!

Da Repubblica Napoli del 17.07.2013

Stadio San Paolo, affondo del presidente contro il primo cittadino, che replica: “Le regole valgono per tutti”

Lo schiaffo di De Laurentiis

“Porto il Napoli a Caserta, il sindaco non ha peso politico”

«AL sindaco de Magistris ho dato tempo fino al 31 luglio, se non vuole vendermi lo stadio San Paolo andrò a costruirlo a Caserta dove sono già pronti 60 ettari di terreno». L’ultimatum del presidente Aurelio de Laurentiis arriva da Dimaro in Trentino. Il patron lancia pesanti critiche al primo cittadino e afferma anche che «non ha peso politico ». De Magistris replica: «Probabilmente il presidente ha confuso il peso politico con quello fisico: voleva dire che il sindaco è dimagrito ». Poi l’ex pm lancia un invito: «Sono pronto a incontrarlo anche stasera. Io non vado a Los Angeles».

Napoli

“Basta, porto il Napoli a Caserta de Magistris non governa la città”

San Paolo, affondo di De Laurentiis: “Aspetto fino al 31 luglio”

MARCO AZZI

DAL NOSTRO INVIATO

DIMARO — La minaccia è sempre la stessa: l’esilio del calcio. «Io non ci voglio andare, ma potrei essere costretto. Caserta non è un territorio nemico». Aurelio De Laurentiis aveva già adombrato molte altre volte questa mossa clamorosa, l’addio del Napoli alla città: mai però aveva rafforzato il suo ultimatum con una data così ravvicinata e soprattutto con parole tanto dure. «Con l’assessore allo Sport non devo parlare: devo parlare soltanto con il sindaco, che è l’artefice del bene della città e deve decidere se vuole mantenere al San Paolo la casa del calcio e del Napoli. Gli ho dato tempo fino al 31 luglio, se lui dice che l’impianto di Fuorigrotta non può vendermelo, pazienza: andremo altrove ».

De Laurentiis vuole il San Paolo ed è convinto che gli spetti. «La nuova legge apre alla vendita a cifre simboliche degli stadi ai club di calcio che intendono ristrutturarli. I problemi di questo genere ce li hanno tutti in Italia, tranne la Juve che ha cominciato quest’avventura sette-otto anni fa, beneficiando di un progettocon un investimento a fondo perduto. De Magistris s’informi bene sulla situazione legislativa, che evidentemente non conosce: così si metterà finalmente l’anima in pace», tuona il presidente dal ritiro di Dimaro, dove sta seguendo i primi allenamenti della nuova squadra di Benitez. Ma in cima ai pensieri del numero uno azzurro c’è sempre la questione di Fuorigrotta. «Il nuovo impianto a Ponticelli è irrealizzabile e il mio obiettivo è restare a Napoli, però se mi costringono a emigrare dovrò farlo. I casertatemponi a differenza dei salernitani sono nostri grandi tifosi: ci stanno già aspettando a braccia aperte e non vedono l’ora…».

L’ultimatum a de Magistris sembra più di una provocazione, questa volta. «Gli ho dato fino al 31 luglio, se lui dice ancora che lo stadio non me lo può vendere, pazienza: andremo a giocare altrove. Si informi sulle leggi, se vuole: così si rasserena un po’. Il nostro sindaco è molto all’antica, pur essendo più giovane di me: non mi ha voluto fare togliere nemmeno la pista d’atletica. Mi sta anche simpatico e va rispettato, certo, però io sono proteso verso il futuro e sono stufo della burocratizzazione. Me lo devono dire pubblicamente che non mi danno il San Paolo, poi si prenderanno le lororesponsabilità. Io ho già 60 ettari di terreno a disposizione per costruire una città dello sport a Caserta, anche se logicamente mi dispiacerà andare via e non essere più sotto l’egida di Napoli. Ma tutta la nuova area verrà servita benissimo dal punto di vista dei trasporti, i napoletani si potranno inquietare solo all’inizio, poi avranno un tempio del calcio tutto loro. I soldi li metto io, all’amministrazione pubblica non chiedo niente».

L’ora X scatterà alla fine del mese. E De Laurentiis proverà fino alla fine a trovare un accordo. «Spero che il tempio dello sport me lo facciano fare al San Paolo, basta che si decidano. Ma de Magistris non ha il peso politico per governare la città al cento per cento: è questo il principale problema. E allora vorrei fare un confronto civilissimo e serenissimo con tutto il consiglio comunale, oltre che con il sindaco: per il bene della città, non per i miei interessi personali o per quelli politici. Noi del calcio siamo la seconda entità d’Italia, non mi pare che l’amministrazione cittadina abbia brillato altrettanto per management». Ormai è uno scontro frontale.

Le reazioni

Il primo cittadino, sorpreso dalle parole del presidente degli azzurri, non chiude al confronto con la società

Il sindaco disponibile alla trattativa “Ma rispetti le regole e porti i quattrini”

ANTONIO DI COSTANZO

«PROBABILMENTE il presidente De Laurentiis ha confuso il peso politico con quello fisico: voleva dire che il sindaco è dimagrito». Luigi de Magistris tenta di stemperare così la tensione dopo le bordate arrivate nella tarda serata di lunedì dal patron del Napoli in merito allo stadio e «allo scarso peso politico» dell’inquilino di Palazzo San Giacomo. «Non c’è alcun conflitto con De Laurentiis — dice il primo cittadino — siamo due persone vivaci. A che ora ha parlato? Non vi dico la conversazione dell’altra mattina alle 7,20. Per questo chiedo a che ora ha parlato, si vede che era tardi».

Al di là del tentativo di gettare acqua sul fuoco di una querelle che si trascina da due anni, le accuse di De Laurentiis piovute giù da Dimaro, ritiro azzurro in Trentino, sono durissime e lasciano il segno. La risposta di de Magistris arriva dopo una mattinata iniziata con le urla, continuata con pause di riflessioni e, forse, con una telefonata. Quello che si presenta davanti ai giornalisti, dopo aver conferito la cittadinanza onoraria al presidente del tribunale Carlo Alemi, è un primo cittadino apparentemente sereno anche se non rinuncia a rispondere per le rime al patron azzurro: «Sono pronto a incontrare De Laurentiis anche stasera. Io non vado a Los Angeles, sto qui, a lavorare per la città». Il primo cittadino ribadisce la vecchia promessa fatta in campagna elettorale: «Napoli avrà un nuovo stadio, sono pronto a sfidare chiunque». L’unico problema sono i «quattrini», parola che l’ex pm ripete più volte: «Il Napoli non giocherà mai fuori. Abbiamo avuto i complimenti della Ue per l’agibilità. Ora vediamo se chi ha i soldi li caccia. Dobbiamo seguire la strada fatta dagli altri. La cornice giuridica si trova, in altre parti si sono fatte concessioni di 99 anni che è come vendere. Qui servono i quattrini: bisogna vedere se ci sono gli imprenditori che cacciano i soldi. Con il presidente avevamo fatto un cronoprogramma: prima l’agibilità che non era una cosa scontata ed è stato un lavoro faticoso. Ora dobbiamo risolverela transazione. Di solito il Comune è sempre debitore, invece, per il San Paolo siamo creditori. Il presidente che ha un’avversione forte ad altri progetti ed ha manifestato il gradimento che si rifacesse l’impianto a Fuorigrotta. Ho ritenuto giusto che si desse la preferenza a questo desiderio, ora siamo nella fase dei quattrini. Chi cimette i soldi?».

Il sindaco sancisce che l’idea dello stadio a conchiglia, avanzata nei mesi scorsi dall’imprenditrice Marilù Faraone Mennella, è un capitolo chiuso, però spiega che per il nuovo San Paolo bisognerà seguire le norme: «Si farà una procedura di evidenza pubblica. Le regole vanno rispettate, il presidente si deve abituare. Io non ho cambiato idea e se nemmeno lui ha cambiato idea ci sediamo intorno a un tavolo, ci possiamo vedere anche oggi, e chiudiamo la transazione. Potrebbero esserci anche altri imprenditori che vogliono investire: non c’è una legge che lo vieta. In tutta Italia si fanno degli accordi».

Oltre alla questione stadio c’è un’altra vicenda che turba il sindaco: l’inchiesta sulla Coppa America. «La rifarei in ogni caso anche se, per ipotesi, emergessero responsabilità di una, due, tre persone. Stando alle intercettazioni, quello che leggo è fango — afferma de Magistris — finora non ho rilevato nulla di penalmente rilevante almeno per quanto riguarda le persone che ho a cuore e delle quali mi fido. In particolare del capo di gabinetto Attilio Auricchio e di mio fratello Claudio. Persone che stanno dedicando la vita, uno senza prendere neanche un euro, a questa città e a questa amministrazione. Ho grande fiducia su chi indaga che saprà chiarire la vicenda. Io parlerò alla fine dell’inchiesta su quello che sta avvenendo in città».

Un’inchiesta che vede indagati anche Mario Hubler, ex ammini-stratore unico di Acn, Maurizio Maddaloni, presidente della Camera di commercio, Paolo Graziano, leader degli industriali napoletani, l’avvocato Antonio Nardone e il dirigente comunale Gianfranco Ferulano.

Chi ha guadagnato con Bruce Springsteen

buce springsteenDico subito, che tutto sommato ho cambiato idea sui concerti in piazza plebiscito che, a precise e trasparenti condizioni, si potrebbero fare. Dico, inoltre, che ho aderito al progetto De Magistris, impegnandomi in politica in prima persona, per la prima volta, perché ho creduto che la sua figura fosse di garanzia dei principi di imparzialità, buona andamento dell’amministrazione e della trasparenza dell’azione amministrativa. Tutta la mia azione di indirizzo e controllo politico/amministrativo è incentrata su questi principi nei quali credo, non per spirito semplicemente legalitario, ma per un più profondo senso di giustizia sociale. La mia esperienza professionale e di vita è ricca di ingiustizie e privilegi contro cui ho dovuto combattere (ed ancora combatto) per farmi spazio. Qualche giorno fa ho già espresso la mia opinione sul concerto in piazza plebiscito di bruce springsteen (clikka), spiegando quali sono i principi che secondo me sono stati travalicati.  Al netto di tutte le polemiche sollevate dal Sovraintendente, che si è svegliato dal sonno troppo tardi, credo che ci dovremmo fare delle domande. Prima però è il caso di pubblicare la delibera di giunta n. 382 del 20.05.2013 (clikka), con la quale si è affidata Piazza Plebiscito alla Veragency s.r.l. gratuitamente (chi volesse può consultare lo statuto veragency clikka e la visura soci veragency clikka) la quale è la medesima società che ha organizzato i concerti di ligabue e pausini (clikka) su cui ho già scritto a tempo debito (piazza plebiscito ed i concerti clikka piazza plebiscito e l’anticamera dell’insula clikka). Tornando alle domande:

1) Perché si è scelta la veragency s.r.l. con procedura diretta e non con bando pubblico? Ciò è consentito dalla legge?

2) quanto ha guadagnato la veragency s.r.l. e, quindi, i soci Sigg.ri Lino Rocco, Lino Veronica e Lino Nicola?

3) quanto ha guadagnato Napoli?

4) quanto ha speso l’amministrazione per l’evento sia pure indirettamente?

5) perché la delibera di giunta 382 è stata confezionata in prossimità dell’evento il 20.05.2013, quando si sapeva da mesi la data del concerto?

La cd. COSAP per la piazza era stimata in €. 10,00 al mq. al giorno la piazza è 25.000 mq. quindi la veragency ha rispsrimiato €. 250.000,00 al giorno ditemi se è poco per un comune disastrato!!

Devo dire che è stato difficilissimo avere la delibera 382/2013. In tutta la campagna elettorale ho sempre detto che dovevamo marcare le differenze e la stessa cosa dico ancora oggi in consiglio comunale. L’istituzione attraverso il Servizio del Cerimoniale nonostante il Comune avesse dato gratuitamente la piazza, non era in possesso di biglietti per le cd. “autorità”. I consiglieri, per avere i biglietti, dovevano chiedere una sorta di piacere personale. Non so quanti consiglieri siano andati al concerto gratis io ho preferito vedere, quasi in contemporanea, il Rigoletto al San Carlo a pagamento! 

Il Consiglio Comunale su Bagnoli la grande incompiuta

colmataIeri (28.03.2013) c’è stato il Consiglio Comunale. Il tema da discutere era Bagnoli, un’area che da vent’anni aspetta di essere restituita ai cittadini. Noi ci siamo già più volte espressi su molte questioni e molti sono i post su questo blog: parco dello sport (clikka)Bagnoli Futura (clikka) e la nostra posizione di opposizione alla ricapitalizzazione (clikka)la bonifica (clikka) e tante altre questioni che riguardano anche lo Zoo, Edenlandia e Cinodromo (clikka), il Collegio Ciano (ex NATO) clikka etc. Di recente c’è stato poi l’incendio di Città della Scienza un colpo al cuore per l’intera area che ha aperto una discussione sulla ricostruzione che in ragione degli strumenti urbanistici vigenti e del vincolo ambientale sull’area non potrebbe essere ricostruita dov’era. La questione è spinosissima ed a me non è ancora del tutto chiara ma ne stiamo con coscienza discutendo fra noi, con i cittadini di buona volontà e l’assise di Bagnoli. Ieri il Sindaco di cui posto il video, ha iniziato ad esporre la sua idea su Bagnoli ricomprendendo anche le altre aree e devo dire che sia io, che Carlo Iannello che Simona Molisso, abbiamo apprezzato molto la visione offerta, sembrava di sentire uno di noi o di leggere uno dei nostri blog. La cosa che mi ha colpito è stata la reazione di qualche consigliere di maggioranza che, forse abituato a vederci critici ci ha, in un certo qual modo, redarguiti dicendo che erano solo chiacchiere e non ci sono atti e fatti a conforto. Ho ovviamente risposto che noi siamo e siamo stati critici tutte le volte che c’è stato bisogno, secondo la nostra visione, di essere critici votando anche contro importanti atti (i link sopra lo dimostrano), ma che non abbiamo alcuna preclusione di sorta verso il sindaco mentre, invece, gruppi o colleghi di maggioranza, seppure critici, quando si è trattato di votare poi hanno sempre votato appoggiando le scelte. Voglio dire che per noi non c’è alcuna preclusione preconcetta, la nostra strada è sempre e comunque l’interesse pubblico e se il Sindaco dimostra di essere sintonizzato su questo “canale” ovviamente avrà il nostro appoggio non dovendo dimostrare nulla a nessuno e nella consapevolezza di poter sempre valutare in scienza e coscienza gli atti su cui si chiede un nostro voto. Ad ogni buon conto anche questa volta le notizie uscite sul giornale sono inadeguate perché rappresentano una realtà semplicistica, il TG3 Campania ha titolato: “Nulla di Fatto” perché ci siamo aggiornati (sic!). Invece credo e spero che l’intervento del Sindaco sia stato qualcosa di più che noi ovviamente misureremo sui singoli atti! Un’altra questione che mi ha colpito è l’articolo di oggi sul Corriere (che vi incollo stotto) che riporta la notizia della visita del nuovissimo Presidente del Senato a Città della Scienza e la sua dichiarazione che questa venga ricostruita la dov’era! Mi chiedo se i politici di “grosso calibro” (noi siamo degli artigiani della politica) si informino e studino prima di parlare. La questione è assolutamente dilaniante per noi! Da un lato, infatti, c’è la tesi di quelli che non vogliono darla vinta alla camorra (sempreché sia stata la camorra a combinare il disastro) dall’altro c’è la voglia di ripristinare la linea di costa e di dare libero accesso alla spiaggia nel rispetto dei vincoli ambientali e del PRG. Inoltre, ci sono i lavoratori che sono stati (non capisco il perché) catechizzati sulla tesi della ricostruzione di Città della Scienza là dov’era. In realtà nel ragionamento che stiamo portando avanti c’è che il nostro territorio non ha bisogno di altro cemento, che nell’area ci sono altri manufatti immediatamente disponibili, che rischierebbero l’abbandono o la speculazione, tra cui il collegio Ciano, la Mostra d’Oltre Mare, le aree Zoo, Edenlandia, Cinodromo, che potrebbero essere utilizzate sin da subito facendo in modo che i soldi che dovrebbero essere spesi in cemento, potrebbero essere spesi in formazione e progetti, in una parola in persone, e poi non capisco cosa possa interessare ai lavoratori, lavorare lì dov’era o a pochi metri! Allo stato è ancora tutto ingarbugliato come è strana la circostanza che il Comune di Napoli sarebbe socio della Fondazione Idis solo a metà perché non avrebbe completato, a distanza di vent’anni, il procedimento di adesione (?). Io sono caparbio e voglio capire! Napoli è una città difficile e senza i suoi cittadini di buona volontà non si solleverà MAI !

In consiglio abbiamo depositato due ordini del giorno che vi invito a leggere: 1.ODGbagnoli28.03.2013 (clikka)2.ODGbagnoli28.03.2013 (clikka)

L’intervento del Sindaco al 2:15:00

Dal Corriere del Mezzogiorno del 29.03.2013 Angelo Lo Monaco:

Grasso: Città della Scienza risorgerà dov’era

Il presidente del Senato a Coroglio accolto dal governatore e Silvestrini

NAPOLI — Nella sua visita a Città della Scienza, il presidente del Senato Pietro Grasso ha scelto parole pienamente in linea con lo spirito pasquale del periodo: «Sono qui — ha detto — in un atto di solidarietà per quello che è successo, un atto di vicinanza ai lavoratori rimasti senza lavoro. Per commemorare quello che è morto ma che deve rinascere. Non si può sottostare al ricatto di chi voleva distruggere questo sito che ha una valenza eccezionale sotto il profilo del paese, dell’Italia, della formazione dei nostri ragazzi, della scienza, della tecnica. Dev’essere ricostruito qui, in questa sede. Intanto perché è molto più facile ricostruire qui e molto più rapido. E poi so che ci sono già iniziative per convogliare dei fondi su Città della Scienza, seppure in un momento economico difficile». Prima di lasciare Coroglio, il nuovo presidente di Palazzo Madama, che ha scelto Napoli per la sua prima trasferta da quando gli è stata assegnata l’alta carica, ha poi fatto una promessa: «So che in questo mese è prevista una cerimonia di riapertura con gli allievi delle scuole: io tornerò per essere presente, per fare un giro insieme ai ragazzi, che certamente riprenderanno piano piano a frequentare questo luogo».

La cerimonia, che sarà sostanzialmente simbolica, è prevista per mercoledì 10 aprile (alle 20 nella Sala Newton) con un concerto di sostegno alla ricostruzione dello Science Centre dopo l’incendio del 4 marzo (biglietto d’ingresso fissato a 25 euro e prezzo scontato di 10 euro per i giovani fino a 18 anni). In quell’occasione il maestro Michele Campanella, che nel ’96 aveva suonato alla prima inaugurazione, eseguirà al pianoforte musiche di Liszt, Verdi e Wagner. A seguire si terrà l’inaugurazione di parte delle aree espositive, che riapriranno al pubblico dal giorno successivo. Per tutto il fine settimana si terranno eventi, animazioni e incontri, ovviamente utilizzando principalmente gli spazi all’aperto e quelli che il fuoco non ha devastato.

La visita di Grasso, raccontano i collaboratori di Vittorio Silvestrini, è nata per iniziativa dello stesso presidente del Senato, che alcuni giorni fa ha telefonato per comunicare le proprie intenzioni. Ieri, poi, è arrivato alle 14.40, dopo aver partecipato alla Festa dell’Aeronautica in piazza Plebiscito con il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola, Grasso è stato accolto dal governatore Stefano Caldoro e dal professore Vittorio Silvestrini, fondatore e presidente della Fondazione Idis. Con loro si è fermato per i saluti di rito e per un aggiornamento sulla situazione dopo l’incendio. Successivamente, sempre con Caldoro e Silvestrini, Grasso si è avvicinato all’area del rogo. Al di là del nastro bianco e rosso, però, neppure lui è potuto andare, perché l’accesso è consentito soltanto ai vigili del fuoco impegnati nella rimozione delle macerie e dei detriti pericolosi. A porte chiuse, in quella che era la sede del sito web introdotta da un cartello con la scritta «Educazione alla scienza 2.0», il presidente del Senato ha incontrato una delegazione dei lavoratori di Città della Scienza che hanno perso, letteralmente, il posto di lavoro.

Al di là della visita e degli auspici espressi nell’occasione da Grasso, qual è la situazione concreta? Ci sono oppure no i soldi per la ricostruzione? E sarà una ricostruzione oppure un trasloco? Caldoro è fiducioso: «La volontà c’è tutta, attendiamo che il Governo approvi un decreto che rafforzerà la collaborazione interistituzionale. Inoltre, si è sbloccata la situazione di Corporea». Corporea è il museo in costruzione nell’area che ospita l’incubatore di imprese, proprio di fronte all’ingresso di Città della Scienza e ad essa destinato. I fondi sono gestiti dalla società regionale Campania Innovazione e i lavori sono fermi. Ma stanno per riprendere: per il completamento occorreranno dieci mesi. Meno di quanti ne occorrano per restaurare i padiglioni divorati dalle fiamme. «Corporea ha una superficie di 5.000 metri quadri, mentre nell’area distrutta ne avevamo 10.000», dice Silvestrini, che come Grasso sottolinea: «Città della Scienza resta qua, i suoli sono della Fondazione Idis. Per ricostruirla — aggiunge — occorre soltanto presentare una dia, la dichiarazione di inizio lavori, perché non serve una variante al piano regolatore, che invece sarebbe necessaria per spostare tutto altrove. L’edificio era stato costruito in epoca borbonica ed era lì dal 1853». Prima di presentare la dia, occorrerà verificare che somma riconoscerà l’assicurazione. E prima di ricostruire dovrà essere bonificato il terreno dalle sostanze inquinanti prodotte dall’incendio, no? «Sì, e per quell’operazione ci sono 5 milioni stanziati dal ministro Passera. All’inizio della prossima settimana sarò al Provveditorato alle Opere pubbliche, che se ne occuperà, per concordare un piano d’azione», dice con decisione Silvestrini. I tempi? «Diciotto mesi dall’inizio dei lavori, quindi per fine 2014 il museo sarà pronto».

Trasparenza: quanto guadagnano i nominati nelle società partecipate

comuneHo sempre manifestato il mio pensiero circa la trasparenza, che cerco di introdurre e rafforzare nel Comune di Napoli attraverso il mio ruolo di consigliere. Per fortuna ho trovato altre due persone a cui sono vicino per cultura, formazione ed opinioni, Carlo Iannello e Simona Molisso. Insieme abbiamo costituito il gruppo consiliare di Ricostruzione Democratica. Siamo tre su quarantotto. Qualcuno strumentalmente e legato a vecchie logiche di partito, fa fatica a collocarci come maggioranza o opposizione, perché valutiamo con attenzione ogni atto che, nei limiti delle nostre disponibilità di tempo e di conoscenza, cerchiamo sempre di studiare al fine di poter esprimere un voto in scienza e coscienza. Siamo fedeli al programma elettorale che ci ha portato in consiglio comunale con pochi voti (ma, credo, tutti di peso). Il nostro pensiero sui meccanismi di nomina l’abbiamo manifestato espressamente con una proposta di regolamento che giace presso la presidenza del consiglio comunale (clikka) in attesa che la conferenza dei capigruppo decida di metterla all’ordine del giorno di un prossimo consiglio (lo farà mai?). In quest’ottica pubblico l’elenco degli amministratori nominati dal sindaco (clikka) e dei loro compensi su cui ovviamente non esprimo alcun giudizio, non sapendo quali sono stati i meccanismi attraverso cui si è giunti a nominarli (anche se su alcuni nomi resto perplesso) né se sia giusto o non giusto il compenso, ma valutandoli in ragione dei loro atti. Sono soldi nostri che versiamo alle casse del Comune con le nostre tasse. Con la nostra azione tentiamo, come dice Salvatore Settis, di “ridare dignità alla politica non delegittimando i partiti, ma guarendoli dalle loro sordità con la forza delle idee”. Forse sarà solo testimonianza ma  questa talvolta ha un senso.

Piazza Dante, Via Duomo e le ZTL

PIAZZA DANTE AUTOBUS GIALLI AUTO VG

Martedì scorso (5 febbraio) c’è stata una sorta di occupazione della II Municipalità, dopo un consiglio comunale che è stato celebrato in assenza del Presidente. Io sono arrivato tardi ma ho trovato oltre a dei cittadini arrabbiati anche il deputato Francesco Barbato, tutti reclamavano la sospensione della istituenda ZTL Tarsia/quartieri Spagnoli che sarebbe dovuta entrare in vigore il 01.03 p.v. nonché una riflessione sulle corsie preferenziali di Piazza Dante e di Via Duomo. Solo dopo che si è avuto un appuntamento per il giorno dopo con la Donati il comitato spontaneo si è sciolto. Venerdì 8.02, una delegazione della II Municipalità ed alcuni consiglieri comunali, hanno incontrato il Sindaco il quale ha manifestato la disponibilità a valutare la riqualificazione di piazza dante e via duomo da corsia preferenziale a ZTL onde consentire il passaggio ad orario dei veicoli. La questione non è semplice perché tutti dicono che sono d’accordo con il concetto di ZTL, ma poi si finisce per introdurre tutta una serie di eccezioni che alla fine l’intero dispositivo viene annullato. Allo stato il Sindaco ha chiesto alla Municipalità di avviare un tavolo permanente di consultazione con la cittadinanza al fine di capire bene cosa si debba fare per migliorare la mobilità dei cittadini. Io ho ricevuto, stranamente a giorni alterni, prima una serie di telefonate di coloro che volevano la riapertura di piazza dante e la revoca della ZTL Tarsia/Quartiere Spagnoli e poi quelli che, invece, erano a favore. Di recente, infatti, ho anche ricevuto un comunicato dell’unione nazionale consumatori (clikka) che, invece, è assolutamente a favore. Si rischia di non capirci più nulla. Ad ogni buon conto credo che si debba andare avanti per obiettivi cercando di trovare innanzitutto quelli comuni per poi trovare le soluzioni. Da quello che sento e da come vivo il quartiere mi pare che si possano iniziare ad elencare: 1) il contrasto del traffico di attraversamento; 2) la mobilità in partenza ed in arrivo dei residenti; 3) il decongestionamento delle strade a contorno di piazza Dante e Via Duomo dai ciclomotori che a migliaia attraversano i vicoli. Questi solo alcuni ma credo che si debba fare in modo di capire come meglio adattare il vestito della ZTL sulla pelle dei cittadini altrimenti correremo il rischio che lo stesso concetto di ZTL sarà travolto dalla prossima campagna elettorale cittadina, per far ritornare Piazza Dante, Via Pessina a Via Duomo gli imbuti a cui eravamo abituati con i bambini in passeggini ad altezza tubo di scarico della autovetture.

Bilancio consuntivo 2011 e ricognizione dei debiti fuori bilancio

Di seguito due importanti delibere che saranno all’attenzione del Consiglio Comunale entro il 30.11 p.v. che credo facciano una vera e definitiva operazione verità dolorosa per il Comune di Napoli e per i Cittadini napoletani. Dopo gli interventi degli ispettori ministeriali e della Corte dei Conti credo che ci sia stat una approfondita pulizia delle poste attive che non sono più tali e che ci porta a fare una scelta importante ma credo obbligata: Aderire alla procedura di pre-dissesto prevista dal recente decreto legge 174/2012. Mi farebbe piacere avere qualche indicazione. Noi di Ricostruzione Democratica ci stiamo convincendo che l’adesione è l’unica strada percorribile, ma ovviamente fino all’ultimo ci teniamo a discuterne con i cittadini. A queste due delibere seguirà anche la manovra di riassestamento del bilancio 2012 con il piano di ripianamento del debito che dovrà essere approvata dopo una serie di controlli di recenti introdotti dalla nuova normativa. Buona lettura

Delibera di proposta al Consiglio di Ricognizione dei debiti fuori bilancio

Rendiconto consuntivo di gestione 2011

Riccio e la tagliola del patto di stabilità: Un appello alla Costituzione

Oggi leggo sul mattino due notizie che a mio parere sono strettamente collegate ma non vengono messe insieme. Nelle pagine Nazionali si parla della manifestazione dei Sindaci, a cui hanno partecipato tutti da Pisapia ad Alemanno passando per Pizzarotti del M5S di Parma, nelle pagine cittadine ancora del caso Riccio. In queste ultime pagine si riportano le dichiarazioni di politici importanti e di donne parlamentari indignate per la “cacciata della Riccio”! Mi chiedo ma queste donne ed uomini politici cosa stanno facendo per fare fronte alla gravissima condizione in cui il Governo Monti mette gli enti locali e l’istituzione della scuola. Condizione gravissima fotografata dai Sindaci alla Manifestazione di ieri a Milano dove hanno minacciato tutti di dimettersi! La scuola lo ribadisco è l’unica risorsa che non va assolutamente tagliata e contrariamente a quanto ritenuto dalla Prefetta giustamente revocata non può considerarsi essenziale fino alle 12,00! Il patto di stabilità è sacrosanto ma non può calpestare,  mortificare ed umiliare il futuro del nostro paese. Per fortuna a presidio dei diritti essenziali c’è la Costituzione fatta da Politici che hanno visto l’Italia in macerie e l’hanno rimessa insieme. I politici di oggi evidentemente sono troppo distanti dalla gente, chiusi nelle loro belle stanze del parlamento e dei consigli regionali, hanno perso ogni contatto umano e preferiscono schierarsi con una Prefetta sbandierando il vessillo della tutela delle Donne senza pensare che il nocciolo di questa vicenda è la Scuola, le mamme, i papà ed i figli, in una parola la famiglia, nucleo primario dello Stato! A questa scabrosa vicenda mi sarebbe piaciuto sentire i commenti di Berlinguer, di Togliatti, di De Gasperi, di Calamandrei, di Pertini, ma anche delle Madri Costituenti Maria Federici, Leonilde Iotti, Angelina Merlin, Teresa Noce. Donne ed Uomini che hanno fatto l’Italia sui principi fondamentali del Lavoro, della Uguaglianza, della Solidarietà, della Famiglia e della Giustizia e che sono sicuro avrebbero detto alla cara prefetta, in nome della Costituzione che abbiamo scritto con il nostro sangue, firma i contratti e manda i figli dell’Italia a scuola!

Da il Mattino di oggi 22.11.2012

Sono arrabbiati i sindaci italiani per i tagli decisi dal governo, per l’Imu, per il patto di stabilità. Così arrabbiati che sono scesi in piazza a Milano e hanno dato un ultimatum al governo: o la legge di stabilità cambierà, oppure si dimetteranno in massa. E per dimostrare che fanno sul serio da oggi hanno smesso di andare alle iniziative di rappresentanza, quelle dove si va con la fascia. In pratica hanno iniziato una sorta di sciopero del Tricolore.
In piazza Santa Maria delle Grazie sono arrivati da tutta Italia. Dietro a uno striscione con scritto «Liberiamo i Comuni dal patto di stupidità, scriviamo un nuovo patto per la crescita» hanno sfilato il sindaco di Roma Gianni Alemanno (Pdl) accanto a quello di Torino Piero Fassino (Pd), il sindaco di Varese Attilio Fontana (Lega Nord), il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, il presidente dell’Anci Graziano Delrio (Reggio Emilia), il sindaco grillino di Parma Federico Pizzarotti, il coordinatore dei piccoli Comuni Mauro Guerra, il sindaco di Modena Giorgio Pighi in rappresentanza dei sindaci terremotati e circa altri mille sindaci con tanto di fascia tricolore e gonfalone. Sindaci del Nord e del Sud, di centrodestra e centrosinistra «unico esempio – ha sottolineato Alemanno – di unità seria su cose concrete».
Tutti hanno spiegato che con i tagli del governo e con i vincoli del patto di stabilità (che adesso riguardano anche i piccoli comuni) si dovranno tagliare i servizi, a dir poco. Hanno detto che si rischia di non poter mettere in sicurezza le scuole, e di non poter fare gli interventi sui torrenti per evitare che ogni pioggia diventi un disastro. O le cose cambieranno «o il 2013 – ha sintetizzato Delrio – sarà l’anno del funerale dei Comuni». Dal palco allestito in piazza Scala, Pisapia ha parlato del bisogno di «gesti forti». Se i Comuni non saranno ascoltati, ha aggiunto, si potrà arrivare «allo scontro istituzionale».
L’Anci ha già annunciato di sostenere il ricorso al Tar che diversi Comuni hanno fatto sui valori dell’Imu. Ma Fontana, che è presidente di Anci Lombardia, ha proposto di più: dimettersi tutti. Vista la «pervicace volontà di eliminare gli enti locali» da parte del governo «che mettano dei prefetti», è il suo invito. La proposta dell’avvocato leghista è stata accolta e portata al ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda da una delegazione che lo ha incontrato in Prefettura. «Il ministro ha compreso la gravità della situazione – ha spiegato dopo l’incontro Delrio -. Non è autorizzato a dare risposte ma noi gli abbiamo detto che se la legge di stabilità uscirà così com’è dal Senato siamo pronti a dare le dimissioni in massa dopo di che andranno a governare le comunità locali con i prefetti».
«Sono con i sindaci: la loro battaglia è la mia» commenta il presidente della Regione del Veneto Luca Zaia. «È una battaglia – prosegue Zaia – che auspico e sostengo da tanto tempo. In questo momento così difficile, nel quale il governo di Roma colpisce duramente ed indiscriminatamente le autonomie locali, dobbiamo unire le forze aldilà degli steccati politici, perchè è in gioco la sopravvivenza delle istituzioni più vicine ai cittadini e la possibilità di dare loro anche i servizi essenziali. Ne sappiamo qualcosa anche noi – aggiunge Zaia – perchè anche le Regioni stanno subendo un’aggressione inaccettabile, basti pensare ai tagli alla sanità ed al trasporto locale». «Dobbiamo proclamare – conclude Zaia – una sorta di rivoluzione ghandiana, che veda protagonisti i territori».
L’ultimatum, intanto, scade il 29 novembre, quando l’ufficio di presidenza dell’Anci si riunirà per decidere i tempi e i modo delle dimissioni. Ma fino ad allora i sindaci cercheranno alleati per far cambiare la legge, parlando anche con i segretari dei partiti. Oggi hanno incontrato Roberto Maroni nella sede della Lega Nord di via Bellerio. Domani vedranno il segretario del Pdl Angelino Alfano e quello del Pd Pier Luigi Bersani.

A riprova di quanto sostenuto la sentenza della Corte Costituzionale del 07.06.2012 buona lettura

SENTENZA N. 148

ANNO 2012

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Alfonso QUARANTA; Giudici : Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell’articolo 14, commi 1, 2, 7, 9, 19, 20, 21, 27 e 32, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, promossi dalla Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e dalle Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia, con ricorsi notificati il 24-27 e il 28 settembre 2010, depositati in cancelleria il 28 settembre, il 6 e il 7 ottobre 2010, e rispettivamente iscritti ai numeri 96, 102, 106 e 107 del registro ricorsi 2010.

Visti gli atti di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica dell’8 maggio 2012 il Giudice relatore Gaetano Silvestri;

uditi gli avvocati Ulisse Corea per la Regione Valle d’Aosta, Giandomenico Falcon per le Regioni Liguria ed Emilia-Romagna, Stefano Grassi per la Regione Puglia e gli avvocati dello Stato Massimo Salvatorelli e Antonio Tallarida per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.— Con ricorso notificato il 24 settembre 2010 e depositato il successivo 28 settembre (reg. ric. n. 96 del 2010), la Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, e, tra queste, dell’art. 14, comma 32, per violazione degli artt. 2, primo comma, lettera b), e 3, primo comma, lettera f), della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta), nonché degli artt. 5, 117, commi secondo, lettera g), terzo, quarto e sesto, 119, secondo comma, e 120 della Costituzione, e del principio di leale collaborazione.

1.1.— Il comma 32 dell’art. 14, nel testo vigente al momento dell’impugnazione della Regione Valle d’Aosta, stabiliva: «Fermo quanto previsto dall’art. 3, commi 27, 28 e 29, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, i comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti non possono costituire società. Entro il 31 dicembre 2011 i comuni mettono in liquidazione le società già costituite alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero ne cedono le partecipazioni. La disposizione di cui al presente comma non si applica alle società, con partecipazione paritaria ovvero con partecipazione proporzionale al numero degli abitanti, costituite da più comuni la cui popolazione complessiva superi i 30.000 abitanti; i comuni con popolazione compresa tra 30.000 e 50.000 abitanti possono detenere la partecipazione di una sola società; entro il 31 dicembre 2011 i predetti comuni mettono in liquidazione le altre società già costituite. Con decreto del Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale, di concerto con i Ministri dell’economia e delle finanze e per le riforme per il federalismo, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono determinate le modalità attuative del presente comma nonché ulteriori ipotesi di esclusione dal relativo ambito di applicazione».

1.2.— La norma impugnata sarebbe costituzionalmente illegittima in quanto, oltre a violare il principio di leale collaborazione, determinerebbe una indebita compressione dell’autonomia organizzativa della ricorrente sotto almeno due profili.

1.2.1.— Innanzitutto, sarebbe violato l’art. 2, primo comma, lettera b), dello statuto speciale, che riconosce alla Regione Valle d’Aosta la competenza legislativa primaria in materia di «ordinamento degli enti locali». L’intervento statale censurato, infatti, condizionando le modalità organizzative dei servizi resi dagli enti locali e limitandone fortemente l’iniziativa economica e la capacità di agire, inciderebbe sull’assetto ordinamentale e organizzativo degli enti in parola.

1.2.2.— L’illegittimità costituzionale del comma 32 rileverebbe anche sotto l’ulteriore profilo della violazione del combinato disposto del secondo e del quarto comma dell’art. 117 Cost., evocabile come parametro di legittimità in forza dell’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione).

La difesa regionale rileva come l’art. 117, secondo comma, lettera g), Cost. attribuisca alla potestà legislativa esclusiva statale la sola disciplina dell’«ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato», con la conseguenza che la competenza a legiferare in materia di ordinamento e organizzazione amministrativa degli enti sub-statali rientrerebbe nella potestà legislativa residuale delle Regioni ai sensi dell’art. 117, quarto comma, Cost.

1.3.— Sarebbe violato anche l’art. 3, primo comma, lettera f), dello statuto speciale, che attribuisce alla Regione Valle d’Aosta la potestà di emanare norme legislative di integrazione e di attuazione delle leggi della Repubblica in materia di «finanze comunali».

L’illegittimità costituzionale della norma sarebbe data anche dal contrasto con gli artt. 117, terzo comma, e 119, secondo comma, Cost., applicabili in forza dell’art. 10 della legge cost. n. 3 del 2001. Nel caso di specie, infatti, il legislatore statale non si sarebbe limitato a dettare i principi di coordinamento della finanza pubblica ma avrebbe invaso la competenza legislativa regionale in materia di «finanze comunali». Né, secondo la difesa della Regione, varrebbe richiamare la sentenza n. 326 del 2008 con la quale la Corte costituzionale ha ritenuto che la normativa che consente ai Comuni di costituire, partecipare e dismettere società di qualsiasi tipo debba essere ricondotta alle materie dell’«ordinamento civile» e della «tutela della concorrenza», anziché a quella, di competenza regionale, dell’«ordinamento degli enti locali». In proposito, la ricorrente rileva la differenza tra la fattispecie presa in esame nel giudizio definito con la citata sentenza e quella oggetto del presente giudizio, che non atterrebbe né alla materia dell’ordinamento civile né a quella della tutela della concorrenza.

L’art. 14, comma 32, quindi, non perseguirebbe alcuna finalità anti-distorsiva del mercato concorrenziale, ma sarebbe finalizzato a regolare lo svolgimento dell’attività amministrativa dei Comuni, incidendo direttamente sulla iniziativa e sulla capacità di agire degli enti locali, e sull’assetto ordinamentale e organizzativo dei medesimi.

1.4.— La Regione Valle d’Aosta muove, inoltre, una specifica censura all’art. 14, comma 32, ultimo periodo (abrogato, successivamente all’impugnazione in esame, dall’art. 20, comma 13, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, recante «Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria», convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, legge 15 luglio 2011, n. 111), là dove rimette ad un decreto del Ministro per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale, di concerto con i Ministri dell’economia e delle finanze e per le riforme per il federalismo – da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del d.l. n. 78 del 2010 – la determinazione delle modalità attuative dello stesso comma 32, nonché l’individuazione di ulteriori ipotesi di esclusione dal relativo ambito di applicazione.

1.4.1.— La norma in esame avrebbe violato il combinato disposto degli artt. 117, sesto comma, Cost., e 10 della legge cost. n. 3 del 2001, i quali fondano la potestà regolamentare della Regione Valle d’Aosta in tutte le materie che non rientrano nella competenza esclusiva dello Stato.

La difesa regionale ritiene che – stante l’incidenza del comma 32 sulle materie dell’«ordinamento degli enti locali» e delle «finanze comunali», entrambe di competenza regionale – il legislatore statale sia sprovvisto del titolo costituzionale su cui basare, in tali ambiti, la propria potestà regolamentare.

1.4.2.— Un ulteriore profilo di incostituzionalità della norma impugnata, per violazione degli artt. 5 e 120 Cost., discenderebbe dalla mancata previsione di un meccanismo di leale collaborazione tra Stato e Regione nell’adozione dei decreti attuativi della previsione di divieto.

Secondo la ricorrente, anche nella denegata ipotesi che la disciplina recata dall’art. 14, comma 32, non sia ritenuta in contrasto con la Costituzione, in quanto ascrivibile alla competenza esclusiva dello Stato nelle materie dell’«ordinamento civile» e della «tutela della concorrenza», la previsione dell’ultimo periodo del comma 32 inciderebbe comunque «su ambiti materiali riferibili anche a settori di competenza regionale», con la conseguenza di rendere necessari – ai fini dell’attuazione della norma – meccanismi di reciproco coinvolgimento e di coordinamento dei livelli di governo statale e regionale.

La mancata previsione di questi meccanismi determinerebbe una illegittima compressione del principio costituzionale di leale collaborazione (sono richiamate, al riguardo, le sentenze della Corte costituzionale n. 76 del 2009, n. 240 del 2007, n. 213 e n. 31 del 2006).

2.— Con ricorso notificato il 28 settembre 2010 e depositato il successivo 6 ottobre (reg. ric. n. 102 del 2010), la Regione Liguria ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 122 del 2010, e, tra queste, dell’art. 14, commi 1, 2, 7, 9 e 32, per violazione degli artt. 3, 97, 114, secondo comma, 117, terzo, quarto e sesto comma, 118 e 119 Cost. e del principio di leale collaborazione.

2.1.— I primi due commi dell’art. 14 stabiliscono: «1. Ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica, le regioni, le province autonome di Trento e di Bolzano, le province e i comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti concorrono alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2011-2013 nelle misure seguenti in termini di fabbisogno e indebitamento netto:

a) le regioni a statuto ordinario per 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e per 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012;

b) le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e Bolzano per 500 milioni di euro per l’anno 2011 e 1.000 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012;

c) le province per 300 milioni di euro per l’anno 2011 e per 500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012, attraverso la riduzione di cui al comma 2;

d) i comuni per 1.500 milioni di euro per l’anno 2011 e 2.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012, attraverso la riduzione di cui al comma 2.

2. Il comma 302 dell’articolo 1 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, è abrogato e al comma 296, secondo periodo, dello stesso articolo 1 sono soppresse le parole: “e quello individuato, a decorrere dall’anno 2011, in base al comma 302”. Le risorse statali a qualunque titolo spettanti alle regioni a statuto ordinario sono ridotte in misura pari a 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e a 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012. Le predette riduzioni sono ripartite secondo criteri e modalità stabiliti in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e recepiti con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, secondo princìpi che tengano conto della adozione di misure idonee ad assicurare il rispetto del patto di stabilità interno e della minore incidenza percentuale della spesa per il personale rispetto alla spesa corrente complessiva nonché dell’adozione di misure di contenimento della spesa sanitaria e dell’adozione di azioni di contrasto al fenomeno dei falsi invalidi. In caso di mancata deliberazione della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano entro il termine di novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e per gli anni successivi al 2011 entro il 30 settembre dell’anno precedente, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri è comunque emanato, entro i successivi trenta giorni, ripartendo la riduzione dei trasferimenti secondo un criterio proporzionale. In sede di attuazione dell’articolo 8 della legge 5 maggio 2009, n. 42, in materia di federalismo fiscale, non si tiene conto di quanto previsto dal primo, secondo, terzo e quarto periodo del presente comma. I trasferimenti erariali, comprensivi della compartecipazione IRPEF, dovuti alle province dal Ministero dell’interno sono ridotti di 300 milioni per l’anno 2011 e di 500 milioni annui a decorrere dall’anno 2012. I trasferimenti erariali dovuti ai comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti dal Ministero dell’interno sono ridotti di 1.500 milioni per l’anno 2011 e di 2.500 milioni annui a decorrere dall’anno 2012. Le predette riduzioni a province e comuni sono ripartite secondo criteri e modalità stabiliti in sede di Conferenza Stato-città ed autonomie locali e recepiti con decreto annuale del Ministro dell’interno, secondo princìpi che tengano conto della adozione di misure idonee ad assicurare il rispetto del patto di stabilità interno, della minore incidenza percentuale della spesa per il personale rispetto alla spesa corrente complessiva e del conseguimento di adeguati indici di autonomia finanziaria. In caso di mancata deliberazione della Conferenza Stato-città ed autonomie locali entro il termine di novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e per gli anni successivi al 2011 entro il 30 settembre dell’anno precedente, il decreto del Ministro dell’interno è comunque emanato entro i successivi trenta giorni, ripartendo la riduzione dei trasferimenti secondo un criterio proporzionale. In sede di attuazione dell’articolo 11 della legge 5 maggio 2009, n. 42, in materia di federalismo fiscale, non si tiene conto di quanto previsto dal sesto, settimo, ottavo e nono periodo del presente comma».

2.1.1.— La ricorrente impugna i commi 1 e 2 dell’art. 14 nella parte in cui si riferiscono alle Regioni a statuto ordinario, operando un drastico taglio delle risorse spettanti a queste ultime, «in misura pari a 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e a 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012». Peraltro, il comma 1 dell’art. 14 avrebbe un contenuto analogo a quello dell’art. 77, comma 1, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133, mentre la previsione della drastica riduzione delle risorse di cui al comma 2 dell’art. 14 non troverebbe corrispondenza nel citato art. 77.

La difesa regionale rileva come tale significativa riduzione delle risorse spettanti alle Regioni, operata dalle norme impugnate, si aggiunga a quelle già poste in essere dallo Stato negli anni precedenti, facendo così venir meno la transitorietà richiamata dalla Corte costituzionale per giustificare le norme statali di coordinamento finanziario.

In particolare, la Regione Liguria rileva che la riduzione operata dai commi 1 e 2 dell’art. 14, ripartita proporzionalmente fra tutte le Regioni, comporterebbe un “taglio” di quasi il 20 per cento del bilancio regionale ligure. Si dovrebbe inoltre considerare che le risorse “tagliate” erano destinate all’esercizio di funzioni costituzionalmente spettanti alle Regioni, come, ad esempio, assistenza sociale, trasporto pubblico locale, istruzione.

Pertanto, la ricorrente reputa i commi 1 e 2 dell’art. 14 lesivi dell’autonomia amministrativa (art. 118 Cost.) e finanziaria (art. 119 Cost.) delle Regioni, con particolare riguardo al principio di corrispondenza tra funzioni conferite e risorse necessarie.

La difesa regionale sottolinea altresì come l’art. 119 Cost. sia stato integrato e attuato dalla legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione), il cui art. 2, comma 2, lettera ll), prevede, tra i criteri direttivi della delega, «certezza delle risorse e stabilità tendenziale del quadro di finanziamento, in misura corrispondente alle funzioni attribuite».

Ad avviso della ricorrente, le norme impugnate violerebbero palesemente questo criterio direttivo, che non varrebbe soltanto in relazione ai decreti delegati attuativi della legge n. 42 del 2009, ma esprimerebbe «una esigenza di fondo dell’ordinamento costituzionale dei rapporti finanziari tra lo Stato e le Regioni».

Da questo punto di vista, il d.l. n. 78 del 2010 si porrebbe in controtendenza rispetto agli strumenti di coordinamento previsti dalla legge n. 42 del 2009 e dalla legge 31 dicembre 2009, n. 196 (Legge di contabilità e finanza pubblica), che valorizzano le procedure di concertazione. Questa «anomalia» – aggiunge la Regione Liguria – è stata evidenziata dalla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, nella «Relazione concernente il quadro generale di finanziamento degli enti territoriali», trasmessa dal Governo ai sensi dell’art. 2, comma 6, della legge n. 42 del 2009, ed allegata dalla difesa regionale al ricorso in esame.

In definitiva, secondo la ricorrente, lo Stato avrebbe – senza alcuna concertazione con le Regioni – operato un drastico taglio delle risorse in modo irragionevole, senza cioè che «risultino considerate le prestazioni erogate dalle Regioni e senza che sia allegato lo specifico bisogno a fondamento della misura», né si sarebbe tenuto conto dei «costi standard», di cui all’art. 2, comma 6, della legge n. 42 del 2009, non essendo stati ancora definiti.

Le norme impugnate violerebbero anche l’art. 117, terzo comma, Cost., in quanto non si limiterebbero a porre limiti alla spesa ma ridurrebbero direttamente le risorse regionali. Le Regioni, pertanto, non sarebbero tenute ad attuare una norma di principio, ma dovrebbero solo «fare fronte alle conseguenze di una norma autoapplicativa, tagliando i servizi individuati». Né tale “taglio” investirebbe l’intera amministrazione pubblica, in quanto l’entità della riduzione imposta alle Regioni sarebbe di gran lunga superiore a quella richiesta alle amministrazioni statali.

2.2.— La Regione Liguria impugna altresì il comma 7 dell’art. 14, il quale dispone: «L’art. 1, comma 557, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 e successive modificazioni è sostituito dai seguenti:

“557. Ai fini del concorso delle autonomie regionali e locali al rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, gli enti sottoposti al patto di stabilità interno assicurano la riduzione delle spese di personale, al lordo degli oneri riflessi a carico delle amministrazioni e dell’IRAP, con esclusione degli oneri relativi ai rinnovi contrattuali, garantendo il contenimento della dinamica retributiva e occupazionale, con azioni da modulare nell’ambito della propria autonomia e rivolte, in termini di principio, ai seguenti ambiti prioritari di intervento:

a) riduzione dell’incidenza percentuale delle spese di personale rispetto al complesso delle spese correnti, attraverso parziale reintegrazione dei cessati e contenimento della spesa per il lavoro flessibile;

b) razionalizzazione e snellimento delle strutture burocratico-amministrative, anche attraverso accorpamenti di uffici con l’obiettivo di ridurre l’incidenza percentuale delle posizioni dirigenziali in organico;

c) contenimento delle dinamiche di crescita della contrattazione integrativa, tenuto anche conto delle corrispondenti disposizioni dettate per le amministrazioni statali.

557-bis. Ai fini dell’applicazione del comma 557, costituiscono spese di personale anche quelle sostenute per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, per la somministrazione di lavoro, per il personale di cui all’articolo 110 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, nonché per tutti i soggetti a vario titolo utilizzati, senza estinzione del rapporto di pubblico impiego, in strutture e organismi variamente denominati partecipati o comunque facenti capo all’ente.

557-ter. In caso di mancato rispetto del comma 557, si applica il divieto di cui all’art. 76, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133”».

2.2.1.— La ricorrente rileva che, prima della novella operata dal comma 7 oggetto di impugnazione, l’art. 1, comma 557, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007) non prevedeva alcuna conseguenza per la mancata riduzione della spesa per il personale ed erano ammesse deroghe ai limiti previsti, in presenza di particolari indicatori di “virtuosità”. In sostanza, il testo precedente del citato comma 557 rispettava l’autonomia regionale perché si preoccupava del rispetto dei limiti complessivi e differenziava le diverse situazioni.

Il testo vigente del comma 557, oggetto dell’odierno scrutinio, imporrebbe, invece, una riduzione della spesa per il personale senza possibilità di deroga e tale vincolo sarebbe sanzionato con il blocco delle assunzioni. La disposizione in esame sarebbe, peraltro, formulata in modo ambiguo, poiché non preciserebbe «rispetto a quando bisogna ridurre la spesa e quando si accerta il mancato rispetto del dovere». Né sarebbe prevista una procedura di leale collaborazione per accertare la eventuale violazione del vincolo.

In definitiva, sussisterebbe il rischio per la Regione di incorrere nella grave sanzione del blocco delle assunzioni in relazione a politiche del personale legittimamente attuate nel vigore della precedente norma, o di non poter completare le politiche già deliberate.

Da quanto appena detto discenderebbe la violazione dei principi di ragionevolezza e di buona amministrazione (artt. 3 e 97 Cost.), con conseguente lesione dell’autonomia organizzativa e finanziaria regionale (artt. 117, quarto comma, e 119 Cost.).

Considerato, inoltre, che un’ordinaria programmazione delle assunzioni copre un arco temporale triennale, l’art. 14, comma 7, sarebbe illegittimo nella parte in cui non prevede la possibilità di articolare la riduzione della spesa in un arco di tempo almeno triennale o comunque sufficiente per un mutamento di indirizzo da parte di quelle amministrazioni che non hanno ridotto la spesa per il personale nel rispetto delle condizioni fissate dalla norma previgente.

Da ultimo, la Regione Liguria ritiene che la mancata previsione di «una procedura in contraddittorio», per l’accertamento della violazione dei limiti posti dalla norma, determini la lesione del principio di leale collaborazione.

2.3.— Oggetto dell’impugnativa regionale è anche il comma 9 dell’art. 14, in virtù del quale: «Il comma 7 dell’art. 76 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 è sostituito dal seguente:

“è fatto divieto agli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 40% delle spese correnti di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale; i restanti enti possono procedere ad assunzioni di personale nel limite del 20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente”. La disposizione del presente comma si applica a decorrere dal 1° gennaio 2011, con riferimento alle cessazioni verificatesi nell’anno 2010».

Secondo la Regione Liguria, tale norma porrebbe limiti rigidi alle assunzioni, con conseguente lesione della competenza regionale in materia di personale e di organizzazione (art. 117, quarto comma, Cost.). Sarebbero inoltre violati gli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost., in quanto il legislatore statale avrebbe oltrepassato il limite della mera fissazione di norme di principio nella materia del coordinamento della finanza pubblica.

2.4.— è censurato, inoltre, il comma 32 dell’art. 14, il cui testo nella versione vigente al momento dell’impugnazione della Regione Liguria è riportato al punto 1.1.

La ricorrente sostiene che il comma 32 ponga limiti molto stringenti e non temporanei alla possibilità per i Comuni di costituire società; tale norma avrebbe, dunque, carattere dettagliato e invaderebbe la competenza legislativa regionale in materia di coordinamento della finanza pubblica (art. 117, terzo comma, Cost.). Ad avviso della Regione Liguria, proprio il carattere dettagliato e la rigidità dei limiti posti dimostrerebbero che la ratio di questa norma non è la tutela della concorrenza (né la disciplina dell’ordinamento civile) ma solo il risparmio nell’azione amministrativa locale, con conseguente incisione su un ambito materiale rimesso alla potestà legislativa concorrente.

Inoltre, il comma 32, sempre in ragione del suo carattere di norma di dettaglio, risulterebbe lesivo dell’autonomia organizzativa e finanziaria dei Comuni (artt. 114, secondo comma, e 119 Cost.), che la Regione è legittimata a difendere davanti alla Corte costituzionale. Tale autonomia sarebbe compromessa anche per l’irragionevolezza della norma, che terrebbe conto soltanto della dimensione dei Comuni, senza considerare la solidità economica delle società, la natura dei servizi resi e l’eventuale produzione di utili.

2.4.1.— Oggetto di specifica censura è poi l’ultimo periodo del comma 32, per violazione dell’art. 117, sesto comma, Cost., là dove prevede un decreto ministeriale di natura sostanzialmente regolamentare in una materia di competenza legislativa concorrente.

Secondo la Regione Liguria, sarebbe paradossale che nel procedimento di codecisione del decreto in parola sia coinvolto il Ministro competente per il federalismo e non lo siano, invece, le sedi istituzionali di confronto con le Regioni, donde la violazione del principio di leale collaborazione, per omessa previsione della necessità dell’intesa con la Conferenza Stato-Regioni o con la Conferenza unificata.

3.— Con ricorso notificato il 28 settembre 2010 e depositato il successivo 6 ottobre (reg. ric. n. 106 del 2010), la Regione Emilia-Romagna ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 122 del 2010, e, tra queste, dell’art. 14, comma 9, per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, e 119 Cost.

L’art. 14, comma 9, è impugnato in quanto porrebbe limiti rigidi alle assunzioni, in violazione della competenza regionale in materia di personale e di organizzazione (art. 117, quarto comma, Cost.). Sarebbero inoltre violati gli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost., in quanto il legislatore statale avrebbe oltrepassato il limite della mera fissazione di norme di principio nella materia del coordinamento della finanza pubblica.

4.— Con ricorso notificato il 28 settembre 2010 e depositato il successivo 7 ottobre (reg. ric. n. 107 del 2010), la Regione Puglia ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del d.l. n. 78 del 2010, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 122 del 2010, e, tra queste, dell’art. 14, commi 9, 19, 20, 21 e 27, in riferimento agli artt. 3, 97, 117, secondo comma, lettera p), terzo e quarto comma, 118, primo e secondo comma, e 119 Cost.

4.1.— Il comma 9, il cui testo è riportato al punto 3.3, è censurato nella parte in cui si applica alle Regioni, per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost.

Preliminarmente, la Regione Puglia evidenzia come la norma impugnata contenga due divieti: il primo è riferito «agli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 40 per cento delle spese correnti», ed impedisce a tali enti «di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale»; il secondo divieto – applicabile a tutte le Regioni, comprese quelle che hanno rispettato il limite percentuale complessivo di cui sopra – consiste nell’impossibilità di procedere ad assunzioni di personale in misura superiore al «20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente».

Ad avviso della ricorrente, entrambe le previsioni, nella parte in cui si applicano alle Regioni, sarebbero costituzionalmente illegittime per violazione dell’autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria delle Regioni.

Per meglio evidenziare gli asseriti vizi di illegittimità costituzionale la difesa regionale richiama il testo dell’art. 76 del d.l. n. 112 del 2008, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 133 del 2008, nella versione anteriore alle modifiche operate dalla norma impugnata. In particolare, la Regione Puglia evidenzia come gli originari commi 5 e 6 del citato art. 76 non contenessero alcun vincolo puntuale all’autonomia di spesa, mentre il comma 7, che pure prevedeva un vincolo puntuale, si caratterizzasse esplicitamente per il suo carattere transitorio («fino all’emanazione del decreto di cui al comma 6», che avrebbe dovuto recepire l’accordo con le Regioni in sede di Conferenza unificata).

A seguito dell’emanazione del d.l. n. 78 del 2010, l’originario comma 5 è stato abrogato e dal comma 7 è stato rimosso l’incipit che conferiva alla norma il carattere transitorio di cui sopra si è detto, là dove proprio la “transitorietà” costituirebbe un requisito indispensabile per la legittimità costituzionale di norme analoghe a quella oggetto dell’odierno giudizio (è richiamata, al riguardo, la sentenza n. 169 del 2007 della Corte costituzionale).

Pertanto, il divieto previsto dalla prima proposizione dell’art. 14, comma 9, – configurandosi come misura destinata ad applicarsi direttamente alle Regioni e ad operare come limite «stabile» e non meramente «transitorio» – si porrebbe in palese contrasto con gli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost.

La stessa norma, inoltre, incidendo sulla spesa per il personale della Regione e sul potere di quest’ultima di procedere alle relative assunzioni, comprimerebbe illegittimamente sia la potestà legislativa regionale in materia di «organizzazione amministrativa e ordinamento del personale» (art. 117, quarto comma, Cost.), sia l’autonomia amministrativa nell’esercizio delle funzioni spettanti alla Regione in virtù dell’art. 118, primo comma, Cost.

Quanto alla seconda previsione contenuta nell’impugnato art. 14, comma 9, la relativa illegittimità costituzionale, per la parte in cui si applica alle Regioni, sarebbe ancor più evidente. In questo caso, infatti, il limite quantitativo puntuale imposto «stabilmente» alla spesa per le assunzioni di personale si applicherebbe, in termini assoluti e generalizzati, a tutti gli enti, anche nelle ipotesi in cui questi ultimi avessero rispettato il limite più generale stabilito dalla prima previsione.

La norma in esame si porrebbe, dunque, in aperto contrasto con gli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost., per le ragioni già evidenziate sopra.

4.2.— La Regione Puglia impugna, inoltre, i commi 19, 20 e 21 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, i quali dispongono quanto segue: «19. Ferme restando le previsioni di cui all’articolo 77-ter, commi 15 e 16, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, alle regioni che abbiano certificato il mancato rispetto del patto di stabilità interno relativamente all’esercizio finanziario 2009, si applicano le disposizioni di cui ai commi dal 20 al 24 del presente articolo.

20. Gli atti adottati dalla Giunta regionale o dal Consiglio regionale durante i dieci mesi antecedenti alla data di svolgimento delle elezioni regionali, con i quali è stata assunta la decisione di violare il patto di stabilità interno, sono annullati senza indugio dallo stesso organo.

21. I conferimenti di incarichi dirigenziali a personale esterno all’amministrazione regionale ed i contratti di lavoro a tempo determinato, di consulenza, di collaborazione coordinata e continuativa ed assimilati, nonché i contratti di cui all’articolo 76, comma 4, secondo periodo, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, deliberati, stipulati o prorogati dalla regione nonché da enti, agenzie, aziende, società e consorzi, anche interregionali, comunque dipendenti o partecipati in forma maggioritaria dalla stessa, a seguito degli atti indicati al comma 20, sono revocati di diritto. Il titolare dell’incarico o del contratto non ha diritto ad alcun indennizzo in relazione alle prestazioni non ancora effettuate alla data di entrata in vigore del presente decreto».

4.2.1.— In via preliminare, la ricorrente sottolinea come le norme in esame prevedano sanzioni molto diverse da quelle a carattere finanziario, che hanno contrassegnato, nell’evoluzione legislativa dell’ultimo decennio, il patto di stabilità nelle sue differenti versioni.

Dopo aver precisato che il titolo di competenza cui ineriscono le norme in tema di patto di stabilità è quello del «coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario», la difesa regionale si sofferma sui limiti materiali che lo Stato incontra nell’esercizio della potestà legislativa in questa materia.

La Regione Puglia non contesta che le prescrizioni poste dallo Stato, nell’esercizio della propria competenza in materia di coordinamento della finanza pubblica, siano assistite da sanzioni, ma ritiene di dover evidenziare come tali norme di carattere sanzionatorio incontrino comunque il limite delle materie, con la conseguenza che «si devono mantenere» nell’ambito delle competenze esclusive di cui al secondo comma dell’art. 117 Cost. o in quello dei principi fondamentali nelle materie elencate al successivo terzo comma.

In sostanza, secondo la difesa regionale, pur restando indiscussa la potestà sanzionatoria dello Stato in caso di violazione delle prescrizioni dettate in tema di coordinamento della finanza pubblica, «tale potestà non può certo essere configurata alla stregua di un vero e proprio grimaldello capace di consentire alla legge statale, al di fuori dei limiti delle proprie competenze, di aprirsi le porte in ambiti materiali che la Costituzione assegna alla legislazione regionale».

4.2.2.— Su tali premesse la Regione Puglia ritiene che i commi 19, 20 e 21 dell’art. 14 violino l’art. 117, terzo e quarto comma, Cost., in quanto prevedono sanzioni configurate in modo tale da invadere la potestà legislativa regionale.

In particolare, il comma 20 – il quale dispone un vero e proprio obbligo di annullamento, da parte dell’organo regionale competente, di tutti gli atti con cui è stata assunta la decisione di violare il patto di stabilità interno e che risultino adottati nei dieci mesi anteriori alle elezioni regionali – invaderebbe la competenza legislativa regionale (ex artt. 117, terzo e quarto comma, Cost.), poiché imporrebbe l’annullamento di atti ricadenti in ambiti materiali diversi da quelli elencati nel secondo comma dell’art. 117 Cost.

Al riguardo, non avrebbe pregio l’argomento secondo cui la norma impugnata non lederebbe l’autonomia regionale, in quanto limitata alla imposizione di un obbligo di annullamento a carico degli stessi organi regionali. Il comma 20, infatti, porrebbe un obbligo giuridico di annullamento sospensivamente condizionato alla certificazione del mancato rispetto del patto di stabilità di cui al comma 19. Pertanto, verificatasi la condizione sospensiva, l’obbligo sorgerebbe automaticamente.

Il comma 21 sarebbe incostituzionale, in riferimento all’art. 117, quarto comma, Cost., per ragioni analoghe a quelle appena esposte. Anche in questo caso, infatti, la revoca «di diritto», prevista come sanzione per la violazione del patto di stabilità, determinerebbe un’evidente invasione della competenza legislativa regionale in materia di «organizzazione amministrativa della Regione e degli enti pubblici regionali», rientrante, secondo la giurisprudenza costituzionale, nell’ambito di cui all’art. 117, quarto comma, Cost.

4.2.3.— In subordine, ove la Corte costituzionale ritenesse di non condividere le argomentazioni fin qui esposte, i commi 19, 20 e 21 sarebbero comunque illegittimi per violazione degli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost.

La Regione Puglia richiama la giurisprudenza costituzionale sui limiti che incontra lo Stato nel dettare i principi fondamentali in materia di «coordinamento della finanza pubblica». Nel caso di specie, ed in particolare con la previsione della revoca ex lege degli incarichi, disposta dal comma 21, il legislatore statale avrebbe approvato norme minute e dettagliate inerenti le singole voci di spesa.

Inoltre, proprio con riferimento al comma 21, l’autonomia finanziaria regionale risulterebbe violata anche da un ulteriore punto di vista; infatti la norma in esame, pur avendo carattere sanzionatorio nei confronti di quelle Regioni che abbiano deliberatamente scelto di violare il patto di stabilità, interverrebbe ex post (cioè con una misura sanzionatoria non prevista al momento dell’adozione degli atti di spesa in questione), incidendo direttamente sul potere delle Regioni di disporre delle proprie risorse e di dotarsi dell’organizzazione più idonea al perseguimento dei propri fini.

4.2.4.— In ulteriore subordine, la Regione Puglia ritiene che i commi 19, 20 e 21 siano costituzionalmente illegittimi per violazione degli artt. 3 e 97 Cost., in relazione alle competenze regionali garantite dagli artt. 117, 118 e 119 Cost.

Ad avviso della ricorrente, l’individuazione dell’intervallo di tempo riferito ai dieci mesi precedenti la data delle elezioni regionali – in relazione al quale le norme impugnate dispiegano la loro efficacia – costituirebbe un parametro del tutto arbitrario e irragionevole, poiché il presupposto dell’applicazione delle misure previste sarebbe dato dalla violazione del patto di stabilità interno relativamente all’esercizio finanziario 2009.

Tale irragionevolezza determinerebbe una disparità di trattamento tra Regioni che hanno adottato atti di spesa in violazione del patto di stabilità prima dei suddetti dieci mesi e Regioni che li hanno adottati dopo, con conseguente lesione dei principi di autonomia finanziaria e organizzativa ex artt. 117, terzo e quarto comma, e 119 Cost. Dalla denunciata irragionevole disparità di trattamento discenderebbe, come conseguenza diretta, la violazione dei principi di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione.

La difesa della ricorrente conclude sul punto argomentando in merito all’asserita ridondanza, sull’autonomia regionale costituzionalmente garantita, delle censure prospettate rispetto a parametri diversi da quelli che regolano il riparto di competenze.

Infine, le norme impugnate sarebbero costituzionalmente illegittime anche per la loro irragionevolezza intrinseca e, dunque, per violazione dell’art. 3 Cost., sempre in relazione alle competenze regionali garantite dagli artt. 117, 118 e 119 Cost., in quanto disporrebbero misure sanzionatorie puntuali e specificamente riferite a singoli atti e voci di spesa, senza che sia accertato in concreto il collegamento diretto tra tale voce di spesa e la violazione del patto di stabilità.

4.3.— Da ultimo, la Regione Puglia impugna il comma 27, il quale stabilisce: «Ai fini dei commi da 25 a 31 e fino alla data di entrata in vigore della legge con cui sono individuate le funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione, sono considerate funzioni fondamentali dei comuni le funzioni di cui all’articolo 21, comma 3, della legge 5 maggio 2009, n. 42».

La questione di legittimità costituzionale è prospettata per violazione degli artt. 117, commi secondo, lettera p), terzo e quarto, e 118, secondo comma, Cost.

Secondo la difesa regionale, il richiamo all’art. 21, comma 3, della legge n. 42 del 2009 consentirebbe di estendere la qualifica di «funzioni fondamentali dei Comuni» – con conseguente attribuzione allo Stato della relativa competenza legislativa esclusiva – «anche a funzioni “amministrativo-gestionali”, o comunque, più in generale, a funzioni volte alla cura concreta di interessi».

Sotto questo profilo, la norma impugnata violerebbe i limiti che caratterizzano la potestà legislativa attribuita allo Stato dall’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., ledendo gravemente l’autonomia legislativa della Regione, riconosciuta dai commi terzo e quarto dell’art. 117 Cost. e richiamata dal comma secondo dell’art. 118 Cost., in riferimento alla disciplina ed alla allocazione delle funzioni amministrative dei Comuni.

La ricorrente si sofferma in particolare sulla competenza legislativa statale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., sottolineando come da essa non possa certo ricavarsi un titolo che abiliti lo Stato a qualificare liberamente qualunque funzione amministrativa come «funzione fondamentale» dei Comuni o delle Province, potendo per ciò stesso disporne l’integrale disciplina. Peraltro, aggiunge la difesa regionale, la Corte costituzionale ha più volte riconosciuto il carattere “limitato” della potestà legislativa statale in esame, anche se non ha ancora avuto modo di individuare con chiarezza i limiti entro i quali dovrebbe essere intesa l’espressione «funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane».

Ad avviso della Regione Puglia, le «funzioni fondamentali» in parola devono ritenersi limitate a quelle in cui si esprimono la potestà statutaria, quella regolamentare e quella amministrativa a carattere “ordinamentale” concernente le funzioni essenziali che attengono alla vita stessa e al governo degli enti locali in questione. In nessun caso vi potrebbero essere ricondotte funzioni “amministrativo-gestionali” in senso proprio, né, tanto meno, quelle individuate per relationem dalla norma qui censurata.

A sostegno di questa conclusione militerebbero diversi argomenti.

Innanzitutto, rileverebbe l’argomento “topografico” riferito allo stesso testo dell’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., per il quale le «funzioni fondamentali» sono accomunate agli «organi di governo» e alla «legislazione elettorale».

In secondo luogo, andrebbero considerati i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza di cui all’art. 118, primo comma, Cost. Al riguardo, la ricorrente sostiene che, se la ratio della attribuzione allo Stato di una competenza legislativa è da rintracciare in una esigenza unitaria di livello nazionale, risulterebbe del tutto incomprensibile individuare tale esigenza nell’ipotesi in cui, tra le funzioni fondamentali menzionate alla lettera p) del secondo comma dell’art. 117 Cost., fossero annoverabili anche funzioni amministrative consistenti nella concreta cura di interessi.

In sostanza, tali funzioni dovrebbero essere allocate tra gli enti locali in base ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza ex art. 118, primo comma, Cost., e tale vincolo graverebbe allo stesso modo sulla legge statale e su quella regionale (art. 118, secondo comma, Cost.).

Infine, nel senso sopra indicato deporrebbe anche una lettura sistematica delle disposizioni costituzionali. La Regione Puglia sottolinea come, tra i principi che devono guidare l’allocazione delle funzioni amministrative tra i diversi enti della Repubblica, l’art. 118 Cost. contempli anche il principio di differenziazione. Il suo contenuto precettivo consisterebbe nello stabilire che la valutazione di adeguatezza/inadeguatezza rispetto allo svolgimento della funzione deve tener conto delle differenze concrete sussistenti tra enti della medesima categoria. Pertanto, il principio di differenziazione non sarebbe che «una peculiare declinazione che assume il principio di eguaglianza nell’ambito della allocazione delle funzioni amministrative».

Secondo la difesa regionale, il portato precettivo del principio di differenziazione (e, per il suo tramite, del principio di eguaglianza) risulterebbe del tutto trascurato ove si ritenesse che le funzioni amministrativo-gestionali possano rientrare tra le «funzioni fondamentali» per consentire soluzioni allocative, da parte della legge statale, uniformi per tutto il territorio nazionale.

D’altra parte, aggiunge la ricorrente, non si potrebbe ritenere che la soluzione proposta dalla stessa Regione sia in grado di pregiudicare l’uniformità minima negli standard di prestazione relativi a quelle funzioni che, in virtù della loro importanza, fossero ritenute «fondamentali». Lo Stato, infatti, sarebbe comunque dotato della competenza ad individuare i «livelli essenziali delle prestazioni» ed avrebbe a disposizione, in ogni caso, lo strumento del potere sostitutivo straordinario ex art. 120, secondo comma, Cost., per garantire l’effettività di questi livelli.

5.— Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, si è costituito in tutti i giudizi chiedendo che le questioni prospettate siano dichiarate inammissibili e infondate.

La difesa statale svolge argomentazioni analoghe in tutti gli atti di costituzione, che, pertanto, possono essere esaminati congiuntamente.

5.1.— In via preliminare, l’Avvocatura generale eccepisce la tardività dei ricorsi proposti avverso le norme del d.l. n. 78 del 2010 non modificate in sede di conversione e quindi, in ipotesi, immediatamente lesive.

5.2.— Nel merito, prima di esaminare le singole censure, la difesa statale si sofferma sul contesto economico in cui si inseriscono le norme impugnate, sottolineando come il d.l. n. 78 del 2010 sia stato adottato nel pieno di una grave crisi economica internazionale, al fine di assicurare stabilità finanziaria al Paese nella sua interezza e di rafforzarne la competitività sui mercati economici e finanziari.

Pertanto, a parere dell’Avvocatura generale, le misure adottate non possono essere sezionate, ma vanno esaminate nel loro complesso, in quanto l’una sorregge l’altra per raggiungere insieme le finalità di stabilizzazione e di rilancio economico.

Da quanto appena detto, la difesa statale ricava la conclusione che le norme censurate prevedono interventi rientranti nella competenza statale del coordinamento della finanza pubblica, idonea a vincolare anche le Regioni speciali e le Province autonome.

D’altronde, rileva la medesima difesa, «quando sopravvengono circostanze di straordinaria necessità ed urgenza, non può pretendersi che si esplichino le ipotizzate modalità di concertazione». Anzi lo Stato, avendo la responsabilità della politica economica nazionale, deve poter intervenire con la dovuta urgenza e rapidità, nell’interesse dell’intera Comunità.

Da ciò l’Avvocatura generale deduce che, nella ricorrenza di situazioni eccezionali, «possa derogarsi anche alle procedure statutarie, come alle altre sinanco costituzionali, in ragione dell’esigenza di salvaguardare la salus rei publicae e in applicazione dei principi costituzionali fondamentali della solidarietà economica e sociale (art. 2), dell’unità della Repubblica (art. 5), e della responsabilità internazionale dello Stato (art. 10), che (…) si impongono a tutti, Stato e autonomie comprese».

5.2.1.— Quanto alle singole censure, la difesa statale precisa che l’art. 14, nella sua interezza ed in particolare nei commi 1 e 2, concerne esplicitamente il patto di stabilità e richiede alle Regioni un concorso generalizzato alla spesa pubblica, attraverso una riduzione complessiva dei trasferimenti, da distribuirsi con accordo in sede di Conferenza Stato-Regioni, «ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica» e in applicazione del principio di solidarietà sociale (artt. 2 e 119 Cost.).

Il comma 7 dell’art. 14 avrebbe la stessa ratio, ponendo principi diretti a ridurre le spese per il personale e per le strutture burocratiche degli enti pubblici sottoposti al patto di stabilità.

Il comma 9, stabilendo un divieto di ulteriori assunzioni per enti ad alta spesa corrente, punterebbe ad arginare «la marea montante» della spesa nel settore del pubblico impiego.

In merito alle censure mosse ai commi 19, 20 e 21, l’Avvocatura generale obietta che il patto di stabilità rientra nella competenza statale concorrente del coordinamento della finanza pubblica e che correlativamente compete allo Stato stabilire le conseguenze delle infrazioni volontarie, con disposizioni di carattere generale e in cooperazione con la Regione, cui è demandata la certificazione della violazione e l’adozione dei provvedimenti di annullamento o revoca degli atti illegittimi.

Al riguardo, la difesa statale rileva come sia pacifico che il potere sanzionatorio spetti al titolare della funzione; peraltro, trattandosi di principi fondamentali, valevoli su tutto il territorio nazionale, non sarebbe ipotizzabile una valutazione sanzionatoria differenziata per Regioni.

Né potrebbe parlarsi di efficacia retroattiva delle sanzioni in parola, poiché la norma impugnata non autorizza a punire infrazioni pregresse alle elezioni regionali già svolte. Le sanzioni previste sarebbero, inoltre, coerenti, razionali e si manterrebbero entro stretti margini di proporzionalità, con la conseguenza che la normativa impugnata non violerebbe i principi di legalità, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.

Sempre con riferimento ai commi 19, 20 e 21, l’Avvocatura generale osserva come le predette norme presuppongano che le Regioni interessate non abbiano raggiunto gli obiettivi loro attribuiti dallo Stato, ai sensi dell’art. 77-ter del d.l. n. 112 del 2008, recando, quindi, un grave pregiudizio all’unità economica della Repubblica e al necessario rispetto degli impegni precedentemente assunti a livello comunitario. Inoltre, le stesse norme si fonderebbero su un presupposto generale, costituito dalla certificazione del mancato rispetto del patto di stabilità interno per l’anno 2009, disciplinata da norme che trovano applicazione in tutte le Regioni (art. 77-ter, comma 13, del d.l. n. 112 del 2008). Non sarebbe pertanto configurabile alcuna violazione del principio di parità di trattamento tra le Regioni.

Quanto alla presunta irragionevolezza delle norme impugnate, la difesa statale replica obiettando che, piuttosto, sarebbe irragionevole difendere la validità e la perdurante operatività di atti posti in essere nella deliberata violazione del patto di stabilità.

Infondata ed inammissibile sarebbe poi la questione prospettata nei confronti del comma 27 dell’art. 14, il quale non pretenderebbe di disciplinare o di riservare allo Stato alcuna attività amministrativa gestionale, né di sottrarre questa all’applicazione dell’art. 118 Cost.

In ogni caso, la questione sarebbe «del tutto teorica e inammissibile», in quanto non si comprenderebbe quale sia la lesione delle competenze regionali, tanto più che la legge n. 42 del 2009, cui rinvia la diposizione in esame, non risulta impugnata.

Peraltro, aggiunge l’Avvocatura generale, le funzioni richiamate altro non sono che le funzioni “storiche” dei Comuni – nelle quali si identificano quelle «proprie», di cui al secondo comma dell’art. 118 Cost. – e quindi le «funzioni fondamentali» di cui all’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost.

Infine, la norma di cui al comma 32, pur ispirandosi all’obiettivo del contenimento della spesa pubblica, sarebbe riconducibile alla competenza legislativa statale in materia di ordinamento civile. In proposito, la difesa statale richiama la deliberazione dell’Assemblea plenaria della Corte dei conti del 22 giugno 2010, che ha evidenziato come la partecipazione a società sia uno strumento spesso utilizzato dall’ente locale per forzare le regole poste a tutela della concorrenza, e sia sovente finalizzato ad eludere i controlli di finanza pubblica imposti agli enti locali.

6.— In prossimità dell’udienza del 7 giugno 2011, tutte le ricorrenti e il Presidente del Consiglio dei ministri hanno depositato memorie nelle quali insistono nelle conclusioni già rassegnate, rispettivamente, nei ricorsi e negli atti di costituzione.

7.— In prossimità dell’udienza del 22 novembre 2011 e dell’8 maggio 2012, il Presidente del Consiglio dei ministri e le Regioni Liguria ed Emilia-Romagna hanno depositato memorie nelle quali insistono nelle conclusioni già rassegnate negli atti di causa.

Considerato in diritto

1.— La Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (reg. ric. n. 96 del 2010) e le Regioni Liguria (reg. ric. n. 102 del 2010), Emilia-Romagna (reg. ric. n. 106 del 2010) e Puglia (reg. ric. n. 107 del 2010) hanno promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, e tra queste dell’art. 14, commi 1, 2, 7, 9, 19, 20, 21, 27 e 32, per violazione degli artt. 3, 5, 97, 114, 117, 118, 119 e 120 della Costituzione; del principio di leale collaborazione; degli artt. 2 e 3 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta), in relazione all’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione).

In particolare, la Regione Valle d’Aosta ha impugnato il comma 32 dell’art. 14, la Regione Liguria ha impugnato i commi 1, 2, 7, 9 e 32 dell’art. 14, la Regione Emilia-Romagna ha impugnato il comma 9 dell’art. 14, infine, la Regione Puglia ha impugnato i commi 9, 19, 20, 21 e 27 dell’art. 14.

Riservata a separate pronunce la decisione sull’impugnazione delle altre disposizioni contenute nel suddetto d.l. n. 78 del 2010, vengono in esame in questa sede le questioni di legittimità costituzionale relative all’art. 14, commi 1, 2, 7, 9, 19, 20, 21, 27 e 32.

I giudizi, così separati e delimitati, in considerazione della loro connessione oggettiva devono essere riuniti, per essere decisi con un’unica pronuncia.

2.— Preliminarmente, la difesa dello Stato ha eccepito la tardività di tutti i ricorsi in quanto le disposizioni impugnate, non modificate in sede di conversione del d.l. n. 78 del 2010, sarebbero state immediatamente lesive. Di conseguenza, le ricorrenti avrebbero dovuto impugnare, entro il termine decadenziale di cui all’art. 127, secondo comma, Cost., il decreto-legge e non la legge di conversione.

L’eccezione è priva di fondamento.

È infatti principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che, qualora la Regione ritenga lese le proprie competenze costituzionali da norme contenute in un decreto-legge «può riservare l’impugnazione a dopo l’entrata in vigore» della relativa legge di conversione, poiché «soltanto a partire da tale momento il quadro normativo assume un connotato di stabilità e l’iniziativa d’investire la Corte non rischia di essere vanificata dall’eventualità di una mancata conversione» (da ultimo, sentenza n. 232 del 2011).

Deve, pertanto, riconoscersi la tempestività delle impugnazioni, pur se relative a disposizioni del d.l. n. 78 del 2010 non modificate in sede di conversione.

3.— Nel merito, la difesa dello Stato ha sostenuto che tutte le norme impugnate troverebbero giustificazione nella necessità di far fronte a difficoltà economiche del nostro Paese di tale gravità da mettere a repentaglio la stessa salus rei publicae e da consentire, perciò, una deroga temporanea alle regole costituzionali di distribuzione delle competenze fra Stato e Regioni. A sostegno di questo assunto la parte resistente invoca i principi fondamentali della solidarietà politica, economica e sociale (art. 2 Cost.), dell’uguaglianza economica e sociale (art. 3, secondo comma, Cost.), dell’unitarietà della Repubblica (art. 5 Cost.), della responsabilità internazionale dello Stato (art. 10 Cost.) dell’appartenenza all’Unione europea (art. 11 Cost.), nonché i principi del concorso di tutti alle spese pubbliche (art. 53 Cost.), di sussidiarietà (art. 118 Cost.), della responsabilità finanziaria (art. 119 Cost.), della tutela dell’unità giuridica ed economica (art. 120 Cost.) e gli «altri doveri espressi dalla Costituzione (artt. 41-47, 52, 54)».

In proposito, si deve osservare che le disposizioni costituzionali evocate non attribuiscono allo Stato il potere di derogare alle competenze delineate dal Titolo V della Parte seconda della Costituzione. Al contrario, anche nel caso di situazioni eccezionali, lo Stato è tenuto a rispettare tale riparto di competenze ed a trovare rimedi che siano con esso compatibili (ad esempio, mediante l’esercizio, in via di sussidiarietà, di funzioni legislative di spettanza regionale, nei limiti ed alle condizioni più volte indicate da questa Corte). La Costituzione esclude che uno stato di necessità possa legittimare lo Stato ad esercitare funzioni legislative in modo da sospendere le garanzie costituzionali di autonomia degli enti territoriali, previste, in particolare, dall’art. 117 Cost.

Deve essere dunque ribadita l’inderogabilità dell’ordine costituzionale delle competenze legislative, anche nel caso in cui ricorrano le situazioni eccezionali prospettate dall’Avvocatura generale dello Stato.

4.— La Regione Liguria ha impugnato i commi 1 e 2 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, nella parte in cui si riferiscono alle Regioni a statuto ordinario, operando un drastico taglio delle risorse spettanti a queste ultime, «in misura pari a 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e a 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012».

Secondo la ricorrente, le norme in esame violerebbero gli artt. 117, terzo comma, 118 e 119 Cost., anche in relazione all’art. 2, comma 2, lettera ll), della legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione).

4.1.— Le questioni di legittimità costituzionale, riguardanti l’art. 14, commi 1 e 2, del d.l. n. 78 del 2010, non sono fondate.

Le norme impugnate costituiscono esercizio, da parte dello Stato, della competenza a determinare i princìpi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica, ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost.

La giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto la natura di princìpi fondamentali nella materia, di competenza legislativa concorrente, del coordinamento della finanza pubblica alle norme statali che si limitino a porre obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica, intesi nel senso di un transitorio contenimento complessivo, anche se non generale, della spesa corrente e non prevedano in modo esaustivo strumenti o modalità per il perseguimento dei suddetti obiettivi (ex plurimis, sentenze n. 232 del 2011 e n. 326 del 2010).

Nel caso di specie, sussistono entrambe le condizioni richieste dalla citata giurisprudenza.

Si tratta infatti di un contenimento complessivo della spesa corrente, avente carattere transitorio (le norme impugnate riguardano il triennio 2011-2013), anche se l’art. 20, comma 4, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111, ha esteso «anche agli anni 2014 e successivi» le misure previste dalle norme censurate nel presente giudizio, che devono tuttavia essere scrutinate nel loro specifico contenuto prescrittivo, a prescindere quindi da ogni valutazione sulla legittimità costituzionale della norma di proroga.

Le norme impugnate non prevedono, per altro verso, strumenti o modalità per la concreta realizzazione degli obiettivi di riduzione di spesa.

5.— La Regione Liguria ha impugnato il comma 7 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, che ha novellato il comma 557 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007) ed ha aggiunto i commi 557-bis e 557-ter.

Il comma 557 stabilisce una serie di principi ai quali si devono conformare gli enti sottoposti al patto di stabilità interno, per assicurare la riduzione delle spese relative al personale. Il comma 557-bis definisce tali spese ai fini dell’applicazione del comma 557. Infine, il comma 557-ter dispone che, «in caso di mancato rispetto del comma 557», si applica il divieto di cui all’art. 76, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133.

L’art. 76, comma 4, appena citato, dispone a sua volta che, in caso di mancato rispetto del patto di stabilità interno nell’esercizio precedente, è fatto divieto agli enti di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale.

Secondo la ricorrente, l’art. 14, comma 7, del d.l. n. 78 del 2010 violerebbe i principi di ragionevolezza e di buona amministrazione (artt. 3 e 97 Cost.), con conseguente lesione dell’autonomia organizzativa e finanziaria regionale (artt. 117, quarto comma, e 119 Cost.), nonché il principio di leale collaborazione.

5.1.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 7, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

Questa Corte – nel definire una questione introdotta da un ricorso statale avverso una legge regionale (sentenza n. 108 del 2011) – ha affermato che le norme di cui all’art. 1, commi 557 e 557-bis, della legge n. 296 del 2006, nonché quelle di cui all’art. 76, commi 6 e 7, del d.l. n. 112 del 2008, essendo «ispirate alla finalità del contenimento della spesa pubblica, costituiscono princìpi fondamentali nella materia del coordinamento della finanza pubblica, in quanto pongono obiettivi di riequilibrio, senza, peraltro, prevedere strumenti e modalità per il perseguimento dei medesimi». La citata conclusione trova il suo presupposto nella considerazione che «la spesa per il personale, per la sua importanza strategica ai fini dell’attuazione del patto di stabilità interna (data la sua rilevante entità), costituisce non già una minuta voce di dettaglio, ma un importante aggregato della spesa di parte corrente, con la conseguenza che le disposizioni relative al suo contenimento assurgono a principio fondamentale della legislazione statale» (sentenza n. 69 del 2011, che richiama la sentenza n. 169 del 2007).

Anche la norma di cui al comma 557-ter, che prevede sanzioni nel caso di inosservanza delle prescrizioni di contenimento, costituisce un principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica, come già affermato da questa Corte, in quanto diretta ad assicurare il rispetto dei limiti di spesa (ex plurimis, sentenza n. 155 del 2011).

6.— Le Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia hanno impugnato il comma 9 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, che ha novellato l’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, stabilendo: 1) a carico degli enti nei quali l’incidenza delle spese per il personale è pari o superiore al 40 per cento delle spese correnti, il divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale; 2) a carico dei restanti enti, la possibilità di procedere ad assunzioni di personale nel limite del 20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente.

Le norme in esame sono state impugnate per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost.

6.1.— Successivamente alla proposizione dei ricorsi regionali qui presi in esame, l’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, è stato ulteriormente modificato da numerosi interventi legislativi (da ultimo, art. 4-ter, comma 10, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, recante «Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento», convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44).

Il confronto tra il testo dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, oggetto delle impugnative regionali, e quello oggi vigente, anche alla luce delle specifiche ragioni di censura addotte dalle ricorrenti, consente di escludere che le numerose modifiche intervenute abbiano alterato la sostanza normativa del comma censurato.

In particolare, deve rilevarsi come continuino ad essere previsti tanto il divieto di procedere a qualsiasi tipo di assunzione per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è particolarmente rilevante, tanto la limitazione a carico dei «restanti enti» riguardo a nuove assunzioni di personale. Gli interventi del legislatore statale sulle anzidette prescrizioni sono consistiti nell’attutire la portata di siffatti vincoli, prevedendo che il divieto di assunzione operi solo per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 50 per cento delle spese correnti (anziché al 40 per cento, com’era originariamente previsto), e che i restanti enti possano procedere ad assunzioni di personale «a tempo indeterminato» nel limite del 40 per cento (anziché del 20 per cento e per qualsivoglia tipo di assunzione) della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente. Inoltre, il testo oggi vigente dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, prevede che «Per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o inferiore al 35 per cento delle spese correnti sono ammesse, in deroga al limite del 40 per cento e comunque nel rispetto degli obiettivi del patto di stabilità interno e dei limiti di contenimento complessivi delle spese di personale, le assunzioni per turn-over che consentano l’esercizio delle funzioni fondamentali previste dall’articolo 21, comma 3, lettera b), della legge 5 maggio 2009, n. 42; in tal caso le disposizioni di cui al secondo periodo trovano applicazione solo in riferimento alle assunzioni del personale destinato allo svolgimento delle funzioni in materia di istruzione pubblica e del settore sociale».

Da quanto detto deriva che le questioni di legittimità costituzionale aventi ad oggetto l’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, come modificato dall’art. 14, comma 9, del d.l. n. 78 del 2010, devono intendersi trasferite sul testo dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, come risultante a seguito degli interventi legislativi successivi alle odierne impugnative (ex plurimis, sentenze n. 30 del 2012 e n. 153 del 2011).

6.2.— Le questioni di legittimità costituzionale del testo vigente dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008 non sono fondate.

Anche a tale proposito si deve richiamare la sentenza n. 108 del 2011 di questa Corte, che ha riconosciuto all’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008 (sia pure nel testo vigente al momento della anzidetta decisione), natura di principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica, trattandosi di norma che incide sulla spesa per il personale, la quale, «per la sua importanza strategica ai fini dell’attuazione del patto di stabilità interna (data la sua rilevante entità), costituisce non già una minuta voce di dettaglio, ma un importante aggregato della spesa di parte corrente». In particolare, nella citata pronunzia è stata riconosciuta la natura di principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica alla norma che pone il divieto di procedere ad assunzioni di qualsiasi tipo per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 40 per cento (oggi elevato al 50 per cento) delle spese correnti.

Siffatta conclusione deve estendersi anche alla norma che limita la possibilità di assunzioni per i restanti enti, la quale obbedisce alla medesima ratio di contenimento della spesa pubblica per il personale. Valgono per la stessa, quindi, le considerazioni svolte nella sentenza n. 108 del 2011 in relazione al divieto di nuove assunzioni per gli enti che abbiano superato il limite del 40 per cento (oggi, 50 per cento) di cui sopra.

7.— La Regione Puglia ha impugnato i commi 19, 20 e 21 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010. Il comma 19 stabilisce che alle Regioni che abbiano certificato il mancato rispetto del patto di stabilità interno relativamente all’esercizio finanziario 2009, si applicano le disposizioni di cui ai commi dal 20 al 24 dello stesso art. 14. In base al comma 20, gli atti adottati dalla Giunta regionale o dal Consiglio regionale durante i dieci mesi antecedenti alla data di svolgimento delle elezioni regionali, con i quali è stata assunta la decisione di violare il patto di stabilità interno, sono annullati senza indugio dallo stesso organo. Infine, il comma 21 dispone che sono revocati di diritto, ove compiuti a seguito degli atti indicati al comma precedente, i conferimenti di incarichi dirigenziali a personale esterno all’amministrazione regionale ed i contratti di lavoro a tempo determinato, di consulenza, di collaborazione coordinata e continuativa ed assimilati, nonché i contratti di cui all’art. 76, comma 4, secondo periodo, del d.l. n. 112 del 2008, deliberati, stipulati o prorogati dalla Regione nonché da enti, agenzie, aziende, società e consorzi, anche interregionali, comunque dipendenti o partecipati in forma maggioritaria dalla stessa. Il titolare dell’incarico o del contratto non ha diritto ad alcun indennizzo in relazione alle prestazioni non ancora effettuate alla data di entrata in vigore del presente decreto.

Le norme in esame sono state impugnate per violazione degli artt. 3, 97, 117, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost.

7.1.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 19, 20 e 21, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

Anche a tale proposito si deve richiamare la sentenza n. 155 del 2011 di questa Corte, in cui si è affermato che le sanzioni previste nelle norme impugnate, essendo volte ad assicurare il rispetto del patto di stabilità interno, costituiscono princìpi di coordinamento della finanza pubblica e rientrano pertanto nella competenza legislativa concorrente dello Stato, ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost.

8.— La Regione Puglia ha impugnato il comma 27 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, il quale, «ai fini dei commi da 25 a 31 e fino alla data di entrata in vigore della legge con cui sono individuate le funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione», qualifica come funzioni fondamentali dei Comuni le funzioni di cui all’art. 21, comma 3, della legge n. 42 del 2009.

La norma impugnata violerebbe gli artt. 117, commi secondo, lettera p), terzo e quarto, e 118, secondo comma, Cost.

8.1.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 27, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

La ricorrente muove, infatti, da un erroneo presupposto interpretativo, in quanto il richiamo operato dalla norma impugnata alla generica elencazione di cui all’art. 21, comma 3, della legge n. 42 del 2009 non è, di per sé, lesivo di competenze legislative e amministrative delle Regioni. Il richiamo in parola, infatti, risponde all’esigenza di sopperire, sia pure transitoriamente ed ai limitati fini indicati nella stessa norma impugnata, alla mancata attuazione della delega contenuta nell’art. 2 della legge 5 giugno 2003, n. 131 (Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3). La richiamata delega (il termine per il cui esercizio è peraltro già scaduto) autorizzava il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi diretti alla individuazione delle funzioni fondamentali, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., essenziali per il funzionamento di Comuni, Province e Città metropolitane nonché per il soddisfacimento di bisogni primari delle comunità di riferimento.

Non può pertanto attribuirsi alla norma censurata la portata, asseritamente lesiva delle competenze legislative e amministrative regionali, dedotta dalla ricorrente.

9.— Le Regioni Valle d’Aosta e Liguria hanno impugnato il comma 32 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, il quale pone il divieto, per i Comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti, di costituire società e obbliga gli stessi enti a mettere in liquidazione le società già costituite o a cederne le partecipazioni.

La norma in esame è impugnata per violazione degli artt. 114, secondo comma, 117, commi secondo, lettera g), terzo e quarto, e 119 Cost., nonché degli artt. 2 e 3 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta).

9.1.— Successivamente alla proposizione dei ricorsi in esame, la disposizione censurata è stata oggetto di numerose modifiche.

In particolare, l’art. 2, comma 43, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 febbraio 2011, n. 10, ha modificato l’originario termine finale (31 dicembre 2011) per la messa in liquidazione delle società, prevedendo che quest’ultima debba intervenire entro il 31 dicembre 2013. Lo stesso art. 2, comma 43, ha inserito un nuovo periodo, dopo il secondo.

L’art. 20, comma 13, del d.l. n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 111 del 2011, ha soppresso l’ultimo periodo del comma 32 dell’art. 14.

L’art. 16, comma 27, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 14 settembre 2011, n. 148, ha sostituito le parole «31 dicembre 2013» con le seguenti «31 dicembre 2012».

Infine, l’art. 29, comma 11-bis, del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 216 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 febbraio 2012, n. 14, ha prorogato di nove mesi il termine di cui all’art. 16, comma 27, del d.l. n. 138 del 2011.

Pertanto, il censurato art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010 si presenta oggi nel testo seguente: «Fermo quanto previsto dall’art. 3, commi 27, 28 e 29, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, i comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti non possono costituire società. Entro il 31 dicembre 2012 i comuni mettono in liquidazione le società già costituite alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero ne cedono le partecipazioni. Le disposizioni di cui al secondo periodo non si applicano ai comuni con popolazione fino a 30.000 abitanti nel caso in cui le società già costituite:

a) abbiano, al 31 dicembre 2012, il bilancio in utile negli ultimi tre esercizi;

b) non abbiano subìto, nei precedenti esercizi, riduzioni di capitale conseguenti a perdite di bilancio;

c) non abbiano subìto, nei precedenti esercizi, perdite di bilancio in conseguenza delle quali il comune sia stato gravato dell’obbligo di procedere al ripiano delle perdite medesime.

La disposizione di cui al presente comma non si applica alle società, con partecipazione paritaria ovvero con partecipazione proporzionale al numero degli abitanti, costituite da più comuni la cui popolazione complessiva superi i 30.000 abitanti; i comuni con popolazione compresa tra 30.000 e 50.000 abitanti possono detenere la partecipazione di una sola società; entro il 31 dicembre 2011 i predetti comuni mettono in liquidazione le altre società già costituite».

Le modifiche intervenute successivamente all’impugnazione non hanno inciso sulla sostanza normativa del comma impugnato; pertanto, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, le questioni promosse nei confronti del testo originario dell’art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010, devono intendersi trasferite sul testo oggi vigente (ex plurimis, sentenze n. 30 del 2012 e n. 153 del 2011).

9.2.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

La norma impugnata presenta i caratteri di una sanzione nei confronti degli enti le cui società partecipate non presentino bilanci in utile negli ultimi tre esercizi o abbiano subito riduzioni di capitale conseguenti a perdite di bilancio o, ancora, abbiano subito riduzioni di capitale conseguenti a perdite di bilancio, per effetto delle quali il Comune sia stato gravato dell’obbligo di procedere al ripiano delle perdite medesime. In particolare, sugli enti “non virtuosi” (nel senso prima precisato) incombe l’obbligo di mettere in liquidazione le società già costituite al momento dell’entrata in vigore del d.l. n. 78 del 2010, obbligo che non sussiste per gli enti le cui società siano “virtuose” (sempre nel senso già precisato).

Il divieto di costituire nuove società opera invece nei confronti di tutti gli enti (senza distinzione tra “virtuosi” e non) con popolazione inferiore a 30.000 abitanti. Tale divieto risponde all’esigenza di evitare eccessivi indebitamenti da parte di enti le cui piccole dimensioni non consentono un ritorno economico in grado di compensare le eventuali perdite subite. È chiaro quindi l’intento di assicurare un contenimento della spesa, non precludendo, in linea di principio, neanche agli enti con popolazione inferiore a 30.000 abitanti la possibilità di mantenere in esercizio le società già costituite.

Se questa è la finalità, lo strumento utilizzato dal legislatore statale per perseguirla è una norma che incide in modo permanente sul diritto societario, escludendo per determinati soggetti pubblici (i Comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti) l’idoneità a costituire società partecipate. Si tratta pertanto di una regola ricadente nella materia dell’ordinamento civile, di competenza esclusiva dello Stato.

10.— Oggetto di specifiche censure da parte delle Regioni Valle d’Aosta e Liguria è, infine, l’ultimo periodo del comma 32 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, il quale, successivamente alla proposizione dei ricorsi regionali, è stato abrogato dall’art. 20, comma 13, del d.l. n. 98 del 2011, senza che sia stato adottato il decreto ivi previsto.

L’abrogazione della disposizione in questione, unitamente alla sua mancata applicazione nel periodo di vigenza, determina la cessazione della materia del contendere.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riservata a separate pronunce la decisione sull’impugnazione delle altre disposizioni contenute nel decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, promosse dalla Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e dalle Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia, con i ricorsi indicati in epigrafe;

riuniti i giudizi,

1) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 1 e 2, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Liguria, per violazione degli artt. 117, terzo comma, 118 e 119 della Costituzione;

2) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 7, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Liguria, per violazione del principio di ragionevolezza e di buona amministrazione (artt. 3 e 97 Cost.), nonché degli artt. 117, quarto comma, e 119 Cost., e del principio di leale collaborazione;

3) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 9, del d.l. n. 78 del 2010, trasferite sul testo vigente dell’art. 76, comma 7, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133, promosse dalle Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia, per violazione, nel complesso, degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost.;

4) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 19, 20 e 21, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Puglia, per violazione degli artt. 3, 97, 117, 118 e 119 Cost.;

5) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 27, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Puglia, per violazione degli artt. 117, commi secondo, lettera p), terzo e quarto, e 118, secondo comma, Cost.;

6) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalle Regioni Valle d’Aosta e Liguria, per violazione, nel complesso, degli artt. 2, primo comma, lettera b), e 3, primo comma, lettera f) della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta), nonché degli artt. 114, secondo comma, 117, commi secondo, lettera g), terzo e quarto, e 119 Cost.;

7) dichiara cessata la materia del contendere in ordine alle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 32, ultimo periodo, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalle Regioni Valle d’Aosta e Liguria, per violazione, nel complesso, degli artt. 5, 117, sesto comma, e 120 Cost., nonché del principio di leale collaborazione.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 giugno 2012.

F.to:

Alfonso QUARANTA, Presidente

Gaetano SILVESTRI, Redattore

Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 7 giugno 2012.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Gabriella MELATTI

La risposta del Sindaco a Riccardo Realfonso

«A fine settembre la nascita del movimento arancione» con il possibile sbarco in Parlamento di componenti della giunta. E su Riccardo Realfonzo, ormai ex assessore al bilancio, «il dispiacere umano di avere dovuto prendere questa decisione ma serviva un cambiamento forte». Il sindaco Luigi de Magistris a tutto campo nel giorno del suo primo rimpasto, probabilmente non l’ultimo. Sulle questioni amministrative detta l’agenda. Tre priorità: strade, trasporti e rifiuti. «L’emergenza è alle spalle ma è molto vero che se la questione rifiuti non si affronta a livello strutturale con gli impianti non si risolve e noi ci stiamo attrezzando» dice il primo cittadino.
Allora sindaco, perché i cambi in giunta?
«È come quando si va dal medico per un controllo o si porta la macchina a fare il tagliando. La nostra esperienza così rivoluzionaria, con una giunta completamente estranea ai partiti è quasi fisiologico che preveda dei cambi. Ed è giusto che il sindaco intervenga dove si ritiene si debba cambiare. Non va drammatizzato il cambio di uno o due assessori, è possibile che accada ancora nel futuro. Si apre una fase nuova e siamo intervenuti sui nodi strategici. Quello del bilancio è l’assessorato più importante».
C’è qualcosa in particolare dove Realfonzo ha sbagliato? Come risponde alle sue parole?
«Si è mostrato inadeguato ad una sfida epocale: dalle partecipate alla lotta all’evasione, su cui ho sempre insistito molto. Leggendo le sue parole ho pensato che è la fisiologica reazione da parte di chi ha coscienza di non aver centrato gli obiettivi ed è stato per questo sostituito. Per il resto vale quanto già detto in altre occasioni: non prendo, vista anche la mia biografia, lezioni di legalità da nessuno, soprattutto quando è strumentalmente agitata per nascondere le proprie responsabilità. Così come sono irricevibili, visto l’operato di questa amministrazione, sermoni sulla necessità di governare in discontinuità, avendo agito in totale rottura col sistema del passato. A Realfonzo consiglio di stare tranquillo: Napoli è in buone mani, soprattutto mani oneste che lavorano assiduamente per il bene dei cittadini e che hanno rilanciato l’immagine di Napoli in Italia e nel mondo. Poi sono intervenuto nel costituire l’assessorato al lavoro. Anche sulle deleghe è una fase nuova che si apre e si caratterizzerà per una maggiore coesione della giunta».
A proposito di deleghe, lei ha tenuto per sè, quella al personale che era di Tuccillo e la Polizia municipale. Una sorta di superassessore. Significa che non ha piena fiducia nella squadra?
«È una atto di generosità. Ho percepito le difficoltà che hanno avuto alcuni assessori, penso a Tuccillo, è un interim di assoluta provvisorietà il personale. Voglio essere molto vicino ai dipendenti e alla Polizia municipale in un momento in cui ci sono i tagli del governo».
Tuttavia nel razionalizzare le deleghe c’è chi perde qualcosa e chi la guadagna. La sensazione è che lei abbia fatto suonare la campana dell’ultimo round: per qualcuno. «Ho dato grandissima fiducia ai miei assessori, anche quando sono stati criticati duramente ma non c’è una gerarchia tra assessori, vicesindaco compreso. La qualità non dipende dal numero di deleghe che si ha, la pesatura la fanno i fatti. Sodano ha assunto un ruolo di coordinamento, la sua mission è però quella dei rifiuti e l’ambiente. Credo di avere razionalizzato ma certo nella fase due mi aspetto che ci siano dei risultati che non sono arrivati e che devono arrivare. Le verifiche si fanno con i risultati giorno dopo giorno».
Il generale Sementa resterà capo dei vigili urbani?
«Al momento non ci sono le condizioni per rinnovare il contratto al generale che ringraziamo per quanto fatto. La mia decisione è di non affidare il comando al più alto in grado del corpo. Ma darlo in maniera provvisoria al capo di gabinetto Auricchio. Mentre sono orientato a mantenere la delega alla Polizia municipale».
Torniamo alla politica: i neoassessori Palma e Panini sono del Pd cosa significa, che la giunta si apre al Pd e ai partiti?
«Teniamo separate le due cose. Le scelte non hanno a che vedere nulla col rapporto con il Pd le ho fatte in piena autonomia. Palma è stato scelto in quanto tecnico competente. Panini per la sua storia di altissimo profilo nella Cgil, per la sua capacità di incidere nel mondo del lavoro e per la sua capacità di organizzare. Oggi è fondamentale organizzare il capitale umano al meglio. Ha già risolto il problema delle maestre a settembre asili e scuole apriranno normalmente».
Non ha risposto però sul punto politico.
«L’ascolto c’è sempre stato ma ora voglio farmi promotore di un rafforzamento dei rapporti tra i partiti del centrosinistra, la giunta e il sindaco. È mia intenzione provare a costruire il laboratorio che metta insieme non solo la cittadinanza attiva ma anche il centrosinistra e rilanciarlo».
L’assessorato assegnato a Panini va in questa direzione?
«L’assessorato al lavoro è una scelta coraggiosa ma anche rischiosa, le politiche del lavoro competono allo Stato e alle Regione. Sono però convinto che è giunto il momento storico dove le città debbano assumere iniziative forti sui temi del lavoro. Panini può mettere in campo una complessiva strategia per creare le condizioni di sviluppo e posti di lavoro»
Utilizzando la leva dei privati?
«È fallito i socialismo reale, sta crollando il capitalismo. Di fronte a ciò la risposta deve arrivare dalle comunità dove pubblico e privato devono avere il comune intento di investire sui beni comuni. Su opere di interesse strategico. Il profitto per i privati non deve essere solo individuale ma anche sociale. Ci sono le condizioni per mettere in campo capitale umano pubblico e privato nazionale e internazionale. Oggi abbiamo operatori che vogliono investire nella nostra città. Grazie al superamento dell’emergenza rifiuti e ai grandi eventi sportivi e culturali che sono arrivati».
L’identikit che lei fa di Panini sembra essere l’abito buono con il quale presentare il nuovo soggetto politico.
«Abbiamo fatto una riunione giorni fa, tutta la giunta i collaboratori più stretti e anche Realfonzo è stato d’accordo. Abbiamo deciso che a settembre presenteremo con una grande iniziativa pubblica il movimento che parte da Napoli ma avrà una dimensione nazionale. Panini – come altri – per la sua esperienza e per il ruolo che ha avuto potrà avere un ruolo importante. Sarà il movimento arancione».
Come nasce il nome?
«Il tema dell’arancione è il filo del cambiamento che ha unito Napoli con Milano, Cagliari, Palermo, Genova e altre città. Il rosso è la mia passione di gioventù che rimane la passione politica più forte. L’arancione può rappresentare la proiezione di una politica che supera il capitalismo ma anche un concezione statalista della società non più attuabile. Cioè che lo Stato possa far tutto e tutto debba essere Stato. Anche il privato deve tendere al bene comune, serve un nuovo ordine economico. E ha bisogno di un movimento politico per crescere. Non possiamo più puntare sul sindaco che risolva tutto, oggi è il momento di strutturare».
La proiezione nazionale porterà alle elezioni politiche di primavera?
«Di qui alle elezioni politiche si deve ragionare in termini di un nuovo soggetto politico moderno e l’esperienza napoletana sarà il pilastro. Una cosa è certa noi ci vogliamo stare».
Panini candidato al Parlamento con la casacca arancione?
«Lui mi ha detto che vuole fare l’assessore fino alla fine, non escludo però che qualcuno degli attuali componenti della giunta possa essere candidato al Parlamento. Fare sentire le ragioni di Napoli sarebbe importante».
Torniamo alle note dolenti: strade, rifiuti, trasporti. Il movimento arancione può essere il pilastro ma nell’immediato come si affrontano queste emergenze?
Il giorno in cui il sindaco De Magistris ufficializza il rimpasto in giunta comunale, con la defenestrazione di Riccardo Realfonzo anticipata ieri dal Mattino, esplode l’ira dell’ex assessore al Bilancio. «Fino a lunedì – spiega – il sindaco mi aveva confermato la fiducia». E Relfonzo, due anni fa dimissionario «spontaneo» dalla giunta Iervolino, va all’attacco del sindaco: «Nutre astio verso chiunque lo critichi», e accusa De Magistris di replicare «il copione già visto con Raphael Rossi e con Pino Narducci, con il quale ho condiviso numerose battaglie politiche». A sostituire Realfonzo, come anticipato ieri, entra Salvatore Palma al Bilancio, la delega al Lavoro va a Enrico Panini. Il Pd: non sono nomi nostri. Previste più deleghe per Sodano (Bagnoli e Napoli Est) e D’Angelo (Welfare). La premessa vale per tutte e tre le cose: senza soldi non si cantano messe. Ereditiamo un debito di 2 miliardi e tagli per 350 milioni. Nonostante questo c’è un piano per le strade più importanti e molte cose le stiamo facendo. L’emergenza buche la stiamo affrontando con Napoli Servizi. La manutenzione è una priorità.
Capitolo rifiuti. Le navi non possono sopperire al nodo strutturale in eterno. Che fare?
«Mi ripeto ma è giusto essere chiari: le settimane scorse abbiamo avuto difficoltà perché ci sono stati tagliati fondi che ora saranno sbloccati. Ci siamo molto arrabbiati. Poi però giusto dire che ci siamo lasciati alle spalle l’emergenza rifiuti e questo è un risultato che vale una sindacatura. Sui rifiuti mi gioco tutto. Abbiamo cominciato a ottimizzare il porta a porta che impegna 300mila cittadini e puntiamo di arrivare a 500mila entro fine anno. Nello stesso tempo abbiamo reso stabile il trasfrontaliere. Ricevere la telefonata del prefetto di Roma che ci chiede un ausilio è gratificante. Abbiamo cominciato le gare per l’impiantistica perché è molto vero che senza gli impianti la questione rifiuti non si risolve in maniera strutturale».

La lettera di dimissioni di Pino Narducci

Narducci

La memoria corta della città: Sulle polemiche relative alle retribuzioni dei Capo di Gabinetto dei Sindaci di Napoli e di Roma nessuno si è ricordato della vicenda che ha riguardato Pino Narducci che da magistrato guadagnava uno stipendio equivalente a quello della Dott.ssa Carla Romana Raineri, nominata Capo di gabinetto dalla Sindaca a 5 stelle Raggi. Mi hanno, infatti, colpito le dichiarazioni della Raineri, la quale ha affermato chiaramente che per meno di 193 mila euro all’anno (pari allo stipendio di magistrato) non avrebbe mai accettato l’incarico politico! Ebbene, a Napoli avevamo un Magistrato unanimemente riconosciuto di altissima competenza e merito che per spirito di servizio e passione politica ha accettato senza battere ciglio l’incarico di assessore ai diritti, sicurezza e trasparenza per 1/4 del suo stipendio di magistrato! Credo che Pino Narducci, anche per questa vicenda, abbia dato una bella lezione di ciò che significa la politica libera e disinteressata, svolta con spirito di servizio per il bene collettivo e l’interesse pubblico cosa, forse, sconosciuta alla Magistrata e neo capo di gabinetto della Sindaca a 5 stelle Raggi. Per chi non l’avesse ancora letta ripropongo la lettera di dimissioni di Pino Narducci, che ho conosciuto grazie alla mia esperienza amministrativa ed i cui obiettivi politici ho condiviso e cercato di attuare con umiltà, dedizione e perseveranza per tutto il mio mandato:

“HO ACCETTATO l’incarico di assessore ai diritti, trasparenza e sicurezza del Comune di Napoli per svolgerlo unicamente con lo spirito di “servitore delle istituzioni”, persuaso di poter rendere un servizio ai cittadini napoletani, nell’esclusivo interesse della collettività e senza perseguire nessun’altra finalità personale o di parte.

Non senza sacrifici personali e familiari, ho temporaneamente abbandonato la mia attività di magistrato e la Procura della Repubblica di Napoli, ufficio al quale ho dedicato, ininterrottamente, venticinque anni della mia vita, non solo professionale.

Ho ritenuto di fornire il mio apporto a un processo di cambiamento profondo della città e dell’azione amministrativa e impedire quello che appariva l’irreversibile declino della città.

Pensavo, e ancora continuo a ritenere, che la città di Napoli dovesse diventare, a pieno titolo, una moderna città europea e che questa sfida dovesse essere vinta, non solo, ma, anzitutto, sul terreno della legalità e del ripristino pieno delle regole.

In tal senso ho interpretato la mia delega di assessore alla sicurezza, sforzandomi di affermare idee e attivare nuove prassi amministrative non solo sul terreno delle “politiche antimafia”, ma anche su quello, in verità rivelatosi molto più ostico, del superamento, materiale e culturale, di tutti i variegati fenomeni che, nel corso dei decenni, hanno determinato il consolidarsi di assetti illegali della vita civile, sociale ed economica della città, mortificando e calpestando i diritti della collettività e dei singoli, a esclusivo vantaggio degli interessi, prepotenti e invadenti, solo di qualcuno, siano essi gruppi o individui.

In particolare, ritenevo che la città di Napoli dovesse finalmente superare, anzitutto, una infausta visione culturale, prima che politicoamministrativa, secondo la quale i comportamenti illegali organizzati esistenti in città possono essere tollerati e accettati poiché sono comunque regolatori di equilibri del vivere civile e, senza di essi, si apre la strada al disordine sociale. Si tratta, a mio avviso, di una concezione regressiva e subalterna allo “stato di cose presenti”, lontana da una vera idea di sviluppo della città e di emancipazione degli uomini.

Ho cercato di esercitare il mio incarico senza dimenticare che la battaglia per affermare la legalità nella società civile e nel comportamento dei napoletani esige, contemporaneamente, che il valore del primato della legge si affermi anche nell’azione politica e nella attività amministrativa. A questo compito mi sono dedicato esercitando, credo in modo non rituale o burocratico, la delega di assessore alla trasparenza.

Mi sono adoperato costantemente affinché la azione dell’ente potesse assumere rinnovato slancio e una sempre più netta e chiara fisionomia nella direzione della affermazione, rigorosa e intransigente, dei principi costituzionali di trasparenza, buon andamento e imparzialità della amministrazione.

Ho constatato l’iniziale emergere di incomprensioni e di diversità di vedute e poi, con maggiore frequenza, di divergenze, sempre più marcate, su diversi importanti aspetti della azione messa in campo dalla amministrazione nel corso degli ultimi mesi.

Si tratta di molte vicende nelle quali non ho mancato di fornire il mio contributo di idee e in ordine alle quali, infine, ho sempre assunto una posizione chiara e riconoscibile, ritenendo trattarsi di aspetti decisivi e non marginali della vita della città, aspetti che attengono, in altri termini, alle sue condizioni strutturali.

Queste divergenze sono divenute sempre più profonde soprattutto in occasione di alcuni momenti importanti della azione amministrativa: la discussione sulla utilizzazione di forme di lavoro temporaneo nel ciclo dei rifiuti e poi, in particolare, sulle assunzioni di lavoratori a tempo indeterminato (le cosiddette internalizzazioni) effettuate dalla società partecipata Asia spa; il delicato tema della corretta ed equilibrata definizione del rapporto con il privato che, ormai da moltissimi anni, gestisce il patrimonio immobiliare dell’ente, definizione poi concretizzatasi attraverso la adozione di delibere che non ho condiviso; le centrali questioni riguardanti gli assetti che, dal prossimo dicembre, dovranno essere assicurati alla gestione del nostro patrimonio per permettere all’ente di riprenderne, finalmente e pienamente, il controllo, questioni sulle quali ho manifestato opinioni che appaiono minoritarie; le tensioni, infine, che hanno accompagnato l’adozione della deliberazione inerente la ricognizione dei residui attivi nella predisposizione dei documenti contabili del Comune e le conseguenti operazioni necessarie per superare, coerentemente alle indicazioni fornite dal Collegio dei Revisori dei Conti e della Sezione Regionale della Corte dei Conti, uno degli aspetti che provocano le maggiori sofferenze economiche dell’ente.

Queste dinamiche, a mio parere, più di altre, sembrano collocarsi su una linea di assoluta continuità con vecchie logiche del passato, logiche che ritenevo, nella nuova situazione, non potessero più riproporsi.

In queste vicende, come però anche in altre di pari rilievo, non sono mancati problemi causati da una inadeguata o insufficiente, quando non del tutto assente, comunicazione di elementi informativi ai membri della giunta, con inevitabili ripercussioni sulla reale ed effettiva condivisione delle scelte nonché sulla stessa ponderatezza delle decisioni assunte.

In altri termini, non sempre le decisioni sono state adottate a seguito di un effettivo confronto tra le posizione esistenti all’interno della giunta.

Non ho omesso, in tante occasioni, di segnalarlo e non ho certamente ignorato l’emergere di una visione che riteneva che la mia posizione costituisse, in ultima analisi, un appesantimento o, addirittura, quasi un ostacolo alla efficienza della amministrazione, tanto da essere stato sollecitato a rendermi conto che, nella sfera dell’amministrazione e della politica, occorre adeguarsi a una linea di condotta ispirata alla giusta duttilità e abbandonare quella connotata, invece, dalla intransigenza dei principi.

Ho ritenuto, come è noto a tutti, di non accogliere questa sollecitazione.

Infine, a causa delle posizioni da me assunte, sono stato, nelle ultime settimane, oggetto di dichiarazioni gratuitamente aggressive, additato, in sostanza, come un “reprobo” che, insieme al collega Realfonzo, avrebbe minato la coesione e la efficacia della azione di giunta, coesione ed efficacia che sarebbero state di nuovo prontamente assicurate attraverso un energico rimpasto di deleghe e di persone.

E, mentre dette dichiarazioni continuavano, era per me veramente sorprendente apprendere, attraverso altre dichiarazioni, che le valutazioni sui problemi cagionati dalla mia presenza in giunta erano invece soltanto il frutto di invenzioni o montature giornalistiche.

L’impressione che io ne ricavo è quella dell’affermarsi di un “clima” che, a mio parere, appare chiaramente ostile alla libera manifestazione delle idee e delle opinioni dissenzienti che, anche quando non condivisibili, meritano rispetto.

Ho ricevuto, in privato, attestati di solidarietà e stima da parte di molte persone, soprattutto di tanti comuni cittadini.

Queste manifestazioni di stima mi confortano e, al tempo stesso, mi incoraggiano nel mantenere fermo un atteggiamento di coerenza ai miei principi di “servitore delle istituzioni” non ritenendo di poter proseguire nella mia attività di amministratore poiché non esiste più una comune condivisione di idee sul futuro della città e sui valori che devono orientare la azione amministrativa.

Per queste ragioni, rassegno le dimissioni dall’incarico di assessore ai diritti, trasparenza e sicurezza del Comune di Napoli.”

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