Se la cultura della legalità manca al governo

del rioBeppe Grillo nel suo blog ha segnalato che i due neoministri del PD, Del Rio e Zanonato, non possono ricoprire la carica di ministro in quanto sono sindaci rispettivamente di Reggio Emilia e di Padova (cittadine con popolazione superiore a 5.000 abitanti) e pertanto in virtù dell’art. 13 del D.L. 138/2011 sono incompatibili e devono dimettersi dalla carica di primo cittadino. Entrambi, pare abbiano dichiarato che sono disponibili a rinunciare allo stipendio da sindaco ma credo che ciò non basti né sia corretta! La cosa, infatti, non è di poco conto in quanto o Enrico Letta ed il suo staff non conoscevano la norma, oppure, pur conoscendola, hanno pensato bene di non ritenerla valida per loro, del che non so quale cosa sia peggio! Credo che in ogni altra parte del mondo cd. civilizzato questa cosa farebbe scattare dimissioni a raffica ed indignazioni senza neppure che vi fosse una norma di legge, in quanto, non si può ritenere che un ministro possa contemporaneamente continuare ad occupare due poltrone. In Italia, invece, abbiamo fatto una legge e ci prendiamo il gusto di violarla, solo che, in questo caso, a violarla è il governo stesso che dovrebbe essere il primo organo a rispettare le leggi. Credo che il significato di questa cosa sia più profondo ed abbia radici nella “incultura della legalità” nella quale siamo precipitati perché i principi costituzionali li abbiamo visti calpestare platealmente senza che nel paese si formasse alcun senso di indignazione. E’ inutile ricordare il Cavaliere che ha preteso che un parlamento intero ritenesse ruby  la nipote di mubarak, oppure le leggi personali ed oggi la violazione di leggi per interessi di governo. La cosa potrà sembrare non grave ma io credo che ogni popolo debba, per lo meno, pretendere che coloro che sono alle massime cariche dello Stato rispettino sempre e comunque le leggi a tutela dei cittadini. L’incompatibilità, prevista, infatti non è un capriccio ma è una garanzia per i cittadini che non possono tenere un sindaco di una città di 800.000 abitanti a mezzo servizio né gli altri cittadini, non residenti nella città del ministro, possano avere, anche il sia pur minimo sospetto, che nell’amministrazione di un ministero un ministro privilegi gli interessi della amministrazione cittadina di cui è il sindaco. L’unica spiegazione è che manca la cultura della legalità nel nostro paese e coloro che si sentono “potenti” hanno l’arroganza di calpestare le leggi che essi stessi hanno approvato e che valgono per tutti ma non per loro!
Incollo la norma che ho studiato verificando che i rinvii non prevedano deroghe al principio della incompatibilità sancito.
D.L. del 13.08.2011 n. 138
Art. 13
…..
3. Fermo restando quanto previsto dalla legge 20 luglio 2004, n.215, e successive modificazioni, le cariche di deputato e di senatore, nonche’ le cariche di governo di cui all’articolo 1, comma 2, della citata legge n. 215 del 2004, sono incompatibili con qualsiasi altra carica pubblica elettiva di natura monocratica relativa ad organi di governo di enti pubblici territoriali aventi, alla data di indizione delle elezioni o della nomina, popolazione superiore a 5.000 abitanti, fermo restando quanto previsto dall’articolo 62 del testo unico di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267. Le incompatibilita’ di cui al primo periodo si applicano a decorrere dalla data di indizione delle elezioni relative alla prima legislatura parlamentare successiva alla data di entrata in vigore del presente decreto. A decorrere dalla data di indizione delle relative elezioni successive alla data di entrata in vigore del presente decreto, le incompatibilita’ di cui al primo periodo si applicano, altresi’, alla carica di membro del Parlamento europeo spettante all’Italia, fermo restando quanto previsto dall’articolo 6, commi secondo, terzo, quarto, quinto e sesto, della legge 24 gennaio 1979, n. 18, e successive modificazioni. Resta fermo in ogni caso il divieto di cumulo con ogni altro emolumento; fino al momento dell’esercizio dell’opzione, non spetta alcun trattamento per la carica sopraggiunta (3).

Il governo della disperazione

gasparriL’episodio di stamani lascia sgomenti. L’atto va condannato senza mezzi termini ma non si può tacere il malessere e la disperazione che c’è nel paese e che forse ha armato la mano del “povero” Luigi Preiti l’attentatore che ha esploso sei colpi di pistola contro due carabinieri ed una donna e che dopo ha gridato sparatemi. I Cittadini che hanno ancora qualche speranza si sentono traditi dall’agire politico che vede ancora una volta entrare nei palazzi dell’amministrazione l’antipolitica degli interessi particolari e dell’economia. Quali riforme potrà mai fare un governo come quello che è nato oggi e che finirà per condizionare il lavoro del parlamento, che finirà ancora una volta, gioco forza, privato del suo ruolo centrale. Mi chiedo, infatti, quale riforma elettorale, quale legge sul conflitto di interessi, quale legge sulla corruzione, quale legge sul lavoro potrà mai fare un tale miscuglio di individualismi. Non credo ci voglia molta arguzia per capire che questo è un governo del compromesso, che in Italia è pesantemente condizionato da un partito di pseudodestra  berlusconicentrica. Per questo motivo, come in tanti, non condivido le parole pronunciate qualche giorno fa del presidente della repubblica. Non si può fare un governo di salvataggio destra/sinistra in Italia perché la destra italiana non rappresenta alcuna ideologia ma solo interessi personali si è ormai perso ogni visione ideale della politica. Il governo letta è, infatti, la dimostrazione che le ideologie non c’entrano più nulla con la politica. Ormai da anni nella lotta politica a scontrarsi non sono diverse visioni del mondo ma semplici questioni di interesse dove l’economia la fa da padrona indirizzando le scelte e rendendo insignificanti i politici. I partiti sono morti nel momento in cui hanno abbandonato gli ideali ed hanno iniziato ad arruolare individui senza scrupoli che hanno avuto – ed hanno – come unico obiettivo l’accrescimento della ricchezza e del potere personale. Contrariamente a ciò che pensano in molti occorrerebbe un ritorno delle ideologie portate da uomini onesti che hanno una visione del mondo e della economia globale che, purtroppo, sempre più va verso una finanza astratta sganciata da quella reale che anzi ne risulta compromessa. Occorre che la politica si riappropri del suo ruolo di laboratorio di idee ed abbia una visione del mondo in grado di coinvolgere  il popolo, ovviamente no alla violenza ma questo andrebbe spiegato a gasparri, che qualche giorno fa mostrava il dito medio alla folla di cittadini radunatasi per l’elezione del Presidente della Repubblica, ma anche a quelle persone che non hanno alcuna dignità per sedere su uno scranno parlamentare.

Pare che valga ancora questo video preveggente di Guzzanti: il paese non è né di destra né di sinistra è di berlusconi:

Lettera di Rodotà a Scalfari: “Sono e resto un uomo di Sinistra”

rodotàDa Repubblica Nazionale di oggi (22.04.2013) di STEFANO RODOTA’ lettera  a Scalfari da leggere


CARO direttore, non è mia abitudine replicare a chi critica le mie scelte o quel che scrivo. Ma l’articolo di ieri di Eugenio Scalfari esige alcune precisazioni, per ristabilire la verità dei fatti. E, soprattutto, per cogliere il senso di quel che è accaduto negli ultimi giorni. Si irride alla mia sottolineatura del fatto che nessuno del Pd mi abbia cercato in occasione della candidatura alla presidenza della Repubblica (non ho parlato di amici che, insieme a tanti altri, mi stanno sommergendo con migliaia di messaggi). E allora: perché avrebbe dovuto chiamarmi Bersani? Per la stessa ragione per cui, con grande sensibilità, mi ha chiamato dal Mali Romano Prodi, al quale voglio qui confermare tutta la mia stima. Quando si determinano conflitti personali o politici all’interno del suo mondo, un vero dirigente politico non scappa, non dice “non c’è problema “, non gira la testa dall’altra parte. Affronta il problema, altrimenti è lui a venir travolto dalla sua inconsapevolezza o pavidità. E sappiamo com’è andata concretamente a finire.

La mia candidatura era inaccettabile perché proposta da Grillo? E allora bisogna parlare seriamente di molte cose, che qui posso solo accennare. È infantile, in primo luogo, adottare questo criterio, che denota in un partito l’esistenza di un soggetto fragile, insicuro, timoroso di perdere una identità peraltro mai conquistata. Nella drammatica giornata seguita all’assassinio di Giovanni Falcone, l’esigenza di una risposta istituzionale rapida chiedeva l’immediata elezione del presidente della Repubblica, che si trascinava da una quindicina di votazioni. Di fronte alla candidatura di Oscar Luigi Scalfaro, più d’uno nel Pds osservava che non si poteva votare il candidato “imposto da Pannella”. Mi adoperai con successo, insieme ad altri, per mostrare l’infantilismo politico di quella reazione, sì che poi il Pds votò compatto e senza esitazioni, contribuendo a legittimare sé e il Parlamento di fronte al Paese.

Incostituzionale il Movimento 5Stelle? Ma, se vogliamo fare l’esame del sangue di costituzionalità, dobbiamo partire dai partiti che saranno nell’imminente governo o maggioranza. Che dire della Lega, con le minacce di secessione, di valligiani armati, di usi impropri della bandiera, con il rifiuto della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, con le sue concrete politiche razziste e omofobe? È folklore o agire in sé incostituzionale? E tutto quello che ha documentato Repubblica
nel corso di tanti anni sull’intrinseca e istituzionale incostituzionalità dell’agire dei diversi partiti berlusconiani? Di chi è la responsabilità del nostro andare a votare con una legge elettorale viziata di incostituzionalità, come ci ha appena ricordato lo stesso presidente della Corte costituzionale? Le dichiarazioni di appartenenti al Movimento 5Stelle non si sono mai tradotte in atti che possano essere ritenuti incostituzionali, e il loro essere nel luogo costituzionale per eccellenza, il Parlamento, e il confronto e la dialettica che ciò comporta, dovrebbero essere da tutti considerati con serietà nella ardua fase di transizione politica e istituzionale che stiamo vivendo.

Peraltro, una analisi seria del modo in cui si è arrivati alla mia candidatura, che poteva essere anche quella di Gustavo Zagrebelsky o di Gian Carlo Caselli o di Emma Bonino o di Romano Prodi, smentisce la tesi di una candidatura studiata a tavolino e usata strumentalmente da Grillo, se appena si ha nozione dell’iter che l’ha preceduta e del fatto che da mesi, e non soltanto in rete, vi erano appelli per una mia candidatura. Piuttosto ci si dovrebbe chiedere come mai persone storicamente appartenenti all’area della sinistra italiana siano state snobbate dall’ultima sua incarnazione e abbiano, invece, sollecitato l’attenzione del Movimento 5Stelle. L’analisi politica dovrebbe essere sempre questa, lontana da malumori o anatemi.

Aggiungo che proprio questa vicenda ha smentito l’immagine di un Movimento tutto autoreferenziale, arroccato. Ha pubblicamente e ripetutamente dichiarato che non ero il candidato del Movimento, ma una personalità (bontà loro) nella quale si riconoscevano per la sua vita e la sua storia, mostrando così di voler aprire un dialogo con una società più larga. La prova è nel fatto che, con sempre maggiore chiarezza, i responsabili parlamentari e lo stesso Grillo hanno esplicitamente detto che la mia elezione li avrebbe resi pienamente disponibili per un via libera a un governo. Questo fatto politico, nuovo rispetto alle posizioni di qualche settimana fa, è stato ignorato, perché disturbava la strategia rovinosa, per sé e per la democrazia italiana, scelta dal Pd. E ora, libero della mia ingombrante presenza, forse il Pd dovrebbe seriamente interrogarsi su che cosa sia successo in questi giorni nella società italiana, senza giustificare la sua distrazione con l’alibi del Movimento 5Stelle e con il fantasma della Rete.

Non contesto il diritto di Scalfari di dire che mai avrebbe pensato a me di fronte a Napolitano. Forse poteva dirlo in modo meno sprezzante. E può darsi che, scrivendo di non trovare alcun altro nome al posto di Napolitano, non abbia considerato che, così facendo, poneva una pietra tombale sull’intero Pd, ritenuto incapace di esprimere qualsiasi nome per la presidenza della Repubblica.
Per conto mio, rimango quello che sono stato, sono e cercherò di rimanere: un uomo della sinistra italiana, che ha sempre voluto lavorare per essa, convinto che la cultura politica della sinistra debba essere proiettata verso il futuro. E alla politica continuerò a guardare come allo strumento che deve tramutare le traversie in opportunità.

la rielezione di napolitano (clikka)

La rielezione di napolitano

12514_10200792181437179_1936445111_n 164216_10200792184797263_760835364_n 378759_10200792184877265_1124037153_n 558109_10200792181237174_144057213_n528221_10200792181317176_629875170_nLa giornata convulsa di ieri ci lascia l’amaro in bocca: un paese allo sbando in un momento di crisi internazionale, per la protervia di una classe dirigente che pensa solo a se stessa, che non ha il coraggio di cambiare nonostante gli eventi glielo impongano. Una classe dirigente, ferma immobile, con facce di plastica, una classe dirigente che campa con la politica e non ha interesse per il futuro perché grazie alla politica ha piazzato amici e parenti mettendoli al sicuro, una classe dirigente che ha dimenticato cosa sia il lavoro, quello che fa scendere il sudore sulla fronte e ti secca la bocca,  una classe dirigente che ha offeso ed offende il sangue versato per la Repubblica, una classe dirigente che riconosce solo se stessa, sorda alle grida della gente! Questo è quello che ho visto ieri in parlamento e sono sceso in piazza per protestare. Un presidente della repubblica, la più alta carica dello stato “nominato” in virtù di un accordo che impedirà di fare qualsivoglia riforma seria e degna di un paese civile, un presidente che sarà una garanzia per gli interessi particolari dalle banche ai conflitti di interesse!  Molte mail di sostegno ma  le piazze di napoli erano vuote nonostante fossero piene di gente che passeggiava ignava, indifferente, inconsapevole di ciò che la classe dirigente ci ha regalato ieri. Per strada un silenzio assordante di persone a cui interessa avere la pancia piena anche se piena di cibo avvelenato per la loro ignavia. Una ragazza di 17 anni si è fermata ha aspettato che finissi di parlare a piazza plebiscito e poi mi ha chiesto sono d’accordo con quello che dici ma cosa posso fare, era esile capelli neri, le ho detto che con questa domanda già stava facendo qualcosa e che doveva manifestare convincere gli altri e prendere consapevolezza.   Con noi c’era Geppino Aragno e forse ci siamo sentiti un po’ meno soli.

ecco i traditori della Repubblica devono vergognarsi di uscire:

Il M5S è un partito come tutti gli altri?

grilloIL M5S è un partito come tutti gli altri? Dagli atti mi sembrerebbe di si! Con questo, preciso, non voglio esprimere un giudizio negativo, perché io credo nel ruolo e nella funzione dei cd. “corpi intermedi”. Come tanti altri milioni di Italiani ogni tanto clikko il blog di beppe grillo che ormai è divenuto il più consultato d’Italia facendo concorrenza ad altri siti stranieri. Sicuramente anche voi avrete notato la quantità di pubblicità offerta che ovviamente produce un reddito che il giornale Panorama qualche tempo fa (nel numero del 14.03.2013) quantificava in diversi milioni di euro che vanno nelle tasche, almeno così credo ma potrei sbagliarmi, del leader. In rete ho anche trovato l’atto costitutivo dell’associazione/partito M5S (clikka) ed il relativo Statuto M5S (clikka), stipulati il 14.12.2012 poco prima delle elezioni nazionali e, credo, per potervi partecipare. Ora il grillo fa una bandiera del suggestivo  messaggio “unovaleuno” però mi piacerebbe sapere se i parlamentari eletti, per lo meno loro, o gli attivisti sono soci di questa associazione che, come si legge è stata fondata da beppe grillo, Enrico Grillo ed Enrico Maria Nadasi che, da quello che si legge in rete, sono il primo nipote ed il secondo commercialista di beppe. Se si leggono gli atti si evince chiaramente che sono normalissimi atti posti a fondamento dei partiti e movimenti politici. In essi, infatti, sono previste cariche per il consiglio direttivo, per il presidente nonché l’assemblea dei soci, che vengono distinti in fondatori e sostenitori e che “gli eletti eserciteranno le loro funzioni senza vincolo di mandatononché che il patrimonio dell’associazione è costituito “da sovvenzioni dello Stato, della Regione o di Enti Pubblici e privati“. Orbene, si potrebbe dire tutto il contrario di quello che ispira il cd. NON STATUTO (clikka). Sicuramente mi si dirà che mi sono messo a fare le pulci e che sono il solito malpensante e che la costituzione dell’associazione è servita solo per presentarsi alle elezioni. Ma a dire il vero a me è venuta in mente un’altra storia già vissuta, che mi ha spinto a scrivere questo post: quella dell’IDV. Vi ricorderete, infatti che i soci dell’associazione cassaforte dell’IDV erano solo di pietro, la moglie silvana mazzoleni e silvana mura. Sappiamo tutti come è andata a finire! Non vorrei che il NONSTATUTO valesse per i “cittadini” quelli che ci credono, e lo statuto, quello vero, solo per la famiglia grillo! Ciò lo dico perché credo che beppe grillo, avendo avviato una macchina che si è rivelata di dimensioni superiori alle aspettative, non faccia gli stessi errori di altri, ed in ossequio del principio unovaleuno ceda ai soci, quelli veri che si fanno il mazzo a raccogliere firme e fare propaganda, la proprietà del marchio del movimento, del sito beppegrillo e dei proventi provenienti dalla pubblicità …. ci riuscirà ? io lo spero altrimenti sarà una delusione come tante altre….

Leggete lo statuto e l’atto costitutivo ve lo consiglio.

Estratto dal sito del giornale Panorama:

Www.beppegrillo.it, sede unica del Movimento 5 stelle, è un sito commerciale con una media mensile di 5 milioni di visitatori. Che ogni giorno vengono profilati e sottoposti a un martellamento pubblicitario. Il settimanale Panorama, nel numero edicola da domani, giovedì 14 marzo, analizza a fondo il funzionamento del blog del Movimento più corteggiato della politica italiana. Negli ultimi tre mesi il sito del comico genovese ha registrato un aumento di traffico esponenziale: +72% i visitatori unici e +96% il numero di pagine viste. Numeri che si traducono in soldi per Beppe Grillo, titolare del simbolo e del blog come si legge nell’atto costitutivo del Movimento 5 stelle, firmato il 18 dicembre scorso nello studio del notaio Filippo D’Amore a Cogoleto (Genova) dallo stesso Beppe Grillo, da suo nipote Enrico Grillo e dal commercialista Enrico Maria Nadasi. Per capire quanto costa fare pubblicità sul sito di Beppe Grillo, Panorama ha fatto una prova sul campo, ha contattato Google AdWords, il dipartimento della concessionaria che gestisce le richieste degli inserzionisti e ha scoperto che il cost per clic per un annuncio su una pagina del sito è il massimo praticato in rete: 2 euro e 43 centesimi.

Consiglio inoltre la lettura di quest’articolo “La pastorale americana” di MASSIMO RECALCATI da La Repubblica del 3 aprile 2013

In un vecchio film di Woody Allen, “Il dittatore dello stato libero di Bananas”, si raccontano le vicende rocambolesche di un rivoluzionario animato da un ideale di purezza che combatte l’ingiustizia della dittatura in nome della libertà e che finisce per indossare i panni di un tiranno identico a quello che aveva combattuto.
Ogni rivoluzione, ripeteva Lacan agli studenti del ’68, tende a ritornare al punto di partenza e la storia ce ne ha dato continue e drammatiche conferme.
Anche Grillo si caratterizza per essere animato da quel fantasma di purezza che accompagna tutti i rivoluzionari più fondamentalisti. Egli proclama a gran voce la sua diversità assoluta dagli impuri: si colloca con forza fuori dal sistema, fuori dalle istituzioni, fuori dai circuiti mediatici, fuori da ogni gestione partitocratica del potere.
È il fantasma che troviamo al centro della vita psicologica degli adolescenti. Si riguardi la recente consultazione di Bersani con i rappresentanti del M5S. È il dialogo tra un padre in chiara difficoltà e due figli in piena rivendicazione protestataria. Mi è subito venuto alla mente ‘Pastorale americana’
di Philip Roth dove si racconta la storia tormentata del rapporto tra un padre – il mitico “svedese” – e una figlia ribelle, balbuziente, prima aderente ad una banda di terroristi e poi di una setta religiosa che obbliga a portare una mascherina sul viso per non uccidere i microrganismi che popolano l’aria. Da una parte gli sforzi di conciliazione di un padre che non nasconde la sua insufficienza, dall’altra l’arroganza irresponsabile di chi rivendica il possesso di una ragione assoluta. Il dialogo tra loro è impossibile. Il padre cerca di capire dove ha sbagliato e cosa può fare per cambiare la situazione, la figlia risponde dall’alto della sua innocenza: sei tu che mi hai messa al mondo non io; sei tu che hai creato questa situazione non io; sei tu che devi porvi rimedio non io. Così agisce infatti la critica sterile dell’adolescente rivoltoso nei confronti dei propri genitori. Il mondo degli adulti è falso e impuro e merita solo di essere cancellato. Ma quale mondo è possibile in alternativa? E, soprattutto, come costruirlo? Qui il fondamentalismo adolescenziale si ritira. La sua critica è impotente perché non è in grado di generare davvero un mondo diverso. Può solo chiamarsi fuori dalle responsabilità che scarica integralmente sull’Altro ribadendo la sua innocenza incontaminata.
Questo fantasma di purezza che ha origini in una fissazione adolescenziale della vita si trova anche a fondamento di tutte le leadership totalitarie (non di quella berlusconiana che gioca invece sul potere di attrazione della trasgressione perversa della Legge). E sappiamo bene dove esso conduce, o può condurre.
Lo stato mentale di un movimento o di un partito si misura sempre dal modo in cui sa accogliere la dissidenza interna. Sa tenerne conto, valorizzarla, integrarla o agisce solo tramite meccanismi espulsivi? Sa garantire il diritto di parola, di obiezione, di opinione personale oppure procede eliminando l’anomalia, estromettendola con forza? Grillo non ha esitazioni da questo punto di vista. Egli applica il regolamento escludendo l’“eccezione” secondo il più puro spirito collettivistico. Salvo però ribadire la propria posizione personale di “eccezione”. Le sue enunciazioni sono singolari, non vengono discusse prima, mentre quelle dei suoi adepti devono essere vagliate prima dalla democrazia assoluta della Rete. Si proibisce che ciascuno parli e pensi con la propria testa, si esige una sorveglianza su ogni rappresentante eletto perché non si stacchi dalle decisioni
condivise, ma l’aggressione al Manifesto con il quale alcuni intellettuali si rivolgevano con speranza al M5S chiedendo che dialogasse con il centro sinistra o la minaccia di revocare l’articolo 67 della Costituzione sulla libertà di pensiero dei nostri nuovi rappresentanti parlamentari sono state prese di posizione discusse democraticamente? Come può essere credibile in fatto di democrazia un movimento che attribuisce al suo leader il ruolo di incarnare una eccezione assoluta? Il culto demagogico della trasparenza nasconde questa presenza antidemocratica di un potere incondizionato. Se l’azione politica è la pazienza della traduzione, se non ammette tempi brevi, non contempla l’agire di Uno solo, il nuovo leader inneggia all’antipolitica come possibilità di avere una sola lingua – la sua – che non è necessario tradurre, ma solo applicare. Come non vedere che c’è un paradosso evidente tra l’esigenza che nessuno parli a partire dalla sua testa e l’esistenza di un leader anarcoide che resta esterno al movimento che ha fondato e che esercita il suo diritto di parola in modo arbitrario? Egli è nella posizione del padre dell’orda di cui parla Freud in Totem e tabù.
Una strana mescolanza di anarchia e tirannide sulla quale Pasolini avrebbe speso parole di fuoco.
Un leader degno di questo nome lavora alla sua successione dal momento del suo insediamento mantenendo il movimento che rappresenta il più autonomo possibile dalla sua figura. Prepara cioè le condizioni di una eredità. Tutto ciò diventa di difficile soluzione quando un movimento non ha storia, non ha padri, ma un genitore vivo e vegeto che rivendica il diritto di proprietà sulla sua creatura. “Io ti ho fatta e io ti disfo”; così una madre psicotica ammoniva una mia paziente terrorizzata. Una leadership democratica deve sempre rispondere al criterio paterno di una responsabilità senza diritto di proprietà. Si pensi invece alla reazione di Casaleggio all’indomani delle elezioni quando disse che se il movimento non avesse adottato certe sue indicazioni di comportamento, non avrebbe preteso nulla e se ne sarebbe andato. Ecco la minaccia più narcisistica che un fondatore può fare: io starò con te finché tu mi assomiglierai, finché mi riprodurrai; se tu assumerai un tuo volto, una tua originalità io non ne vorrò più sapere di te e me ne andrò.
Il pluralismo è temuto da Grillo come da tutti i leader autoritari. Il sogno di un consenso al 100 per 100 è un sintomo eloquente. Era il sogno degli uomini di Babele mentre sferravano il loro attacco delirante al cielo, la loro sfida a Dio: un solo popolo, una sola lingua. No, le cose umane non vanno così. Dio sparpaglia sulla faccia della terra quella moltitudine esaltata obbligandola alla differenza, al pluralismo delle lingue, esigendo la pazienza della traduzione. Esistono in democrazia più lingue e ciascuna ha diritto di manifestarsi e di essere ascoltata. Guai se il fantasma di purezza si realizzasse al cento per cento. Lo ricorda giustamente Roberto Esposito: una democrazia che si realizzasse compiutamente sarebbe morta, annullerebbe tutte le differenze nel corpo compatto della “volontà generale”, darebbe luogo ad una tirannide.

La Costituzione congelata di Massimo Villone

villoneUna classe politica sempre alla ricerca del consenso spicciolo ed in prossimità delle consultazioni che non ha voluto e saputo cerare una coscienza politica nel paese. Formazioni di sinistra che fanno l’occhiolino al centrodestra e formazioni di destra populiste che in campagna elettorale propongono condoni in tutte le materie ed a tutto spiano. Il maggioritario che, per l’incapacità dei partiti, non ha creato due blocchi di idee contrapposte, ma corpuscoli del 29/30% che pensano da soli di dover governare l’Italia senza ter conto dell’altro 70% . Il risultato è stato grillo leader Maximus che dice di non essere né di destra né di sinistra ma di sopra (creando una singolare nuova visione politica) mettendo insieme gli opposti ideali degli italiani che lo faranno implodere. Occorre ritornare al passato, al primo dopoguerra, mettendoci in testa che non ci sono scorciatoie, che la società italiana deve avere movimenti politici delineati nei loro Ideali senza ammiccamenti ed inciuci e con l’obiettivo di formare una classe dirigente. Oggi sentendo le notizie sui saggi nominati da Napolitano, mi fanno un po’ schifo tutti! Il M5S, attraverso crimi fa sapere che anziché tenersi monti sarebbe stato meglio che bersani si fosse presentato alle Camere, perché pur non ottenendo la fiducia, sarebbe rimasto in carica per il solo disbrigo degli affari correnti, col risultato minimo di avere almeno un governo più aderente al risultato elettorale. E’ durato qualche minuto perché il “grilloparlantepadrone” l’ha smentito immediatamente dicendo che bersani è uguale a monti!
Leggete questo bell’articolo di Villone che ci chiarisce un po’ di cose ed è stato colto, almeno in parte, dal crimi senza saperlo.
Editoriale di di Massimo Villone – Su il Manifesto di oggi 02.04.2013
Napolitano ha surgelato la crisi. Il capo dello Stato, il governo pre-voto, il parlamento neo-eletto restano ciascuno al proprio posto. Nuovi sono solo i saggi, che dovrebbero dare a tutti lumi sul che fare. È opinabile che sia la via utile e costituzionalmente corretta. Su una cosa Napolitano ha ragione. Un governo esiste, comunque e sempre. Allo stato, è il governo Monti. Dimissionario e senza fiducia, ma con i poteri formali necessari anche per i provvedimenti d’urgenza di cui si manifestasse la necessità. E il governo è parte necessaria anche nei lavori parlamentari, quale che sia l’opinione del M5S. Basta leggere i regolamenti di Camera e Senato per saperlo. Ma un dubbio viene: se governo senza fiducia doveva essere, perché Monti? Se il popolo sovrano avesse voluto Monti ancora in carica, l’avrebbe votato in massa. È accaduto il contrario. Per di più, Monti ha rotto il rapporto fiduciario già prima del voto, con le dimissioni. Realizzando così la stessa situazione che sarebbe seguita al diniego della fiducia per un governo di nuova formazione, oggi. Perché allora opporre a Bersani l’ostacolo – di fatto insuperabile – di un sostegno parlamentare certo, per poi giungere a un governo per cui era ed è certa la mancanza di sostegno? Perché non puntare a un governo magari senza fiducia, ma comunque legittimato dal consenso prevalente degli italiani, come Bersani, per giungere invece a un governo parimenti senza fiducia, e in più colpito dal dissenso prevalente degli stessi italiani, come Monti? Ci si richiama al gradimento europeo e dei mercati. Ma non può essere l’unico elemento a sostegno del permanere in carica di un governo. E in specie per il costituzionalista si pongono quattro domande. La prima: può il capo dello Stato omettere ogni iniziativa, e lasciare in carica il governo Monti, senza ulteriori formalità? A mio avviso, no. Per l’art. 94, primo comma, Cost., il governo «deve» avere la fiducia delle Camere. Ciò significa quanto meno che non si può ignorare se il governo la fiducia l’abbia o non l’abbia, né si può lasciare in carica a tempo indeterminato un governo senza fiducia. Tale è invece inevitabilmente il caso per l’attuale governo, che non ha alcun rapporto con il Parlamento espresso dal voto. Per questo, è necessaria una nuova nomina di premier e ministri, sia pure con le stesse persone. A seguire, la presentazione alle Camere e il voto di fiducia ai sensi dell’art. 94, commi 2 e 3. La seconda domanda: laddove manchi una nuova nomina, può il governo così congelato in carica evitare un passaggio in Parlamento con voto sulla fiducia? Non può. Per gli stessi motivi di cui al punto precedente, il venire in essere di nuove Camere rende inevitabile la verifica del rapporto con il governo. Nella nostra forma di governo l’esistenza o inesistenza del rapporto fiduciario non si presume. Si certifica per il sì o per il no, con il voto sulla fiducia. L’ipotesi di un governo che rimanga in carica senza sapere se mai si giungerà a quel voto non è compatibile con l’art. 94. La terza domanda: qual è la posizione dei saggi nei lavori parlamentari? Nei regolamenti delle Camere, gli unici soggetti legittimati alla presenza e alla iniziativa sono i parlamentari e il governo. Salvo casi specifici come la petizione, o alcune limitate ipotesi di iniziativa legislativa, gli apporti di soggetti terzi sono eventuali e a richiesta, ed entrano nel procedimento solo se fatti propri da un soggetto legittimato. Chi si renderà portatore del prodotto dei saggi? I presidenti di commissione? I parlamentari? Il governo? Chi difenderà quel prodotto nella gestione degli emendamenti, e come? Un governo che non può mettere la questione di fiducia, perché per definizione la fiducia non l’ha, e dovrà – per il parere obbligatorio – rimettersi costantemente all’Aula? Alla fine, decideranno gruppi parlamentari e partiti. Ma allora bastava partire dalle proposte che sono state avanzate nel corso degli anni. Cosa potranno inventare di nuovo i saggi? La quarta domanda: che fine fa la responsabilità politica? Un governo già dimissionario, imbalsamato dopo la cesura elettorale, condotto dal leader meno legittimato politicamente nel voto, senza fiducia parlamentare, a chi risponde di che? E i saggi chiamati a risollevare la repubblica, a chi rispondono a loro volta? A un presidente che nel frattempo avrà terminato il suo mandato? E se il nuovo capo dello Stato volesse dei saggi più saggi, potrebbe più o meno motivatamente licenziare i primi? Se il disastro del paese dovesse confermarsi o addirittura aggravarsi chi ne assumerebbe la responsabilità, e sulle spalle di chi cadrebbe la censura per i costi sociali, politici, economici? Quali elementi utili per il nuovo turno elettorale, comunque vicino, darà l’esperienza che ora si avvia? In qualche punto si è smarrita la via giusta. Una lettura ci dice che il pensiero unico della governabilità a ogni costo ha prevalso, come da venti anni a questa parte, e pur essendone venuti disastri indiscutibili. Non si sfugge alla sensazione che l’Italia dei governicchi fosse alla fine più governata dell’Italia di oggi. Si parla di soluzione olandese. Il richiamo all’esperienza straniera è sempre elegante. Ma attenzione: può accadere che partendo dai tulipani si giunga ai crisantemi.

L’Italia di Riccardo Muti

mutiL’Italia è ad un giro di boa navigando in acque impantanate dalla insipienza dei partiti  e da nuove forme di pseudodemocrazia creativa. Si è innescata la rincorsa a chi è più trasparente, partecipativi e democratici, concetti che, ovviamente, per me sono sacri ma che devono essere interpretati secondo il dettato costituzionale, unica àncora a cui dobbiamo essere aggrappati. Sono d’accordo con chi sostiene che forse l’unica via “costituzionale” era quella delle dimissioni del Presidente della Repubblica. Oggi (1.04.2013) Carlo Iannello ne espone i motivi in un suo scritto (le dimissioni di Napolitano clikka). Dal blog di beppe grillo arrivano i diktat pieni di rancore (anche condivisibili sotto un certo punto di vista) e la campagna per poter eleggere il nuovo Presidente della Repubblica attraverso una consultazione limitata ai soli iscritti fino ad una certa data e non so quanti altri prerequisiti. Spero che questo “artificio pseudodemocratico” non  sia d’intralcio ad una condivisione che va ricercata in parlamento attraverso una discussione scevra da “turpiloqui mediatici da cabaret” ed unicamente volta alla ricerca di una personalità che ci possa tirare fuori dal guado. Leggo l’intervista a Riccardo Muti, apparsa ieri su Corsera che condivido pienamente. Un invito al ritorno alle pratiche del passato … quello sano! L’unica via perseguibile è la ricostruzione della democrazia così come l’hanno concepita i nostri Costituenti al di la della quale non vedo nulla di buono.

Aldo Cazzullo dal Corriere della Sera del 31 Marzo, 2013

Intervista a Riccardo Muti

«Io sono profondamente grato al mio Paese. All’Italia devo tutto. Per questo mi fa male vederla così. E avverto la necessità di alzare la voce, per segnalare qualche pericolo e qualche opportunità». Riccardo Muti, dopo il successo del concerto verdiano di Roma e prima di partire per Chicago, sta passando qualche giorno in montagna. A chiedergli se abbia sciato, sorride. «Io non so sciare. I miei figli si divertono molto, il mio nipotino di 5 anni sta imparando. Ma io appartengo a una generazione di italiani per cui sciare non entrava nel novero delle cose possibili. Se ripenso alla mia giovinezza, nella Puglia degli anni 50, mi sembra di essere vissuto secoli addietro. Non c’era la tv; anche quando nacque la Rai, nessuno a Molfetta aveva il televisore, per vedere Lascia e raddoppia si andava al cinema. Ma era un Paese laborioso, in senso latino: “labor”. Vigoroso, forte, disponibile alla fatica, al sacrificio, pieno di speranza». «La mia era una famiglia numerosa. Non eravamo poveri, papà era medico, ma dovette lavorare molto per farci studiare. Alle elementari il maestro era mio nonno, direttore della scuola Alessandro Manzoni: inflessibile, rigoroso, severo; un esempio di decoro, dignità, lealtà. Davanti alla villa comunale, dove portavamo le ragazze a passeggiare, c’era l’orologio con la scritta: “Mortales vos esse docet quae labitur hora”; in sostanza, ricordati che devi crepare. La scritta è sempre lì, ma nessuno ci fa più caso. Per noi era davvero un richiamo etico, ci ricordava il dovere di comportarci in modo civile, anche con le donne. Al liceo, dove aveva studiato Salvemini, le nostre serate erano il seguito delle lezioni: le passavamo a conversare con gli insegnanti di letteratura, latino, filosofia. Mio fratello maggiore è diventato neuropsichiatra, il secondo ha fatto l’università navale di Napoli, i gemelli nati dopo di me sono ingegneri elettronici. Mio padre volle che ognuno avesse una cultura musicale, a ingentilire una formazione così rigida; anche se il massimo che ci si poteva attendere, nella provincia del Sud, era diventare direttore della banda del paese. A 7 anni mi misero in mano un violino, che ovviamente ho detestato con tutte le mie forze; anche perché avrei voluto un fucile di legno con il tappo, all’epoca il più bel regalo possibile. Papà si era già arreso: “Riccardo non è portato per la musica”. Fu mia madre a dire: “Diamogli ancora un mese”. Un mese proficuo. Decisivo è stato poi l’incontro con Nino Rota, il mio padre musicale, cui sono rimasto vicino sino alla morte. Però la cosa più importante è stata crescere in un’Italia piccola ma seria. Un Paese dalle radici poderose. Per questo oggi non ho difficoltà a stare accanto all’uomo più semplice della terra come alla regina Elisabetta. Parte del mio percorso si è svolta all’estero, ma io mi sento profondamente italiano, ho dato ai figli i nomi dei nostri grandi santi — Francesco, Chiara, Domenico —, e mi ribello nel vedere il mio Paese ridotto così». «L’Italia di oggi non sa più soffrire e non sa più sorridere. Ha smarrito non solo il senso degli enormi sacrifici dei padri, ma anche la loro gioia di vivere. La Spagna è messa peggio di noi, però ha ancora vitalità, joie de vivre, quell’attitudine che un tempo ci rendeva simpatici al mondo e ora abbiamo perduto. A Chicago vedo tanti ragazzi italiani, gente in gamba, che è dovuta fuggire. Non voglio fare il “laudator temporis acti”, ho sempre detestato chi diceva: “Ai miei tempi”. Ma questo è un Paese malato, molto diverso da quello che sognavamo da ragazzi. Persino i profumi sembrano spariti: i profumi che uscivano dalle finestre d’estate, quando nelle case ancora si cucinava, e si rideva. Ora viviamo in una società grigia. L’Italia sembra aver tirato i remi in barca. Non crede più nel futuro e in se stessa. Non si fida più di nessuno; e con qualche motivo». «Non voglio dare giudizi sui politici; ma il livello di questi anni è sconfortante. Per mestiere mi capita di seguire dieci linee musicali, che si intersecano e si contrappuntano, ma tendono all’armonia. Invece se metti anche solo tre politici in tv subito si gridano addosso, e non si capisce più nulla. Io credo nella dialettica, nel confronto, nel rispetto. È evidente che per non precipitare verso il voto anticipato occorre fare un governo di larghe intese, anche se, più dell’aggettivo, mi interessa il sostantivo: intese. Una soluzione non populista, in cui i migliori esponenti delle diverse culture politiche si applicano ai problemi del Paese, si occupano delle famiglie che già alla seconda settimana del mese sono in difficoltà. Ricordo Berlinguer e Almirante: ideologie sbagliate; ma personaggi strepitosi. I tagli alla cultura, al cinema, ai teatri, alle orchestre, sono vergognosi, ma non mi stupiscono: ai concerti, i politici non vengono mai. Quelli davvero interessati li conti sulle dita di una mano: come Ciampi e Napolitano, che vedevo a Salisburgo anche prima che diventasse capo dello Stato. A quasi tutti gli altri, della musica e della cultura non importa nulla». E Grillo? «Mi ricorda Iago, che nell’Otello dice: “Io non sono che un critico…”. Criticare senza dare soluzioni credibili possono farlo tutti. Se dirigessi un’orchestra dicendo solo quello che non va, non risolverei nulla. Gli italiani si sono stancati della vecchia politica, ma ora hanno bisogno di vedere una luce in fondo al tunnel, e di qualcuno che li guidi verso la luce. Invece sento invocare dittature, “il 100% dei voti”: un’avventura che abbiamo già conosciuto, finita malissimo. E poi questo turpiloquio mi fa orrore. Un segno di abbrutimento». E gli artisti saliti sul carro di Grillo? «Ognuno è libero di seguire quel che ritiene giusto. Faccio notare però che noi abbiamo una idea un po’ distorta, per cui si “fa” l’artista, mentre nella realtà si “è” artista. Essere artista non significa fare lo scapigliato, un po’ folle, con la barba e i baffi lunghi e le parole in libertà, sempre ad agitare le mani con violenza e a insultare gli interlocutori. Non pretendo che tutti debbano essere come Bach, solennemente seduto al suo organo a comporre opere da consegnare a Dio e all’umanità, concependo nelle pause un sacco di figli. Un modello di artista per me è Toscanini, uomo di grande semplicità, eleganza, coscienza civile. O come Verdi. Uomini per cui la forma è contenuto». A Verdi, Muti ha dedicato un libro e parte della stagione dell’Opera di Roma, con lavori considerati minori che però esprimono l’identità italiana, da Genova — con il Simon Boccanegra — a Venezia, con I due Foscari. «Il ritorno del sentimento nazionale può essere la premessa per la rinascita. Negli anni 70 l’inno, il tricolore, la patria erano parole sospette. Io ci credevo già allora, ho sempre fatto l’inno, e soffrii quando si tentò di creare una polemica con Ciampi: dirigevo alla Scala il Fidelio, che considero una sorta di inno del mondo, per questo rinunciai a Mameli; la cosa non fu spiegata al presidente che ci rimase male, i media avevano già allestito il rogo, per fortuna ci chiarimmo subito». Alla guida della Scala, Muti ha passato 19 anni. E quella di oggi? «Il punto non è privilegiare Wagner rispetto a Verdi: due geni che hanno avuto il solo torto di nascere nello stesso anno. Il punto è che la Scala rappresenta storicamente la nostra nazione. È la voce dell’Italia all’estero. La nostra anima. Se a un teatro togli l’anima, gli hai tolto tutto. Sarebbe un tradimento. È ovvio che la Scala può mettere in scena i grandi musicisti austriaci e tedeschi. Ma dev’essere consapevole che a Vienna, a Berlino, a Bayreuth sono attrezzati — per tradizione, lingua, cultura — a farlo meglio di noi. Mentre se perdiamo la capacità di mettere in scena meglio degli altri Verdi, Puccini, Bellini, Donizetti, Rossini, allora il danno sarebbe gravissimo, perché quella è la nostra cultura, siamo noi. In Cina ogni anno aprono teatri, conservatori, orchestre che la studiano, e se non teniamo il loro passo ne saremo sommersi. Questa era la linea che prima di me aveva seguito il mio predecessore Abbado». Ma con Abbado non siete rivali? «Queste sono cretinate messe in giro da chi ha sempre bisogno di rappresentare gli italiani divisi, come Coppi e Bartali. Ma Coppi e Bartali facevano la stessa corsa. Abbado e io no, e per fortuna, altrimenti ci renderemmo ridicoli, visto che non abbiamo più vent’anni. Apparteniamo a generazioni diverse, ma abbiamo sempre avuto rapporti cordiali e ci stimiamo, perché condividiamo lo stesso amore per il nostro Paese e per quel linguaggio universale che la musica italiana parla a tutti gli uomini».

Il Papa: Fratello sole sorella luna

Papa1Un papa progressista, è questa la definizione che ho sentito e che mi piace e mi è piaciuto anche il grande segno di umiltà del nuovo papa che, coerente con il nome scelto, ha chiesto ai fedeli di pregare per lui. L’umiltà è la dote dei Grandi Uomini perché è solo dall’ultima posizione della fila che guardando avanti si riescono a vedere tutte le altre! Il Papa dello stato Argentino che è andato in default nel 2001 e con fatica si sta risollevando. Il segno di questo papato spero sarà una chiesa che pone al centro l’uomo e non la moneta. Concetto questo che vale anche per l’Europa! San Francesco come Gesù fu un grande rivoluzionario!

Fratello Sole e Sorella Luna è un film di Zeffirelli su San Francesco che mi commuove ogni volta che rivedo:

fratello sole sorella luna (clikka)

fratello sole sorella luna (clikka)

 

Facciamolo questo governo: Nuovo appello a Grillo

grilloRoberto Saviano, Michele Serra, Jovanotti, Roberto Benigni, don Luigi Ciotti, don Andrea Gallo, Oscar Farinetti, Carlo Petrini, Salvatore Settis e Barbara Spinelli hanno sottoscritto affinchè le forze politiche che nelle dalle ultime elezioni politiche hanno raccolto più voti si impegnino per dare al nostro Paese un “Governo di alto profilo“.

Ecco il testo:

Mai, dal dopoguerra a oggi, il Parlamento italiano è stato così profondamente rinnovato dal voto popolare. Per la prima volta i giovani e le donne sono parte cospicua delle due Camere. Per la prima volta ci sono i numeri per dare corpo a un cambiamento sempre invocato, mai realizzato. Sarebbe grave e triste che questa occasione venisse tradita, soprattutto in presenza di una crisi economica e sociale gravissima.
Noi chiediamo, nel nome della volontà popolare sortita dal voto del 24-25 Febbraio, che questa speranza di cambiamento non venga travolta da interessi di partito, calcoli di vertice, chiusure settarie, diffidenze, personalismi. Lo chiediamo gentilmente, ma ad alta voce, senza avere alcun titolo istituzionale o politico per farlo, ma nella coscienza di interpretare il pensiero e le aspettative di una maggioranza vera, reale di italiani. Questa maggioranza, fatta di cittadine e cittadini elettori che vogliono voltare pagina dopo vent’anni di scandali, di malapolitica, di sperperi, di prepotenze, di illegalità, di discredito dell’Italia nel mondo, chiede ai suoi rappresentanti eletti in Parlamento, ai loro leader e ai loro portavoce, di impegnarsi fino allo stremo per riuscire a dare una fisionomia politica, dunque un governo di alto profilo, alle speranze di cambiamento.

Ecco cosa aggiunge Jovanotti sul suo profilo FB: “Capisco che in molti non ne possano più di firmare appelli che poi finiscono nel vuoto di una politica lontana dalla realtà. Lo capisco bene e sono il primo ad avvertire quella sensazione di nausea ma quella sensazione va combattuta, perchè fa solo male.
Io non mi riconosco in nessuna definizione che mi voglia stringere in un angolo. Sono un uomo libero, non faccio parte di nessuna “corporazione” o chiamatela come vi pare, vorrei che il mio paese ritrovasse energia e slancio e i segnali perchè questo possa accadere sono nel fermento che c’è a tutti i livelli. La differenza delle idee e delle proposte è una ricchezza, non un problema. Ho firmato questa lettera perchè mi piacerebbe vedere che questo ribollire di idee, di parole, di proposte, di rabbia, di passioni, fosse la base per qualcosa di veramente nuovo e serio. E’ un tentativo da fare. E’ una strada lunga, immagino, ma bisogna partire, e questa lettera è un modo per dire “ok, facciamo qualcosa, decidete qualcosa, voi che siete stati eletti, voi tutti che siete stati eletti a rappresentarci”.
Almeno provarci. 

http://temi.repubblica.it/repubblica-appelli/?action=vediappello&idappello=391294&ref=HRER1-1

Lettera aperta al M5S: Se non ora Quando?

imagesEcco l’appello che leggo su La Repubblica di Oggi (9.3.2013) e sul web, di Remo Bodei, Roberta De Monticelli, Tomaso Montanari, Antonio Padoa-Schioppa, Salvatore Settis, Barbara Spinelli

Un patto per cambiare: se non ora quando? 
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Caro Beppe Grillo, cari amici del Movimento 5 Stelle,

Una grande occasione si apre, con la vostra vittoria alle elezioni, di cambiare dalle fondamenta il sistema politico in Italia e anche in Europa. Ma si apre ora, qui e subito. E si apre in questa democrazia, dove è sperabile che nessuna formazione raggiunga, da sola, il 100% dei voti. Nessuno di noi può avere la certezza che l’occasione si ripresenti nel futuro. Non potete aspettare di divenire ancora più forti (magari un partito movimento unico) di quel che già siete, perché gli italiani che vi hanno votato vi hanno anche chiamato: esigono alcuni risultati molto concreti, nell’immediato, che concernano lo Stato di diritto e l’economia e l’Europa.

Sappiamo che è difficile dare la fiducia a candidati premier e a governi che includono partiti che da quasi vent’anni hanno detto parole che non hanno mantenuto, consentito a politiche che non hanno restaurato ma disfatto la democrazia, accettato un’Europa interamente concentrata su un’austerità che – lo ricorda il Nobel Joseph Stiglitz – di fatto «è stata una strategia anti-crescita», distruttiva dell’Unione e dell’ideale che la fonda.

Ma dire no a un governo che facesse propri alcuni punti fondamentali della vostra battaglia sarebbe a nostro avviso una forma di suicidio: gli orizzonti che avete aperto si chiuderebbero, non sappiamo per quanto tempo. Le speranze pure. Non otterremmo quelle misure di estrema urgenza che solo con una maggioranza che vi includa diventano possibili.

Tra queste: una legge sul conflitto di interesse che impedisca a presenti e futuri padroni della televisione, della stampa o delle banche di entrare in politica; una legge elettorale maggioritaria con doppio turno alla francese; il dimezzamento dei parlamentari il più presto possibile e dei loro compensi subito; una Camera delle autonomie al posto del Senato, composta di rappresentanti delle regioni e dei comuni; la riduzione al minimo dei rimborsi statali ai partiti; una legge anti-corruzione e antievasione che riformi in senso restrittivo, anche aumentando le pene, la disciplina delle prescrizioni, bloccandole ad esempio al rinvio a giudizio; nuovi reati come autoriciclaggio, collusione mafiosa, e ripristino del falso in bilancio; ineleggibilità per condannati fin dal primo grado, che colpisca corruttori e corrotti e vieti loro l’ingresso in politica; un’operazione di pulizia nelle regioni dove impera la mafia (Lombardia compresa); una confisca dei beni di provenienza non chiara; una tutela rigorosa del paesaggio e limiti netti alla cementificazione; un’abolizione delle province non parziale ma totale; diritti civili non negoziati con la Chiesa; riconsiderazione radicale dei costi e benefici delle opere pubbliche più contestate come la Tav.

E vista l’emergenza povertà e la fuga dei cervelli: più fondi a scuola pubblica e a ricerca, reddito di cittadinanza, Non per ultimo: un bilancio europeo per la crescita e per gli investimenti su territorio, energia, ricerca, gestito da un governo europeo sotto il controllo del Parlamento europeo (non il bilancio ignominiosamente decurtato dagli avvocati dell’austerità nel vertice europeo del 7-8 febbraio).

Non sappiamo quale possa essere la via che vi permetta di dire sì a questi punti di programma consentendo la formazione del nuovo governo che decida di attuarli, e al tempo stesso di non contraddire la vostra vocazione. Nella giunta parlamentare si può fin da subito dar seguito alla richiesta di ineleggibilità di Berlusconi, firmata da ormai duecentomila persone: la fiducia può essere condizionata alla volontà effettiva di darvi seguito.

Quel che sappiamo, è che per la prima volta nei paesi industrializzati e in Europa, un movimento di indignati entra in Parlamento, che un’Azione Popolare diventa possibile. Oggi ha inizio una vostra marcia attraverso le istituzioni, che cambieranno solo se voi non fuggirete in attesa di giorni migliori, o peggiori. Se ci aiuterete a liberarci ora, subito, dell’era Berlusconi: un imprenditore che secondo la legge non avrebbe nemmeno dovuto metter piede in Parlamento e tanto meno a Palazzo Chigi.

Avete detto: «Lo Stato siamo noi». Avete svegliato in Italia una cittadinanza che vuole essere attiva e contare, non più delegando ai partiti tradizionali le proprie aspirazioni. Vale per voi, per noi tutti, la parola con cui questa cittadinanza attiva si è alzata e ha cominciato a camminare, nell’era Berlusconi: «Se non ora, quando?».

 

La libertà di espressione e la democrazia

partigiani-torino

Secondo grillo solo i capigruppo possono parlare per il movimento. Una curiosità: Se uno vale uno allora perché possono parlare per il M5S solo i capigruppo e Grillo? Chi dovesse dissentire potrà esprimere liberamente il proprio pensiero? Siamo al centralismo democratico o alla dittatura? Sulla democrazia, dico subito, non intendo cedere di un passo il bene è troppo prezioso e chi è stato eletto (anche più di chi non è stato eletto) ha la piena legittimazione politica, etica e morale di esprimere il suo pensiero, anzi ha il dovere di far conoscere il proprio pensiero ai suoi elettori “datoridilavoro”.  Questo è il post che mi è venuto di scrivere immediatamente dopo aver sentito e verificato la notizia sul blog di grillo. La novità del fenomeno parlamentare del M5S porta con se molti quesiti e l’Italia è troppo giovane per aver già dimenticato. La nostra Costituzione, infatti, è il frutto della riprovazione dei costituenti verso il fenomeno dittatoriale che avevano vissuto. Oggi, probabilmente sull’onda della paura, Grillo ammonisce i suoi eccedendo, credo, nel suo ruolo. Penso, infatti, che tutti i parlamentari del M5S, proprio perché eletti, hanno il diritto e sopratutto il dovere di dichiarare i loro pensieri a tutti gli Italiani ed in particolare ai loro elettori e gli Italiani non posso assolutamente consentire che sia messo loro un bavaglio, fosse anche per la ragione di evitare gaffe. Questo è un principio che è a fondamento della nostra Costituzione e neppure Grillo può violare. Spero con tutte le mie forze che i parlamentari del M5S abbiano contezza dei principi che sono in gioco espressamente dichiarati nell’art. 68 dove si legge proprio a tutela della libertà di espressione del parlamentare: “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”. E’ così anche il precedente art. 67 in virtù del quale i Parlamentari esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato. Per carità anche a me fa schifo ciò che è accaduto per i casi scilipoti, razzi e de gregorio e chissà quanti altri, ma non si può, per una patologia  del parlamentare, abolire un principio di libertà e di responsabilità! Sento in particolare quest’argomento in quanto io stesso l’ho vissuto sulla mia pelle non votando in consiglio comunale il bilancio (clikka) e subendo anche un attacco feroce in consiglio comunale (clikka) che mi ha portato poi ad uscire dal gruppo Napoli è Tua per fondare il gruppo di Ricostruzione Democratica (clikka). Porsi contro la maggioranza del proprio gruppo, movimento o partito è una decisione sempre molto sofferta se assunta con coscienza, libertà e buona fede. Credo che ciò sia sacrosanto! Ancora non credo nella truffa della cd. democrazia diretta e chi la propone sa di essere un truffatore. Essa non è percorribile! Il rappresentante spesso è solo con la sua coscienza nella decisione del voto, perché il voto stesso presuppone quasi sempre una intensa attività di studio che non tutti possono fare (tal volta, purtroppo, neppure il rappresentante). Forse per realizzare la democrazia diretta potremmo abolire il parlamento e tutti gli organi elettivi e collegare tutti gli italiani tramite rete ad un enorme “cervellone” che propina test a risposte multiple da cui poi trae il testo di legge da applicare. Spero non sia questo il progetto di Casaleggio! Ad ogni buon conto credo sia una fortuna che in ogni famiglia ci sia ancora almeno una persona che ha vissuto lottando contro l’oppressione delle libertà.

E’ strano che per questo post sono stato stigmatizzato da attivisti del M5S che sono addirittura giunti ad abbandonare un gruppo Facebook perché si sono ritenuti offesi. Non capisco eppure credo che non abbia fatto altro che difendere il principio di libertà di espressione in particolar modo dei parlamentari del M5S!

Dal Blog di Beppe Grillo: “Lunedì sono stati eletti dai gruppi parlamentari del M5S per i prossimi tre mesi due capigruppo/portavoce, Roberta Lombardi per la Camera, e Vito Crimi per il Senato. Loro sono stati titolati a parlare dopo aver discusso e condiviso i contenuti con i componenti del gruppo. Attenti ai lupi!”

La rabbia in politica. La speranza nei Giovani

gDLa vittoria di Grillo ha portato per la prima volta tutta la rabbia ed il rancore dei cittadini direttamente in parlamento. Grillo continua a chiamare i partiti esistenti morti, cadaveri, fantasmi etc…. I partiti che hanno maciullato ogni sensibilità politica e la sinistra non se n’è neppure accorta. Prima delle primarie aleggiava un senso di   paura tra i partiti, poi, visto il risultato delle primarie ed in attesa delle parlamentarie si è fatto largo un altro pensiero: é venuto il momento di piazzare gli amici, i parenti ed i dirigenti di partito, altro che società civile, qua contano le tessere annacquate con qualche nome famoso, qualche magistrato, qualche giornalista … vai che vince la coalizione del centrosx ed entriamo tutti in parlamento col premio di maggioranza! Oggi mi fa ridere la condizione di quei consiglieri regionali o provinciali che dovranno scegliere se farsi sei mesi di parlamento o rimanere nei loro consigli. Ovviamente la scelta non sarà politica ma un calcolo sulla somma delle indennità! Eppure la previsione l’avevamo fatta ed è strano che non l’avessero fatta anche loro. Bastava vedere i gazebo per strada occupati da persone che avrebbero dovuto fare propaganda che quasi si vergognavano di proporre le idee dei loro partiti. Il guaio è che la rabbia non si è ancora calmata non ha trovato uno sfogo conclusivo nel voto, perché Grillo tiene alta la tensione continua a sfidare tutti compreso il capo dello stato. Come se ne esce ? Spero che si trovi una soluzione che possa essere una vera mazzata ai partiti una vera soluzione finale che arrivi dai giovani e da quelli che non hanno mai contato nel partito perché troppo indipendenti! Occorre che si inneschi nella coalizione di centrosinistra un processo di rinnovamento radicale. Nel PD si sta facendo strada un nuovo percorso, qualcuno sta dicendo rinunciamo anche noi ai rimborsi elettorali. Bene, se il PD vuole, oggi è il momento di dare la prova.  Mi piacerebbe, infatti, vedere i Giovani Democratici che non hanno mai visto un soldo di questi rimborsi pretendere dai vertici che il Partito vi rinuncino, che pretendano un nuovo assetto dei vertici occupandoli loro, che dicano chiaramente carissimi Da Lema, Veltroni, Bindi, Finocchiaro etc etc.. ANDATE A CASA senza il rischio di essere commissariati! Ormai il muro è caduto e non è il caso di essere teneri, il cadavere si potrebbe rianimare e questi hanno dato prova di non volere alcun ricambio, di non volere nessuno dietro di loro, hanno sempre avuto paura della formazione di una nuova classe dirigente per mantenere il monopolio! L’unica strada è il ricambio forzato … lo capiranno i giovani democratici o sono tutti vecchi?

La politica delle marionette

burattino

Ricevo questa richiesta da Francesco Esposito consigliere della I municipalità in quota SEL a cui voglio rispondere pubblicamente perché non è la prima:

Caro Gennaro, a mio avviso è giunto il momento che il gruppo di Ricostruzione Democratica faccia una scelta precisa ed indichi chiaramente quale coalizione, lista o partito sosterrà alle imminenti elezioni politiche. Te lo scrivo con la stima che nutro nei confronti tuoi, di Carlo Iannello e Simona Molisso. Rappresentanti istituzionali del vostro livello non possono tacere, devono esprimere ed indicare con chiarezza una linea politica a prescindere da quale essa sia. Caro Gennaro, in politica non è possibile passare volontariamente un turno quando si ricopre il ruolo che ricoprite voi, si tratterebbe di una (non) scelta incomprensibile! Ti abbraccio, Francesco”.

Non voglio sottrarmi alla  domanda! Dico subito che della questione ne abbiamo parlato molto sia nel gruppo consiliare che con gli amici che ci stanno accompagnando in questa avventura. Alla fine non siamo giunti a niente, non riusciamo ad intravedere alcuna strada che ci possa far riaffiorare l’entusiasmo che abbiamo avuto nella campagna elettorale del 2011, nella quale abbiamo fortemente creduto in una alternativa per Napoli e nella quale con fatica e passione crediamo ancora. Credo che questa tornata elettorale sia profondamente viziata dalla legge elettorale tanto che a due settimane dal voto io non vedo alcuna campagna elettorale. Paradossalmente non la fanno neppure i candidati perché o ci sono quelli che già si sentono parlamentari o ci sono quelli che, invece, sanno che non ci arriveranno mai. I posti al limite sono pochi e non fanno rumore. Sarà, a questo punto, una questione di fortuna, forse, con qualche sorpresa. L’unica cosa che dovevano fare i politici uscenti era la legge elettorale in modo di sollecitare i cittadini a partecipare con la scelta del loro rappresentante. Non lo si è voluto fare perché si è avuto paura di essere mandati a casa ed alla fine ci ritroviamo tra gli altri Razzi e Scilipoti che rappresentano un vulnus oggettivo per l’istituzione! Sulle primarie mi astengo da ogni commento basterebbe interrogare quelli che vi hanno partecipato proponendosi. E’ chiaro che abbiamo una nostra precisa collocazione nella sinistra e non vogliamo che vinca berlusconi, sarebbe una disdetta per questo paese, ma non ce la sentiamo di fare campagna elettorale né di assumerci una responsabilità a scatola chiusa. Speriamo in una sinistra unita o in una coalizione forte di gente perbene, capace e competente, ma occorre lavorare sodo per avere gente che partecipa concretamente alla vita pubblica. Riflettendo tra i candidati campani solo uno ho avuto modo di sentire e prendere posizione sulle spinosissime questioni politiche amministrative che abbiamo affrontato nella gestione della nostra Città, quindi, la quasi totalità dei candidati, perfetti sconosciuti che dovrei votare votando partiti che non sono più tali perché non fanno alcuna formazione della classe dirigente. Contrariamente alla moda corrente crediamo che occorrono partiti pesanti, così come consiglia la stessa Costituzione, altro che movimenti liquidi facilmente manovrabili. Occorre gente che studia e si forma! Credo che noi di Ricostruzione Democratica siamo un caso unico in Italia, ma non per questo intendiamo rinunciare alla nostra coerenza. Qualcuno ci ha anche detto che questo atteggiamento è una follia e ci si ritorcerà contro, ma a pensarci bene è un atteggiamento comune alla stragrande maggioranza dei cittadini che ancora una volta andranno a votare turandosi il naso. Non abbiamo alcun interesse, se non quello pubblico e come siamo entrati al consiglio comunale senza chiedere posti di staff o di assessori o altre prebende, così ci sentiamo di partecipare ad una competizione elettorale solo se siamo convinti di poterci assumere la responsabilità di consigliare il voto, per il bene e l’interesse pubblico. Noi, ovviamente, voteremo assumendoci la nostra responsabilità di cittadini, ma come esponenti dell’istituzione comunale ogni decisione l’abbiamo sempre presa studiando ed entrando nel merito ma, questa volta, il merito non lo troviamo. Le liste anche questa volta si sono fatte in modo estemporaneo forse perché c’è bisogno che le persone non siano coese da un unico cemento, cosicché si possano manovrare. Spesso, però, il burattinaio non si sa neppure dove sta. A volte, infatti, sulle questioni più importanti (vedi bagnoli clikka o Piazza Garibaldi clikka) vediamo che si prendono decisioni di voto che non capiamo e quando entriamo nel merito ci accorgiamo che le risposte non vengono perché il vero interlocutore, il burattinaio, non è in aula e per noi, come per tutti i cittadini, il Parlamento è una cosa seria, ed ogni voto ogni decisione, occorre sia presa con scienza e coscienza senza che vi siano fili trasparenti in mano al manovratore. Caro Francesco, cari amici che ci chiedete, credo sarete d’accordo con noi, la politica delle marionette non ci interessa.

scuola di politica e di amministrazione

Sono Malala e non ho paura di voi! Il diritto allo studio negato dall’integralismo religioso

Talebani.-Io-sono-Malala_h_partb

Non riesco proprio a capire come motivi religiosi possano creare tali mostruosità. Malala Yasufazi, la ragazza quindicenne ferita gravemente dai talebani in Pakistan, nella regione dello Swat perché voleva andare a scuola. Il 9 ottobre le hanno sparato in testa riducendola in fin di vita nella valle dello Swat, la turbolenta area tribale pachistana dove è nata. L’attentato all’adolescente di 14 anni diventata un’eroina antitalebana ha scosso le coscienze nel suo paese e colpito mezzo mondo. La ragazza ha chiesto di ringraziare tutti coloro che nel mondo stanno sostenendo la sua coraggiosa lotta a favore dell’istruzione delle donne. “Ci penso spesso e mi immagino chiaramente la scena. Anche se verranno a uccidermi dirò loro che sbagliano. L’istruzione è un nostro diritto fondamentale“. Lo aveva scritto Malala Yousafza sulla sua pagina Facebook, dove aveva ricevuto le prime minacce di morte dei talebani. Il 9 ottobre le hanno sparato in testa riducendola in fin di vita nella valle dello Swat, la turbolenta area tribale pachistana dove è nata. L’attentato all’adolescente di 14 anni diventata un’eroina antitalebana ha scosso le coscienze nel suo paese e colpito mezzo mondo.

Sabato 3 gennaio 2009 

TI AMMAZZERÒ
 La scorsa notte ho fatto un sogno terribile con elicotteri militari e talebani. La mamma mi ha preparato la colazione e sono andata a scuola. Ho paura perché i talebani hanno emesso un editto che vieta a tutte le ragazze di andare a scuola. Nella mia classe siamo solo 11 su 27. Lungo la strada per tornare a casa sento un uomo che dice: “Io ti ammazzerò”.

Domenica 4 gennaioCADAVERI PER LE STRADE 
Oggi è giorno di festa e mi sono svegliata tardi, alle 10. Sento mio padre che parla di tre cadaveri in mezzo all’incrocio Verde.

La domenica, prima delle operazioni militari, il picnic era un’usanza. Adesso la situazione è tale che non lo facciamo da un anno e mezzo.

Un’altra abitudine era la passeggiata dopo cena, ma ora ci chiudiamo in casa prima del tramonto. Il mio cuore batte forte: domani devo andare a scuola.

Lunedì 5 gennaio NON INDOSSATE ABITI COLORATI
 Ero pronta per andare a scuola quando mi sono ricordata che il preside ci aveva chiesto di non indossare l’uniforme (studentesca, per evitare di essere un bersaglio, ndr), ma indumenti normali. Così decido di mettere il mio vestito rosa preferito.

Altre ragazze hanno scelto vestiti colorati e la scuola ha un (altro) look.

Si avvicina un amico e mi dice: “Per l’amor di Allah… La tua scuola verrà attaccata dai talebani”. Durante l’assemblea ci chiedono di non indossare più vestiti sgargianti perché i talebani non li sopportano.

Mercoledì 14 gennaio

NON VEDRÒ PIÙ LA MIA SCUOLA?Le vacanze invernali iniziano domani, ma non sono contenta. Il preside, per la prima volta, non annuncia che giorno ricominceranno le lezioni. Se i talebani manterranno il loro editto, non torneremo in aula.

Io penso che la nostra scuola riaprirà un giorno, ma andandomene via guardo l’edificio come se non lo dovessi rivedere mai più.

Giovedì 15 gennaio

BOMBARDAMENTI D’ARTIGLIERIA 
Mi sono svegliata tre volte. Tutta la notte hanno bombardato con l’artiglieria. I talebani colpiscono ripetutamente le scuole nello Swat (il distretto dove vive Malala, ndr).

Oggi ho letto il diario pubblicato sul sito della Bbc. A mia madre piace il mio pseudonimo Gul Makai. Anche a me piace perché il mio vero nome significa addolorata.

Venerdì 16 gennaio 

LA POLIZIA È SPARITA 
Mio padre ci ha detto che il governo proteggerà le scuole, ma la polizia non si vede da nessuna parte. Ogni giorno sentiamo le notizie di soldati uccisi e tanti altri rapiti (molti saranno poi decapitati dai talebani, ndr).

I miei genitori sono molto spaventati.

Lunedì 19 gennaio 

SCUOLE BRUCIATE
 Altre cinque scuole sono state distrutte e una era vicino a casa mia. Nessuno va a lezione dopo l’ultimatum dei talebani.

E l’esercito non fa assolutamente nulla. I soldati se ne stanno chiusi nei bunker sulle colline a sgozzare capretti e mangiare.

Giovedì 22 gennaio

LADRI FRUSTATIAlcuni miei amici se ne sono andati perché la situazione è molto pericolosa. Io resto tappata in casa. Ieri sera maulana Shah Dauran (che aveva vietato le scuole alle ragazze; poi è stato ucciso, ndr) ha intimato ancora una volta alle donne di non uscire. Nel suo discorso alla radio ha anche annunciato che tre ladri verranno frustati l’indomani e chiunque può assistere. Perché, dopo tante sofferenze, la gente va ancora a vedere queste cose? Perché nessuno li ferma?

Sabato 24 gennaio

ERA L’ESPLOSIONE DI UNA BOMBA?
 Il mio fratellino di 5 anni gioca su un prato quando papà gli chiede cosa sta facendo. E lui risponde: “Sto scavando una fossa”.

Più tardi abbiamo preso l’autobus per Bannu. Il veicolo è vecchio. A un certo punto prende una buca e il clacson comincia a suonare. Mio fratello, terrorizzato, chiede alla mamma: “Era l’esplosione di una bomba?”.

Siamo andati al bazar e poi al parco. Le donne indossano un velo che usano quando escono di casa. Lo fa anche mia madre, ma io mi rifiuto di portarlo perché arriva fino a terra e cammino con difficoltà.

Lunedì 26 gennaio

CARAMELLE DAGLI ELICOTTERI 
Mi sono svegliata con il rombo dell’artiglieria pesante. Prima eravamo terrorizzati dal rumore degli elicotteri e adesso dalle cannonate.

Un giorno hanno cominciato a lanciare caramelle dal cielo. Quando arrivano gli elicotteri speriamo sempre che lo rifacciano, ma purtroppo non capita più.

Sabato 31 gennaio 

CHI VENDICHERÀ LE VITTIME?
 Il distretto di Swat è stato duramente colpito dai militanti islamici. Le operazioni militari si intensificano e solo oggi sono state uccise 37 persone.

Ho cambiato canale della tv e vedo una donna che dice: «Ci vendicheremo dell’assassinio di Benazir Bhutto (l’ex premier pachistana uccisa dai terroristi, ndr). Chiedo a mio padre chi vendicherà le centinaia di vittime fra la gente del nostro distretto.

Sabato 7 febbraio

SILENZIO INQUIETANTE
 Siamo partiti per Mingora (la principale città del distretto, ndr) nel pomeriggio. Sono felice di tornare dopo 20 giorni. Prima di entrare in città ci colpisce il silenzio inquietante.

In giro si vedono solo personaggi con barboni e lunghi capelli, che sembrano talebani. Alcune case sono danneggiate dalle granate.

Andiamo al supermercato, ma è chiuso, anche se prima rimaneva aperto fino a tardi. Anche gli altri negozi sono sbarrati.

Domenica 8 febbraio

SOLO I MASCHI TORNANO A SCUOLA 
Guardo la mia uniforme scolastica, lo zaino per i libri, l’astuccio, e mi rattristo. I maschi tornano a scuola domani, invece i talebani hanno vietato l’istruzione alle ragazze.

Mio fratello non ha fatto i compiti e teme di venire punito se va a scuola. La mamma dice che domani ci sarà il coprifuoco e lui si mette a ballare per la gioia.

Giovedì 12 febbraio

ATTACCHI SUICIDI
 La scorsa notte ci sono stati pesanti bombardamenti. Prima che i talebani imponessero delle restrizioni sui canali via cavo guardavo la tv Star Plus. Il mio programma favorito era Raja Kee Aye Gee Barat (Il ragazzo dei miei sogni verrà a sposarmi, ndr). Oggi è giovedì e ho paura. La gente dice che gran parte degli attacchi suicidi avvengono il venerdì mattina o la sera. Dicono anche che gli attentatori scelgono il venerdì, giorno speciale per l’Islam, convinti di compiacere Allah.

Domenica 15 febbraio 

SPARI PER LA PACE  A pranzo cominciano a sparare. Ho paura che arrivino i talebani. Corro fra le braccia di mio padre che mi consola: «Non temere stanno sparando in aria per la pace».

Papà ha letto sul giornale che il governo e i militanti hanno firmato un accordo. Alla sera i talebani ne danno l’annuncio per radio e la sparatoria riparte con maggiore vigore. La gente crede più a loro che al governo. Quando abbiamo sentito l’annuncio mia madre è scoppiata a piangere di gioia e subito dopo anche papà.

La politica delle pecore in parlamento

imagesListe fatte all’occorrenza della campagna elettorale con gente che non si conosce e che non ha alcuna formazione né amministrativa né politica e che spesso non ha manco l’idea di cosa si andrà a fare in parlamento. I partiti si ricordano dei cittadini e dell’elettorato attivo solo al momento delle elezioni. Nessun partito, nonostante tutti i milioni che hanno in cassa (sui soldi ai partiti clikka), ha mai seriamente pensato di mettere in piedi una vera e propria scuola di formazione politica/amministrativa ed il motivo credo sia chiaro! I partiti se avviassero corsi di formazione poi si troverebbero dei giovani che in grado di scalzare quelli che stanno davanti. Come al solito tenere nell’ignoranza il popolo serve a governarlo ad uso e consumo di questo o quel gruppo di potere. In Germania, ricordo sempre, un ministro per aver copiato una tesi di dottorato è stato cacciato perché alle sue spalle immagino ci siano tanti altri giovani e meno giovani pronti a prenderne il posto dell’indegno, giovani che scalpitano per mettersi alla prova e per rendere al paese il loro servizio. Ai tanti candidati al parlamento, vecchi e nuovi, mi verrebbe da chiedergli cosa sanno dell’autodichia, cosa sanno di come funzionano le camere, cosa sanno del bicameralismo perfetto, se hanno mai letto una legge e se ci hanno mai capito qualcosa con i tanti rinvii in essa convenuta, cosa sanno della legge finanziaria e del bilancio dello stato, cosa sanno dell’architettura costituzionale del nostro paese …. La verità è che si preferisce l’ignoranza perché così il pastore potrà governare le pecore nei recinti delle assemblee elettive, dicendo loro vota si o vota no, solo che spesso manco il pastore è in grado di capire, perché si debba votare si o perché si debba votare no, perché i si ed i no nascono dai grumi di potere; dai quei poteri forti che tutti dichiarano di voler abbattere ma che poi foraggiano i partiti. La cosa che mi lascia poi perplesso e che spesso le pecore vogliono rimanere pecore, perché quando pure spieghi a queste simpatiche bestiole, nei minimi dettagli il perché si dovrebbe, per l’interesse pubblico, votare diversamente da quello che il “pastore inconsapevole” suggerisce, le pecore anziché ringraziarti per aver aperto loro gli occhi, si incazzano e spesso sono pecore incazzate ed avvilite perché dovranno votare mordendosi la coscienza (se sensibili, ma questo non accade spesso), di dover fare un torto ai cittadini. Ovviamente mi scuso con le pecore che poverine nel gregge fanno il loro mestiere, ma alle pecore purtroppo è aggrappato il nostro destino e sopratutto quello dei nostri figli … Questo post lo dedico a tutte le pecore del mondo delle assemblee elettive …

Se non vogliamo le pecore allora occorre partecipare alla Scuola di politica e di amministrazione (clikka)

Assunzione a tempo indeterminato di due medici al senato con bando nascosto!

UnknownUnknown1Qualche giorno fa e prima che scadesse il concorso sollecitavo la partecipazione al bando del Senato per l’assunzione di medici ed infermieri (Bando assunzione clikka) oggi  (20.01.2013) leggo su “la repubblica” che oltre al bando di cui sopra ce n’era un altro (tenuto nascosto e pubblicato solo sulla bacheca del senato) per due medici a tempo indeterminato che lascia molto perplessi in quanto sarebbe cucito su due medici “amici” del Presidente Schifani e del Vicepresidente Calderoli (che spero non verranno rieletti). Ora sarebbe necessario, essendo il bando scaduto, sapere quanti hanno partecipato al concorso. Ecco i particolari:

“Si tratta, come si legge nel bando, dell’assunzione a tempo indeterminato di due medici «per la struttura dei Presidi sanitari del Senato» il cui organico, attualmente, è composto da un solo dipendente, il “medico anziano” Federico Marini. Il bando per triplicare la pianta organica dei dipendenti sanitari è rimasto stranamente “segreto”, affisso solamente in una bacheca interna. E non si sa perché non è stato pubblicato sul sito online. Dove, invece, è stato pubblicizzato un concorso per l’ampliamento degli elenchi dei medici esterni. Quelli, in sostanza, che collaborano come consulenti dei presidi sanitari, ma costano solo se vengono chiamati. Se non sono chiamati, non c’è alcun costo per il Senato.

Ma a rendere davvero singolare la questione è la particolarità di due “requisiti”, il “d” e l’“e”, che vengono richiesti per accedere all’assunzione a tempo indeterminato:

Nel primo caso, bisogna avere la specialità in cardiologia o medicina interna, guarda caso proprio quelle in possesso dei due specialisti che curano presidente e vicepresidente (leghista) del Senato. Nel secondo, si legge testuale, occorre «avere effettuato turni presso l’Ambulatorio della Struttura dei Presidi sanitari del Senato dal primo giugno 2010». Guarda caso proprio da quando lavorano quei due specialisti. Il bando che andrà a triplicare in modo definitivo la pianta organica della struttura sanitaria del Senato è scaduto nei giorni scorsi, a circa un mese dalle prossime elezioni”.

Cittadini, Politica ed Istituzioni

corruzioneL’unica arma per combattere la camorra è la politica che deve mettere in campo azioni di sviluppo volte a sottrarre acqua al mulino della malavita. Per fare ció è necessario battere i poteri forti che indirizzano le risorse verso la strada dell’arricchimento personale o di gruppi di potere sottraendo i beni e le risorse pubbliche alla loro naturale destinazione del soddisfacimento dell’interesse pubblico. Occorre fare in modo che la parte viva della società si metta in moto. O ci salviamo tutti insieme o nessuno! Occorre che coloro che sono in possesso dei saperi li condividano affinché si crei una classe dirigente degna di questo nome. E’ per questo motivo ché crediamo nella scuola di politica e di amministrazione (clikka) e speriamo che i partiti seguano l’esempio anziché brucare i milioni di rimborsi elettorali in viaggi, rinfreschi e latrocini vari. La naturale destinazione dei fondi economali dei gruppi consiliari e dei contributi ai partiti è questa! Ogni diverso utilizzo è latrocinio e va perseguito con ogni mezzo non si può pensare, in questo momento, di spendere o appropriarsi di queste risorse per fini personali! Questa gente che occupa senza merito le istituzioni devono essere cancellate dal mondo della politica come indegna.

Di seguito la riflessione di Raffaele Cantone

“La zona grigia e il silenzio degli onesti” – Raffaele Cantone, su Il Mattino di Napoli, ed. naz. di giovedì 17 gennaio 2013

 Ieri, Il Mattino ha dedicato ben tre pagine al giro di presunte tangenti per fermare i processi nel Tribunale di Napoli, nel quale sarebbero coinvolti cancellieri, avvocati, medici, un poliziotto e dipendenti, in tutto una trentina di persone, indagate e in parte arrestate per associazione a delinquere, corruzione in atti giudiziari, rivelazione del segreto istruttorio ed altri reati contro la pubblica amministrazione.

Secondo la ricostruzione accusatoria – che non significa affatto sentenza di condanna, ma che ha comunque ricevuto l’avallo di un giudice – vi erano alcuni dipendenti delle cancellerie giudiziarie che, in cambio di tariffe fisse e prestabilite in denaro, fornivano notizie sottoposte a segreto di indagine o persino nascondevano fascicoli o atti in essi contenuti perchè non si celebrassero processi, in modo che scattassero prescrizioni o non fossero eseguite pene detentive o abbattimenti di immobili abusivi. Ad usufruire di questi servigi sarebbero stati quattro avvocati che si facevano pagare profumatamente dai loro clienti o imputati che riuscivano ad avere accesso agli uffici per il tramite di immancabili faccendieri.

Uno smaliziato lettore potrebbe a questo punto dire, “e allora?”. “Cosa c’è da stupirsi? E’ l’ennesima storia di malaffare in una città che in parte sembra essersi assuefatta alle piccole e grandi illegalità quotidiane e persino alle faide che insanguinano le periferie, fino a digerire un omicidio commesso nel cortile di una scuola materna”.
Non vorrei sembrare ingenuo e mi guarderei bene dal fare una classifica di gravità fra i fatti delinquenziali che la cronaca giornaliera ci propina, ma non si può archiviare questa vicenda fra la ordinaria cronaca nera.
Il malaffare questa volta non è emerso in un qualsiasi ufficio pubblico (che pure andava stigmatizzato), ma in quello che non è retorico definire come il tempio della giustizia ed i correi non sono tossicodipendenti o extracomunitari senza permesso di soggiorno.

Ma professionisti, fra l’altro noti ed affermati, e impiegati che per il loro ruolo avrebbero dovuto rappresentare il presidio della legalità e della giustizia.

Quella coinvolta è un pezzo della classe dirigente che ha abdicato al suo ruolo di rappresentare il tessuto operoso e l’argine alla delinquenza e al malaffare in una città.

E’ quella zona grigia che in altre occasioni si è prestata a riciclare o a reinvestire il denaro dei camorristi o degli usurai in pizzerie, discoteche o imprese edilizie e sanitarie o che ha pianificato a tavolino miliardarie truffe agli enti pubblici o a quelli previdenziali o che ha creato un sistema rodatissimo per aggiustare processi tributari e consentire ad evasori conclamati di farla definitivamente franca; e questo solo per rimembrare alcune delle vicende più eclatanti dell’ultimo periodo.

Contro la diffusione di quello che appare un vero e proprio bacillo pestifero, le pur meritorie ed ormai sempre più diffuse ed approfondite indagini della magistratura rischiano di scoprire alcune delle falle in un vascello che ai più pessimisti sembra già destinato ad affondare. Non saranno mai sufficienti arresti e condanne per uscire da questo buco nero; è, invece, indispensabile l’impegno della parte sana di quella stessa borghesia e classe dirigente che sembra aver rinunciato a reagire, chiudendosi in un supino isolamento, che rischia di apparire connivenza se non complicità.

I cittadini devono aver il coraggio di fare terra bruciata anche sul piano culturale, isolando i disonesti ed i corrotti e gli ordini professionali devono avere il coraggio di esercitare davvero i poteri disciplinari, espellendo le mele marce, senza più logiche perdoniste e corporative.

Un dovere ancor maggiore dovrebbe spettare alla politica che, mai come in questo momento, dovrebbe sentire l’ineludibile imperativo etico di lanciare messaggi inequivocabili della volontà di cambiare e che, invece, fa persino fatica ad adottare un codice etico che risparmi a noi cittadini candidature (e sicure elezioni) di soggetti che in qualunque stato civile sarebbero qualificati come impresentabili.

Scuola di Politica e di Amministrazione

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Liste e listarelle: La fragilità del nostro sistema politico

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219 loghi di altrettanti partiti, liste e listarelle di persone che si candidano alla guida del paese con nomi strampalati: “basta tasse”, “potere ai cittadini”, “liberi da equitalia” etc …. tra l’altro una fila per il deposito dei loghi al Viminale che ha del ridicolo ed è indegna per un paese civile. Oggi (14.01.2013), inoltre, leggo su La Repubblica che ci sarebbe una manovra di berlusconi che avrebbe incentivato la proliferazione delle liste a lui collegate (circa 13) in ragione di uno studio fatto dai suoi “esperti” in materia elettorale. Il disgusto è veramente tanto, non riesco a capire come sia possibile che si consenta un tale oltraggio alla intelligenza dei Cittadini Italiani che si vedono una sfilza di 219 simboli che non contribuiranno certo a fare chiarezza. Liste che non hanno alle spalle nessun ragionamento politico! Una vera e propria presa per i fondelli con un  sistema maggioritario che avrebbe dovuto contribuire a creare due/tre blocchi o filoni di pensiero politico. Queste elezioni dovrebbero dare una stoccata al vecchio ed invece vedo che sarà difficile evitare la restaurazione della monarchia partitica dei soliti noti tranne qualche eccezione forse. I candidati, inoltre, salvo rare eccezioni sono esentati da qualsivoglia campagna elettorale e pur volendomi documentare neppure riuscirei a capire quali saranno i meriti di coloro che aspirano a sedere nel cd. tempio della democrazia. Questi, non li vedevi prima per strada né li vedi oggi che dovrebbero forse venirti a chieder il voto!! Politica dagli effetti speciali dove a bella mostra si espongono campioni dello sport o giornalisti, le soubrette pare non vadano più tanto di moda dopo la minetti e le olgettine. Ma saranno in grado queste persone di leggere un disegno di legge o di redigerlo, o di discutere di temi importanti per il nostro paese? Saranno in grado di capire dove stiamo andando? Sapranno capire che la crisi economica che stiamo vivendo oggi ci pone il problema delle esternalizzazioni sfrenate negli enti locali che saranno ridotti a fare i soli certificati di residenza? Sapranno queste persone discutere della necessità che il pubblico sia efficiente e che la eliminazione degli sprechi potrebbe farci pensare che lo sfruttamento delle risorse pubbliche fatto dal pubblico è una maggiore garanzia di redistribuzione? Io in tutte le cd. privatizzazioni ci ho visto solo ed esclusivamente un ottimo affare per gli amici degli amici e non per i cittadini. Mi farebbe piacere conoscere i campioni messi in lista per capire se con questi forse non sia più indicato farci una partita di calcetto piuttosto che un ragionamento politico. Venti anni di politica/spettacolo sono difficile da estirpare e gli effetti speciali sono diventati una specialità dei partiti che dismettendo il loro principale compito di formazione ed informazione sono diventati veri e propri centri di produzione cinematografica dove la fantasia di Cetto la qualunque diventa realtà

Malapolitca e Danaro Pubblico

imagesNon è il primo post che scrivo sull’argomento ma la questione è ricorrente, oggi (06.01.2913) leggo l’ampia pagina de “La Repubblica” sul caso Lega che si arricchisce di particolari. 15 milioni di euro spesi dai parlamentari del gruppo Lega Nord allegramente per fatti personali. Il presidente fini in un intervista a Report dichiarava che il regolamento parlamentare non dice nulla sulla rendicontazione di questi fondi e pertanto i parlamentari stessi non devono dare di conto di quello che ci fanno. Io ritengo che sia dalla legge di contabilità dello stato sia dai principi del nostro ordinamento c’è un obbligo di rendicontazione sempre e comunque quando si spendono i soldi delle tasse dei cittadini! A dire il vero credo che occorrerebbe mettere il naso in tutti i fondi dei gruppi parlamentari, come è accaduto nelle regioni, per scoprire, molto probabilmente, molte allegre gestioni. Io ho pubblicato il rendiconto, le ricevute e le fatture che riguardano il gruppo napoli è tua di cui ho fatto parte (rendiconto Napoli è Tua clikka) spererei che facessero altrettanto anche gli altri gruppi del Comune di Napoli ma non mi pare che la cosa abbia avuto grosso seguito. Il problema è da un lato la enorme ed eccessiva disponibilità di denaro pubblico a disposizione dei partiti e dall’altro la scarsa o insignificante capacità dei politici a considerare sacro il danaro proveniente dalle tasse  dei cittadini. I partiti, infatti, nonostante la crisi, sono delle floridissime aziende che si permettono addirittura avanzi di gestione milionari. Da una scorsa ho potuto constatare, infatti, che il PD (per gli altri partiti non sono disponibili i dati ma non dovrebbero essere in rosso) addirittura nel 2008 e nel 2009 aveva un avanzo di esercizio di €. 146.492.884,01, nel 2010 di €. 168.825.331,77, che nel 2011, non so comprendere come, scende ad €. 20.302.414,26. Chi si volesse divertire o rodersi il fegato potrà consultare il sito con i dati dei bilanci del PD (clikka). A queste somme devono aggiungersi ovviamente le somme, come detto, dei gruppi parlamentari. Ebbene, con queste cifre dovrebbero spuntare come funghi scuole di politica ed iniziative su tutto il territorio nazionale ed, invece, questi, Lusi docet, se li spendono per poco nobili e personali fini! La verità è che, per quanto possano essere buoni i propositi di chi si candida a proteggere e tutelare l’interesse ed il bene pubblico, nello spazio di un secondo, ci si è già adeguati all’andazzo generale e consolidato. E’ difficilissimo resistere anche se si è di nobile provenienza civile, oggi tanto ricercata. Come fare, i vecchi, sotto questo aspetto hanno dimostrato di non essere all’altezza ed i nuovi in altre occasioni hanno dimostrato una rapida propensione al comodo adeguamento. Se dovessi guardarmi indietro il primo nome che mi viene in mente è Maximilien de Roberspierre, ma poi sappiamo tutti la fine che ha fatto. E’ sua la mozione che fu approvata dal comitato di salute pubblica francese: “Popolo, ricordati che se nella Repubblica la giustizia non regna con impero assoluto, la libertà non è che un vano nome!”

Presa Diretta Ladri di Partito

A tutti i medici ed infermieri partecipate al concorso al Senato scadenza 17.01.2013!!

400px-Parlamento_Italiano_Giuramento_di_Giovanni_LeoneIeri (03.01.2012) ho scritto un post sullo scandalo del presidio medico in Senato (clikka) per le cure dei nostri “cari” parlamentari che ci costa una fortuna, oggi pensavo di dover pubblicizzare il bando che prevede la presentazione delle domande per 5 cardiologi, 5 anestesisti e 10 infermieri entro il 17 gennaio 2013 da consegnare a mano o a mezzo posta raccomandata. Di seguito il link del senato da dove scaricare la modulistica ed il regolamento che per comodità inserisco anche in calce a questo post. Facciamo in modo che le domande siano numerose e che si crei una vera partecipazione non vorrei che anche questa sia stata una trovata elettorale per fare un po’ di consenso. Come si dice a pensar male non si sbaglia mai!!! A tutti quelli che hanno i requisiti partecipate fate la domanda e poi immagino la soddisfazione di avere tra le mani il meglio della classe dirigente italiana !!!!

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La Sanità dei Parlamentari: un punto da programma elettorale?

parlamento1Non faccio in tempo a sbollire l’incazzatura per quello che avevo appreso ad aprile 2011 e cioè che i parlamentari per rimborso spese mediche hanno ricevuto circa 10 milioni di euro per loro ed i loro parenti, compresi i conviventi more uxorio (in virtù di un colpo gobbo di Casini), che oggi leggo la notizia relativa alla esistenza di un presidio medico aperto h. 24, presso Palazzo Madama, che già ci costa circa 650.000,00 €. annui, per cui sono state aperte le procedure per 20 assunzioni (5 cardiologi e 5 anestesisti e 10 infermieri). Se si legge la tabella che incollo “questi” non si pagano né il dentista né gli occhiali ed hanno anche a disposizione per 24 h al giorno un intera schiera di medici! Il bello è che siamo in campagna elettorale e non una parola è stata spesa dai leader circa la eliminazione dei privilegi e degli sprechi, né una sola parola è stata spesa per la riduzione delle indennità e dei parlamentari e per la riduzione delle istituzioni elettive regioni o province. Tutti quelli che hanno in un certo qual modo fatto parte di un parlamento, che non è stato neppure in grado di riformare per tempo la legge elettorale, dovrebbero starsene a casa. Mi chiedo se non dobbiamo vergognarci a consentire tutto ciò! Devo confessare, infatti, che da qualche tempo quando incontro un tedesco, un inglese o un francese per non parlare di un americano mi sento un po’ fesso. Mi chiedo come sia possibile che alla maggior parte degli Italiani queste cose non fanno rizzare i peli e contorcere le budella.

Credo profondamente che l’impegno in politica sia il più alto servizio che un cittadino possa rendere al proprio paese, ma in questi termini me ne vergogno e mi vergogno anche di dire agli altri che oggi, nel Comune di Napoli, sono un politico, per paura di essere accomunato agli indegni! Un caro amico oggi mi diceva bravo Gennaro siamo in pochi e quelli che ci sentono parlare ed agire in questo modo  ci dicono che siamo pure co…ni!!

Sui rimborsi per spese mediche La Repubblica dell’11.04.2011

ROMA – Per la prima volta viene tolto il segreto su quanto costa ai contribuenti l’assistenza sanitaria integrativa dei deputati. Si tratta di costi per cure che non vengono erogate dal sistema sanitario nazionale (le cui prestazioni sono gratis o al più pari al ticket), ma da una assistenza privata finanziata da Montecitorio. Va detto ancora che la Camera assicura un rimborso sanitario privato non solo ai 630 onorevoli. Ma anche a 1109 loro familiari compresi (per volontà dell’ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini) i conviventi more uxorio.

tabella rimborsi 2010

Ebbene, nel 2010, deputati e parenti vari hanno speso complessivamente 10 milioni e 117mila euro. Tre milioni e 92mila euro per spese odontoiatriche. Oltre tre milioni per ricoveri e interventi (eseguiti dunque non in ospedali o strutture convenzionati dove non si paga, ma in cliniche private). Quasi un milione di euro (976mila euro, per la precisione), per fisioterapia. Per visite varie, 698mila euro. Quattrocentottantotto mila euro per occhiali e 257mila per far fronte, con la psicoterapia, ai problemi psicologici e psichiatrici di deputati e dei loro familari.

Per curare i problemi delle vene varicose (voce “sclerosante”), 28mila e 138 euro. Visite omeopatiche 3mila e 636 euro. I deputati si sono anche fatti curare in strutture del servizio sanitario nazionale, e dunque hanno chiesto il rimborso all’assistenza integrativa del Parlamento per 153mila euro di ticket.

A rendere pubblici questi dati sono stati i radicali che da tempo svolgono una campagna di trasparenza denominata Parlamento WikiLeaks. I deputati di Pannella chiedono i dati delle consulenze e degli appalti e contratti vari, e poi li pubblicano online “perché solo così – spiega l’onorevole Rita Bernardini – i conti della Camera sono sottoposti al controllo dell’opinione pubblica. In caso contrario alla Camera si sentono liberi di fare qualsiasi cosa perché tanto non c’è nessuno che li controlla”.

Ma non tutti i numeri sull’assistenza sanitaria privata dei deputati, tuttavia, sono stati desegretati. “Abbiamo chiesto – dice la Bernardini – quanti e quali importi sono stati spesi nell’ultimo triennio per alcune prestazioni previste dal ‘fondo di solidarietà sanitarià come ad esempio balneoterapia, shiatsuterapia, massaggio sportivo ed elettroscultura (ginnastica passiva). Volevamo sapere anche l’importo degli interventi per chirurgia plastica, ma questi conti i Questori della Camera non ce li hanno voluti dare”. Perché queste informazioni restano riservate, non accessibili? Cosa c’è da nascondere?

Ecco il motivo di quel segreto secondo i Questori della Camera: “Il sistema informatizzato di gestione contabile dei dati adottato dalla Camera non consente di estrarre le informazioni richieste. Tenuto conto del principio generale dell’accesso agli atti in base al quale la domanda non può comportare la necessità di un’attività di elaborazione dei dati da parte del soggetto destinatario della richiesta, non è possibile fornire le informazioni secondo le modalità richieste”.

Il partito di Pannella, a questo proposito, è contrario. “Non ritengo – spiega la deputata Rita Bernardini – che la Camera debba provvedere a dare una assicurazione integrativa. Ogni deputato potrebbe benissimo farsela per conto proprio avendo gia l’assistenza che hanno tutti i cittadini italiani. Se gli onorevoli vogliono qualcosa di più dei cittadini italiani, cioè un privilegio, possono pagarselo, visto che già dispongono di un rimborso di 25 mila euro mensili, a farsi un’assicurazione privata. Non si capisce perché questa ‘mutua integrativà la debba pagare la Camera facendola gestire direttamente dai Questori”. “Secondo noi – aggiunge – basterebbe semplicemente non prevederla e quindi far risparmiare alla collettività dieci milioni di euro all’anno”.

da libero del 02.01.2013 Il gabinetto medico presso il Senato

Casta senza vergogna. Altre dieci assunzioni last minute per riempire il laboratorio del Senato

Un posto di lavoro di “lusso” a spese dei contribuenti. Medici e infermieri che lavorano al Senato sono dei veri privilegiati. Curare i nostri senatori costa agli italiani 650mila euro all’anno. Ma non basta. C’è bisogno di qualche altro camice bianco per i nostri senatori. Così il presidio dell’Ambulatorio di Palazzo Madama ha avviato la selezioni di dieci nuovi medici, cinque cardiologi e cinque specialisti in anestesia e rianimazione. I requisiti per l’ammissione sono rigidissimi.  Alle selezioni non passa chi si sia laureato con meno di 105/110. E neppure chi non abbia maturato un’esperienza professionale di livello. Cinque anni almeno per i medici e quattro per gli infermieri. L’organico ad oggi conta un medico e quattro infermieri, oltre a 26 camici bianchi pagati a chiamata. Il servizio naturalmente è garantito h24. Precedntemente il presidio medico del Senato era una piccola clinica per i senatori residenti nella Capitale, poi all’improvviso si è allargato. Le porte dell’ambulatorio sono aperte a tutti:deputati, ex parlamentari, dipendenti del Senato e dei gruppi. Quanto costa farsi visitare? Nulla. E’ tutto gratis, pagano gli italiani.

PD – Monti – Vaticano: Democrazia Cristiana

democraziacristiana

Ad oggi non si capisce ancora quale è la posizione ufficiale di Bersani sulla “salita in campo” di Monti. Tutti fanno a gara a contenderselo nel centrodestra mentre nella sinistra non si capisce, ovvero, si capisce benissimo che c’è un accordo post elettorale che in questi ultimi giorni si sta facendo sempre più concreto. Il tema vero che mi piacerebbe affrontassero entrambi i soggetti sono ancora una volta le privatizzazioni. I big della sinistra mostrano interesse per il programma monti mentre mi piacerebbe sapere cosa ne pensano delle privatizzazioni e della svendita dei beni pubblici della riduzione degli spazi vitali dello Stato Sociale di Diritto così come lo conosciamo. La chiarezza è fondamentale ed io vorrei sapere se anche Bersani intende ridurre gli enti locali ad uffici che si occupino dei soli certificati di residenza! Il tema è questo! Le visioni che si dovrebbero scontrare in questa campagna elettorale, che si sta consumando a colpi di discese in campo di magistrati, è quella liberista dell’europa monetaria o quella sociale dell’europa dei popoli, terzium non datur! Monti credo che con buona approssimazioni rappresenta ancora una volta il mondo del potere economico che si è rifatto il look. Eppure non riesco a capire: se la crisi è stata generata dai mercati e dal loro mancato controllo, come possiamo noi, ancora una volta, pensare che i mercati siano in grado di far fronte a ciò che hanno provocato? Bersani cosa dice al riguardo? Nulla! Cerca solo di rassicurare l’europa ed evita di attaccare il “protetto” il “messia” del potere economico, appoggiato anche dal vaticano, che ha deciso di salire in campo! Ed i cittadini italiani che fine fanno in tutto questo? Hanno il diritto di sapere quale è l’opposta visione che ci dovrebbe essere tra i due schieramenti, ovvero, di sapere che entrambi sono d’accordo a vendere tutto ciò che è pubblico ed a restringere l’azione di governo al minimo indispensabile che giustifichi l’esistenza di un parlamento. La larga maggioranza che si sta profilando è la restaurazione della vecchia, cara democrazia cristiana nella quale i cittadini italiani per quarant’anni hanno riposto la loro fiducia. Se andassimo indietro nel tempo infatti monti potrebbe stare benissimo al fianco di Andreotti, Forlani, Martinazzoli, De Mita …. fisici rassicuranti che hanno fatto dell’Italia ciò che volevano. Spero di sbagliarmi e di averne la prova.

da Il Mattino del 28.12.2012

Se dovesse esserci necessità di governare con un alleato – presupponendo dunque la vittoria del Pd e Bersani premier – non potremmo rivolgerci nè a Berlusconi nè a Grillo: il ragionamento andrà fatto con coloro con cui condividiamo la scelta europeista e dunque con Monti e le forze di centro». Così il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, in un’intervista al Mattino. «Siamo convinti che il nostro è l’unico grande progetto popolare che oggi si presenti alle elezioni».Teresa Bartoli
Il vicesegretario del Pd, Enrico Letta, rifiuta come «fuori luogo» ogni parallelo tra la candidatura di Piero Grasso e la vicenda di Antonio Ingroia: Ingroia, dice, ha fatto un «uso strumentale insopportabile» di una inchiesta per sfruttarne la popolarità in chiave elettorale, Grasso «ha lavorato sino all’ultimo giorno senza cercare visibilità» ed oggi «è del tutto naturale che il suo impegno venga traslato nell’impegno parlamentare». La candidatura del procuratore nazionale antimafia è «solo il primo segnale» dell’impegno contro l’illegalità. Una delle bandiere della campagna elettorale nella quale il Pd avrà in Monti «un concorrente» mentre «l’avversario è Berlusconi».

Monti non sarà super partes ma parte contro il Pd. Siete delusi, preoccupati?
«Siamo sereni e molto determinati perché convinti della nostra forza. Siamo convinti – a maggior ragione dopo i primi passi della lista, delle liste che ruoteranno attorno a Monti – che il nostro è l’unico grande progetto popolare che oggi si presenti alle elezioni. Popolare perché radicato su un partito che fa dell’interclassismo, della partecipazione, del radicamento sociale e territoriale la sua forza. Ciò sarà ancor più chiaro domani – quando si voterà, tra l’altro, anche in Campania – e domenica con le primarie, il cui primo grande successo sarà portare in Parlamento un numero grandissimo di donne. Siamo l’unico partito che mette i cittadini in grado di contare».
Secondo il Pdl Monti ha «tradito la parola data» ai partiti quando accettò un impegno di governo super partes. Condivide?
«Monti ha fatto la sua scelta dopo le dimissioni e lo scioglimento delle Camere. L’avesse fatto prima sarebbe stato sicuramente discutibile. Vedremo le prossime settimane cosa accadrà. Ma noi saremo concorrenti di Monti, questo è chiaro: concorrenti di Monti mentre il nostro avversario è Berlusconi».
Lei dice che il Pd è l’unica forza popolare ed interclassista. Secondo Pietro Ichino, invece, l’agenda Monti su diversi punti è «più a sinistra di quella di Bersani». Non è così?
«Guardi, ho stima di Ichino e delle sue idee ma francamente ho perso il filo del suo ragionamento: quando leggo che lascia il Pd per andare con Monti e che lo fa perché è Monti che ha sposato le sue tesi, mi vengono in mente Galilei e Tolomeo».
All’opposto, Vendola chiede discontinuità rispetto alle politiche di Monti. Cosa sarà per voi l’agenda del professore? Una spina nel fianco, uno stimolo?
«Si tratta di contenuti che in parte condividiamo ed in parte divergono dalle nostre tesi. Ma il punto chiave è che il nostro progetto è stato timbrato da tre milioni e centomila italiani, scritto con le loro gambe e le loro mani, il mix giusto tra idee, comportamenti, passioni. Quando parlo di politica popolare intendo questo, un fatto concreto, più importante di qualunque agenda. Ed ecco perché non ho, non abbiamo nessun timore che la o le liste Monti possano toglierci voti o spazio politico. Oltretutto, ripeto, su alcuni punti ci sono chiare convergenze».
Un esempio?
«Monti nella sua conferenza stampa ha fatto riferimento alle politiche contro l’illegalità proponendo tre temi: aumento dei tempi di prescrizione, reintroduzione del falso in bilancio ed autoriciclaggio. Sono esattamente i tre capisaldi del progetto anticorruzione che il Pd ha presentato in Parlamento e che è stato bloccato dal Pdl. La lotta contro l’illegalità sarà la nostra prima grande bandiera soprattutto in quelle regioni dove l’illegalità è causa di arretratezza economica e civile. Una bandiera in nome della quale Bersani ha dato un primo grande segnale annunciando la candidatura del procuratore nazionale antimafia Piero Grasso. Solo un primo segnale perché altri ne arriveranno nei prossimi giorni sia sui contenuti sia nelle candidature».
Programmi e candidature, vista la legge elettorale che può determinare due maggioranze diverse tra Camera e Senato, potrebbero non bastare a governare. Il centrosinistra chiederebbe il sostegno di Monti?
«Aveva ragione Napolitano ad invocare a gran forza, nell’interesse del Paese, l’eliminazione del porcellum. Il primo difetto di questo sistema, le liste bloccate, lo abbiamo aggirato indicendo le primarie. Quanto al rischio di maggioranze diverse tra Camera e Senato, aspettiamo i risultati. Certo Lazio, Sicilia e Lombardia saranno determinanti. È evidente che, se dovesse esserci necessità di governare con un alleato – presupponendo dunque la vittoria del Pd e Bersani premier – non potremmo rivolgerci nè a Berlusconi nè a Grillo: il ragionamento andrà fatto con coloro con cui condividiamo la scelta europeista e dunque con Monti e le forze di centro».
Monti potrebbe chiedere la testa di Vendola: per governare sacrifichereste l’alleanza con Sel?
«Le primarie ci hanno in qualche modo fuso nella proposta elettorale. Non è questo il tema e non è immaginabile sacrificare Sel. Il progetto è unico e unitario».
La Chiesa si sta schierando in modo trasparente a sostegno di Monti. È una invasione di campo? Vi preoccupa? E perché il Pd non riesce a convincere quel mondo?
«Mi verrebbe da dire meglio Monti che Berlusconi, come purtroppo è stato per molti anni. Ma lo dico con amarezza perché so invece che il mondo cattolico è pieno di persone e di mondi che guardano con grande interesse al forte impegno sociale che sta alla base del nostro radicamento e al progetto di centrosinistra. E proprio per questo non voglio dare eccessivo peso a queste prese di posizione. È importante, da parte nostra, evitare polemiche e prestare se possibile ancor maggiore attenzione e presenza alle realtà e dimensioni territoriali».
La candidatura di Grasso, un magistrato in attività, non avvalora la tesi della politicizzazione della magistratura? Tante polemiche su Ingroia e poi cadete nello stesso errore?
«In questo caso credo sia la sua stessa funzione a smentire queste tesi. Trovo assolutamente naturale che il tema dell’antimafia venga traslato in un impegno parlamentare. I paralleli con la vicenda di Ingroia sono del tutto fuori luogo. È palese che Ingroia ha usato un’inchiesta e la vicenda di Nicola Mancino, che sono sicuro dimostrerà di poter uscire senza macchie da questa storia, per diventare un personaggio ed avere una visibilità che oggi sfrutta candidandosi alle elezioni. Un uso strumentale insopportabile. Grasso, al contrario, ha lavorato sino all’ultimo giorno senza alcuna ricerca di visibilità. E gli viene offerta, per la sua funzione antimafia, la possibilità di portare il suo impegno, in modo non divisivo, in Parlamento».

Aldo Masullo sulle Parlamentarie del PD

aldomasulloInteressante intervista sul corsera di oggi (28.12.2012) a Aldo Masullo che condivido in particolare sulla necessità che i partiti riprendano il loro ruolo di luoghi di formazione della classe dirigente. Quanto ai candidati non è difficile neppure condividere il pensiero di Masullo sul “riciclo” dei volti noti al partito, che ancora una volta manca l’obiettivo di riformarsi.  Non riesco a capire come si possa essere così miopi e credere che con le primarie si siano già vinte le elezioni ……

NAPOLI — «Un partito dovrebbe costruire naturalmente un processo di selezione della propria classe dirigente, altrimenti non si capisce a cosa serva».
Aldo Masullo, filosofo ed ex parlamentare del Pci e dei Ds, esprime, come è suo solito, con garbo riflessivo le sue dure critiche ai partiti. In particolare, tiene a precisare, a quegli aggregati politici che «dalle nostre parti assumono connotati ancora più deleteri».

Professore Masullo, pure le primarie per selezionare i candidati non la convincono?
«Occorrerebbe chiedersi perché si arriva alle primarie per scegliere i candidati al parlamento».

Ce lo chiediamo?
«Sì, il fatto è che oggi i partiti, tra cui il Pd, non sono stati in grado di avviare processi di rinnovamento interno. Non ci hanno neanche provato. E questo non è che sia accaduto ora. Ma sono anni che si proclama un rinnovamento al quale non si pone mai un avvio. Insomma, le primarie sono l’effetto di queste inadempienze gravissime: del mancato processo di riorganizzazione dei partiti. La selezione dei candidati dovrebbe rappresentare il punto di arrivo di questo processo di maturazione interna. Invece, si parte dai candidati».

Un processo di rinnovamento al contrario?
«Sì, anche se nella vita vera non si possono fare i conti con ciò che sarebbe dovuto accadere, ma con quanto è avvenuto. E allora, prendiamo pure atto che tra i tanti mali, quello delle primarie è il male minore».

Si rassegna?
«Beh, sa: la messinscena delle primarie per selezionare candidati al parlamento ha una funzione simbolica, vorrebbe fornire un indirizzo di ciò che si sarebbe dovuto fare e non si è fatto. Si tratta di una indicazione di pura teoria politica. In realtà, del tutto insufficiente ad assicurare passi avanti verso la modernità e il rinnovamento della classe dirigente e della proposta politica».

Nel merito, cosa non le piace di queste primarie per selezionare i candidati al parlamento?
«Un vizio, in particolare, che è connaturato sia alla prima che alla seconda Repubblica: l’inerzia, mantenere la situazione così com’è invece che imprimere una spinta in direzione del cambiamento. Vede, lo stesso meccanismo di raccogliere centinaia di firme per sostenere la propria candidatura alle primarie risponde ad una esigenza vera di partecipazione democratica, ma in una realtà così miserabile come la nostra diventa occasione per una serie di interferenze, di speculazioni improprie e di inquinamento. Non mi ha fatto una buona impressione leggere nomi di candidati che sono, per lo più, sempre gli stessi e per i quali non si capisce chi si sia speso per sostenerli, quale procedura democratica sia stata messa in atto per proporli. Mi rendo conto pure delle difficoltà che si sono incontrate a causa dell’accelerazione impressa dai tempi piuttosto stretti, ma si sarebbe potuto offrire un maggiore contributo di trasparenza e di apertura».

Torniamo al solito problema della democrazia interna?
«E sì. La democrazia interna ai partiti è un altro male duro da estirpare. Non so cosa accada altrove, ma qui credo sia inconfutabile l’arretratezza delle nostre forze politiche, compresa quella del Pd. Non è per caso che ho scritto il libro ‘‘Napoli, siccome immobile”».

Cosa pensa dell’invito che il Pd napoletano ha rivolto al segretario Bersani di candidarsi capolista in Campania?
«Un gesto che dimostra l’assenza di un nome di rilievo in grado di ottenere la massima attenzione da parte del popolo degli elettori, al di là degli iscritti al Pd. Un altro segno di debolezza».

Lei è andato a votare per le primarie nazionali del centrosinistra?
«No, non sono iscritto».

Quindi, domani, se pure volesse, non potrà recarsi alle urne.
«Purtroppo no».

Perché dice purtroppo?
«Perché stavolta sarei andato: tra i nomi che ho letto c’è qualcuno più giovane, meno legato alle consorterie di gruppi organizzati, che avrei voluto sostenere. Ma non mi è consentito. Pazienza, speriamo che il prossimo anno porti cose migliori e più nuove».

Agenda Monti

montiHo appena finito di leggere il programma di Monti che potrete scaricarVi clikkando in calce. I buoni propositi ci sono ma occorrerebbe capire come Monti poi intenderebbe declinare in concreto le azioni che si propone. La parte iniziale è sull’europa che si potrebbe riassumere come maggior peso ai popoli che la compongono mediante una reciproca cessione delle sovranità alle istituzioni europee. Il passaggio sulla scuola mi preoccupa per le modalità di attuazioni dell’azione di governo proposta, fondata su INVALSI ed INDIRE, che personalmente non condivido pienamente. Quello sul lavoro è incentrato sul modello nord europeo con un sistema di contrattazione più vicino ai luoghi di lavoro. Credo che occorra leggersi quest’agenda piuttosto che leggersi i commenti. La mia sensazione è che c’è il tentativo di una restaurazione di un grande centro, la vecchia balena bianca della democrazia cristiana … Monti non dichiara di essere né di destra né di sinistra dice che tra questi due schieramenti c’è la società civile che deve contare ed a cui vuole rivolgersi. Tutti puntano sui liberi cittadini che si sono rotti le scatole! A questo punto potrebbe anche essere che il PD faccia (se non l’ha già fatto) un patto post elettorale con Monti, che a questo punto si pone come il vero avversario da battere per Bersani, contrariamente a quanto affermato da Da Lema ieri a che tempo che fa. Peraltro, credo, che oltre Ichino, dal PD si potranno staccare altri pezzi, e chissà perché penso ai Renziani. Questo Natale sarà sicuramente politicamente tumultuoso.

Agenda Monti clikka

L’Europa dei popoli non permetterebbe quest’orrore!

lampedusa

Mentre la politica si interessa dei passaggi televisivi di berlusconi  e dei candidati al parlamento, riporto la lettera del Sindaco di Lampedusa alla quale non mi sento di aggiungere nulla se non la mia indignazione e rabbia verso l’europa ottusa della banche:

“Sono il nuovo Sindaco delle isole di Lampedusa e di Linosa,

Eletta a maggio, al 3 di novembre mi sono stati consegnati già 21 cadaveri di persone annegate mentre tentavano di raggiungere Lampedusa e questa per me è una cosa insopportabile. Per Lampedusa è un enorme fardello di dolore. Abbiamo dovuto chiedere aiuto attraverso la Prefettura ai Sindaci della provincia per poter dare una dignitosa sepoltura alle ultime 11 salme, perché il Comune non aveva più loculi disponibili. Ne faremo altri, ma rivolgo a tutti una domanda: quanto deve essere grande il cimitero della mia isola?

Non riesco a comprendere come una simile tragedia possa essere considerata normale, come si possa rimuovere dalla vita quotidiana l’idea, per esempio, che 11 persone, tra cui 8 giovanissime donne e due ragazzini di 11 e 13 anni, possano morire tutti insieme, come sabato scorso, durante un viaggio che avrebbe dovuto essere per loro l’inizio di una nuova vita. Ne sono stati salvati 76 ma erano in 115, il numero dei morti è sempre di gran lunga superiore al numero dei corpi che il mare restituisce.

Sono indignata dall’assuefazione che sembra avere contagiato tutti, sono scandalizzata dal silenzio dell’Europa che ha appena ricevuto il Nobel della Pace e che tace di fronte ad una strage che ha i numeri di una vera e propria guerra.

Sono sempre più convinta che la politica europea sull’immigrazione consideri questo tributo di vite umane un modo per calmierare i flussi, se non un deterrente. Ma se per queste persone il viaggio sui barconi è tuttora l’unica possibilità di sperare, io credo che la loro morte in mare debba essere per l’Europa  motivo di vergogna e disonore.

In tutta questa tristissima pagina di storia che stiamo tutti scrivendo, l’unico motivo di orgoglio ce lo offrono quotidianamente gli uomini dello Stato italiano che salvano vite umane a 140 miglia da Lampedusa, mentre chi era a sole 30 miglia dai naufraghi, come è successo sabato scorso, ed avrebbe dovuto accorrere con le velocissime motovedette che il nostro precedente governo ha regalato a Gheddafi, ha invece ignorato la loro richiesta di aiuto. Quelle motovedette vengono però efficacemente utilizzate per sequestrare i nostri pescherecci, anche quando pescano al di fuori delle acque territoriali libiche.

Tutti devono sapere che è Lampedusa, con i suoi abitanti, con le forze preposte al soccorso e all’accoglienza, che dà dignità di esseri umane a queste persone, che dà dignità al nostro Paese e all’Europa intera. Allora, se questi morti sono soltanto nostri, allora io voglio ricevere i telegrammi di condoglianze dopo ogni annegato che mi viene  consegnato. Come se avesse la pelle bianca, come se fosse un figlio nostro annegato durante una vacanza”.

Giusi Nicolini

Uno schiaffo in faccia alla dignità dei cittadini

maiali

Maiali perché questi animali che stimo ed apprezzo mangiano tutto senza chiedersi perché e senza faresi troppe domande. Questa è l’immagine che mi è venuta in mente mentre leggevo l’articolo che vi incollo sotto. Il tema sono i soldi pubblici che sono riservate ai gruppi consiliari per il loro funzionamento. Quelli della regione Lombardia diciamo sono diverse centinaia di migliaia di euro e si ripete la storia come alla regione Lazio ma sono convinto che se si mettessero le mani in tutti i consigli regionali e comunali si scoprirebbe la stessa cosa. La stessa cosa accade anche per i soldi pubblici riservati al funzionamento dei gruppi parlamentari! Maiali ancora Maiali che mangiano e che rappresentano uno schiaffo in faccia ai milioni di cittadini che faticano ad arrivare alla fine del mese!!! Leggete e vedrete vi farà lo stesso effetto. Conoscere per difendersi e per fare pulizia. Non ci si può certo fidare di quelli che fino ad oggi hanno mangiato come maiali ….

sull’argomento: l’utopia della politica ed i costi dei politicantiMaiali al pascolo

Dal Corsera di oggi 15.12.2012

Gelati, lecca-lecca, iPad Le spese caricate sul bilancio «Pagata una festa di nozze»

MILANO — Senza regole e, più ancora, senza stile. L’assalto alle note spese rimborsate «per il funzionamento dei gruppi» del consiglio della Regione Lombardia, infatti, visto con le lenti degli scontrini costati ieri 22 inviti a comparire per peculato ad altrettanti consiglieri di Pdl e Lega, nemmeno pulsa della ribalda “nobiltà” di illustri predecessori che nel Lazio si erano fatti la villa o avevano acquistato il Suv con i soldi dei cittadini: qui al Pirellone c’è solo gente che, pur guadagnando almeno 9.000 euro netti al mese di stipendio comprensivo di diaria, e pur essendo già dotata di telefoni e computer gratis, con gli ulteriori fondi pubblici «per il funzionamento del gruppo consiliare» si fa rimborsare il cono gelato da 1 euro e 50, il lecca-lecca, l’ovetto-Kinder e una clessidra; compra la salsiccia dal macellaio, va dal panettiere, segna uno dietro l’altro a distanza di pochi minuti i caffè con brioche da 1 euro e 60 al bar, beve una birra al pub; acquista in tabaccheria blocchi di «gratta e vinci», mette in lista un farmaco e il relativo ticket da 21 euro, e a Capodanno accolla ai contribuenti i fuochi d’artificio.

Tartufi e ostriche
Perfino le trasgressioni culinarie sono un po’ da filmetto di serie B. Come nei «due coperti» da 127 euro di ostriche rimborsati al leghista Pierluigi Toscani. O come il pasto al ristorante «il Baretto al Baglioni» il 23 ottobre 2010 che l’ex presidente leghista del consiglio regionale Davide Boni qualifica «spesa di rappresentanza» nei «rapporti consiglio-giunta e nuova sede con il Sottosegretario Expo 2015», consumando 30 grammi di tartufo per 180 euro su 644 di conto. Il tartufo deve essere una passione: Giorgio Pozzi si fa rimborsare una cena «con rappresentanti dell’imprenditoria locale» il 23 dicembre 2010 sempre al «Baretto» dove, su un conto di 3.320 euro, 200 sono di vini, 400 di champagne e ben 882 di tartufi in un «privé» il cui utilizzo costa da solo 150 euro.
Sushi e ospitalità
Quando a saldare i conti è indirettamente il contribuente, diventa più facile largheggiare in generosità: sempre Pozzi, ad esempio, ottiene il rimborso di 5.500 euro spesi al ristorante «Il Gatto Nero» di Cernobbio il 30 luglio 2010 per una «cena istituzionale con operatori e imprenditori locali» offerta a 55 persone. Alessandro Colucci oscilla invece tra gli arancini da 5 euro e il sushi da 127 euro per due coperti al ristorante «Nobu Armani».
I taxi, il Natale, Parigi
Del resto la madre di tutte le ambiguità è il concetto in sé di «materiale di rappresentanza», tipo quello che Boni compra per 11.164 euro a Napoli tra il 28 e il 30 dicembre 2010: 75 cravatte in seta, 3 sciarpe in cashmere, 7 foulard in seta. Per definizione, nulla è più di «rappresentanza» come le colazioni e le cene al ristorante, che insieme a una marea di taxi sono la voce più ricorrente e corposa nei rimborsi ritenuti dubbi dagli uomini della GdF milanese che con i pm Robledo-Filippini-D’Alessio già avevano indagato sul finanziamento pubblico alla Lega e prima ancora sui derivati del Comune di Milano. L’ex assessore Buscemi, ad esempio, al ristorante milanese «A Riccione» sostiene «spese di rappresentanza» per 380 euro proprio alla viglia di Natale, 24 dicembre 2009, e per 695 euro proprio l’ultimo dell’anno, 31 dicembre 2009.
Altre volte Buscemi qualifica come «spese di rappresentanza» il ritiro di pietanze da asporto presso ristoranti giapponesi e cinesi. E quando un evento legato all’Expo propizia un soggiorno istituzionale a Parigi, all’«Hotel Park Hyatt» paga 638 euro con carta di credito della Regione anche se dalla fattura dell’albergo sembrerebbe che i servizi ricettivi siano stati offerti a «2 persone».
Matrimonio
Tante cose potranno forse essere chiarite, e certo ce n’è parecchie da mettere a fuoco. Il capogruppo leghista Stefano Galli, ad esempio, che il 5 marzo 2009 mette in lista 8 euro per la ricarica di una penna, sostiene il 16 giugno 2010 al Ristorante «Toscano» una asserita spesa «di funzionamento» del gruppo anche se il ristoratore, interrogato come teste, ha affermato che quella spesa, 6.180 euro per 103 coperti, riguardava di certo un matrimonio.
Ovetti e Mignottocrazia
L’orizzonte degli scontrini è il più vario. Alessandro Marelli, pur non disdegnando di acquistare pc e cellulari, esibisce 4 euro per una birra spina media al pub e 9,90 euro per un tubetto di ovetti Kinder con sorpresa, e si fa rimborsare le sigarette e persino i coni gelato come Pierluigi Toscani, che non manca 752 euro di cartucce e non disdegna i tagliandi «win for live». Nicole Minetti sceglie invece di spaziare dagli 899 euro per l’iPhone5 ai 27 euro per «barattoli di sabbia in vetro giallo», dagli 832 auro di «consumazioni» all’Hotel Principe di Savoia ai pochi euro per una crema da viso. Ed è al gruppo consiliare pdl che l’imputata nel processo Ruby accolla i 16 euro spesi per comprare il libro «Mignottocrazia» scritto da Paolo Guzzanti.
«Si può vivere così?»
Ciascuno ha le sue predilezioni. Angelo Giammario (114mila euro contestati sul 2008-2012, più di lui solo il capogruppo pdl Paolo Valentini con 118.000) suole affittare un’auto con conducente da Basiglio a Milano. Cesare Bossetti, intestatario del rimborso della tazzina di caffè al bar come del farmaco da 21 euro, ricorre alle spese di funzionamento del gruppo per 14 cornici per 672 euro il 2 agosto 2010, e per altre 8 cornici il 7 luglio per 384 euro. Giulio Boscagli, il cognato di Formigoni, compra tre iPad per 2.626 euro. E mentre Roberto Pedretti si fa rimborsare 960 euro per un ingrandimento fotografico, per il suo collega Marcello Raimondi, che attinge spesso ai soldi pubblici per il rifornimento di carburante, l’1 marzo 2008 è invece giorno di acquisti tecnologici: una macchina fotografica da 520 euro, una telecamera da 230, un proiettore da 720, un computer da 1.390. Ma una decina di giorni dopo si dà anche ai libri. Titolo: «Si può vivere così?».
Luigi Ferrarella

Spiagge libere: la lobby degli “spiaggisti”

spiagge

Questa cosa delle concessioni delle spiagge pubbliche è una delle cose che mi ha sempre reso nervoso. Fin da ragazzo mi sono sempre preso delle questioni con i vari titolari dei cd. lidi. Oggi leggo che anche il Governo dei tecnici, quello che taglia tutto con la sciabola, ha chinato la testa nonostante sia in vigore una direttiva europea la bolkestein che impone agli stati membri di mettere a bando le concessioni delle spiagge. La lobby degli “spiaggisti” sfruttatori del bene pubblico ha vinto ancora una volta! Qualche tempo fa seguii un servizio di Report dal quale emergeva la assoluta esiguità dei canoni pagati a fronte di strutture da spiaggia che finivano per fare concorrenza anche ai migliori ristoranti. Il cd. chioschetto trasformato in megaristorane o comunque in una attività di ristorazione che finisce per lavorare anche tutto l’anno. Dalle parti nostre basta andare a Posillipo o nella zona di Baia/Bacoli. Se non riusciamo a  spazzare questi privilegi assolutamente ingiustificati non ne usciremo. La foto di questo post invece dimostra come in Grecia convive sulla stessa spiaggia il concessionario ed il libero cittadino che liberamente conficca il suo ombrellone anche davanti a quelli del lido senza dover chiedere nulla a nessuno. Per inciso due lettini ed un ombrellone l’estate scorsa ad agosto in Grecia costavano 6 euro.

da il mattino di oggi 05.12.2012

Luca Cifoni

Roma. Cinque anni in più per le concessioni degli stabilimenti balneari: sono molti meno di trenta, ma comunque rappresentano una proroga, che il governo non avrebbe voluto e invece la commissione Industria del Senato ha approvato. Con questo piccolo smacco per l’esecutivo il decreto sviluppo ha incassato il primo via libera dopo una maratona notturna e ora passerà all’aula di Palazzo Madama, dove verrà posta la questione di fiducia con il relativo maxi-emendamento interamente sostitutivo. Per il governo, se vorrà sfidare la prassi modificando quanto deciso in commissione, sarà quella l’ultima occasione di correggere la normativa in materia di spiagge e quindi di cancellare la proroga per venire incontro alle richieste dell’Unione europea. Bruxelles chiede, infatti, che le concessioni siano assegnate con gara, in nome della tutela della concorrenza: atteggiamento che viene contestato dagli operatori del settore che lamentano un trattamento meno favorevole per il nostro Paese rispetto a quello accordato alla Spagna, dove si ragiona su un prolungamento delle concessioni addirittura di settantacinque anni.
Le associazioni di settore hanno comunque commentato per lo più sfavorevolmente il compromesso raggiunto ieri, sostenendo che al massimo si può trovare una soluzione provvisoria e che cinque anni non sono un tempo sufficiente a garantire gli investimenti fatti.
Sono ormai anni che si tenta di dare regolamentazione a questa materia e nel frattempo è intervenuta anche una procedura di infrazione europea, che poi è stata chiusa.
Per il resto il testo votato in commissione non ha portato particolari sorprese.
Anzi, va notato che ieri non sono passate novità che nei giorni scorsi erano invece date per scontate. È il caso, ad esempio, del credito d’imposta per le infrastrutture: la soglia dell’agevolazione, relativamente all’importo dell’opera, è rimasta a 500 milioni. I relatori, d’accordo con il ministero dello Sviluppo, avrebbero voluto farla scendere a 100 milioni per destinare il beneficio a più progetti ma il ministero dell’Economia ha dato parere negativo, per motivi di copertura finanziaria. Obiettivo di questa misura è favorire la realizzazione di infrastrutture che in assenza di un sostegno pubblico non troverebbero adeguati finanziamenti. La soglia minima dei 500 milioni non vale però per la banda ultralarga: le reti Ngn potranno ottenere il beneficio fiscale, ma il progetto dovrà essere realizzato da una società di capitali ad hoc insieme alla Cassa Depositi e Prestiti.

La commissione Industria ieri ha poi previsto che il governo rimetta mano alla cessione degli immobili di proprietà degli enti previdenziali pubblici e privati (Inps, Inail, Inpdap, Enasarco, Enpam, Enpaia e le altre casse professionali). L’obiettivo è vendere le unità immobiliari agli inquilini a prezzi «sostenibili».

Questa decisione ha soddisfatto il Sunia, il sindacato degli inquilini. Mentre gli enti privati, come l’Enasarco, parlano di vendita forzosa che potrebbe avere conseguenze «disastrose».

Gli sprechi da abbattere del Parlamento Europeo

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Una cosa che mi ha colpito a Bruxelles è lo spreco delle sedi. Il parlamento europeo una volta al mese si trasferisce a Strasburgo e milioni di pagine di documenti e centinaia di persone si muovono da Bruxelles a Strasburgo con un costo annuo di circa 200 milioni di euro!!! Tutti i parlamentari infatti fuori dalla loro stanza hanno uno scatolone in plastica con il loro nome stampato sopra dove una volta al mese vi depositano i loro documenti che verranno prelevati e recapitati poi davanti alle loro corrispondenti stanze di Strasburgo. Assurdo!!! Occorrerebbe una seria spending review anche in europa. Ad opporsi all’abolizione della sede di Strasburgo sono i “mangiarane” francesi che non vogliono perdere il business sulle nostre spalle! Forse occorrerebbe mandare un commissario anche a capo dell’europa visto che la crisi oggi morde e non ci possiamo permettere sprechi nel modo più assoluto. Anche la presidenza di turno danese, infatti ha denunciato gli sprechi legati alla presenza di due sedi per il Parlamento UE raccogliendo il consenso unanime dei membri dell’Istituzione comunitariaIl ministro delle Finanze danese Bjarne Corydon ha sollevato la questione inerente lo spreco di denaro dovuto all’esistenza di due sedi del Parlamento europeo, che presume lo spostamento mensile dei deputati europei con annesso staff da Bruxelles a Strasburgo per soli quattro giorni, in occasione delle assemblee plenarie. Nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Copenaghen Corydon, approfittando della presidenza danese di turno dell’Unione europea, ha sottolineato che “da tempo la Danimarca solleva con i partner questo problema, ma la questione è molto controversa e non facile da risolvere”. La dichiarazione del ministro sconfessa di fatto l’utilità della doppia ubicazione, sorta in occasione di uno storico patto stipulato da Francia e Germania per la nascita di una sede del Parlamento in una città (Strasburgo, situata in corrispondenza del confine tra i due Paesi) da affiancare alla belga Bruxelles. Eppure, già nel marzo scorso lo stesso Parlamento europeo aveva pubblicato un calendario delle sessioni del 2012 e 2013 che prevedeva l’annullamento di una delle assemblee mensili; tuttavia la Francia aveva presentato ricorso alla Corte di Giustizia europea aspirando alla vanificazione della delibera in nome di quanto prescritto dal Protocollo 6 del Trattato europeo, non modificabile attraverso un voto parlamentare. L’attuale sistema comporta dunque brevi soggiorni a Strasburgo da parte degli eurodeputati (quasi tutti concordi nel preferire come unico luogo delle assemblee parlamentari la sola capitale belga) con ingenti emissioni di Co2 ed elevati costi (che oscillano tra i 200 e i 250 milioni di euro annui). Inoltre, a dispetto della crisi economica che ha messo in ginocchio il Vecchio Continente e a dura prova la tenuta della moneta unica, i costi della politica comunitaria sono in progressiva crescita. Infatti, se nel 2011 il Parlamento ha stanziato circa 45 milioni di euro per la manutenzione e conduzione dei suoi immobili, nel 2012 è prevista una spesa superiore di due milioni. A queste voci se ne aggiungono altre (consumi energici, sicurezza e sorveglianza, manutenzione, affitti di uffici adiacenti, arredamento e telecomunicazioni) per un totale che ammonta a circa 320 milioni. Infine, altre spese tutt’altro che trascurabili riguardano i trasferimenti tra le due sedi, il soggiorno e le indennità giornaliere di politici ed assistenti (quasi 30 milioni all’anno), senza contare le spese di viaggio degli europarlamentari che, annualmente, percepiscono complessivamente 84 milioni (costi per il rientro nella sede di elezione inclusi). La possibile abolizione di una delle due sedi è, almeno nelle intenzioni, accolta favorevolmente dai rappresentanti degli opposti schieramenti che compongono l’organo legislativo continentale: infatti l’eurodeputato dell’Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici Gianluca Susta afferma “premetto che il mio pensiero è quello della stragrande maggioranza dei parlamentari europei. Oggi avere una sede a Strasburgo non ha più senso. Poteva averlo dopo la seconda guerra mondiale ma i decenni sono passati e hanno indicato Bruxelles come capitale dell’Europa, almeno di fatto. Ogni mese per 4 o 5 giorni ci si deve spostare spendendo soldi che potrebbero andare a cose più utili. Inoltre, va detto che la sede di Strasburgo non è nemmeno funzionale per il lavoro: è piuttosto costretta” pur prefigurando che la revisione dei Trattati potrebbe essere resa poco agevole dall’ostruzione della Francia anche se, prosegue, “spero che, visto la situazione di crisi, possano cambiare opinione. A Strasburgo si potrebbe offrire la sede di qualche altra istituzione europea, per non far perdere peso a una città che comunque merita attenzione”.

Riccio e la tagliola del patto di stabilità: Un appello alla Costituzione

Oggi leggo sul mattino due notizie che a mio parere sono strettamente collegate ma non vengono messe insieme. Nelle pagine Nazionali si parla della manifestazione dei Sindaci, a cui hanno partecipato tutti da Pisapia ad Alemanno passando per Pizzarotti del M5S di Parma, nelle pagine cittadine ancora del caso Riccio. In queste ultime pagine si riportano le dichiarazioni di politici importanti e di donne parlamentari indignate per la “cacciata della Riccio”! Mi chiedo ma queste donne ed uomini politici cosa stanno facendo per fare fronte alla gravissima condizione in cui il Governo Monti mette gli enti locali e l’istituzione della scuola. Condizione gravissima fotografata dai Sindaci alla Manifestazione di ieri a Milano dove hanno minacciato tutti di dimettersi! La scuola lo ribadisco è l’unica risorsa che non va assolutamente tagliata e contrariamente a quanto ritenuto dalla Prefetta giustamente revocata non può considerarsi essenziale fino alle 12,00! Il patto di stabilità è sacrosanto ma non può calpestare,  mortificare ed umiliare il futuro del nostro paese. Per fortuna a presidio dei diritti essenziali c’è la Costituzione fatta da Politici che hanno visto l’Italia in macerie e l’hanno rimessa insieme. I politici di oggi evidentemente sono troppo distanti dalla gente, chiusi nelle loro belle stanze del parlamento e dei consigli regionali, hanno perso ogni contatto umano e preferiscono schierarsi con una Prefetta sbandierando il vessillo della tutela delle Donne senza pensare che il nocciolo di questa vicenda è la Scuola, le mamme, i papà ed i figli, in una parola la famiglia, nucleo primario dello Stato! A questa scabrosa vicenda mi sarebbe piaciuto sentire i commenti di Berlinguer, di Togliatti, di De Gasperi, di Calamandrei, di Pertini, ma anche delle Madri Costituenti Maria Federici, Leonilde Iotti, Angelina Merlin, Teresa Noce. Donne ed Uomini che hanno fatto l’Italia sui principi fondamentali del Lavoro, della Uguaglianza, della Solidarietà, della Famiglia e della Giustizia e che sono sicuro avrebbero detto alla cara prefetta, in nome della Costituzione che abbiamo scritto con il nostro sangue, firma i contratti e manda i figli dell’Italia a scuola!

Da il Mattino di oggi 22.11.2012

Sono arrabbiati i sindaci italiani per i tagli decisi dal governo, per l’Imu, per il patto di stabilità. Così arrabbiati che sono scesi in piazza a Milano e hanno dato un ultimatum al governo: o la legge di stabilità cambierà, oppure si dimetteranno in massa. E per dimostrare che fanno sul serio da oggi hanno smesso di andare alle iniziative di rappresentanza, quelle dove si va con la fascia. In pratica hanno iniziato una sorta di sciopero del Tricolore.
In piazza Santa Maria delle Grazie sono arrivati da tutta Italia. Dietro a uno striscione con scritto «Liberiamo i Comuni dal patto di stupidità, scriviamo un nuovo patto per la crescita» hanno sfilato il sindaco di Roma Gianni Alemanno (Pdl) accanto a quello di Torino Piero Fassino (Pd), il sindaco di Varese Attilio Fontana (Lega Nord), il sindaco di Milano Giuliano Pisapia, il presidente dell’Anci Graziano Delrio (Reggio Emilia), il sindaco grillino di Parma Federico Pizzarotti, il coordinatore dei piccoli Comuni Mauro Guerra, il sindaco di Modena Giorgio Pighi in rappresentanza dei sindaci terremotati e circa altri mille sindaci con tanto di fascia tricolore e gonfalone. Sindaci del Nord e del Sud, di centrodestra e centrosinistra «unico esempio – ha sottolineato Alemanno – di unità seria su cose concrete».
Tutti hanno spiegato che con i tagli del governo e con i vincoli del patto di stabilità (che adesso riguardano anche i piccoli comuni) si dovranno tagliare i servizi, a dir poco. Hanno detto che si rischia di non poter mettere in sicurezza le scuole, e di non poter fare gli interventi sui torrenti per evitare che ogni pioggia diventi un disastro. O le cose cambieranno «o il 2013 – ha sintetizzato Delrio – sarà l’anno del funerale dei Comuni». Dal palco allestito in piazza Scala, Pisapia ha parlato del bisogno di «gesti forti». Se i Comuni non saranno ascoltati, ha aggiunto, si potrà arrivare «allo scontro istituzionale».
L’Anci ha già annunciato di sostenere il ricorso al Tar che diversi Comuni hanno fatto sui valori dell’Imu. Ma Fontana, che è presidente di Anci Lombardia, ha proposto di più: dimettersi tutti. Vista la «pervicace volontà di eliminare gli enti locali» da parte del governo «che mettano dei prefetti», è il suo invito. La proposta dell’avvocato leghista è stata accolta e portata al ministro per i Rapporti con il Parlamento Piero Giarda da una delegazione che lo ha incontrato in Prefettura. «Il ministro ha compreso la gravità della situazione – ha spiegato dopo l’incontro Delrio -. Non è autorizzato a dare risposte ma noi gli abbiamo detto che se la legge di stabilità uscirà così com’è dal Senato siamo pronti a dare le dimissioni in massa dopo di che andranno a governare le comunità locali con i prefetti».
«Sono con i sindaci: la loro battaglia è la mia» commenta il presidente della Regione del Veneto Luca Zaia. «È una battaglia – prosegue Zaia – che auspico e sostengo da tanto tempo. In questo momento così difficile, nel quale il governo di Roma colpisce duramente ed indiscriminatamente le autonomie locali, dobbiamo unire le forze aldilà degli steccati politici, perchè è in gioco la sopravvivenza delle istituzioni più vicine ai cittadini e la possibilità di dare loro anche i servizi essenziali. Ne sappiamo qualcosa anche noi – aggiunge Zaia – perchè anche le Regioni stanno subendo un’aggressione inaccettabile, basti pensare ai tagli alla sanità ed al trasporto locale». «Dobbiamo proclamare – conclude Zaia – una sorta di rivoluzione ghandiana, che veda protagonisti i territori».
L’ultimatum, intanto, scade il 29 novembre, quando l’ufficio di presidenza dell’Anci si riunirà per decidere i tempi e i modo delle dimissioni. Ma fino ad allora i sindaci cercheranno alleati per far cambiare la legge, parlando anche con i segretari dei partiti. Oggi hanno incontrato Roberto Maroni nella sede della Lega Nord di via Bellerio. Domani vedranno il segretario del Pdl Angelino Alfano e quello del Pd Pier Luigi Bersani.

A riprova di quanto sostenuto la sentenza della Corte Costituzionale del 07.06.2012 buona lettura

SENTENZA N. 148

ANNO 2012

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Alfonso QUARANTA; Giudici : Franco GALLO, Luigi MAZZELLA, Gaetano SILVESTRI, Sabino CASSESE, Giuseppe TESAURO, Paolo Maria NAPOLITANO, Giuseppe FRIGO, Alessandro CRISCUOLO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Sergio MATTARELLA, Mario Rosario MORELLI,

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nei giudizi di legittimità costituzionale dell’articolo 14, commi 1, 2, 7, 9, 19, 20, 21, 27 e 32, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, promossi dalla Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e dalle Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia, con ricorsi notificati il 24-27 e il 28 settembre 2010, depositati in cancelleria il 28 settembre, il 6 e il 7 ottobre 2010, e rispettivamente iscritti ai numeri 96, 102, 106 e 107 del registro ricorsi 2010.

Visti gli atti di costituzione del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito nell’udienza pubblica dell’8 maggio 2012 il Giudice relatore Gaetano Silvestri;

uditi gli avvocati Ulisse Corea per la Regione Valle d’Aosta, Giandomenico Falcon per le Regioni Liguria ed Emilia-Romagna, Stefano Grassi per la Regione Puglia e gli avvocati dello Stato Massimo Salvatorelli e Antonio Tallarida per il Presidente del Consiglio dei ministri.

Ritenuto in fatto

1.— Con ricorso notificato il 24 settembre 2010 e depositato il successivo 28 settembre (reg. ric. n. 96 del 2010), la Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, e, tra queste, dell’art. 14, comma 32, per violazione degli artt. 2, primo comma, lettera b), e 3, primo comma, lettera f), della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta), nonché degli artt. 5, 117, commi secondo, lettera g), terzo, quarto e sesto, 119, secondo comma, e 120 della Costituzione, e del principio di leale collaborazione.

1.1.— Il comma 32 dell’art. 14, nel testo vigente al momento dell’impugnazione della Regione Valle d’Aosta, stabiliva: «Fermo quanto previsto dall’art. 3, commi 27, 28 e 29, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, i comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti non possono costituire società. Entro il 31 dicembre 2011 i comuni mettono in liquidazione le società già costituite alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero ne cedono le partecipazioni. La disposizione di cui al presente comma non si applica alle società, con partecipazione paritaria ovvero con partecipazione proporzionale al numero degli abitanti, costituite da più comuni la cui popolazione complessiva superi i 30.000 abitanti; i comuni con popolazione compresa tra 30.000 e 50.000 abitanti possono detenere la partecipazione di una sola società; entro il 31 dicembre 2011 i predetti comuni mettono in liquidazione le altre società già costituite. Con decreto del Ministro per i rapporti con le regioni e per la coesione territoriale, di concerto con i Ministri dell’economia e delle finanze e per le riforme per il federalismo, da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono determinate le modalità attuative del presente comma nonché ulteriori ipotesi di esclusione dal relativo ambito di applicazione».

1.2.— La norma impugnata sarebbe costituzionalmente illegittima in quanto, oltre a violare il principio di leale collaborazione, determinerebbe una indebita compressione dell’autonomia organizzativa della ricorrente sotto almeno due profili.

1.2.1.— Innanzitutto, sarebbe violato l’art. 2, primo comma, lettera b), dello statuto speciale, che riconosce alla Regione Valle d’Aosta la competenza legislativa primaria in materia di «ordinamento degli enti locali». L’intervento statale censurato, infatti, condizionando le modalità organizzative dei servizi resi dagli enti locali e limitandone fortemente l’iniziativa economica e la capacità di agire, inciderebbe sull’assetto ordinamentale e organizzativo degli enti in parola.

1.2.2.— L’illegittimità costituzionale del comma 32 rileverebbe anche sotto l’ulteriore profilo della violazione del combinato disposto del secondo e del quarto comma dell’art. 117 Cost., evocabile come parametro di legittimità in forza dell’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione).

La difesa regionale rileva come l’art. 117, secondo comma, lettera g), Cost. attribuisca alla potestà legislativa esclusiva statale la sola disciplina dell’«ordinamento e organizzazione amministrativa dello Stato», con la conseguenza che la competenza a legiferare in materia di ordinamento e organizzazione amministrativa degli enti sub-statali rientrerebbe nella potestà legislativa residuale delle Regioni ai sensi dell’art. 117, quarto comma, Cost.

1.3.— Sarebbe violato anche l’art. 3, primo comma, lettera f), dello statuto speciale, che attribuisce alla Regione Valle d’Aosta la potestà di emanare norme legislative di integrazione e di attuazione delle leggi della Repubblica in materia di «finanze comunali».

L’illegittimità costituzionale della norma sarebbe data anche dal contrasto con gli artt. 117, terzo comma, e 119, secondo comma, Cost., applicabili in forza dell’art. 10 della legge cost. n. 3 del 2001. Nel caso di specie, infatti, il legislatore statale non si sarebbe limitato a dettare i principi di coordinamento della finanza pubblica ma avrebbe invaso la competenza legislativa regionale in materia di «finanze comunali». Né, secondo la difesa della Regione, varrebbe richiamare la sentenza n. 326 del 2008 con la quale la Corte costituzionale ha ritenuto che la normativa che consente ai Comuni di costituire, partecipare e dismettere società di qualsiasi tipo debba essere ricondotta alle materie dell’«ordinamento civile» e della «tutela della concorrenza», anziché a quella, di competenza regionale, dell’«ordinamento degli enti locali». In proposito, la ricorrente rileva la differenza tra la fattispecie presa in esame nel giudizio definito con la citata sentenza e quella oggetto del presente giudizio, che non atterrebbe né alla materia dell’ordinamento civile né a quella della tutela della concorrenza.

L’art. 14, comma 32, quindi, non perseguirebbe alcuna finalità anti-distorsiva del mercato concorrenziale, ma sarebbe finalizzato a regolare lo svolgimento dell’attività amministrativa dei Comuni, incidendo direttamente sulla iniziativa e sulla capacità di agire degli enti locali, e sull’assetto ordinamentale e organizzativo dei medesimi.

1.4.— La Regione Valle d’Aosta muove, inoltre, una specifica censura all’art. 14, comma 32, ultimo periodo (abrogato, successivamente all’impugnazione in esame, dall’art. 20, comma 13, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98, recante «Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria», convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, legge 15 luglio 2011, n. 111), là dove rimette ad un decreto del Ministro per i rapporti con le Regioni e per la coesione territoriale, di concerto con i Ministri dell’economia e delle finanze e per le riforme per il federalismo – da emanare entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del d.l. n. 78 del 2010 – la determinazione delle modalità attuative dello stesso comma 32, nonché l’individuazione di ulteriori ipotesi di esclusione dal relativo ambito di applicazione.

1.4.1.— La norma in esame avrebbe violato il combinato disposto degli artt. 117, sesto comma, Cost., e 10 della legge cost. n. 3 del 2001, i quali fondano la potestà regolamentare della Regione Valle d’Aosta in tutte le materie che non rientrano nella competenza esclusiva dello Stato.

La difesa regionale ritiene che – stante l’incidenza del comma 32 sulle materie dell’«ordinamento degli enti locali» e delle «finanze comunali», entrambe di competenza regionale – il legislatore statale sia sprovvisto del titolo costituzionale su cui basare, in tali ambiti, la propria potestà regolamentare.

1.4.2.— Un ulteriore profilo di incostituzionalità della norma impugnata, per violazione degli artt. 5 e 120 Cost., discenderebbe dalla mancata previsione di un meccanismo di leale collaborazione tra Stato e Regione nell’adozione dei decreti attuativi della previsione di divieto.

Secondo la ricorrente, anche nella denegata ipotesi che la disciplina recata dall’art. 14, comma 32, non sia ritenuta in contrasto con la Costituzione, in quanto ascrivibile alla competenza esclusiva dello Stato nelle materie dell’«ordinamento civile» e della «tutela della concorrenza», la previsione dell’ultimo periodo del comma 32 inciderebbe comunque «su ambiti materiali riferibili anche a settori di competenza regionale», con la conseguenza di rendere necessari – ai fini dell’attuazione della norma – meccanismi di reciproco coinvolgimento e di coordinamento dei livelli di governo statale e regionale.

La mancata previsione di questi meccanismi determinerebbe una illegittima compressione del principio costituzionale di leale collaborazione (sono richiamate, al riguardo, le sentenze della Corte costituzionale n. 76 del 2009, n. 240 del 2007, n. 213 e n. 31 del 2006).

2.— Con ricorso notificato il 28 settembre 2010 e depositato il successivo 6 ottobre (reg. ric. n. 102 del 2010), la Regione Liguria ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 122 del 2010, e, tra queste, dell’art. 14, commi 1, 2, 7, 9 e 32, per violazione degli artt. 3, 97, 114, secondo comma, 117, terzo, quarto e sesto comma, 118 e 119 Cost. e del principio di leale collaborazione.

2.1.— I primi due commi dell’art. 14 stabiliscono: «1. Ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica, le regioni, le province autonome di Trento e di Bolzano, le province e i comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti concorrono alla realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica per il triennio 2011-2013 nelle misure seguenti in termini di fabbisogno e indebitamento netto:

a) le regioni a statuto ordinario per 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e per 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012;

b) le regioni a statuto speciale e le province autonome di Trento e Bolzano per 500 milioni di euro per l’anno 2011 e 1.000 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012;

c) le province per 300 milioni di euro per l’anno 2011 e per 500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012, attraverso la riduzione di cui al comma 2;

d) i comuni per 1.500 milioni di euro per l’anno 2011 e 2.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012, attraverso la riduzione di cui al comma 2.

2. Il comma 302 dell’articolo 1 della legge 24 dicembre 2007, n. 244, è abrogato e al comma 296, secondo periodo, dello stesso articolo 1 sono soppresse le parole: “e quello individuato, a decorrere dall’anno 2011, in base al comma 302”. Le risorse statali a qualunque titolo spettanti alle regioni a statuto ordinario sono ridotte in misura pari a 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e a 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012. Le predette riduzioni sono ripartite secondo criteri e modalità stabiliti in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e recepiti con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, secondo princìpi che tengano conto della adozione di misure idonee ad assicurare il rispetto del patto di stabilità interno e della minore incidenza percentuale della spesa per il personale rispetto alla spesa corrente complessiva nonché dell’adozione di misure di contenimento della spesa sanitaria e dell’adozione di azioni di contrasto al fenomeno dei falsi invalidi. In caso di mancata deliberazione della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano entro il termine di novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e per gli anni successivi al 2011 entro il 30 settembre dell’anno precedente, il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri è comunque emanato, entro i successivi trenta giorni, ripartendo la riduzione dei trasferimenti secondo un criterio proporzionale. In sede di attuazione dell’articolo 8 della legge 5 maggio 2009, n. 42, in materia di federalismo fiscale, non si tiene conto di quanto previsto dal primo, secondo, terzo e quarto periodo del presente comma. I trasferimenti erariali, comprensivi della compartecipazione IRPEF, dovuti alle province dal Ministero dell’interno sono ridotti di 300 milioni per l’anno 2011 e di 500 milioni annui a decorrere dall’anno 2012. I trasferimenti erariali dovuti ai comuni con popolazione superiore a 5.000 abitanti dal Ministero dell’interno sono ridotti di 1.500 milioni per l’anno 2011 e di 2.500 milioni annui a decorrere dall’anno 2012. Le predette riduzioni a province e comuni sono ripartite secondo criteri e modalità stabiliti in sede di Conferenza Stato-città ed autonomie locali e recepiti con decreto annuale del Ministro dell’interno, secondo princìpi che tengano conto della adozione di misure idonee ad assicurare il rispetto del patto di stabilità interno, della minore incidenza percentuale della spesa per il personale rispetto alla spesa corrente complessiva e del conseguimento di adeguati indici di autonomia finanziaria. In caso di mancata deliberazione della Conferenza Stato-città ed autonomie locali entro il termine di novanta giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, e per gli anni successivi al 2011 entro il 30 settembre dell’anno precedente, il decreto del Ministro dell’interno è comunque emanato entro i successivi trenta giorni, ripartendo la riduzione dei trasferimenti secondo un criterio proporzionale. In sede di attuazione dell’articolo 11 della legge 5 maggio 2009, n. 42, in materia di federalismo fiscale, non si tiene conto di quanto previsto dal sesto, settimo, ottavo e nono periodo del presente comma».

2.1.1.— La ricorrente impugna i commi 1 e 2 dell’art. 14 nella parte in cui si riferiscono alle Regioni a statuto ordinario, operando un drastico taglio delle risorse spettanti a queste ultime, «in misura pari a 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e a 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012». Peraltro, il comma 1 dell’art. 14 avrebbe un contenuto analogo a quello dell’art. 77, comma 1, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133, mentre la previsione della drastica riduzione delle risorse di cui al comma 2 dell’art. 14 non troverebbe corrispondenza nel citato art. 77.

La difesa regionale rileva come tale significativa riduzione delle risorse spettanti alle Regioni, operata dalle norme impugnate, si aggiunga a quelle già poste in essere dallo Stato negli anni precedenti, facendo così venir meno la transitorietà richiamata dalla Corte costituzionale per giustificare le norme statali di coordinamento finanziario.

In particolare, la Regione Liguria rileva che la riduzione operata dai commi 1 e 2 dell’art. 14, ripartita proporzionalmente fra tutte le Regioni, comporterebbe un “taglio” di quasi il 20 per cento del bilancio regionale ligure. Si dovrebbe inoltre considerare che le risorse “tagliate” erano destinate all’esercizio di funzioni costituzionalmente spettanti alle Regioni, come, ad esempio, assistenza sociale, trasporto pubblico locale, istruzione.

Pertanto, la ricorrente reputa i commi 1 e 2 dell’art. 14 lesivi dell’autonomia amministrativa (art. 118 Cost.) e finanziaria (art. 119 Cost.) delle Regioni, con particolare riguardo al principio di corrispondenza tra funzioni conferite e risorse necessarie.

La difesa regionale sottolinea altresì come l’art. 119 Cost. sia stato integrato e attuato dalla legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione), il cui art. 2, comma 2, lettera ll), prevede, tra i criteri direttivi della delega, «certezza delle risorse e stabilità tendenziale del quadro di finanziamento, in misura corrispondente alle funzioni attribuite».

Ad avviso della ricorrente, le norme impugnate violerebbero palesemente questo criterio direttivo, che non varrebbe soltanto in relazione ai decreti delegati attuativi della legge n. 42 del 2009, ma esprimerebbe «una esigenza di fondo dell’ordinamento costituzionale dei rapporti finanziari tra lo Stato e le Regioni».

Da questo punto di vista, il d.l. n. 78 del 2010 si porrebbe in controtendenza rispetto agli strumenti di coordinamento previsti dalla legge n. 42 del 2009 e dalla legge 31 dicembre 2009, n. 196 (Legge di contabilità e finanza pubblica), che valorizzano le procedure di concertazione. Questa «anomalia» – aggiunge la Regione Liguria – è stata evidenziata dalla Commissione parlamentare per l’attuazione del federalismo fiscale, nella «Relazione concernente il quadro generale di finanziamento degli enti territoriali», trasmessa dal Governo ai sensi dell’art. 2, comma 6, della legge n. 42 del 2009, ed allegata dalla difesa regionale al ricorso in esame.

In definitiva, secondo la ricorrente, lo Stato avrebbe – senza alcuna concertazione con le Regioni – operato un drastico taglio delle risorse in modo irragionevole, senza cioè che «risultino considerate le prestazioni erogate dalle Regioni e senza che sia allegato lo specifico bisogno a fondamento della misura», né si sarebbe tenuto conto dei «costi standard», di cui all’art. 2, comma 6, della legge n. 42 del 2009, non essendo stati ancora definiti.

Le norme impugnate violerebbero anche l’art. 117, terzo comma, Cost., in quanto non si limiterebbero a porre limiti alla spesa ma ridurrebbero direttamente le risorse regionali. Le Regioni, pertanto, non sarebbero tenute ad attuare una norma di principio, ma dovrebbero solo «fare fronte alle conseguenze di una norma autoapplicativa, tagliando i servizi individuati». Né tale “taglio” investirebbe l’intera amministrazione pubblica, in quanto l’entità della riduzione imposta alle Regioni sarebbe di gran lunga superiore a quella richiesta alle amministrazioni statali.

2.2.— La Regione Liguria impugna altresì il comma 7 dell’art. 14, il quale dispone: «L’art. 1, comma 557, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 e successive modificazioni è sostituito dai seguenti:

“557. Ai fini del concorso delle autonomie regionali e locali al rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, gli enti sottoposti al patto di stabilità interno assicurano la riduzione delle spese di personale, al lordo degli oneri riflessi a carico delle amministrazioni e dell’IRAP, con esclusione degli oneri relativi ai rinnovi contrattuali, garantendo il contenimento della dinamica retributiva e occupazionale, con azioni da modulare nell’ambito della propria autonomia e rivolte, in termini di principio, ai seguenti ambiti prioritari di intervento:

a) riduzione dell’incidenza percentuale delle spese di personale rispetto al complesso delle spese correnti, attraverso parziale reintegrazione dei cessati e contenimento della spesa per il lavoro flessibile;

b) razionalizzazione e snellimento delle strutture burocratico-amministrative, anche attraverso accorpamenti di uffici con l’obiettivo di ridurre l’incidenza percentuale delle posizioni dirigenziali in organico;

c) contenimento delle dinamiche di crescita della contrattazione integrativa, tenuto anche conto delle corrispondenti disposizioni dettate per le amministrazioni statali.

557-bis. Ai fini dell’applicazione del comma 557, costituiscono spese di personale anche quelle sostenute per i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, per la somministrazione di lavoro, per il personale di cui all’articolo 110 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, nonché per tutti i soggetti a vario titolo utilizzati, senza estinzione del rapporto di pubblico impiego, in strutture e organismi variamente denominati partecipati o comunque facenti capo all’ente.

557-ter. In caso di mancato rispetto del comma 557, si applica il divieto di cui all’art. 76, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133”».

2.2.1.— La ricorrente rileva che, prima della novella operata dal comma 7 oggetto di impugnazione, l’art. 1, comma 557, della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007) non prevedeva alcuna conseguenza per la mancata riduzione della spesa per il personale ed erano ammesse deroghe ai limiti previsti, in presenza di particolari indicatori di “virtuosità”. In sostanza, il testo precedente del citato comma 557 rispettava l’autonomia regionale perché si preoccupava del rispetto dei limiti complessivi e differenziava le diverse situazioni.

Il testo vigente del comma 557, oggetto dell’odierno scrutinio, imporrebbe, invece, una riduzione della spesa per il personale senza possibilità di deroga e tale vincolo sarebbe sanzionato con il blocco delle assunzioni. La disposizione in esame sarebbe, peraltro, formulata in modo ambiguo, poiché non preciserebbe «rispetto a quando bisogna ridurre la spesa e quando si accerta il mancato rispetto del dovere». Né sarebbe prevista una procedura di leale collaborazione per accertare la eventuale violazione del vincolo.

In definitiva, sussisterebbe il rischio per la Regione di incorrere nella grave sanzione del blocco delle assunzioni in relazione a politiche del personale legittimamente attuate nel vigore della precedente norma, o di non poter completare le politiche già deliberate.

Da quanto appena detto discenderebbe la violazione dei principi di ragionevolezza e di buona amministrazione (artt. 3 e 97 Cost.), con conseguente lesione dell’autonomia organizzativa e finanziaria regionale (artt. 117, quarto comma, e 119 Cost.).

Considerato, inoltre, che un’ordinaria programmazione delle assunzioni copre un arco temporale triennale, l’art. 14, comma 7, sarebbe illegittimo nella parte in cui non prevede la possibilità di articolare la riduzione della spesa in un arco di tempo almeno triennale o comunque sufficiente per un mutamento di indirizzo da parte di quelle amministrazioni che non hanno ridotto la spesa per il personale nel rispetto delle condizioni fissate dalla norma previgente.

Da ultimo, la Regione Liguria ritiene che la mancata previsione di «una procedura in contraddittorio», per l’accertamento della violazione dei limiti posti dalla norma, determini la lesione del principio di leale collaborazione.

2.3.— Oggetto dell’impugnativa regionale è anche il comma 9 dell’art. 14, in virtù del quale: «Il comma 7 dell’art. 76 del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133 è sostituito dal seguente:

“è fatto divieto agli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 40% delle spese correnti di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale; i restanti enti possono procedere ad assunzioni di personale nel limite del 20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente”. La disposizione del presente comma si applica a decorrere dal 1° gennaio 2011, con riferimento alle cessazioni verificatesi nell’anno 2010».

Secondo la Regione Liguria, tale norma porrebbe limiti rigidi alle assunzioni, con conseguente lesione della competenza regionale in materia di personale e di organizzazione (art. 117, quarto comma, Cost.). Sarebbero inoltre violati gli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost., in quanto il legislatore statale avrebbe oltrepassato il limite della mera fissazione di norme di principio nella materia del coordinamento della finanza pubblica.

2.4.— è censurato, inoltre, il comma 32 dell’art. 14, il cui testo nella versione vigente al momento dell’impugnazione della Regione Liguria è riportato al punto 1.1.

La ricorrente sostiene che il comma 32 ponga limiti molto stringenti e non temporanei alla possibilità per i Comuni di costituire società; tale norma avrebbe, dunque, carattere dettagliato e invaderebbe la competenza legislativa regionale in materia di coordinamento della finanza pubblica (art. 117, terzo comma, Cost.). Ad avviso della Regione Liguria, proprio il carattere dettagliato e la rigidità dei limiti posti dimostrerebbero che la ratio di questa norma non è la tutela della concorrenza (né la disciplina dell’ordinamento civile) ma solo il risparmio nell’azione amministrativa locale, con conseguente incisione su un ambito materiale rimesso alla potestà legislativa concorrente.

Inoltre, il comma 32, sempre in ragione del suo carattere di norma di dettaglio, risulterebbe lesivo dell’autonomia organizzativa e finanziaria dei Comuni (artt. 114, secondo comma, e 119 Cost.), che la Regione è legittimata a difendere davanti alla Corte costituzionale. Tale autonomia sarebbe compromessa anche per l’irragionevolezza della norma, che terrebbe conto soltanto della dimensione dei Comuni, senza considerare la solidità economica delle società, la natura dei servizi resi e l’eventuale produzione di utili.

2.4.1.— Oggetto di specifica censura è poi l’ultimo periodo del comma 32, per violazione dell’art. 117, sesto comma, Cost., là dove prevede un decreto ministeriale di natura sostanzialmente regolamentare in una materia di competenza legislativa concorrente.

Secondo la Regione Liguria, sarebbe paradossale che nel procedimento di codecisione del decreto in parola sia coinvolto il Ministro competente per il federalismo e non lo siano, invece, le sedi istituzionali di confronto con le Regioni, donde la violazione del principio di leale collaborazione, per omessa previsione della necessità dell’intesa con la Conferenza Stato-Regioni o con la Conferenza unificata.

3.— Con ricorso notificato il 28 settembre 2010 e depositato il successivo 6 ottobre (reg. ric. n. 106 del 2010), la Regione Emilia-Romagna ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del d.l. n. 78 del 2010, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 122 del 2010, e, tra queste, dell’art. 14, comma 9, per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, e 119 Cost.

L’art. 14, comma 9, è impugnato in quanto porrebbe limiti rigidi alle assunzioni, in violazione della competenza regionale in materia di personale e di organizzazione (art. 117, quarto comma, Cost.). Sarebbero inoltre violati gli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost., in quanto il legislatore statale avrebbe oltrepassato il limite della mera fissazione di norme di principio nella materia del coordinamento della finanza pubblica.

4.— Con ricorso notificato il 28 settembre 2010 e depositato il successivo 7 ottobre (reg. ric. n. 107 del 2010), la Regione Puglia ha promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del d.l. n. 78 del 2010, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 122 del 2010, e, tra queste, dell’art. 14, commi 9, 19, 20, 21 e 27, in riferimento agli artt. 3, 97, 117, secondo comma, lettera p), terzo e quarto comma, 118, primo e secondo comma, e 119 Cost.

4.1.— Il comma 9, il cui testo è riportato al punto 3.3, è censurato nella parte in cui si applica alle Regioni, per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost.

Preliminarmente, la Regione Puglia evidenzia come la norma impugnata contenga due divieti: il primo è riferito «agli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 40 per cento delle spese correnti», ed impedisce a tali enti «di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale»; il secondo divieto – applicabile a tutte le Regioni, comprese quelle che hanno rispettato il limite percentuale complessivo di cui sopra – consiste nell’impossibilità di procedere ad assunzioni di personale in misura superiore al «20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente».

Ad avviso della ricorrente, entrambe le previsioni, nella parte in cui si applicano alle Regioni, sarebbero costituzionalmente illegittime per violazione dell’autonomia legislativa, amministrativa e finanziaria delle Regioni.

Per meglio evidenziare gli asseriti vizi di illegittimità costituzionale la difesa regionale richiama il testo dell’art. 76 del d.l. n. 112 del 2008, convertito in legge, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 133 del 2008, nella versione anteriore alle modifiche operate dalla norma impugnata. In particolare, la Regione Puglia evidenzia come gli originari commi 5 e 6 del citato art. 76 non contenessero alcun vincolo puntuale all’autonomia di spesa, mentre il comma 7, che pure prevedeva un vincolo puntuale, si caratterizzasse esplicitamente per il suo carattere transitorio («fino all’emanazione del decreto di cui al comma 6», che avrebbe dovuto recepire l’accordo con le Regioni in sede di Conferenza unificata).

A seguito dell’emanazione del d.l. n. 78 del 2010, l’originario comma 5 è stato abrogato e dal comma 7 è stato rimosso l’incipit che conferiva alla norma il carattere transitorio di cui sopra si è detto, là dove proprio la “transitorietà” costituirebbe un requisito indispensabile per la legittimità costituzionale di norme analoghe a quella oggetto dell’odierno giudizio (è richiamata, al riguardo, la sentenza n. 169 del 2007 della Corte costituzionale).

Pertanto, il divieto previsto dalla prima proposizione dell’art. 14, comma 9, – configurandosi come misura destinata ad applicarsi direttamente alle Regioni e ad operare come limite «stabile» e non meramente «transitorio» – si porrebbe in palese contrasto con gli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost.

La stessa norma, inoltre, incidendo sulla spesa per il personale della Regione e sul potere di quest’ultima di procedere alle relative assunzioni, comprimerebbe illegittimamente sia la potestà legislativa regionale in materia di «organizzazione amministrativa e ordinamento del personale» (art. 117, quarto comma, Cost.), sia l’autonomia amministrativa nell’esercizio delle funzioni spettanti alla Regione in virtù dell’art. 118, primo comma, Cost.

Quanto alla seconda previsione contenuta nell’impugnato art. 14, comma 9, la relativa illegittimità costituzionale, per la parte in cui si applica alle Regioni, sarebbe ancor più evidente. In questo caso, infatti, il limite quantitativo puntuale imposto «stabilmente» alla spesa per le assunzioni di personale si applicherebbe, in termini assoluti e generalizzati, a tutti gli enti, anche nelle ipotesi in cui questi ultimi avessero rispettato il limite più generale stabilito dalla prima previsione.

La norma in esame si porrebbe, dunque, in aperto contrasto con gli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost., per le ragioni già evidenziate sopra.

4.2.— La Regione Puglia impugna, inoltre, i commi 19, 20 e 21 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, i quali dispongono quanto segue: «19. Ferme restando le previsioni di cui all’articolo 77-ter, commi 15 e 16, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112, convertito, con modificazioni, dalla legge 6 agosto 2008, n. 133, alle regioni che abbiano certificato il mancato rispetto del patto di stabilità interno relativamente all’esercizio finanziario 2009, si applicano le disposizioni di cui ai commi dal 20 al 24 del presente articolo.

20. Gli atti adottati dalla Giunta regionale o dal Consiglio regionale durante i dieci mesi antecedenti alla data di svolgimento delle elezioni regionali, con i quali è stata assunta la decisione di violare il patto di stabilità interno, sono annullati senza indugio dallo stesso organo.

21. I conferimenti di incarichi dirigenziali a personale esterno all’amministrazione regionale ed i contratti di lavoro a tempo determinato, di consulenza, di collaborazione coordinata e continuativa ed assimilati, nonché i contratti di cui all’articolo 76, comma 4, secondo periodo, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito con modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008, deliberati, stipulati o prorogati dalla regione nonché da enti, agenzie, aziende, società e consorzi, anche interregionali, comunque dipendenti o partecipati in forma maggioritaria dalla stessa, a seguito degli atti indicati al comma 20, sono revocati di diritto. Il titolare dell’incarico o del contratto non ha diritto ad alcun indennizzo in relazione alle prestazioni non ancora effettuate alla data di entrata in vigore del presente decreto».

4.2.1.— In via preliminare, la ricorrente sottolinea come le norme in esame prevedano sanzioni molto diverse da quelle a carattere finanziario, che hanno contrassegnato, nell’evoluzione legislativa dell’ultimo decennio, il patto di stabilità nelle sue differenti versioni.

Dopo aver precisato che il titolo di competenza cui ineriscono le norme in tema di patto di stabilità è quello del «coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario», la difesa regionale si sofferma sui limiti materiali che lo Stato incontra nell’esercizio della potestà legislativa in questa materia.

La Regione Puglia non contesta che le prescrizioni poste dallo Stato, nell’esercizio della propria competenza in materia di coordinamento della finanza pubblica, siano assistite da sanzioni, ma ritiene di dover evidenziare come tali norme di carattere sanzionatorio incontrino comunque il limite delle materie, con la conseguenza che «si devono mantenere» nell’ambito delle competenze esclusive di cui al secondo comma dell’art. 117 Cost. o in quello dei principi fondamentali nelle materie elencate al successivo terzo comma.

In sostanza, secondo la difesa regionale, pur restando indiscussa la potestà sanzionatoria dello Stato in caso di violazione delle prescrizioni dettate in tema di coordinamento della finanza pubblica, «tale potestà non può certo essere configurata alla stregua di un vero e proprio grimaldello capace di consentire alla legge statale, al di fuori dei limiti delle proprie competenze, di aprirsi le porte in ambiti materiali che la Costituzione assegna alla legislazione regionale».

4.2.2.— Su tali premesse la Regione Puglia ritiene che i commi 19, 20 e 21 dell’art. 14 violino l’art. 117, terzo e quarto comma, Cost., in quanto prevedono sanzioni configurate in modo tale da invadere la potestà legislativa regionale.

In particolare, il comma 20 – il quale dispone un vero e proprio obbligo di annullamento, da parte dell’organo regionale competente, di tutti gli atti con cui è stata assunta la decisione di violare il patto di stabilità interno e che risultino adottati nei dieci mesi anteriori alle elezioni regionali – invaderebbe la competenza legislativa regionale (ex artt. 117, terzo e quarto comma, Cost.), poiché imporrebbe l’annullamento di atti ricadenti in ambiti materiali diversi da quelli elencati nel secondo comma dell’art. 117 Cost.

Al riguardo, non avrebbe pregio l’argomento secondo cui la norma impugnata non lederebbe l’autonomia regionale, in quanto limitata alla imposizione di un obbligo di annullamento a carico degli stessi organi regionali. Il comma 20, infatti, porrebbe un obbligo giuridico di annullamento sospensivamente condizionato alla certificazione del mancato rispetto del patto di stabilità di cui al comma 19. Pertanto, verificatasi la condizione sospensiva, l’obbligo sorgerebbe automaticamente.

Il comma 21 sarebbe incostituzionale, in riferimento all’art. 117, quarto comma, Cost., per ragioni analoghe a quelle appena esposte. Anche in questo caso, infatti, la revoca «di diritto», prevista come sanzione per la violazione del patto di stabilità, determinerebbe un’evidente invasione della competenza legislativa regionale in materia di «organizzazione amministrativa della Regione e degli enti pubblici regionali», rientrante, secondo la giurisprudenza costituzionale, nell’ambito di cui all’art. 117, quarto comma, Cost.

4.2.3.— In subordine, ove la Corte costituzionale ritenesse di non condividere le argomentazioni fin qui esposte, i commi 19, 20 e 21 sarebbero comunque illegittimi per violazione degli artt. 117, terzo comma, e 119 Cost.

La Regione Puglia richiama la giurisprudenza costituzionale sui limiti che incontra lo Stato nel dettare i principi fondamentali in materia di «coordinamento della finanza pubblica». Nel caso di specie, ed in particolare con la previsione della revoca ex lege degli incarichi, disposta dal comma 21, il legislatore statale avrebbe approvato norme minute e dettagliate inerenti le singole voci di spesa.

Inoltre, proprio con riferimento al comma 21, l’autonomia finanziaria regionale risulterebbe violata anche da un ulteriore punto di vista; infatti la norma in esame, pur avendo carattere sanzionatorio nei confronti di quelle Regioni che abbiano deliberatamente scelto di violare il patto di stabilità, interverrebbe ex post (cioè con una misura sanzionatoria non prevista al momento dell’adozione degli atti di spesa in questione), incidendo direttamente sul potere delle Regioni di disporre delle proprie risorse e di dotarsi dell’organizzazione più idonea al perseguimento dei propri fini.

4.2.4.— In ulteriore subordine, la Regione Puglia ritiene che i commi 19, 20 e 21 siano costituzionalmente illegittimi per violazione degli artt. 3 e 97 Cost., in relazione alle competenze regionali garantite dagli artt. 117, 118 e 119 Cost.

Ad avviso della ricorrente, l’individuazione dell’intervallo di tempo riferito ai dieci mesi precedenti la data delle elezioni regionali – in relazione al quale le norme impugnate dispiegano la loro efficacia – costituirebbe un parametro del tutto arbitrario e irragionevole, poiché il presupposto dell’applicazione delle misure previste sarebbe dato dalla violazione del patto di stabilità interno relativamente all’esercizio finanziario 2009.

Tale irragionevolezza determinerebbe una disparità di trattamento tra Regioni che hanno adottato atti di spesa in violazione del patto di stabilità prima dei suddetti dieci mesi e Regioni che li hanno adottati dopo, con conseguente lesione dei principi di autonomia finanziaria e organizzativa ex artt. 117, terzo e quarto comma, e 119 Cost. Dalla denunciata irragionevole disparità di trattamento discenderebbe, come conseguenza diretta, la violazione dei principi di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione.

La difesa della ricorrente conclude sul punto argomentando in merito all’asserita ridondanza, sull’autonomia regionale costituzionalmente garantita, delle censure prospettate rispetto a parametri diversi da quelli che regolano il riparto di competenze.

Infine, le norme impugnate sarebbero costituzionalmente illegittime anche per la loro irragionevolezza intrinseca e, dunque, per violazione dell’art. 3 Cost., sempre in relazione alle competenze regionali garantite dagli artt. 117, 118 e 119 Cost., in quanto disporrebbero misure sanzionatorie puntuali e specificamente riferite a singoli atti e voci di spesa, senza che sia accertato in concreto il collegamento diretto tra tale voce di spesa e la violazione del patto di stabilità.

4.3.— Da ultimo, la Regione Puglia impugna il comma 27, il quale stabilisce: «Ai fini dei commi da 25 a 31 e fino alla data di entrata in vigore della legge con cui sono individuate le funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione, sono considerate funzioni fondamentali dei comuni le funzioni di cui all’articolo 21, comma 3, della legge 5 maggio 2009, n. 42».

La questione di legittimità costituzionale è prospettata per violazione degli artt. 117, commi secondo, lettera p), terzo e quarto, e 118, secondo comma, Cost.

Secondo la difesa regionale, il richiamo all’art. 21, comma 3, della legge n. 42 del 2009 consentirebbe di estendere la qualifica di «funzioni fondamentali dei Comuni» – con conseguente attribuzione allo Stato della relativa competenza legislativa esclusiva – «anche a funzioni “amministrativo-gestionali”, o comunque, più in generale, a funzioni volte alla cura concreta di interessi».

Sotto questo profilo, la norma impugnata violerebbe i limiti che caratterizzano la potestà legislativa attribuita allo Stato dall’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., ledendo gravemente l’autonomia legislativa della Regione, riconosciuta dai commi terzo e quarto dell’art. 117 Cost. e richiamata dal comma secondo dell’art. 118 Cost., in riferimento alla disciplina ed alla allocazione delle funzioni amministrative dei Comuni.

La ricorrente si sofferma in particolare sulla competenza legislativa statale di cui all’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., sottolineando come da essa non possa certo ricavarsi un titolo che abiliti lo Stato a qualificare liberamente qualunque funzione amministrativa come «funzione fondamentale» dei Comuni o delle Province, potendo per ciò stesso disporne l’integrale disciplina. Peraltro, aggiunge la difesa regionale, la Corte costituzionale ha più volte riconosciuto il carattere “limitato” della potestà legislativa statale in esame, anche se non ha ancora avuto modo di individuare con chiarezza i limiti entro i quali dovrebbe essere intesa l’espressione «funzioni fondamentali di Comuni, Province e Città metropolitane».

Ad avviso della Regione Puglia, le «funzioni fondamentali» in parola devono ritenersi limitate a quelle in cui si esprimono la potestà statutaria, quella regolamentare e quella amministrativa a carattere “ordinamentale” concernente le funzioni essenziali che attengono alla vita stessa e al governo degli enti locali in questione. In nessun caso vi potrebbero essere ricondotte funzioni “amministrativo-gestionali” in senso proprio, né, tanto meno, quelle individuate per relationem dalla norma qui censurata.

A sostegno di questa conclusione militerebbero diversi argomenti.

Innanzitutto, rileverebbe l’argomento “topografico” riferito allo stesso testo dell’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., per il quale le «funzioni fondamentali» sono accomunate agli «organi di governo» e alla «legislazione elettorale».

In secondo luogo, andrebbero considerati i principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza di cui all’art. 118, primo comma, Cost. Al riguardo, la ricorrente sostiene che, se la ratio della attribuzione allo Stato di una competenza legislativa è da rintracciare in una esigenza unitaria di livello nazionale, risulterebbe del tutto incomprensibile individuare tale esigenza nell’ipotesi in cui, tra le funzioni fondamentali menzionate alla lettera p) del secondo comma dell’art. 117 Cost., fossero annoverabili anche funzioni amministrative consistenti nella concreta cura di interessi.

In sostanza, tali funzioni dovrebbero essere allocate tra gli enti locali in base ai principi di sussidiarietà, differenziazione e adeguatezza ex art. 118, primo comma, Cost., e tale vincolo graverebbe allo stesso modo sulla legge statale e su quella regionale (art. 118, secondo comma, Cost.).

Infine, nel senso sopra indicato deporrebbe anche una lettura sistematica delle disposizioni costituzionali. La Regione Puglia sottolinea come, tra i principi che devono guidare l’allocazione delle funzioni amministrative tra i diversi enti della Repubblica, l’art. 118 Cost. contempli anche il principio di differenziazione. Il suo contenuto precettivo consisterebbe nello stabilire che la valutazione di adeguatezza/inadeguatezza rispetto allo svolgimento della funzione deve tener conto delle differenze concrete sussistenti tra enti della medesima categoria. Pertanto, il principio di differenziazione non sarebbe che «una peculiare declinazione che assume il principio di eguaglianza nell’ambito della allocazione delle funzioni amministrative».

Secondo la difesa regionale, il portato precettivo del principio di differenziazione (e, per il suo tramite, del principio di eguaglianza) risulterebbe del tutto trascurato ove si ritenesse che le funzioni amministrativo-gestionali possano rientrare tra le «funzioni fondamentali» per consentire soluzioni allocative, da parte della legge statale, uniformi per tutto il territorio nazionale.

D’altra parte, aggiunge la ricorrente, non si potrebbe ritenere che la soluzione proposta dalla stessa Regione sia in grado di pregiudicare l’uniformità minima negli standard di prestazione relativi a quelle funzioni che, in virtù della loro importanza, fossero ritenute «fondamentali». Lo Stato, infatti, sarebbe comunque dotato della competenza ad individuare i «livelli essenziali delle prestazioni» ed avrebbe a disposizione, in ogni caso, lo strumento del potere sostitutivo straordinario ex art. 120, secondo comma, Cost., per garantire l’effettività di questi livelli.

5.— Il Presidente del Consiglio dei ministri, rappresentato e difeso dall’Avvocatura generale dello Stato, si è costituito in tutti i giudizi chiedendo che le questioni prospettate siano dichiarate inammissibili e infondate.

La difesa statale svolge argomentazioni analoghe in tutti gli atti di costituzione, che, pertanto, possono essere esaminati congiuntamente.

5.1.— In via preliminare, l’Avvocatura generale eccepisce la tardività dei ricorsi proposti avverso le norme del d.l. n. 78 del 2010 non modificate in sede di conversione e quindi, in ipotesi, immediatamente lesive.

5.2.— Nel merito, prima di esaminare le singole censure, la difesa statale si sofferma sul contesto economico in cui si inseriscono le norme impugnate, sottolineando come il d.l. n. 78 del 2010 sia stato adottato nel pieno di una grave crisi economica internazionale, al fine di assicurare stabilità finanziaria al Paese nella sua interezza e di rafforzarne la competitività sui mercati economici e finanziari.

Pertanto, a parere dell’Avvocatura generale, le misure adottate non possono essere sezionate, ma vanno esaminate nel loro complesso, in quanto l’una sorregge l’altra per raggiungere insieme le finalità di stabilizzazione e di rilancio economico.

Da quanto appena detto, la difesa statale ricava la conclusione che le norme censurate prevedono interventi rientranti nella competenza statale del coordinamento della finanza pubblica, idonea a vincolare anche le Regioni speciali e le Province autonome.

D’altronde, rileva la medesima difesa, «quando sopravvengono circostanze di straordinaria necessità ed urgenza, non può pretendersi che si esplichino le ipotizzate modalità di concertazione». Anzi lo Stato, avendo la responsabilità della politica economica nazionale, deve poter intervenire con la dovuta urgenza e rapidità, nell’interesse dell’intera Comunità.

Da ciò l’Avvocatura generale deduce che, nella ricorrenza di situazioni eccezionali, «possa derogarsi anche alle procedure statutarie, come alle altre sinanco costituzionali, in ragione dell’esigenza di salvaguardare la salus rei publicae e in applicazione dei principi costituzionali fondamentali della solidarietà economica e sociale (art. 2), dell’unità della Repubblica (art. 5), e della responsabilità internazionale dello Stato (art. 10), che (…) si impongono a tutti, Stato e autonomie comprese».

5.2.1.— Quanto alle singole censure, la difesa statale precisa che l’art. 14, nella sua interezza ed in particolare nei commi 1 e 2, concerne esplicitamente il patto di stabilità e richiede alle Regioni un concorso generalizzato alla spesa pubblica, attraverso una riduzione complessiva dei trasferimenti, da distribuirsi con accordo in sede di Conferenza Stato-Regioni, «ai fini della tutela dell’unità economica della Repubblica» e in applicazione del principio di solidarietà sociale (artt. 2 e 119 Cost.).

Il comma 7 dell’art. 14 avrebbe la stessa ratio, ponendo principi diretti a ridurre le spese per il personale e per le strutture burocratiche degli enti pubblici sottoposti al patto di stabilità.

Il comma 9, stabilendo un divieto di ulteriori assunzioni per enti ad alta spesa corrente, punterebbe ad arginare «la marea montante» della spesa nel settore del pubblico impiego.

In merito alle censure mosse ai commi 19, 20 e 21, l’Avvocatura generale obietta che il patto di stabilità rientra nella competenza statale concorrente del coordinamento della finanza pubblica e che correlativamente compete allo Stato stabilire le conseguenze delle infrazioni volontarie, con disposizioni di carattere generale e in cooperazione con la Regione, cui è demandata la certificazione della violazione e l’adozione dei provvedimenti di annullamento o revoca degli atti illegittimi.

Al riguardo, la difesa statale rileva come sia pacifico che il potere sanzionatorio spetti al titolare della funzione; peraltro, trattandosi di principi fondamentali, valevoli su tutto il territorio nazionale, non sarebbe ipotizzabile una valutazione sanzionatoria differenziata per Regioni.

Né potrebbe parlarsi di efficacia retroattiva delle sanzioni in parola, poiché la norma impugnata non autorizza a punire infrazioni pregresse alle elezioni regionali già svolte. Le sanzioni previste sarebbero, inoltre, coerenti, razionali e si manterrebbero entro stretti margini di proporzionalità, con la conseguenza che la normativa impugnata non violerebbe i principi di legalità, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione.

Sempre con riferimento ai commi 19, 20 e 21, l’Avvocatura generale osserva come le predette norme presuppongano che le Regioni interessate non abbiano raggiunto gli obiettivi loro attribuiti dallo Stato, ai sensi dell’art. 77-ter del d.l. n. 112 del 2008, recando, quindi, un grave pregiudizio all’unità economica della Repubblica e al necessario rispetto degli impegni precedentemente assunti a livello comunitario. Inoltre, le stesse norme si fonderebbero su un presupposto generale, costituito dalla certificazione del mancato rispetto del patto di stabilità interno per l’anno 2009, disciplinata da norme che trovano applicazione in tutte le Regioni (art. 77-ter, comma 13, del d.l. n. 112 del 2008). Non sarebbe pertanto configurabile alcuna violazione del principio di parità di trattamento tra le Regioni.

Quanto alla presunta irragionevolezza delle norme impugnate, la difesa statale replica obiettando che, piuttosto, sarebbe irragionevole difendere la validità e la perdurante operatività di atti posti in essere nella deliberata violazione del patto di stabilità.

Infondata ed inammissibile sarebbe poi la questione prospettata nei confronti del comma 27 dell’art. 14, il quale non pretenderebbe di disciplinare o di riservare allo Stato alcuna attività amministrativa gestionale, né di sottrarre questa all’applicazione dell’art. 118 Cost.

In ogni caso, la questione sarebbe «del tutto teorica e inammissibile», in quanto non si comprenderebbe quale sia la lesione delle competenze regionali, tanto più che la legge n. 42 del 2009, cui rinvia la diposizione in esame, non risulta impugnata.

Peraltro, aggiunge l’Avvocatura generale, le funzioni richiamate altro non sono che le funzioni “storiche” dei Comuni – nelle quali si identificano quelle «proprie», di cui al secondo comma dell’art. 118 Cost. – e quindi le «funzioni fondamentali» di cui all’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost.

Infine, la norma di cui al comma 32, pur ispirandosi all’obiettivo del contenimento della spesa pubblica, sarebbe riconducibile alla competenza legislativa statale in materia di ordinamento civile. In proposito, la difesa statale richiama la deliberazione dell’Assemblea plenaria della Corte dei conti del 22 giugno 2010, che ha evidenziato come la partecipazione a società sia uno strumento spesso utilizzato dall’ente locale per forzare le regole poste a tutela della concorrenza, e sia sovente finalizzato ad eludere i controlli di finanza pubblica imposti agli enti locali.

6.— In prossimità dell’udienza del 7 giugno 2011, tutte le ricorrenti e il Presidente del Consiglio dei ministri hanno depositato memorie nelle quali insistono nelle conclusioni già rassegnate, rispettivamente, nei ricorsi e negli atti di costituzione.

7.— In prossimità dell’udienza del 22 novembre 2011 e dell’8 maggio 2012, il Presidente del Consiglio dei ministri e le Regioni Liguria ed Emilia-Romagna hanno depositato memorie nelle quali insistono nelle conclusioni già rassegnate negli atti di causa.

Considerato in diritto

1.— La Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste (reg. ric. n. 96 del 2010) e le Regioni Liguria (reg. ric. n. 102 del 2010), Emilia-Romagna (reg. ric. n. 106 del 2010) e Puglia (reg. ric. n. 107 del 2010) hanno promosso questioni di legittimità costituzionale di numerose disposizioni del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, e tra queste dell’art. 14, commi 1, 2, 7, 9, 19, 20, 21, 27 e 32, per violazione degli artt. 3, 5, 97, 114, 117, 118, 119 e 120 della Costituzione; del principio di leale collaborazione; degli artt. 2 e 3 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta), in relazione all’art. 10 della legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione).

In particolare, la Regione Valle d’Aosta ha impugnato il comma 32 dell’art. 14, la Regione Liguria ha impugnato i commi 1, 2, 7, 9 e 32 dell’art. 14, la Regione Emilia-Romagna ha impugnato il comma 9 dell’art. 14, infine, la Regione Puglia ha impugnato i commi 9, 19, 20, 21 e 27 dell’art. 14.

Riservata a separate pronunce la decisione sull’impugnazione delle altre disposizioni contenute nel suddetto d.l. n. 78 del 2010, vengono in esame in questa sede le questioni di legittimità costituzionale relative all’art. 14, commi 1, 2, 7, 9, 19, 20, 21, 27 e 32.

I giudizi, così separati e delimitati, in considerazione della loro connessione oggettiva devono essere riuniti, per essere decisi con un’unica pronuncia.

2.— Preliminarmente, la difesa dello Stato ha eccepito la tardività di tutti i ricorsi in quanto le disposizioni impugnate, non modificate in sede di conversione del d.l. n. 78 del 2010, sarebbero state immediatamente lesive. Di conseguenza, le ricorrenti avrebbero dovuto impugnare, entro il termine decadenziale di cui all’art. 127, secondo comma, Cost., il decreto-legge e non la legge di conversione.

L’eccezione è priva di fondamento.

È infatti principio consolidato nella giurisprudenza di questa Corte che, qualora la Regione ritenga lese le proprie competenze costituzionali da norme contenute in un decreto-legge «può riservare l’impugnazione a dopo l’entrata in vigore» della relativa legge di conversione, poiché «soltanto a partire da tale momento il quadro normativo assume un connotato di stabilità e l’iniziativa d’investire la Corte non rischia di essere vanificata dall’eventualità di una mancata conversione» (da ultimo, sentenza n. 232 del 2011).

Deve, pertanto, riconoscersi la tempestività delle impugnazioni, pur se relative a disposizioni del d.l. n. 78 del 2010 non modificate in sede di conversione.

3.— Nel merito, la difesa dello Stato ha sostenuto che tutte le norme impugnate troverebbero giustificazione nella necessità di far fronte a difficoltà economiche del nostro Paese di tale gravità da mettere a repentaglio la stessa salus rei publicae e da consentire, perciò, una deroga temporanea alle regole costituzionali di distribuzione delle competenze fra Stato e Regioni. A sostegno di questo assunto la parte resistente invoca i principi fondamentali della solidarietà politica, economica e sociale (art. 2 Cost.), dell’uguaglianza economica e sociale (art. 3, secondo comma, Cost.), dell’unitarietà della Repubblica (art. 5 Cost.), della responsabilità internazionale dello Stato (art. 10 Cost.) dell’appartenenza all’Unione europea (art. 11 Cost.), nonché i principi del concorso di tutti alle spese pubbliche (art. 53 Cost.), di sussidiarietà (art. 118 Cost.), della responsabilità finanziaria (art. 119 Cost.), della tutela dell’unità giuridica ed economica (art. 120 Cost.) e gli «altri doveri espressi dalla Costituzione (artt. 41-47, 52, 54)».

In proposito, si deve osservare che le disposizioni costituzionali evocate non attribuiscono allo Stato il potere di derogare alle competenze delineate dal Titolo V della Parte seconda della Costituzione. Al contrario, anche nel caso di situazioni eccezionali, lo Stato è tenuto a rispettare tale riparto di competenze ed a trovare rimedi che siano con esso compatibili (ad esempio, mediante l’esercizio, in via di sussidiarietà, di funzioni legislative di spettanza regionale, nei limiti ed alle condizioni più volte indicate da questa Corte). La Costituzione esclude che uno stato di necessità possa legittimare lo Stato ad esercitare funzioni legislative in modo da sospendere le garanzie costituzionali di autonomia degli enti territoriali, previste, in particolare, dall’art. 117 Cost.

Deve essere dunque ribadita l’inderogabilità dell’ordine costituzionale delle competenze legislative, anche nel caso in cui ricorrano le situazioni eccezionali prospettate dall’Avvocatura generale dello Stato.

4.— La Regione Liguria ha impugnato i commi 1 e 2 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, nella parte in cui si riferiscono alle Regioni a statuto ordinario, operando un drastico taglio delle risorse spettanti a queste ultime, «in misura pari a 4.000 milioni di euro per l’anno 2011 e a 4.500 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2012».

Secondo la ricorrente, le norme in esame violerebbero gli artt. 117, terzo comma, 118 e 119 Cost., anche in relazione all’art. 2, comma 2, lettera ll), della legge 5 maggio 2009, n. 42 (Delega al Governo in materia di federalismo fiscale, in attuazione dell’articolo 119 della Costituzione).

4.1.— Le questioni di legittimità costituzionale, riguardanti l’art. 14, commi 1 e 2, del d.l. n. 78 del 2010, non sono fondate.

Le norme impugnate costituiscono esercizio, da parte dello Stato, della competenza a determinare i princìpi fondamentali in materia di coordinamento della finanza pubblica, ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost.

La giurisprudenza di questa Corte ha riconosciuto la natura di princìpi fondamentali nella materia, di competenza legislativa concorrente, del coordinamento della finanza pubblica alle norme statali che si limitino a porre obiettivi di riequilibrio della finanza pubblica, intesi nel senso di un transitorio contenimento complessivo, anche se non generale, della spesa corrente e non prevedano in modo esaustivo strumenti o modalità per il perseguimento dei suddetti obiettivi (ex plurimis, sentenze n. 232 del 2011 e n. 326 del 2010).

Nel caso di specie, sussistono entrambe le condizioni richieste dalla citata giurisprudenza.

Si tratta infatti di un contenimento complessivo della spesa corrente, avente carattere transitorio (le norme impugnate riguardano il triennio 2011-2013), anche se l’art. 20, comma 4, del decreto-legge 6 luglio 2011, n. 98 (Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 15 luglio 2011, n. 111, ha esteso «anche agli anni 2014 e successivi» le misure previste dalle norme censurate nel presente giudizio, che devono tuttavia essere scrutinate nel loro specifico contenuto prescrittivo, a prescindere quindi da ogni valutazione sulla legittimità costituzionale della norma di proroga.

Le norme impugnate non prevedono, per altro verso, strumenti o modalità per la concreta realizzazione degli obiettivi di riduzione di spesa.

5.— La Regione Liguria ha impugnato il comma 7 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, che ha novellato il comma 557 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2006, n. 296 (Disposizioni per la formazione del bilancio annuale e pluriennale dello Stato – Legge finanziaria 2007) ed ha aggiunto i commi 557-bis e 557-ter.

Il comma 557 stabilisce una serie di principi ai quali si devono conformare gli enti sottoposti al patto di stabilità interno, per assicurare la riduzione delle spese relative al personale. Il comma 557-bis definisce tali spese ai fini dell’applicazione del comma 557. Infine, il comma 557-ter dispone che, «in caso di mancato rispetto del comma 557», si applica il divieto di cui all’art. 76, comma 4, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133.

L’art. 76, comma 4, appena citato, dispone a sua volta che, in caso di mancato rispetto del patto di stabilità interno nell’esercizio precedente, è fatto divieto agli enti di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale.

Secondo la ricorrente, l’art. 14, comma 7, del d.l. n. 78 del 2010 violerebbe i principi di ragionevolezza e di buona amministrazione (artt. 3 e 97 Cost.), con conseguente lesione dell’autonomia organizzativa e finanziaria regionale (artt. 117, quarto comma, e 119 Cost.), nonché il principio di leale collaborazione.

5.1.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 7, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

Questa Corte – nel definire una questione introdotta da un ricorso statale avverso una legge regionale (sentenza n. 108 del 2011) – ha affermato che le norme di cui all’art. 1, commi 557 e 557-bis, della legge n. 296 del 2006, nonché quelle di cui all’art. 76, commi 6 e 7, del d.l. n. 112 del 2008, essendo «ispirate alla finalità del contenimento della spesa pubblica, costituiscono princìpi fondamentali nella materia del coordinamento della finanza pubblica, in quanto pongono obiettivi di riequilibrio, senza, peraltro, prevedere strumenti e modalità per il perseguimento dei medesimi». La citata conclusione trova il suo presupposto nella considerazione che «la spesa per il personale, per la sua importanza strategica ai fini dell’attuazione del patto di stabilità interna (data la sua rilevante entità), costituisce non già una minuta voce di dettaglio, ma un importante aggregato della spesa di parte corrente, con la conseguenza che le disposizioni relative al suo contenimento assurgono a principio fondamentale della legislazione statale» (sentenza n. 69 del 2011, che richiama la sentenza n. 169 del 2007).

Anche la norma di cui al comma 557-ter, che prevede sanzioni nel caso di inosservanza delle prescrizioni di contenimento, costituisce un principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica, come già affermato da questa Corte, in quanto diretta ad assicurare il rispetto dei limiti di spesa (ex plurimis, sentenza n. 155 del 2011).

6.— Le Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia hanno impugnato il comma 9 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, che ha novellato l’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, stabilendo: 1) a carico degli enti nei quali l’incidenza delle spese per il personale è pari o superiore al 40 per cento delle spese correnti, il divieto di procedere ad assunzioni di personale a qualsiasi titolo e con qualsivoglia tipologia contrattuale; 2) a carico dei restanti enti, la possibilità di procedere ad assunzioni di personale nel limite del 20 per cento della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente.

Le norme in esame sono state impugnate per violazione degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost.

6.1.— Successivamente alla proposizione dei ricorsi regionali qui presi in esame, l’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, è stato ulteriormente modificato da numerosi interventi legislativi (da ultimo, art. 4-ter, comma 10, del decreto-legge 2 marzo 2012, n. 16, recante «Disposizioni urgenti in materia di semplificazioni tributarie, di efficientamento e potenziamento delle procedure di accertamento», convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 aprile 2012, n. 44).

Il confronto tra il testo dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, oggetto delle impugnative regionali, e quello oggi vigente, anche alla luce delle specifiche ragioni di censura addotte dalle ricorrenti, consente di escludere che le numerose modifiche intervenute abbiano alterato la sostanza normativa del comma censurato.

In particolare, deve rilevarsi come continuino ad essere previsti tanto il divieto di procedere a qualsiasi tipo di assunzione per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è particolarmente rilevante, tanto la limitazione a carico dei «restanti enti» riguardo a nuove assunzioni di personale. Gli interventi del legislatore statale sulle anzidette prescrizioni sono consistiti nell’attutire la portata di siffatti vincoli, prevedendo che il divieto di assunzione operi solo per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 50 per cento delle spese correnti (anziché al 40 per cento, com’era originariamente previsto), e che i restanti enti possano procedere ad assunzioni di personale «a tempo indeterminato» nel limite del 40 per cento (anziché del 20 per cento e per qualsivoglia tipo di assunzione) della spesa corrispondente alle cessazioni dell’anno precedente. Inoltre, il testo oggi vigente dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, prevede che «Per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o inferiore al 35 per cento delle spese correnti sono ammesse, in deroga al limite del 40 per cento e comunque nel rispetto degli obiettivi del patto di stabilità interno e dei limiti di contenimento complessivi delle spese di personale, le assunzioni per turn-over che consentano l’esercizio delle funzioni fondamentali previste dall’articolo 21, comma 3, lettera b), della legge 5 maggio 2009, n. 42; in tal caso le disposizioni di cui al secondo periodo trovano applicazione solo in riferimento alle assunzioni del personale destinato allo svolgimento delle funzioni in materia di istruzione pubblica e del settore sociale».

Da quanto detto deriva che le questioni di legittimità costituzionale aventi ad oggetto l’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, come modificato dall’art. 14, comma 9, del d.l. n. 78 del 2010, devono intendersi trasferite sul testo dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008, come risultante a seguito degli interventi legislativi successivi alle odierne impugnative (ex plurimis, sentenze n. 30 del 2012 e n. 153 del 2011).

6.2.— Le questioni di legittimità costituzionale del testo vigente dell’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008 non sono fondate.

Anche a tale proposito si deve richiamare la sentenza n. 108 del 2011 di questa Corte, che ha riconosciuto all’art. 76, comma 7, del d.l. n. 112 del 2008 (sia pure nel testo vigente al momento della anzidetta decisione), natura di principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica, trattandosi di norma che incide sulla spesa per il personale, la quale, «per la sua importanza strategica ai fini dell’attuazione del patto di stabilità interna (data la sua rilevante entità), costituisce non già una minuta voce di dettaglio, ma un importante aggregato della spesa di parte corrente». In particolare, nella citata pronunzia è stata riconosciuta la natura di principio fondamentale in materia di coordinamento della finanza pubblica alla norma che pone il divieto di procedere ad assunzioni di qualsiasi tipo per gli enti nei quali l’incidenza delle spese di personale è pari o superiore al 40 per cento (oggi elevato al 50 per cento) delle spese correnti.

Siffatta conclusione deve estendersi anche alla norma che limita la possibilità di assunzioni per i restanti enti, la quale obbedisce alla medesima ratio di contenimento della spesa pubblica per il personale. Valgono per la stessa, quindi, le considerazioni svolte nella sentenza n. 108 del 2011 in relazione al divieto di nuove assunzioni per gli enti che abbiano superato il limite del 40 per cento (oggi, 50 per cento) di cui sopra.

7.— La Regione Puglia ha impugnato i commi 19, 20 e 21 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010. Il comma 19 stabilisce che alle Regioni che abbiano certificato il mancato rispetto del patto di stabilità interno relativamente all’esercizio finanziario 2009, si applicano le disposizioni di cui ai commi dal 20 al 24 dello stesso art. 14. In base al comma 20, gli atti adottati dalla Giunta regionale o dal Consiglio regionale durante i dieci mesi antecedenti alla data di svolgimento delle elezioni regionali, con i quali è stata assunta la decisione di violare il patto di stabilità interno, sono annullati senza indugio dallo stesso organo. Infine, il comma 21 dispone che sono revocati di diritto, ove compiuti a seguito degli atti indicati al comma precedente, i conferimenti di incarichi dirigenziali a personale esterno all’amministrazione regionale ed i contratti di lavoro a tempo determinato, di consulenza, di collaborazione coordinata e continuativa ed assimilati, nonché i contratti di cui all’art. 76, comma 4, secondo periodo, del d.l. n. 112 del 2008, deliberati, stipulati o prorogati dalla Regione nonché da enti, agenzie, aziende, società e consorzi, anche interregionali, comunque dipendenti o partecipati in forma maggioritaria dalla stessa. Il titolare dell’incarico o del contratto non ha diritto ad alcun indennizzo in relazione alle prestazioni non ancora effettuate alla data di entrata in vigore del presente decreto.

Le norme in esame sono state impugnate per violazione degli artt. 3, 97, 117, terzo e quarto comma, 118 e 119 Cost.

7.1.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 19, 20 e 21, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

Anche a tale proposito si deve richiamare la sentenza n. 155 del 2011 di questa Corte, in cui si è affermato che le sanzioni previste nelle norme impugnate, essendo volte ad assicurare il rispetto del patto di stabilità interno, costituiscono princìpi di coordinamento della finanza pubblica e rientrano pertanto nella competenza legislativa concorrente dello Stato, ai sensi dell’art. 117, terzo comma, Cost.

8.— La Regione Puglia ha impugnato il comma 27 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, il quale, «ai fini dei commi da 25 a 31 e fino alla data di entrata in vigore della legge con cui sono individuate le funzioni fondamentali di cui all’articolo 117, secondo comma, lettera p), della Costituzione», qualifica come funzioni fondamentali dei Comuni le funzioni di cui all’art. 21, comma 3, della legge n. 42 del 2009.

La norma impugnata violerebbe gli artt. 117, commi secondo, lettera p), terzo e quarto, e 118, secondo comma, Cost.

8.1.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 27, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

La ricorrente muove, infatti, da un erroneo presupposto interpretativo, in quanto il richiamo operato dalla norma impugnata alla generica elencazione di cui all’art. 21, comma 3, della legge n. 42 del 2009 non è, di per sé, lesivo di competenze legislative e amministrative delle Regioni. Il richiamo in parola, infatti, risponde all’esigenza di sopperire, sia pure transitoriamente ed ai limitati fini indicati nella stessa norma impugnata, alla mancata attuazione della delega contenuta nell’art. 2 della legge 5 giugno 2003, n. 131 (Disposizioni per l’adeguamento dell’ordinamento della Repubblica alla legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3). La richiamata delega (il termine per il cui esercizio è peraltro già scaduto) autorizzava il Governo ad adottare uno o più decreti legislativi diretti alla individuazione delle funzioni fondamentali, ai sensi dell’art. 117, secondo comma, lettera p), Cost., essenziali per il funzionamento di Comuni, Province e Città metropolitane nonché per il soddisfacimento di bisogni primari delle comunità di riferimento.

Non può pertanto attribuirsi alla norma censurata la portata, asseritamente lesiva delle competenze legislative e amministrative regionali, dedotta dalla ricorrente.

9.— Le Regioni Valle d’Aosta e Liguria hanno impugnato il comma 32 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, il quale pone il divieto, per i Comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti, di costituire società e obbliga gli stessi enti a mettere in liquidazione le società già costituite o a cederne le partecipazioni.

La norma in esame è impugnata per violazione degli artt. 114, secondo comma, 117, commi secondo, lettera g), terzo e quarto, e 119 Cost., nonché degli artt. 2 e 3 della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta).

9.1.— Successivamente alla proposizione dei ricorsi in esame, la disposizione censurata è stata oggetto di numerose modifiche.

In particolare, l’art. 2, comma 43, del decreto-legge 29 dicembre 2010, n. 225 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative e di interventi urgenti in materia tributaria e di sostegno alle imprese e alle famiglie), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 26 febbraio 2011, n. 10, ha modificato l’originario termine finale (31 dicembre 2011) per la messa in liquidazione delle società, prevedendo che quest’ultima debba intervenire entro il 31 dicembre 2013. Lo stesso art. 2, comma 43, ha inserito un nuovo periodo, dopo il secondo.

L’art. 20, comma 13, del d.l. n. 98 del 2011, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge n. 111 del 2011, ha soppresso l’ultimo periodo del comma 32 dell’art. 14.

L’art. 16, comma 27, del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138 (Ulteriori misure urgenti per la stabilizzazione finanziaria e per lo sviluppo), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 14 settembre 2011, n. 148, ha sostituito le parole «31 dicembre 2013» con le seguenti «31 dicembre 2012».

Infine, l’art. 29, comma 11-bis, del decreto-legge 29 dicembre 2011, n. 216 (Proroga di termini previsti da disposizioni legislative), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 24 febbraio 2012, n. 14, ha prorogato di nove mesi il termine di cui all’art. 16, comma 27, del d.l. n. 138 del 2011.

Pertanto, il censurato art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010 si presenta oggi nel testo seguente: «Fermo quanto previsto dall’art. 3, commi 27, 28 e 29, della legge 24 dicembre 2007, n. 244, i comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti non possono costituire società. Entro il 31 dicembre 2012 i comuni mettono in liquidazione le società già costituite alla data di entrata in vigore del presente decreto, ovvero ne cedono le partecipazioni. Le disposizioni di cui al secondo periodo non si applicano ai comuni con popolazione fino a 30.000 abitanti nel caso in cui le società già costituite:

a) abbiano, al 31 dicembre 2012, il bilancio in utile negli ultimi tre esercizi;

b) non abbiano subìto, nei precedenti esercizi, riduzioni di capitale conseguenti a perdite di bilancio;

c) non abbiano subìto, nei precedenti esercizi, perdite di bilancio in conseguenza delle quali il comune sia stato gravato dell’obbligo di procedere al ripiano delle perdite medesime.

La disposizione di cui al presente comma non si applica alle società, con partecipazione paritaria ovvero con partecipazione proporzionale al numero degli abitanti, costituite da più comuni la cui popolazione complessiva superi i 30.000 abitanti; i comuni con popolazione compresa tra 30.000 e 50.000 abitanti possono detenere la partecipazione di una sola società; entro il 31 dicembre 2011 i predetti comuni mettono in liquidazione le altre società già costituite».

Le modifiche intervenute successivamente all’impugnazione non hanno inciso sulla sostanza normativa del comma impugnato; pertanto, secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, le questioni promosse nei confronti del testo originario dell’art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010, devono intendersi trasferite sul testo oggi vigente (ex plurimis, sentenze n. 30 del 2012 e n. 153 del 2011).

9.2.— Le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010 non sono fondate.

La norma impugnata presenta i caratteri di una sanzione nei confronti degli enti le cui società partecipate non presentino bilanci in utile negli ultimi tre esercizi o abbiano subito riduzioni di capitale conseguenti a perdite di bilancio o, ancora, abbiano subito riduzioni di capitale conseguenti a perdite di bilancio, per effetto delle quali il Comune sia stato gravato dell’obbligo di procedere al ripiano delle perdite medesime. In particolare, sugli enti “non virtuosi” (nel senso prima precisato) incombe l’obbligo di mettere in liquidazione le società già costituite al momento dell’entrata in vigore del d.l. n. 78 del 2010, obbligo che non sussiste per gli enti le cui società siano “virtuose” (sempre nel senso già precisato).

Il divieto di costituire nuove società opera invece nei confronti di tutti gli enti (senza distinzione tra “virtuosi” e non) con popolazione inferiore a 30.000 abitanti. Tale divieto risponde all’esigenza di evitare eccessivi indebitamenti da parte di enti le cui piccole dimensioni non consentono un ritorno economico in grado di compensare le eventuali perdite subite. È chiaro quindi l’intento di assicurare un contenimento della spesa, non precludendo, in linea di principio, neanche agli enti con popolazione inferiore a 30.000 abitanti la possibilità di mantenere in esercizio le società già costituite.

Se questa è la finalità, lo strumento utilizzato dal legislatore statale per perseguirla è una norma che incide in modo permanente sul diritto societario, escludendo per determinati soggetti pubblici (i Comuni con popolazione inferiore a 30.000 abitanti) l’idoneità a costituire società partecipate. Si tratta pertanto di una regola ricadente nella materia dell’ordinamento civile, di competenza esclusiva dello Stato.

10.— Oggetto di specifiche censure da parte delle Regioni Valle d’Aosta e Liguria è, infine, l’ultimo periodo del comma 32 dell’art. 14 del d.l. n. 78 del 2010, il quale, successivamente alla proposizione dei ricorsi regionali, è stato abrogato dall’art. 20, comma 13, del d.l. n. 98 del 2011, senza che sia stato adottato il decreto ivi previsto.

L’abrogazione della disposizione in questione, unitamente alla sua mancata applicazione nel periodo di vigenza, determina la cessazione della materia del contendere.

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

riservata a separate pronunce la decisione sull’impugnazione delle altre disposizioni contenute nel decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78 (Misure urgenti in materia di stabilizzazione finanziaria e di competitività economica), convertito, con modificazioni, dall’articolo 1, comma 1, della legge 30 luglio 2010, n. 122, promosse dalla Regione autonoma Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste e dalle Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia, con i ricorsi indicati in epigrafe;

riuniti i giudizi,

1) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 1 e 2, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Liguria, per violazione degli artt. 117, terzo comma, 118 e 119 della Costituzione;

2) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 7, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Liguria, per violazione del principio di ragionevolezza e di buona amministrazione (artt. 3 e 97 Cost.), nonché degli artt. 117, quarto comma, e 119 Cost., e del principio di leale collaborazione;

3) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 9, del d.l. n. 78 del 2010, trasferite sul testo vigente dell’art. 76, comma 7, del decreto-legge 25 giugno 2008, n. 112 (Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria), convertito, con modificazioni, dall’art. 1, comma 1, della legge 6 agosto 2008, n. 133, promosse dalle Regioni Liguria, Emilia-Romagna e Puglia, per violazione, nel complesso, degli artt. 117, terzo e quarto comma, 118, primo comma, e 119 Cost.;

4) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 19, 20 e 21, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Puglia, per violazione degli artt. 3, 97, 117, 118 e 119 Cost.;

5) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 27, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalla Regione Puglia, per violazione degli artt. 117, commi secondo, lettera p), terzo e quarto, e 118, secondo comma, Cost.;

6) dichiara non fondate le questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 32, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalle Regioni Valle d’Aosta e Liguria, per violazione, nel complesso, degli artt. 2, primo comma, lettera b), e 3, primo comma, lettera f) della legge costituzionale 26 febbraio 1948, n. 4 (Statuto speciale per la Valle d’Aosta), nonché degli artt. 114, secondo comma, 117, commi secondo, lettera g), terzo e quarto, e 119 Cost.;

7) dichiara cessata la materia del contendere in ordine alle questioni di legittimità costituzionale dell’art. 14, comma 32, ultimo periodo, del d.l. n. 78 del 2010, promosse dalle Regioni Valle d’Aosta e Liguria, per violazione, nel complesso, degli artt. 5, 117, sesto comma, e 120 Cost., nonché del principio di leale collaborazione.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 4 giugno 2012.

F.to:

Alfonso QUARANTA, Presidente

Gaetano SILVESTRI, Redattore

Gabriella MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria il 7 giugno 2012.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Gabriella MELATTI

Indegnità dei partiti e la deriva autoritaria

Dopo le case di Di Pietro e gli scandali delle regioni, ieri (18.11.2012) Report ha aperto uno squarcio sui fondi dei gruppi parlamentari (clikka per vedere il servizio). Diverse decine di milioni di euro (circa 70), che per la mancanza di una disposizione regolamentare, secondo il presidente Fini, non sarebbero rendicontabili. La cosa mi fa, ovviamente schifo! Credo che dai principi generali del nostro ordinamento si possa desumere che ogni qualvolta si spendano soldi pubblici i cittadini hanno il pieno diritto di averne conto e ragione. Questa è una ulteriore pietra che casca addosso alla casta dei partiti politici pregiudicandone la loro credibilità allo stato assolutamente ai minimi termini. La cosa mi preoccupa non poco perché a fronte di tale stato può avanzare qualunque cosa dietro il paravento del cambiamento. Va di moda, infatti, la partecipazione e nuove forme di democrazia, ma posso dire con cognizione di causa che esse sono utopie a bordo delle quali, la storia ci ha insegnato, spesso si trasporta l’autoritarismo. Il compito a cui hanno abdicato i partiti era quello di selezionare una classe dirigente degna e competente ed invece abbiamo una classe dirigente indegna ed incompetente. Nascondersi dietro il paravento del “decidiamo tutti i cittadini insieme” facendo appello alla società civile è pericolosissimo. Io ogni qualvolta ho cercato di condividere una delibera appena appena più complessa ho avuto una risposta assolutamente limitata. Pochi sono i cittadini che hanno la possibilità di leggere e di comprendere a pieno ciò che si nasconde dietro un comma o una decisione, e dire di aver preso una decisione partecipata spesso cela solo una scusa per decidere da solo o con l’accordo di pochi “interessati”. La verità è che occorrerebbe un gruppo dirigente in grado di prendere il meglio dalla società civile e dai partiti cercando di avvicinare i cittadini alla politica, ma saranno in grado i partiti da fare questo? La storia insegna! La crisi in Grecia ha partorito Alba Dorata! Sono rimasto impressionato dal testo tratto dal Main Kampf di Adolf Hitler sulla indegnità dei parlamentari che all’epoca portò al nazismo:

Tutte le mattine, il rappresentante del popolo arriva sino alla sede del Parlamento; se non entra, riesce ad arrivare perlomeno in anticamera dove viene affisso l’elenco dei parlamentari presenti: è su questo elenco, che il nostro, servendo la Nazione, scrive il proprio nome, ed è per questa fatica enorme, giornaliera, che incassa un profumato indennizzo. Passati quattro anni, o avvicinandosi sempre più lo scioglimento della Camera, detti signori vengono sollecitati da un impulso irrefrenabile, al pari della larva che è destinata a trasformarsi in farfalla, codesti vermi di parlamento abbandonano così il rifugio comune e volano fuori, dal popolo. Ricominciano nuovamente a parlare agli elettori narrando loro come siano ostinati gli altri, e di come essi abbiano invece duramente lavorato; succede invece che il popolo, questa massa d’ingrati, invece di applausi lancia sul loro viso insulti e urla piene di odio. In genere se l’ingratitudine popolare tocca livelli molto alti tocca rimediare con l’unico toccasana possibile; migliorare ancora i programmi. Perciò la commissione si rinnova e risorge, dando di nuovo vita all’eterno inganno. Conoscendo bene la testarda idiozia dell’umanità intera non dobbiamo poi stupirci dei risultati. È così che il gregge del proletariato e della borghesia rientra nella stalla, tenuto per mano dal nuovo, invitante programma e dalla stanga, pronto a rieleggere coloro che lo hanno ingannato. Con questo, l’uomo delegato dal popolo a rappresentarlo si ritrasforma nelle vesti del verme di parlamento, e riprende nuovamente a nutrirsi con le fronde dell’albero statale, per iniziare nuovamente il ciclo quattro anni dopo, mutarsi cioè di nuovo in farfalla“.

L’antipolitica dei politici

L’articolo di Rizzo sul corsera di oggi (07.11.2012) riapre una discussione che per me non è mai finita: le nomine dei politici che spesso sono dettate da ragioni di partito o con l’attuale sistema elettorale maggioritario, da simpatie del “vincitore”, senza che vi sia la preoccupazione di nominare la donna o l’uomo giusto al posto giusto. Io al Comune di Napoli nella mia qualità di consigliere ho proposto un regolamento sulle nomine il 3 giugno 2012 che giace nei cassetti e pare che non sia di interesse per nessuno (per visualizzarlo clikka).

Sono poi tornato sul punto con altri miei interventi che è facile rinvenire anche su questo blog ed oggi che ci avviamo ad un cambio epocale della politica non so se positivo o negativo (più la seconda che ho detto) nessuno ci pensa. Tutti dicono che Grillo è l’antipolitica ma forse sarebbe il caso di dire che noi in parlamento e nelle istituzioni amministrate nel modo “classico”, in barba ad ogni forma di partecipazione e di condivisione del potere abbiamo l’antipolitica della antipolitica di Grillo. Se da un lato infatti c’è Grillo accusato di antipolitica perché il suo obiettivo è demolire il sistema politico, dall’altro ci sono i politici che siedono sulle grasse sedie delle istituzioni che amministrano che sono anch’essi rappresentanti dell’antipolitica perché hanno una concezione assolutamente individualistica del potere e che merge immediatamente nel momento in cui si deve fare una nomina: non il più bravo ma quello che sta dalla mia parte ed accresce il mio potere personale, alla faccia della condivisione del potere!!!

dal corsera del 7 novembre 2012 Sergio Rizzo:

Nel nostro magnifico Paese dei Paradossi accade che una legge fatta per punire gli amministratori responsabili di aver causato un dissesto finisca per caricare sulle spalle di tutti i cittadini italiani, indifferentemente, il peso di quei dissesti.
Siamo certi che qualcuno, purtroppo, si dovrà far carico di mettere rimedio a situazioni come quelle di Napoli o Alessandria. Toccherà ai napoletani e agli alessandrini, direte. Ma non sappiamo nemmeno se sia giusto che debbano pagare tutti i napoletani o tutti gli alessandrini. Così come non sarebbe probabilmente corretto addossare esclusivamente agli abitanti delle Regioni nei guai con la sanità il costo del risanamento: costretti a pagare molto più cari servizi molto più scadenti. Ma se sia ragionevole mettere sul conto di ogni contribuente gli effetti di clamorosi errori (nella migliore delle ipotesi) di sciagurate scelte politiche, è una domanda assolutamente fondata. E non è l’unico interrogativo, questo, che ci tormenta da un bel pezzo.
Quanto si potrà andare avanti ancora nell’affidare compiti gestionali delicati in amministrazioni locali o aziende pubbliche a persone incapaci (quando non disoneste) soltanto per ragioni di equilibri politici o di partito, se non addirittura di interessi personali? Salvo poi lasciare in eredità ai successori, e soprattutto ai cittadini, immani disastri?
Questo è il punto: gestire i conti di una città, piccola o grande che sia, è difficile. È necessario che chi ha questo compito venga scelto sulla base delle capacità e della rettitudine morale. Ricorrendo magari per determinati incarichi a selezioni pubbliche e trasparenti. Si assiste invece alla nomina di assessori incompetenti ma potentissimi nel loro partito o nella loro corrente, di direttori delle aziende sanitarie impreparati ma fedelissimi al boss politico locale, di amministratori delegati privi di alcuna esperienza ma affidabilissimi quando si tratta di piazzare amici e parenti di sindaci e sindacalisti. Né risulta che un solo amministratore abbia subito una sanzione commisurata al grave dissesto causato. Il contrario: il responsabile è stato quasi sempre premiato politicamente. Magari spedito in Senato, dopo aver lasciato al municipio un buco da centinaia di milioni che tutti gli italiani hanno poi dovuto pagare. Anche questo è successo.

Andare a Roma per rappresentare Napoli

Roma si Roma no. In questi giorni ho avuto da amici, conoscenti e cittadini napoletani varie indicazioni sulla manifestazione di Roma che si è tenuta il 30 u.s. ed alla quale non me la sono sentita di non andare. Nel gruppo abbiamo discusso molto con Simona Molisso e Carlo Iannello esaminando le contrapposte posizioni che abbiamo registrato in città, tra quelli che ritenevano poco istituzionale recarsi a Roma con il cappello in mano e quelli che, invece, ritenevano legittima la gita romana facendo un ragionamento più politico su Monti e la sua azione di governo. Alla fine abbiamo deciso di andare sia perché siamo convinti che la politica di Monti non sia la miglior politica a cui possiamo aspirare, sia perché era assolutamente inutile aprire un fronte interno alla maggioranza della quale facciamo parte per aver condiviso e condividere il programma elettorale, preferendo discutere assumendo posizioni anche critiche su questioni concrete (e di ciò credo ne abbiamo dato ampia dimostrazione). Ad ogni buon conto la riflessione che vorrei fare è più ampia e si incentra proprio sulla politica del governo nazionale che secondo me è sopravvalutato anche da quella classe sociale che, seppure di sinistra, guarda alla squadra di Monti con simpatia per il semplice fatto che questi per lo meno parlano in italiano, in inglese, sono in un certo qual modo eleganti, vanno in chiesa e non si portano le minorenni a letto. Si perché a questo siamo arrivati! Non possiamo non considerare che Monti è il risultato migliore di una classe politica in pieno disfacimento morale e politico! Ma ciò è sufficiente per dire che va sostenuto ad ogni costo perché altrimenti arrivano quegli altri? Io credo di no perché l’opzione ideologica di questo governo è quella di risolvere i problemi economici del paese agli occhi dell’Europa in un braccio di ferro tra lo spread italiano e quello tedesco. Ma possiamo dire che l’Europa è solo questo? Anche a questa domanda mi sento di rispondere di no perché in un momento di crisi come quello che stiamo vivendo la politica di un paese dovrebbe essere quella di dare maggiore peso politico alle istituzioni europee affinché possano adottare non solo provvedimenti volti unicamente all’equilibrio economico ma anche provvedimenti che abbiano un alto contenuto sociale e di solidarietà in un clima di reciproca fiducia. Occorre, fare dell’Europa un “corpo unico”, in grado di prendersi cura delle “regioni” maggiormente colpite dalla crisi. Non possiamo non dire che la politica di questo governo è ispirata al liberismo puro, ritenendo che il mercato abbia in se tutti gli anticorpi per trovare un equilibrio e risolvere in automatico i problemi sociali, secondo me schiacciandoli. L’effetto pratico di questa opzione è che il pubblico deve ridurre al minimo tutti i suoi margini di manovra riservando la sua attività puramente e semplicemente alla amministrazione pura ed essenziale. Tutto ciò che non è tale deve essere esternalizzato e messo sul mercato: vendita di tutto il patrimonio non utile all’amministrazione, cessione di tutte le attività che potrebbero avere un rilievo economico con cessione al mercato di tutte le imprese cd. pubbliche, da quelle che svolgono la raccolta dei rifiuti a quelle che svolgono il trasporto pubblico locale per poi arrivare anche alla scuola. Col risultato che se un’attività non è interessante per l’impresa essa non troverà imprenditori disposti ad assolverla. Il risultato per i trasporti, servizio pubblico naturalmente in rosso, sarà senz’altro l’eliminazione di quelle tratte non remunerative. Io non credo che debba essere tutto ceduto né che il liberismo sia la soluzione, del resto la condizione economica nella quale ci troviamo è dovuta al mercato che specula sulla finanza creativa senza avere un aggancio con il lavoro e la produzione di beni e servizi. Il mercato ha già dimostrato di non riuscire ad assolvere un ruolo sociale. Napoli è il banco di prova dove si scaricherà tutta la tensione sociale che la politica del governo Monti genera. Un deficit di circa un miliardo e mezzo di cui circa ottocento milioni sono solo i crediti inesigibili non più recuperabili. Il decreto 174/2012, detto “salva comuni” (per modo di dire), se da un lato conferisce al Comune la possibilità di accedere ad un finanziamento di circa cento milioni di euro, con l’opportunità di spalmare il debito in dieci anni, anziché tre e con l’obbligo di adottare una serie di misure assolutamente insostenibili per i cittadini napoletani, dall’altro introduce una serie di controlli che vanno dal maggiore potere della Corte dei Conti, alla maggiore responsabilità dei dirigenti e funzionari amministrativi, creando anche un organo indipendente nella figura del responsabile dei servizi finanziari che potrà essere rimosso solo previo parere del ministro delle finanze e dell’interno. Io per mia formazione e per la mia visione di collaborazione interistituzionale non ho nulla in contrario circa i maggiori controlli che prevede il decreto. Per me gli atti devono essere innanzitutto legittimi sia da un punto di vista amministrativo che contabile e le norme vanno applicate quando la politica si fa carico dei bisogni essenziali dei cittadini! Cosa diversa è, invece, il contenuto economico del decreto Monti che è assolutamente inconcepibile. Napoli non potrà far fronte ai bisogni primari dei cittadini, la refezione scolastica, le buche per le strade, le maestre degli asili nido e della materna, gli idonei al concorso, i bross, gli LSU, la raccolta della munnezza etc.. etc.. Monti ha la responsabilità di 60 milioni di abitanti è chiaro, ma di questi 60, un milione sono napoletani e non se ne può dimenticare! In tutto questo dove sono i parlamentari di ogni schieramento campani!

L’Europa di Bauman

La visione di Bauman dell’europa come unico modo per preservare le identità nazionali, ovviamente un europa politica che risponda ai popoli e non alle banche ed ai gruppi di potere. Interessante l’intervista su  Corsera del 20.10.2012

Bauman: le identità nazionali sono a rischio senza lo scudo europeo

ROMA — «L’Europa è a un crocevia. Non è la prima e non sarà l’ultima volta. La sua intera storia è un’avventura infinita. Giovedì sono stati fatti piccoli passi verso una sorta di integrazione finanziaria, attraverso la creazione di una vigilanza bancaria comune. È promettente, ma ci sono grossi punti interrogativi: il diavolo si nasconde nei dettagli. E questo è solo l’aspetto economico, che in fondo è quello affrontato con più attenzione. Ma la speranza che l’integrazione politica seguirà quella economica è infondata, potrà farlo come potrà non farlo. Gli interessi delle diverse aree d’Europa sono troppo contrastanti».

Zygmunt Bauman è il teorico della società liquida, il filosofo che ha individuato e descritto l’essenza proteiforme e instabile della modernità, orfana delle grandi narrazioni metafisiche delle ideologie e strutturalmente precaria. Ma per essere filosofo e sociologo, Bauman è anche molto attento ai processi politici concreti e in particolare a quelli dell’Europa, che per lui, ebreo polacco fuggito dall’occupazione sovietica, vissuto in Israele e Inghilterra, è il grande progetto del Ventunesimo secolo.
Bauman è a Roma, dove oggi terrà una «lectio magistralis» in apertura di InNovaCamp, seminario a più voci organizzato dall’Associazione ItaliaCamp, in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense, dal titolo «Salvezza o dannazione — proposte e soluzioni anticrisi». All’evento partecipano anche i ministri della Giustizia e del Lavoro, Paola Severino e Elsa Fornero, oltre al sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà.
Per Bauman, l’integrazione politica europea è «questione di vita o di morte, di sopravvivenza o disgregazione». A fargli soprattutto paura è la «discrepanza tra l’immensità della sfida e la mediocrità dei mezzi a disposizione». «Quando ero giovane — spiega — la domanda era: che fare? Oggi è chiaro cosa fare, ma la vera domanda è: chi lo farà? Allora tutti pensavano che una volta individuate le cose da fare, il governo onnipotente se ne farà carico. Oggi il governo è l’ultima istituzione che ci aspettiamo le faccia. Fino a quando questo gap non sarà colmato, siamo nei guai».
Perché è così importante l’unificazione politica?
«Perché senza una qualche forma di Confederazione, con organi decisionali comuni che decidono sulla politica economica e finanziaria, estera e di sicurezza, non credo che i vantaggi che l’Europa è in grado di offrire ai suoi membri possano diventare realtà. La casa europea non va a detrimento delle culture nazionali, ma provvede a una sorta di tetto comune a tradizioni, valori, differenze locali. E il paradosso è che ogni singolo Paese è molto più a rischio di perdere la sua identità specifica, se si espone senza protezione, cioè senza questo scudo europeo, alle forze globali, che sono violentemente e spudoratamente sovranazionali, ignorano i temi e le specificità locali».
Come si può colmare il deficit democratico dell’Europa?
«Lo Stato moderno per emergere ha dovuto combattere, spesso anche in modo violento, contro gli interessi locali. Ci sono voluti cento anni perché questo processo venisse a compimento: ma non furono i poteri locali che rinunciarono a pezzi di sovranità, al contrario questa venne loro tolta poco alla volta, spesso contro una resistenza feroce. Sta succedendo di nuovo, abbiamo 27 nazioni e vogliamo organizzare una nuova organizzazione superiore. Ci vuole tempo e temo che andrà così anche con l’unificazione politica dell’Europa. Non sarà semplice ricreare vere istituzioni democratiche a livello europeo».
Ma cosa dire alla gente per averne il consenso?
«Che l’Europa è la sola chance che hanno di difendere e proteggere la loro identità nazionale. Dobbiamo ripensare le istituzioni europee in modo completamente nuovo. Dovranno avere l’abilità a condensare e unificare un volere popolare europeo altrimenti sparso e diversificato. Esattamente ciò che fanno i Parlamenti locali: far emergere un interesse nazionale da spinte diverse. Solo così possiamo colmare il deficit democratico, che nasce dal fatto che le attuali istituzioni politiche non godono più della fiducia popolare. C’è uno scarto tra la natura generale dei nostri problemi e quella individuale delle nostre soluzioni».
La Rete può aiutare a colmare il deficit democratico?
«Non c’è nulla di specifico che ne faccia strumento naturale per la democrazia, potrebbe anche essere strumento di un regime totalitario. Quindi, invece che in favore dell’unificazione dell’Europa, potrebbe lavorare in favore della sua separazione. Non credo nel determinismo tecnologico. Conta ciò che noi facciamo con la tecnologia. Spostare verso la Rete i compiti che sono nostri, quelli di promuovere democrazia e libertà, è molto pericoloso. Perché ci deresponsabilizza».
Paolo Valentino

Legge elettorale e la fiducia nei partiti

Il tema della legge elettorale sembra tenere banco tra i banchi del parlamento, sarà vero oppure è il solito teatrino dei partiti ? In proposito oggi leggo su  corsera la tesi sostenuta da un alto e stimato magistrato, Raffaele Cantone, il quale in virtù della sua esperienza sostiene che, introdurre le preferenze nel sistema elettorale, significherebbe dare una mano alla criminalità organizzata che potrebbe condizionare l’esito delle consultazioni attraverso la vendita dei voti, oppure, infiltrando propri uomini nelle fila dei parlamentari. Secondo me questa tesi potrebbe valere se i partiti fossero in grado di selezionare una classe politica seria, onesta, competente ed in grado i rinnovarsi. Cosa assolutamente sconfessata dagli accadimenti a cui passivamente assistiamo. Nei partiti possiamo, infatti, parlare di gerontocrazia legata a doppio filo sia all’età dei leader sia alla inconcepibile durata della occupazione del potere sempre da parte delle stesse facce intente solo alla affermazione della propria immagine. In definitiva concordo con Pennasilico (altro alto magistrato) e tra i partiti ed i cittadini io preferisco fidarmi dei cittadini almeno così ognuno avrà il candidato che si merita!

dal Corriere della Sera del 13.10.2012

La nuova legge elettorale che prevede il ritorno alle preferenze è un «pericolo», perché «favorisce il voto di scambio politico-mafioso». Nel giorno in cui al Senato si inizia la discussione sulla nuova legge, magistrati e politici lanciano l’allarme. Raffaele Cantone dice che «il meccanismo delle preferenze rischia di diventare pericolosissimo, perché se a Milano i voti si comprano con 50 euro, nel Mezzogiorno ne bastano 10». Paolo Mancuso: «C’è il rischio di una recrudescenza dei fenomeni di voto di scambio politico-mafioso». Andrea Orlando (Pd): «Così si consegnano pezzi di istituzioni alla criminalità». Giuseppe Calderisi (Pdl): «Rischio infiltrazioni? Un eufemismo». E il sindaco di Salerno Vincenzo De Luca attacca: «Sarà il mercato dei voti». La soluzione, per tutti, è unica: «Non certo il Porcellum, ma il ritorno ai collegi uninominali».Le domande, alla fine, si riducono a due. È meglio un rappresentante politico scelto/imposto dal partito (sistema elettorale cosiddetto Porcellum) o uno eletto con voti che rischiano concretamente di essere inquinati da infiltrazioni mafiose (nuova proposta di legge che reintroduce le preferenze)? E, non volendo correre nessuno dei due rischi, è praticabile una terza via (ritorno al collegio uninominale)? L’arresto dell’assessore regionale della Lombardia Domenico Zambetti — innocente fino a sentenza definitiva ma per il momento accusato di aver comprato voti dalla ‘ndrangheta — pone nuovi interrogativi, svelando scenari che fino ad ora sembravano erroneamente essere riconducibili solo al Sud, e s’intreccia inevitabilmente con il dibattito in corso sulla nuova legge elettorale, proprio nelle ore in cui la Commissione affari costituzionali del Senato inizia la discussione adottando come testo base la proposta (votata da Pdl, Udc, Lega e Coesione nazionale) che prevede la reintroduzione del voto di preferenza. «Considero positiva la proposizione formale di un concreto progetto di nuova legge elettorale», ha detto ieri il Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Come dev’essere, questa nuova legge elettorale, è materia che però divide gli addetti ai lavori. E che, soprattutto, suscita l’allarme dei magistrati.

Raffaele Cantone, ex pm antimafia impegnato in prima linea contro i Casalesi e oggi giudice al Massimario della Cassazione, rileva che «mai come in questo momento il meccanismo delle preferenze rischia di diventare pericolosissimo», perché «se a Milano i voti si comprano con 50 euro, con la crisi economica nel Mezzogiorno potrebbero essere sufficienti anche 10 euro per acquistarne uno». È per questo che il nesso tra preferenze e voto di scambio politico-mafioso, più che un pericolo astratto, viene letto dal magistrato quasi come «una certezza». Ciò detto, non che il Porcellum sia meglio: «Lo dico, in questo caso, da cittadino. È un sistema elettorale che ha di fatto cancellato il rapporto tra territorio ed eletto, tra comunità e suo rappresentante. Beninteso, queste sono valutazioni che spettano alla politica, ma dal mio punto di vista il sistema migliore era quello rappresentato dal collegio uninominale, dove il candidato è sì proposto dal partito, ma è poi sottoposto al vaglio dei cittadini. Che, in questo modo, sanno qual è il loro punto di riferimento». Paolo Mancuso, procuratore di Nola ed ex capo del pool antimafia di Napoli, la pensa allo stesso modo: «Sono nemico della mafia ma amico della democrazia. E credo che il Porcellum, con il suo tagliare i cordoni tra eletto ed elettore, sia una delle cause del distacco dei cittadini dalla politica. È chiaro, allo stesso tempo, che il ritorno alle preferenze provoca il rischio di una recrudescenza dei fenomeni di voto di scambio politico-mafioso. Io però non sono disposto a rinunciare alla selezione del mio rappresentante, e per questo ritengo che il sistema migliore sia quello che prevede il collegio uninominale, perché lì ho la possibilità di scegliere riducendo sensibilmente il rischio di uno scambio di voti tra candidato e clan».

A supporto delle perplessità dei magistrati c’è la casistica. Praticamente scomparsa dallo scenario delle elezioni politiche nazionali, la contestazione dello «scambio elettorale politico-mafioso» si ritrova — in particolar modo al Sud, ma da qualche tempo anche in Liguria e Lombardia — nelle inchieste che fanno riferimento alle elezioni regionali, provinciali e comunali. Quelle, cioè, dove c’è ancora il voto di preferenza. È sufficiente una rapida ricerca negli archivi per ricordare le inchieste, a cominciare da quelle in Campania che negli ultimi anni hanno coinvolto nomi di primo piano della politica nazionale e regionale: tra gli altri, Nicola Cosentino, Roberto Conte, Alberico Gambino, Enrico Fabozzi. Se possibile, va ancora peggio in Calabria, dove nel 2010 sarebbe stato «accertato il condizionamento del boss Giuseppe Pelle», che «assicurava» voti agli indagati (tra cui figurava Sante Zappalà) «in cambio della garanzia dell’assegnazione di appalti pubblici». Tre anni prima un altro consigliere regionale — Franco la Rupa — era stato coinvolto in un’inchiesta per voto di scambio. Scenari analoghi in Sicilia (ipotesi di reato a carico di Raffaele Lombardo e Antonello Antinoro) e Puglia (dove il boss Vincenzo Stranieri prometteva voti in cambio di posti di lavoro).

Regioni, Province e Comuni, enti locali grandi e piccoli, partiti di maggioranza e opposizione. Ci sono gli esponenti di ogni colore e ogni realtà, tra quelli che si sono assicurati i voti ricorrendo ai «pacchetti in vendita» della criminalità organizzata. Ed è per questo che oggi il ritorno alle preferenze agita la stessa politica. Andrea Orlando, responsabile giustizia del Pd, non ha dubbi: «Una legge che preveda il ritorno alle preferenze consegna di fatto pezzi di istituzioni nelle mani della criminalità organizzata. Già prima delle elezioni regionali del 2010 in Liguria, io e l’allora senatore del Pdl Enrico Musso lanciammo un appello bipartisan per sollecitare i candidati a stare attenti alle preferenze della ‘ndrangheta. Il voto di scambio è un fenomeno virulento, l’unico modo per arginarlo è ipotizzare il ripristino dei collegi uninominali. E, piuttosto che pensare di introdurre nuovamente le preferenze per le elezioni politiche, bisogna chiedersi se non sia il caso si eliminarle anche alle elezioni regionali». Durissimo anche Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno: «La reintroduzione delle preferenze è una grande palla, significa il mercato dei voti, significa mettere l’Italia nelle mani della delinquenza organizzata. Se si vuole davvero far scegliere ai cittadini si fanno i collegi uninominali, come si fa in Francia e Gran Bretagna». La pensa così anche Giuseppe Calderisi, deputato del Pdl, nonostante la linea «ufficiale» del partito. E l’ha messo nero su bianco, firmando una lettera sottoscritta da quaranta parlamentari e inviata a Silvio Berlusconi e Angelino Alfano «per evidenziare le controindicazioni di questa legge elettorale, tra cui il voto di scambio e il rischio, uso un eufemismo, di infiltrazioni della criminalità organizzata».

Chi invece sul ritorno alle preferenze nutre decisamente meno timori è Alessandro Pennasilico, capo del pool antimafia di Napoli: «Non me ne preoccuperei troppo. È importante che venga restituita la scelta democratica ai cittadini, pensare all’aspetto patologico del caso rischia di far impantanare la legge».

Cesare Lombroso e la politica

  Possibile che i partiti politici non sono in grado di selezionare una classe dirigente adeguata. Eppure basterebbe guardare in faccia i candidati per capire che forse non erano idonei, se poi uno ci parla pure il quadro dovrebbe essere completo. C’è da pensare che il Lombroso forse non avrebbe fatto gli errori commessi dalle segreterie di partito attente a guardare la “dote” numerica dei voti anziché la moralità e le capacità del candidato. Alla fine si potrebbe dire che il popolo italiano ha gli amministratori che si merita, ma questo è veramente inaccettabile per ogni uomo che si reputi libero cittadino. I dirigenti di partito dovrebbero essere in grado di tenere alto il valore delle persone che si vogliono impegnare in politica ed invece imbarcano il peggio del peggio. Gente che non ha vergogna di intascare duplici indennità e stipendi con la sola intenzione di saccheggiare il bene e l’interesse pubblico. Il tutto è poi condito da una buona dose di presunzione che nasconde la loro grassa ignoranza dietro il presunto primato della politica sulla legge e sull’amministrazione. Gente che non sa neppure dove sta di casa un atto amministrativo né cosa siano i principi costituzionali di imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione. Gente che è abituata ad occupare (dico anche fisicamente) i palazzi pubblici affermando il loro potere senza alcuna cognizione della sacralità del bene comune e dello spirito di servizio che deve essere connaturale ad ogni amministratore pubblico. Eppure questo è il sentimento che i nostri padri costituenti hanno trasfuso nella carta costituzionale dopo il ventennio fascista ed una guerra. Persone che hanno avuto la “fortuna” di aver subito una sofferenza collettiva. Questa di oggi, invece, è gente che ha smarrito il valore della condivisione dei valori, scambiandola con l’affermazione del potere personale all’insegna del puro familismo. E’ gente tutto sommato “piccola” anche quando riesce a ricoprire l’incarico di presidente del consiglio perché non coglie il senso di sentirsi cittadino di una Collettività/Stato. Gente asociale che dovrebbe essere internata in quanto incapace di cogliere la dimensione collettiva. L’ennesimo scandalo delle dita nel barattolo della marmellata vuoto ha colpito l’IDV. E’ infatti del partito dell’uccello che vola, Vincenzo Maruccio che ha intascato a quanto pare oltre 700.000,00 euro di soldi pubblici. A guardarlo, come per fiorito, c’è da pensare che Cesare Lombroso  sarebbe stato più bravo di di pietro nella scelta dei candidati.

Da il Mattino dell’11.10.2012

Valentina Errante
Roma.

Un copione già visto, con gli uomini del Nucleo valutario della guardia di Finanza che tornano alla Regione Lazio. Ma questa volta al gruppo Idv. E dopo Francone Fiorito, tocca a Vincenzo Maruccio. Altro giro e altro schieramento: uomo di Antonio Di Pietro, ex assessore della giunta Marrazzo, ma soprattutto capogruppo di Italia dei Valori alla Pisana e fiduciario del conto. L’accusa è ancora peculato. Perché secondo la Finanza, Maruccio si sarebbe messo in tasca 700mila euro in poco più di un anno, tra aprile 2011 e giugno 2012. Fondi pubblici destinati all’attività politica, finiti sui depositi personali del capogruppo, senza una giustificazione apparente. 
Sono dieci i conti bancari sui quali Maruccio avrebbe spalmato 581mila euro di bonifici, uno all’Unicredit, tre a Banca Intesa, due alla Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza, uno al Credito Artigiano, tre alla Banca delle Marche. E salta fuori che l’ex capogruppo ha acceso due mutui, con rate da 3mila euro complessivi, per l’acquisto di immobili. Una casa alla moglie, Raffaella Sturdà, nove vani e mezzo più box, a due passi da san Pietro. Gli accertamenti sul patrimonio sono ancora in corso per capire come sia stato utilizzato il denaro. Duecentomila euro il capogruppo li avrebbe prelevati in contanti. E gli uomini del valutario guardano anche i conti dell’Idv. Perché Maruccio non aveva soltanto la delega sui depositi del gruppo regionale, ma anche su quelli del partito. Le verifiche riguardano entrate e uscite, che potrebbero portare ancora ai conti personali del capogruppo.
Ieri le perquisizioni alla Pisana sono durate per oltre otto ore. Ma i militari si sono presentati anche nell’abitazione di Maruccio, in via Francesco Duodo, allo studio del consigliere, che di professione fa l’avvocato, e sono arrivati persino a Maierato, in provincia di Vibo Valentia, paesello natio di Maruccio, ormai dimissionario. Ma lì c’è solo la casa della madre dell’ex capogruppo. E’ stato lo stesso consigliere, poi, a indicare il commercialista di fiducia, Angelo Tozzi, il professionista che custodisce e conserva la documentazione contabile del gruppo. E i militari sono arrivati anche lì, con un decreto di acquisizione firmato in fretta dai pm. 
L’inchiesta dei procuratori aggiunti Alberto Caperna, Nello Rossi e del pm Stefano Pesci è partita ancora una volta da una segnalazione dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia. Come nel caso di Francone. Perché gli 007 di Bankitalia avevano notato quei continui bonifici tra aprile 2011 e giugno 2012. Prima dal conto Cariparma e poi da quello del Credito Artigiano, entrambi accesi dall’Idv alla Pisana. E così dall’Uif, ufficio antiriciclaggio, sono partite le segnalazioni al Valutario della Finanza: 581mila euro in bonifici, spalmati su dieci conti e 200mila euro prelevati in contante. I bonifici, dai conti del gruppo a quelli di Maruccio non hanno affatto causale oppure hanno hanno una giustificazione non troppo chiara: «anticipo spese». I pm adesso aspettano. Le prime risposte potrebbero arrivare dalla montagna di carte e dai computer portati via dagli uffici e dall’abitazione di Maruccio. 
Lui, enfant prodige della politica, assessore regionale a soli trent’anni, avvocato, recordman delle preferenze e dipietrista fin da giovanissimo, sedeva nella commissione Bilancio della Regione Lazio spesso di fronte al presidente Franco Fiorito. E, scoppiato il caso fondi Pdl, Maruccio è stato uno dei più attivi a battersi per «onestà e trasparenza» e per i tagli. Di fronte alle accuse si difende: «Tutte spese politiche». Ma il caso scuote il partito. Antonio Di Pietro, appena scoppia il bubbone, dà a Maruccio l’aut aut: hai tre ore per dimetterti da tutto. Consigliere, capogruppo, segretario regionale. Non solo. Commissaria l’intera struttura regionale in un chiaro intento di pulizia lampo. 
Nato a Vibo Valentia il 18 agosto del 1978 Vincenzo Maruccio vive a Roma da quando aveva 18 anni. Laureato in giurisprudenza all’università romana Lumsa, dal 2001 Maruccio è dirigente dell’Idv. Dal 13 febbraio del 2009 è stato assessore regionale alla Tutela dei Consumatori e alla Semplificazione amministrativa. In seguito è stato anche assessore ai Lavori Pubblici, sempre nella giunta presieduta da Piero Marrazzo.

Monti: Il decreto sugli enti locali e la malapolitica

Questo è il decreto che qualche giorno fa ho pubblicato in bozza e che occorre studiare per capire quali dovranno essere le scelte migliori: 1) adesione alla procedura di predissesto; 2) non adesione e ripianamento in tre anni; 3) dissesto. Le conseguenze non sono da poco e la scelta oltre ad essere tecnica è anche politica. Allo stato una partita grossa la giocano i crediti inesigibili che ammontano a 420 milioni di euro ma che secondo l’assessora al bilancio (Palma) potrebbero arrivare anche ad 800 milioni di euro. Da una prima analisi credo che il cd. fondo rotativo, secondo cui sono disponibili 100 €. ad abitante per i comuni che aderiscono non credo sia la parte più interessante (a Napoli arriverebbero 100 milioni di euro che sul buco sono assolutamente insignificanti) quella più interessante, invece, è la possibilità di spalmare il debito in dieci anni ma con grossi vincoli che potrete scoprire solo leggendo …

DECRETO-LEGGE 10 ottobre 2012 , n. 174

Disposizioni urgenti in materia di finanza e funzionamento degli enti

territoriali, nonche’ ulteriori disposizioni in favore delle zone
terremotate nel maggio 2012. (12G0196)
Titolo I
REGIONI
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;
Ritenuta la straordinaria necessita’ ed urgenza di emanare
disposizioni in materia di gestione finanziaria e di funzionamento
degli enti territoriali e locali, nonche’ ulteriori disposizioni in
favore delle aree colpite dal sisma del maggio 2012;
Viste le deliberazioni del Consiglio dei Ministri, adottate nelle
riunioni del 4 e del 9 ottobre 2012;
Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei Ministri, del
Ministro dell’interno e del Ministro dell’economia e delle finanze;

Emana

il seguente decreto-legge:
Art. 1

Rafforzamento della partecipazione della Corte dei conti al controllo
sulla gestione finanziaria degli enti territoriali

1. Al fine di rafforzare il coordinamento della finanza pubblica,
in particolare tra i livelli di governo statale e regionale, le
disposizioni del presente articolo sono volte ad adeguare, ai sensi
del secondo comma dell’articolo 100 della Costituzione, le forme di
partecipazione della Corte dei conti al controllo sulla gestione
finanziaria delle regioni
2. Sono sottoposti al controllo preventivo di legittimita’ delle
sezioni regionali di controllo della Corte dei conti secondo le
procedure previste per il controllo preventivo sugli atti dello Stato
di cui all’articolo 3 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, con
riduzione alla meta’ dei termini, gli atti normativi a rilevanza
esterna, aventi riflessi finanziari, emanati dal governo regionale,
gli atti amministrativi, a carattere generale e particolare, adottati
dal governo regionale e dall’amministrazione regionale, in
adempimento degli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia
all’Unione europea, nonche’ gli atti di programmazione e
pianificazione regionali, ivi compreso il piano di riparto delle
risorse destinate al finanziamento del Servizio sanitario regionale.
Il controllo ha ad oggetto la verifica del rispetto dei vincoli
finanziari derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione
europea, del patto di stabilita’ interno, nonche’ del diritto
dell’Unione europea e di quello costituzionale.
3. Il rendiconto generale della Regione e’ sottoposto al giudizio
di parifica da parte della Corte dei conti in conformita’ degli
articoli 40 e 41 del testo unico delle leggi sulla Corte dei conti di
cui al Regio Decreto 12 luglio 1934, n. 1214.
4. Ogni sei mesi le sezioni regionali di controllo della Corte dei
conti trasmettono ai Consigli regionali una relazione, nelle forme di
cui al comma 3, sulla tipologia delle coperture finanziarie adottate
nelle leggi regionali approvate nel periodo considerato e sulle
tecniche di quantificazione degli oneri.
5. Le Regioni a statuto speciale e le Provincie autonome di Trento
e di Bolzano, entro sei mesi dalla data di entrata in vigore del
presente decreto, adeguano il proprio ordinamento alle disposizioni
del presente articolo mediante modifica delle norme di attuazione dei
relativi statuti.
6. Le sezioni regionali di controllo della Corte dei conti
verificano, con le modalita’ disciplinate dall’articolo 1, commi 166
e seguenti, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, l’attendibilita’
dei bilanci di previsione proposti dalle giunte regionali in
relazione alla salvaguardia degli equilibri di bilancio, al rispetto
del patto di stabilita’ interno e alla sostenibilita’
dell’indebitamento. A tale fine, entro il termine di venti giorni
dalla trasmissione della proposta della giunta regionale alla sezione
competente, la sezione regionale esprime le proprie valutazioni con
pronuncia specifica nelle forme di cui all’articolo 1, comma 168,
della legge 23 dicembre 2005, n. 266.
7. Le sezioni regionali della Corte dei conti verificano, con
cadenza semestrale, la legittimita’ e la regolarita’ delle gestioni,
nonche’ il funzionamento dei controlli interni ai fini del rispetto
delle regole contabili e del pareggio di bilancio di ciascuna
Regione. A tale fine, il Presidente della Regione trasmette
trimestralmente alla sezione regionale di controllo della Corte dei
conti un referto sulla regolarita’ della gestione e sull’efficacia e
sull’adeguatezza del sistema dei controlli interni adottato, sulla
base delle Linee guida deliberate dalla Sezione delle autonomie della
Corte dei conti; il referto e’, altresi’, inviato al Presidente del
consiglio regionale. Per i medesimi controlli, la Corte dei conti
puo’ avvalersi, sulla base di intese con il Ministro dell’economia e
delle finanze, del Corpo della Guardia di finanza, che esegue le
verifiche e gli accertamenti richiesti, necessari ai fini delle
verifiche trimestrali di cui al primo periodo, agendo con i poteri ad
esso attribuiti ai fini degli accertamenti relativi all’imposta sul
valore aggiunto e alle imposte sui redditi. Per le stesse finalita’ e
cadenze, sulla base di analoghe intese, sono disposte verifiche dei
Servizi Ispettivi di finanza pubblica. In caso di rilevata assenza o
inadeguatezza degli strumenti e delle metodologie di cui al secondo
periodo del presente comma, le sezioni giurisdizionali regionali
della Corte dei conti irrogano agli amministratori responsabili la
condanna ad una sanzione pecuniaria pari ad un minimo di cinque e
fino ad un massimo di venti volte la retribuzione dovuta al momento
di commissione della violazione.
8. In sede di controllo di legittimita’ e regolarita’ sui bilanci
preventivi e consuntivi delle autonomie territoriali e degli enti che
compongono il Servizio sanitario nazionale ai sensi dell’articolo 1,
commi 166 e seguenti, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, le
sezioni regionali di controllo della Corte dei conti accertano la
salvaguardia degli equilibri di bilancio, il rispetto del patto di
stabilita’ interno la sostenibilita’ dell’indebitamento e l’assenza
di irregolarita’, suscettibili di pregiudicare, anche con riguardo ai
futuri assetti economici dei conti, la sana gestione finanziaria
degli enti.
9. L’accertamento, da parte delle competenti sezioni regionali di
controllo della Corte dei conti, di squilibri economico-finanziari,
di mancata copertura di spese, di violazione di norme finalizzate a
garantire la sana gestione finanziaria comporta l’obbligo delle
amministrazioni interessate di adottare, entro 60 giorni dalla
comunicazione del deposito della pronuncia di accertamento, i
provvedimenti idonei a rimuovere le irregolarita’ e a ripristinare
gli equilibri di bilancio. Nelle more della adozione dei
provvedimenti ripristinatori e del successivo controllo delle sezioni
regionali della Corte dei conti e’ preclusa l’attuazione dei
programmi di spesa, per i quali e’ stata accertata la mancata
copertura o la insussistenza della relativa sostenibilita’
finanziaria.
10. Ciascun Gruppo consiliare delle Assemblee regionali approva un
rendiconto di esercizio annuale che disciplina la corretta
rilevazione dei fatti di gestione, la documentazione da porre a
corredo del rendiconto stesso, nonche’ le modalita’ per la regolare
tenuta della contabilita’.
11. Il rendiconto di cui al comma 10 e’ strutturato secondo linee
guida deliberate dalle Sezioni riunite della Corte dei conti ed
evidenzia, in apposite voci, le risorse trasferite al Gruppo
dall’Assemblea, con indicazione del titolo del trasferimento, delle
spese esclusivamente riferibili alle funzioni politico istituzionali,
con esclusione di indennita’, benefici o simili emolumenti e di
quelle comunque estranee a tali funzioni, nonche’ le misure adottate
per consentire la tracciabilita’ dei pagamenti effettuati.
12. Il rendiconto e’ trasmesso, entro venti giorni dalla chiusura
dell’esercizio, alla competente Sezione regionale di controllo della
Corte dei conti perche’ si pronunci, nel termine di venti giorni,
sulla regolarita’ dello stesso con apposita delibera che viene
trasmessa al Presidente dell’Assemblea regionale che ne cura la
pubblicazione. Il rendiconto e’, altresi’, pubblicato come allegato
al conto consuntivo dell’Assemblea.
13. Qualora la competente Sezione riscontri che il rendiconto o la
documentazione trasmessa a corredo dello stesso non sia conforme alle
prescrizioni stabilite a norma del presente articolo invita, entro
dieci giorni dal ricevimento del rendiconto, il presidente del Gruppo
a provvedere alla relativa regolarizzazione, fissandone il termine.
L’invito sospende la decorrenza del termine per la pronuncia della
Sezione. Nel caso in cui il Gruppo non provveda alla regolarizzazione
entro il termine fissato, decade dal diritto all’erogazione, per
l’anno in corso, di risorse da parte dell’Assemblea. La decadenza di
cui al presente comma comporta l’obbligo di restituire le somme
ricevute a carico del bilancio dell’Assemblea e non rendicontate.
14. La decadenza e l’obbligo di restituzione di cui al comma 12
conseguono alla mancata trasmissione del rendiconto entro il termine
individuato ai sensi del comma 3, ovvero alla delibera di non
regolarita’ del conto da parte della Sezione regionale di controllo.
15. Le medesime disposizioni si applicano al rendiconto generale
dell’Assemblea regionale.

Titolo I

REGIONI

Art. 2

Riduzione dei costi della politica nelle regioni

1. Ai fini del coordinamento della finanza pubblica e per il
contenimento della spesa pubblica, a decorrere dal 2013 una quota
pari all’80 per cento dei trasferimenti erariali a favore delle
regioni, diversi da quelli destinati al finanziamento del servizio
sanitario nazionale ed al trasporto pubblico locale, nonche’ al 5 per
cento dei trasferimenti erariali destinati al finanziamento del
servizio sanitario nazionale, e’ erogata a condizione che la regione,
con le modalita’ previste dal proprio ordinamento, entro il 30
novembre 2012, ovvero entro sei mesi dalla data di entrata in vigore
del presente decreto qualora occorra procedere a modifiche
statutarie:
a) abbia dato applicazione a quanto previsto dall’articolo 14,
comma 1, lettere a), b), d), e), f), del decreto-legge 13 agosto
2011, n. 138, convertito, con modificazioni, dalla legge 14 settembre
2011, n. 148;
b) abbia definito l’importo dell’indennita’ di funzione e
dell’indennita’ di carica dei consiglieri e degli assessori
regionali, spettanti in virtu’ del loro mandato, in modo tale che non
ecceda complessivamente l’importo riconosciuto dalla regione piu’
virtuosa. La regione piu’ virtuosa e’ individuata dalla Conferenza
Stato-regioni entro il 30 ottobre 2012. Decorso inutilmente tale
termine, la regione piu’ virtuosa e’ individuata con decreto del
Presidente del Consiglio dei Ministri adottato nei successivi
quindici giorni, su proposta del Ministro dell’interno, di concerto
con i Ministri per la pubblica amministrazione e la semplificazione e
dell’economia e delle finanze;
c) abbia introdotto il divieto di cumulo di indennita’ o
emolumenti, ivi comprese le indennita’ di funzione o di presenza, in
commissioni o organi collegiali derivanti dalle cariche di presidente
della Regione, di presidente del consiglio regionale, di assessore o
di consigliere regionale, prevedendo inoltre che il titolare di piu’
cariche sia tenuto ad optare, fin che dura la situazione di cumulo
potenziale, per uno solo degli emolumenti o indennita’;
d) abbia previsto, per i consiglieri, la gratuita’ della
partecipazione alle commissioni permanenti, con l’esclusione anche di
diarie, indennita’ di presenza e rimborsi spese comunque denominati;
e) abbia disciplinato le modalita’ di pubblicita’ e trasparenza
dello stato patrimoniale dei titolari di cariche pubbliche elettive e
di governo di competenza, prevedendo che la dichiarazione, da
pubblicare annualmente, all’inizio e alla fine del mandato, sul sito
internet dell’ente riguardi: i dati di reddito e di patrimonio con
particolare riferimento ai redditi annualmente dichiarati; i beni
immobili e mobili registrati posseduti; le partecipazioni in societa’
quotate e non quotate; la consistenza degli investimenti in titoli
obbligazionari, titoli di Stato, o in altre utilita’ finanziarie
detenute anche tramite fondi di investimento, sicav o intestazioni
fiduciarie, stabilendo altresi’ sanzioni amministrative per la
mancata o parziale ottemperanza;
f) fatti salvi i rimborsi delle spese elettorali previsti dalla
normativa nazionale, abbia definito l’importo dei contributi in
favore di gruppi consiliari, esclusa in ogni caso la contribuzione
per gruppi composti da un solo consigliere, salvo quelli che
risultino cosi’ composti gia’ all’esito delle elezioni, ovvero
partiti o movimenti politici, in modo tale che non eccedano
complessivamente l’importo riconosciuto dalla regione piu’ virtuosa,
secondo criteri omogenei, ridotto della meta’. La regione piu’
virtuosa e’ individuata dalla Conferenza Stato-regioni entro il 30
ottobre 2012. Decorso inutilmente tale termine, la regione piu’
virtuosa e’ individuata con decreto del Presidente del Consiglio dei
Ministri adottato nei successivi quindici giorni, su proposta del
Ministro dell’interno, di concerto con i Ministri per la pubblica
amministrazione e la semplificazione e dell’economia e delle finanze;
g) abbia dato applicazione alle regole previste dall’articolo 6 e
dall’articolo 9, comma 28, del decreto-legge n. 78 del 2010,
dall’articolo 22, commi da 2 a 4, dall’articolo 23-bis, commi 5-bis e
5-ter, e dall’articolo 23-ter del decreto-legge n. 201 del 2011,
dall’articolo 3, commi 4, 5, 6 e 9, dall’articolo 4, dall’articolo 5,
comma 6, e dall’articolo 9, comma 1, del decreto-legge n. 95 del
2012;
h) abbia istituito, altresi’, un sistema informativo al quale
affluiscono i dati relativi al finanziamento dell’attivita’ dei
gruppi politici curandone, altresi’, la pubblicita’ sul proprio sito
istituzionale. I dati sono resi disponibili, per via telematica, al
sistema informativo della Corte dei conti, al Ministero dell’economia
e delle finanze-Dipartimento della Ragioneria generale dello Stato,
nonche’ alla Commissione per la trasparenza e il controllo dei
rendiconti dei partiti e dei movimenti politici di cui all’articolo 9
della legge 6 luglio 2012, n. 96, e successive modificazioni.
2. Fatto salvo quanto disposto dall’articolo 14, comma 1, lettera
f), del decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con
modificazioni, dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, e fino
all’adeguamento da parte delle Regioni a quanto ivi previsto, ferma
restando, in ogni caso, l’abolizione dei vitalizi gia’ disposta dalle
Regioni, le stesse, a decorrere dalla data di entrata in vigore del
presente decreto e fatti salvi i relativi trattamenti gia’ in
erogazione a tale data, possono prevedere o corrispondere trattamenti
pensionistici o vitalizi in favore di coloro che abbiano ricoperto la
carica di presidente della Regione, di consigliere regionale o di
assessore regionale solo se, a quella data, i beneficiari:
a) hanno compiuto sessantasei anni di eta’;
b) hanno ricoperto tali cariche, anche non continuativamente, per
un periodo non inferiore a dieci anni.
3. Gli enti interessati comunicano il documentato rispetto delle
condizioni di cui al comma 1 mediante comunicazione da inviare alla
Presidenza del Consiglio dei Ministri ed al Ministero dell’economia e
delle finanze entro quindici giorni successivi alla scadenza dei
termini di cui al comma 1. Le disposizioni del comma 1 si applicano
anche alle Regioni nelle quali, alla data di entrata in vigore del
presente decreto, il Presidente della regione abbia presentato le
dimissioni ovvero si debbano svolgere le consultazioni elettorali
entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente
decreto. In tali casi, il termine di sei mesi di cui all’alinea del
comma 1 decorre dalla data della prima riunione del nuovo consiglio
regionale. Ai fini del coordinamento della finanza pubblica, se,
all’atto dell’indizione delle elezioni per il rinnovo del consiglio
regionale, la Regione non ha provveduto all’adeguamento statutario
nei termini di cui all’articolo 14, comma 1, lettera a), del
decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni,
dalla legge 14 settembre 2011, n. 148, le elezioni sono indette per
il numero massimo dei consiglieri regionali previsto, in rapporto
alla popolazione, dal medesimo articolo 14, comma 1, lettera a), del
decreto-legge n. 138 del 2011.
4. Le Regioni a statuto speciale e le Province autonome di Trento e
di Bolzano provvedono ad adeguare i propri ordinamenti a quanto
previsto dal comma 1 compatibilmente con i propri statuti di
autonomia e con le relative norme di attuazione.
5. Qualora le regioni non adeguino i loro ordinamenti entro i
termini di cui al comma 1 ovvero entro quelli di cui al comma 3, alla
regione inadempiente e’ assegnato, ai sensi dell’articolo 8 della
legge 5 giugno 2003, n. 131, il termine di novanta giorni per
provvedervi. Il mancato rispetto di tale ulteriore termine e’
considerato grave violazione di legge ai sensi dell’articolo 126,
comma 1, della Costituzione.
6. All’articolo 2 della legge 23 dicembre 2009, n. 191, sono
apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 83, secondo periodo, le parole: “il presidente della
regione commissario ad acta”, sono sostituite dalla seguenti: “un
commissario ad acta”;
b) al comma 84, le parole: “ai sensi dei commi 79 o 83” sono
sostituite dalle seguenti: “ai sensi del comma 79”;
c) dopo il comma 84, e’ inserito il seguente: “84-bis. In caso di
dimissioni o di impedimento del presidente della regione il Consiglio
dei Ministri nomina un commissario ad acta, al quale spettano i
poteri indicati nel terzo e quarto periodo del comma 83 fino
all’insediamento del nuovo presidente della regione o alla cessazione
della causa di impedimento. Il presente comma si applica anche ai
commissariamenti disposti ai sensi dell’articolo 4, comma 2, del
decreto-legge 1° ottobre 2007, n. 159, convertito, con modificazioni,
dalla legge 29 novembre 2007, n. 222.”.
7. Al terzo periodo del comma 6 dell’articolo 1 della legge 3
giugno 1999, n. 157, e successive modificazioni, dopo le parole:
“Camera dei deputati” sono inserite le seguenti: “o di un Consiglio
regionale”.
Titolo II

PROVINCE E COMUNI

Art. 3

Rafforzamento dei controlli in materia di enti locali

1. Nel decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e successive
modificazioni, recante il testo unico delle leggi sull’ordinamento
degli enti locali, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) dopo l’articolo 41 e’ inserito il seguente:
«Art. 41-bis. – (Obblighi di trasparenza dei titolari di cariche
elettive e di governo). – 1. Gli enti locali con popolazione
superiore a 10.000 abitanti sono tenuti a disciplinare, nell’ambito
della propria autonomia regolamentare, le modalita’ di pubblicita’ e
trasparenza dello stato patrimoniale dei titolari di cariche
pubbliche elettive e di governo di loro competenza. La dichiarazione,
da pubblicare annualmente, all’inizio e alla fine del mandato, sul
sito internet dell’ente riguarda: i dati di reddito e di patrimonio
con particolare riferimento ai redditi annualmente dichiarati; i beni
immobili e mobili registrati posseduti; le partecipazioni in societa’
quotate e non quotate; la consistenza degli investimenti in titoli
obbligazionari, titoli di Stato, o in altre utilita’ finanziarie
detenute anche tramite fondi di investimento, sicav o intestazioni
fiduciarie.
2. Gli enti locali sono altresi’ tenuti a prevedere sanzioni
amministrative per la mancata o parziale ottemperanza all’onere di
cui al comma 1, da un minimo di euro duemila a un massimo di euro
ventimila. L’organo competente a irrogare la sanzione amministrativa
e’ individuato ai sensi dell’articolo 17 della legge 24 novembre
1981, n. 689.»;
b) l’articolo 49 e’ sostituito dal seguente:
«Art. 49. – (Pareri dei responsabili dei servizi). – 1. Su ogni
proposta di deliberazione sottoposta alla Giunta e al Consiglio che
non sia mero atto di indirizzo deve essere richiesto il parere, in
ordine alla sola regolarita’ tecnica, del responsabile del servizio
interessato e, qualora comporti riflessi diretti o indiretti sulla
situazione economico-finanziaria o sul patrimonio dell’ente, del
responsabile di ragioneria in ordine alla regolarita’ contabile. I
pareri sono inseriti nella deliberazione.
2. Nel caso in cui l’ente non abbia i responsabili dei servizi, il
parere e’ espresso dal segretario dell’ente, in relazione alle sue
competenze.
3. I soggetti di cui al comma 1 rispondono in via amministrativa e
contabile dei pareri espressi.
4. Ove la Giunta o il Consiglio non intendano conformarsi ai pareri
di cui al presente articolo, devono darne adeguata motivazione nel
testo della deliberazione.»;
c) all’articolo 109, dopo il comma 2 e’ aggiunto il seguente:
“2-bis. L’incarico di responsabile del servizio finanziario di cui
all’articolo 153, comma 4, puo’ essere revocato esclusivamente in
caso di gravi irregolarita’ riscontrate nell’esercizio delle funzioni
assegnate. La revoca e’ disposta con Ordinanza del legale
rappresentante dell’Ente, previo parere obbligatorio del Ministero
dell’interno e del Ministero dell’economia e delle finanze –
Dipartimento della Ragioneria Generale dello Stato;
d) l’articolo 147 e’ sostituito dai seguenti:
«Art. 147. – (Tipologia dei controlli interni).
1. Gli enti locali, nell’ambito della loro autonomia normativa e
organizzativa, individuano strumenti e metodologie per garantire,
attraverso il controllo di regolarita’ amministrativa e contabile, la
legittimita’, la regolarita’ e la correttezza dell’azione
amministrativa.
2. Il sistema di controllo interno e’ diretto a:
a) verificare, attraverso il controllo di gestione, l’efficacia,
l’efficienza e l’economicita’ dell’azione amministrativa, al fine di
ottimizzare, anche mediante tempestivi interventi correttivi, il
rapporto tra obiettivi e azioni realizzate, nonche’ tra risorse
impiegate e risultati;
b) valutare l’adeguatezza delle scelte compiute in sede di
attuazione dei piani, dei programmi e degli altri strumenti di
determinazione dell’indirizzo politico, in termini di congruenza tra
i risultati conseguiti e gli obiettivi predefiniti;
c) garantire il costante controllo degli equilibri finanziari della
gestione di competenza, della gestione dei residui e della gestione
di cassa, anche ai fini della realizzazione degli obiettivi di
finanza pubblica determinati dal patto di stabilita’ interno,
mediante l’attivita’ di coordinamento e di vigilanza da parte del
responsabile del servizio finanziario, nonche’ l’attivita’ di
controllo da parte dei responsabili dei servizi;
d) verificare, attraverso l’affidamento e il controllo dello stato
di attuazione di indirizzi e obiettivi gestionali, anche in
riferimento all’articolo 170, comma 6, la redazione del bilancio
consolidato, l’efficacia, l’efficienza e l’economicita’ degli
organismi gestionali esterni dell’ente;
e) garantire il controllo della qualita’ dei servizi erogati, sia
direttamente, sia mediante organismi gestionali esterni, con
l’impiego di metodologie dirette a misurare la soddisfazione degli
utenti esterni e interni dell’ente.
3. Le lettere d) ed e) del comma 2 si applicano solo agli enti
locali con popolazione superiore a 10.000 abitanti.
4. Nell’ambito della loro autonomia normativa e organizzativa, gli
enti locali disciplinano il sistema dei controlli interni secondo il
principio della distinzione tra funzioni di indirizzo e compiti di
gestione, anche in deroga agli altri principi di cui all’articolo 1,
comma 2, del decreto legislativo 30 luglio 1999, n. 286, e successive
modificazioni. Partecipano all’organizzazione del sistema dei
controlli interni il segretario dell’ente, il direttore generale,
laddove previsto, i responsabili dei servizi e le unita’ di
controllo, laddove istituite.
5. Per l’effettuazione dei controlli di cui al comma 1, piu’ enti
locali possono istituire uffici unici, mediante una convenzione che
ne regoli le modalita’ di costituzione e di funzionamento.
Art. 147-bis. – (Controllo di regolarita’ amministrativa e
contabile). – 1. Il controllo di regolarita’ amministrativa e
contabile e’ assicurato, nella fase preventiva della formazione
dell’atto, da ogni responsabile di servizio ed e’ esercitato
attraverso il rilascio del parere di regolarita’ tecnica attestante
la regolarita’ e la correttezza dell’azione amministrativa. E’
inoltre effettuato dal responsabile del servizio finanziario ed e’
esercitato attraverso il rilascio del parere di regolarita’ contabile
e del visto attestante la copertura finanziaria.
2. Il controllo di regolarita’ amministrativa e contabile e’
inoltre assicurato, nella fase successiva, secondo principi generali
di revisione aziendale e modalita’ definite nell’ambito
dell’autonomia organizzativa dell’ente, sotto la direzione del
segretario, in base alla normativa vigente. Sono soggette al
controllo le determinazioni di impegno di spesa, gli atti di
accertamento di entrata, gli atti di liquidazione della spesa, i
contratti e gli altri atti amministrativi, scelti secondo una
selezione casuale effettuata con motivate tecniche di campionamento.
3. Le risultanze del controllo di cui al comma 2 sono trasmesse
periodicamente, a cura del segretario, ai responsabili dei servizi,
ai revisori dei conti e agli organi di valutazione dei risultati dei
dipendenti, come documenti utili per la valutazione, e al consiglio
comunale.
Art. 147-ter. – (Controllo strategico). – 1. Per verificare lo
stato di attuazione dei programmi secondo le linee approvate dal
Consiglio, l’ente locale con popolazione superiore a 10.000 abitanti
definisce, secondo la propria autonomia organizzativa, metodologie di
controllo strategico finalizzate alla rilevazione dei risultati
conseguiti rispetto agli obiettivi predefiniti, degli aspetti
economico-finanziari connessi ai risultati ottenuti, dei tempi di
realizzazione rispetto alle previsioni, delle procedure operative
attuate confrontate con i progetti elaborati, della qualita’ dei
servizi erogati e del grado di soddisfazione della domanda espressa,
degli aspetti socio-economici. L’ente locale con popolazione
superiore a 10.000 abitanti puo’ esercitare in forma associata la
funzione di controllo strategico.
2. L’unita’ preposta al controllo strategico elabora rapporti
periodici, da sottoporre all’organo esecutivo e al consiglio per la
successiva predisposizione di deliberazioni consiliari di
ricognizione dei programmi, secondo modalita’ da definire con il
regolamento di contabilita’ dell’ente in base a quanto previsto dallo
statuto.
Art. 147-quater. – (Controlli sulle societa’ partecipate).
1. L’ente locale definisce, secondo la propria autonomia
organizzativa, un sistema di controlli sulle societa’ partecipate
dallo stesso ente locale. Tali controlli sono esercitati dalle
strutture proprie dell’ente locale, che ne sono responsabili.
2. Per l’attuazione di quanto previsto al comma 1,
l’amministrazione definisce preventivamente, in riferimento
all’articolo 170, comma 6, gli obiettivi gestionali a cui deve
tendere la societa’ partecipata, secondo standard qualitativi e
quantitativi, e organizza un idoneo sistema informativo finalizzato a
rilevare i rapporti finanziari tra l’ente proprietario e la societa’,
la situazione contabile, gestionale e organizzativa delle societa’, i
contratti di servizio, la qualita’ dei servizi, il rispetto delle
norme di legge sui vincoli di finanza pubblica.
3. Sulla base delle informazioni di cui al comma 2, l’ente locale
effettua il monitoraggio periodico sull’andamento delle societa’
partecipate, analizza gli scostamenti rispetto agli obiettivi
assegnati e individua le opportune azioni correttive, anche in
riferimento a possibili squilibri economico-finanziari rilevanti per
il bilancio dell’ente.
4. I risultati complessivi della gestione dell’ente locale e delle
aziende partecipate sono rilevati mediante bilancio consolidato,
secondo la competenza economica.
5. Le disposizioni del presente articolo si applicano agli enti
locali con popolazione superiore a 10.000 abitanti.
Art. 147-quinquies. – (Controllo sugli equilibri finanziari). – 1.
Il controllo sugli equilibri finanziari e’ svolto sotto la direzione
e il coordinamento del responsabile del servizio finanziario e
mediante la vigilanza dell’organo di revisione, prevedendo il
coinvolgimento attivo degli organi di governo, del direttore
generale, ove previsto, del segretario e dei responsabili dei
servizi, secondo le rispettive responsabilita’.
2. Il controllo sugli equilibri finanziari e’ disciplinato nel
regolamento di contabilita’ dell’ente ed e’ svolto nel rispetto delle
disposizioni dell’ordinamento finanziario e contabile degli enti
locali, e delle norme che regolano il concorso degli enti locali alla
realizzazione degli obiettivi di finanza pubblica, nonche’ delle
norme di attuazione dell’articolo 81 della Costituzione.
3. Il controllo sugli equilibri finanziari implica anche la
valutazione degli effetti che si determinano per il bilancio
finanziario dell’ente in relazione all’andamento
economico-finanziario degli organismi gestionali esterni.”;
e) l’articolo 148 e’ sostituito dal seguente:
“Art. 148
(Controllo della Corte dei conti)
1. Le sezioni regionali della Corte dei conti verificano, con
cadenza semestrale, la legittimita’ e la regolarita’ delle gestioni,
il funzionamento dei controlli interni ai fini del rispetto delle
regole contabili e del pareggio di bilancio di ciascun ente locale,
nonche’ il piano esecutivo di gestione, i regolamenti e gli atti di
programmazione e pianificazione degli enti locali. A tale fine, il
sindaco, relativamente ai comuni con popolazione superiore ai 10.000
abitanti, o il Presidente della provincia, avvalendosi del direttore
generale, quando presente, o del segretario negli enti in cui non e’
prevista la figura del direttore generale, trasmette semestralmente
alla sezione regionale di controllo della Corte dei conti un referto
sulla regolarita’ della gestione e sull’efficacia e sull’adeguatezza
del sistema dei controlli interni adottato, sulla base delle Linee
guida deliberate dalla Sezione delle autonomie della Corte dei conti;
il referto e’, altresi’, inviato al Presidente del consiglio comunale
o provinciale. Per i medesimi controlli, la Corte dei conti puo’
avvalersi, sulla base di intese con il Ministro dell’economia e delle
finanze, del Corpo della Guardia di finanza, che esegue le verifiche
e gli accertamenti richiesti, necessari ai fini delle verifiche
semestrali di cui al primo periodo, agendo con i poteri ad esso
attribuiti ai fini degli accertamenti relativi all’imposta sul valore
aggiunto e alle imposte sui redditi. Per le stesse finalita’ e
cadenze, sulla base di analoghe intese, sono disposte verifiche dei
Servizi Ispettivi di finanza pubblica, ai sensi dell’articolo 14,
comma 1, lettera d), della legge 31 dicembre 2009, n. 196. In caso di
rilevata assenza o inadeguatezza degli strumenti e delle metodologie
di cui al secondo periodo del presente comma, fermo restando quanto
previsto dall’articolo 1 della legge 14 gennaio 1994, n. 20, e dai
commi 5 e 5-bis dell’articolo 248, le sezioni giurisdizionali
regionali della Corte dei conti irrogano agli amministratori
responsabili la condanna ad una sanzione pecuniaria pari ad un minimo
di cinque e fino ad un massimo di venti volte la retribuzione mensile
lorda dovuta al momento di commissione della violazione.”;
f) all’articolo 153, sono apportate le seguenti modificazioni:
1) al comma 4, sono aggiunte, in fine, le seguenti parole: “e piu’
in generale alla salvaguardia degli equilibri finanziari complessivi
della gestione e dei vincoli di finanza pubblica. Nell’esercizio di
tali funzioni il responsabile del servizio finanziario agisce in
autonomia nei limiti di quanto disposto dai principi finanziari e
contabili, dalle norme ordinamentali e dai vincoli di finanza
pubblica e tenuto conto degli indirizzi della Ragioneria Generale
dello Stato applicabili agli enti locali in materia di programmazione
e gestione delle risorse pubbliche.“;
2) al comma 6, dopo le parole: “organo di revisione” sono inserite
le seguenti: “, nonche’ alla competente sezione regionale di
controllo della Corte dei conti”;
g) all’articolo 166, dopo il comma 2, sono aggiunti i seguenti:
“2-bis. La meta’ della quota minima prevista dai commi 1 e 2-ter e’
riservata alla copertura di eventuali spese non prevedibili, la cui
mancata effettuazione comporta danni certi all’amministrazione.
2-ter. Nel caso in cui l’ente si trovi in una delle situazioni
previste dagli articoli 195 e 222, il limite minimo previsto dal
comma 1 e’ stabilito nella misura dello 0,45 per cento del totale
delle spese correnti inizialmente previste in bilancio.”;
h) all’articolo 187, dopo il comma 3, e’ aggiunto, in fine, il
seguente:
“3-bis. L’avanzo di amministrazione non puo’ essere utilizzato nel
caso in cui l’ente si trovi in una delle situazioni previste dagli
articoli 195 e 222.“;
i) all’articolo 191 il comma 3 e’ sostituito dal seguente:
“3. Per i lavori pubblici di somma urgenza, cagionati dal
verificarsi di un evento eccezionale o imprevedibile, la Giunta,
entro dieci giorni dall’ordinazione fatta a terzi, su proposta del
responsabile del procedimento, sottopone all’Organo Consiliare il
provvedimento di riconoscimento della spesa con le modalita’ previste
dall’articolo 194, prevedendo la relativa copertura finanziaria nei
limiti delle accertate necessita’ per la rimozione dello stato di
pregiudizio alla pubblica incolumita’. Il provvedimento di
riconoscimento e’ adottato entro 30 giorni dalla data di
deliberazione della proposta da parte della Giunta, e comunque entro
il 31 dicembre dell’anno in corso se a tale data non sia scaduto il
predetto termine. La comunicazione al terzo interessato e’ data
contestualmente all’adozione della deliberazione consiliare.”;
l) dopo il comma 2 dell’articolo 227 e’ inserito il seguente:
“2-bis. In caso di mancata approvazione del rendiconto di gestione
entro il termine del 30 aprile dell’anno successivo, si applica la
procedura prevista dal comma 2 dell’articolo 141.“;
m) all’articolo 234 dopo il comma 2 e’ inserito il seguente:
“2-bis. Al fine di potenziare l’attivita’ di controllo e
monitoraggio degli andamenti di finanza pubblica, presso le province,
le citta’ metropolitane, i comuni con popolazione superiore a 60.000
abitanti e quelli capoluogo di provincia, un componente del collegio
dei revisori, con funzioni di Presidente, e’ designato dal Prefetto
ed e’ scelto, di concerto, dai Ministri dell’interno e dell’economia
e delle finanze tra i dipendenti dei rispettivi Ministeri.”;
n) al comma 2 dell’articolo 236, le parole: «dai membri dell’organo
regionale di controllo,» sono soppresse;
o) all’articolo 239 sono apportate le seguenti modificazioni:
1) la lettera b) del comma 1 e’ sostituita dalla seguente:
«b) pareri, con le modalita’ stabilite dal regolamento, in materia
di:
1) strumenti di programmazione economico-finanziaria;
2) proposta di bilancio di previsione verifica degli equilibri e
variazioni di bilancio;
3) modalita’ di gestione dei servizi e proposte di costituzione o
di partecipazione ad organismi esterni;
4) proposte di ricorso all’indebitamento;
5) proposte di utilizzo di strumenti di finanza innovativa, nel
rispetto della disciplina statale vigente in materia;
6) proposte di riconoscimento di debiti fuori bilancio e
transazioni;
7) proposte di regolamento di contabilita’,
economato-provveditorato, patrimonio e di applicazione dei tributi
locali»;
2) dopo il comma 1 e’ inserito il seguente:
«1-bis. Nei pareri di cui alla lettera b) del comma 1 e’ espresso
un motivato giudizio di congruita’, di coerenza e di attendibilita’
contabile delle previsioni di bilancio e dei programmi e progetti,
anche tenuto conto dell’attestazione del responsabile del servizio
finanziario ai sensi dell’articolo 153, delle variazioni rispetto
all’anno precedente, dell’applicazione dei parametri di
deficitarieta’ strutturale e di ogni altro elemento utile. Nei pareri
sono suggerite all’organo consiliare le misure atte ad assicurare
l’attendibilita’ delle impostazioni. I pareri sono obbligatori.
L’organo consiliare e’ tenuto ad adottare i provvedimenti conseguenti
o a motivare adeguatamente la mancata adozione delle misure proposte
dall’organo di revisione.»;
3) la lettera a) del comma 2 e’ sostituita dalla seguente:
«a) da parte della Corte dei conti i rilievi e le decisioni assunti
a tutela della sana gestione finanziaria dell’ente»;
p) all’articolo 242, i commi 1 e 2 sono sostituiti dai seguenti:
1. Sono da considerarsi in condizioni strutturalmente deficitarie
gli enti locali che presentano gravi ed incontrovertibili condizioni
di squilibrio, rilevabili da un apposita tabella, da allegare al
rendiconto della gestione, contenente parametri obiettivi dei quali
almeno la meta’ presentino valori deficitari. Il rendiconto della
gestione e’ quello relativo al penultimo esercizio precedente quello
di riferimento.
2. Con decreto del Ministro dell’interno di natura non
regolamentare, di concerto con il Ministro dell’economia e delle
finanze, sono fissati i parametri obiettivi, nonche’ le modalita’ per
la compilazione della tabella di cui al comma 1. Fino alla fissazione
di nuovi parametri si applicano quelli vigenti nell’anno
precedente.”;
q) all’articolo 243, dopo il comma 3, e’ inserito il seguente:
“3-bis. “I contratti di servizio, stipulati dagli enti locali con le
societa’ partecipate , devono contenere apposite clausole volte a
prevedere, ove si verifichino condizioni di deficitarieta’
strutturale, la riduzione delle spese di personale delle societa’
medesime, anche in applicazione di quanto previsto dall’articolo 18,
comma 2-bis, del decreto-legge n. 112 del 2008, convertito, con
modificazioni, dalla legge n. 133 del 2008;
r) dopo l’articolo 243 sono inseriti i seguenti:
“243-bis. (Procedura di riequilibrio finanziario pluriennale)
1. I comuni e le province per i quali, anche in considerazione
delle pronunce delle competenti sezioni regionali della Corte dei
conti sui bilanci degli enti, sussistano squilibri strutturali del
bilancio in grado di provocare il dissesto finanziario, nel caso in
cui le misure di cui agli articoli 193 e 194 non siano sufficienti a
superare le condizioni di squilibrio rilevate, possono ricorrere, con
deliberazione consiliare alla procedura di riequilibrio finanziario
pluriennale prevista dal presente articolo. La predetta procedura non
puo’ essere iniziata qualora la sezione regionale della Corte dei
Conti abbia gia’ provveduto, ai sensi dell’articolo 6, comma 2, del
decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 149, ad assegnare un termine
per l’adozione delle misure correttive previste dall’articolo 1,
comma 168, della legge 23 dicembre 2005, n. 266.
2. La deliberazione di ricorso alla procedura di riequilibrio
finanziario pluriennale e’ trasmessa, entro 5 giorni dalla data di
esecutivita’, alla competente sezione regionale della Corte dei conti
e al Ministero dell’interno.
3. Il ricorso alla procedura di cui al presente articolo sospende
temporaneamente la possibilita’ per la Corte dei Conti di assegnare,
ai sensi dell’articolo 6, comma 2, del decreto legislativo 6
settembre 2011, n. 149, il termine per l’adozione delle misure
correttive previste dall’articolo 1, comma 168, della legge n. 266
del 2005.
4. Le procedure esecutive intraprese nei confronti dell’ente sono
sospese dalla data di deliberazione di ricorso alla procedura di
riequilibrio finanziario pluriennale fino alla data di approvazione o
di diniego di approvazione del piano di riequilibrio pluriennale di
cui all’articolo 243-quater, commi 1 e 3.
5. Il consiglio dell’ente locale, entro il termine perentorio di 60
giorni dalla data di esecutivita’ della delibera di cui al comma 1,
delibera un piano di riequilibrio finanziario pluriennale della
durata massima di 5 anni, compreso quello in corso, corredato del
parere dell’organo di revisione economico-finanziario.
6. Il piano di riequilibrio finanziario pluriennale deve tenere
conto di tutte le misure necessarie a superare le condizioni di
squilibrio rilevate e deve, comunque, contenere:
a) le eventuali misure correttive adottate dall’ente locale ai
sensi dell’articolo 1, comma 168, della legge 23 dicembre 2005, n.
266, in considerazione dei comportamenti difformi dalla sana gestione
finanziaria e del mancato rispetto degli obiettivi posti con il patto
di stabilita’ interno accertati dalla competente sezione regionale
della Corte dei conti;
b) la puntuale ricognizione, con relativa quantificazione, dei
fattori di squilibrio rilevati, dell’eventuale disavanzo di
amministrazione risultante dall’ultimo rendiconto approvato e di
eventuali debiti fuori bilancio;
c) l’individuazione, con relative quantificazione e previsione
dell’anno di effettivo realizzo, di tutte le misure necessarie per
ripristinare l’equilibrio strutturale del bilancio, per l’integrale
ripiano del disavanzo di amministrazione accertato e per il
finanziamento dei debiti fuori bilancio entro il periodo massimo di 5
anni, a partire da quello in corso;
d) l’indicazione, per ciascuno degli anni del piano di
riequilibrio, della percentuale di ripiano del disavanzo di
amministrazione da assicurare e degli importi previsti o da prevedere
nei bilanci annuali e pluriennali per il finanziamento dei debiti
fuori bilancio.
7. Ai fini della predisposizione del piano, l’ente e’ tenuto ad
effettuare una ricognizione di tutti i debiti fuori bilancio
riconoscibili ai sensi dell’articolo 194. Per il finanziamento dei
debiti fuori bilancio l’ente puo’ provvedere anche mediante un piano
di rateizzazione, della durata massima pari agli anni del piano di
riequilibrio, compreso quello in corso, convenuto con i creditori.
8. Al fine di assicurare il prefissato graduale riequilibrio
finanziario, per tutto il periodo di durata del piano, l’ente:
a) puo’ deliberare le aliquote o tariffe dei tributi locali nella
misura massima consentita, anche in deroga ad eventuali limitazioni
disposte dalla legislazione vigente;
b) e’ soggetto ai controlli centrali in materia di copertura di
costo di alcuni servizi, di cui all’articolo 243, comma 2, ed e’
tenuto ad assicurare la copertura dei costi della gestione dei
servizi a domanda individuale prevista dalla lettera a) del medesimo
articolo 243, comma 2;
c) e’ tenuto ad assicurare, con i proventi della relativa tariffa,
la copertura integrale dei costi della gestione del servizio di
smaltimento dei rifiuti solidi urbani e del servizio acquedotto;
d) e’ soggetto al controllo sulle dotazioni organiche e sulle
assunzioni di personale previsto dall’articolo 243, comma 1;
e) e’ tenuto ad effettuare una revisione straordinaria di tutti i
residui attivi e passivi conservati in bilancio, stralciando i
residui attivi inesigibili o di dubbia esigibilita’ da inserire nel
conto del patrimonio fino al compimento dei termini di prescrizione,
nonche’ una sistematica attivita’ di accertamento delle posizioni
debitorie aperte con il sistema creditizio e dei procedimenti di
realizzazione delle opere pubbliche ad esse sottostanti ed una
verifica della consistenza ed integrale ripristino dei fondi delle
entrate con vincolo di destinazione;
f) e’ tenuto ad effettuare una rigorosa revisione della spesa con
indicazione di precisi obiettivi di riduzione della stessa, nonche’
una verifica e relativa valutazione dei costi di tutti i servizi
erogati dall’ente e della situazione di tutti gli organismi e delle
societa’ partecipati e dei relativi costi e oneri comunque a carico
del bilancio dell’ente;
g) puo’ procedere all’assunzione di mutui per la copertura di
debiti fuori bilancio riferiti a spese di investimento in deroga ai
limiti di cui all’articolo 204, comma 1, previsti dalla legislazione
vigente, nonche’ accedere al Fondo di rotazione per assicurare la
stabilita’ finanziaria degli enti locali di cui all’articolo 243-ter,
a condizione che si sia avvalso della facolta’ di deliberare le
aliquote o tariffe nella misura massima prevista dalla lettera a) e
che provveda alla alienazione dei beni patrimoniali disponibili non
indispensabili per i fini istituzionali dell’ente alla
rideterminazione della dotazione organica ai sensi dell’articolo 259,
comma 6, fermo restando che la stessa non puo’ essere variata in
aumento per la durata del piano di riequilibrio.
9. In caso di accesso al Fondo di rotazione di cui all’articolo
243-ter, l’Ente deve adottare entro il termine dell’esercizio
finanziario le seguenti misure di riequilibrio della parte corrente
del bilancio:
a) a decorrere dall’esercizio finanziario successivo, riduzione
delle spese di personale, da realizzare in particolare attraverso
l’eliminazione dai fondi per il finanziamento della retribuzione
accessoria del personale dirigente e di quello del comparto, delle
risorse di cui agli articoli 15, comma 5, e 26, comma 3, dei
Contratti collettivi nazionali di lavoro del 1° aprile 1999
(comparto) e del 23 dicembre 1999 (dirigenza), per la quota non
connessa all’effettivo incremento delle dotazioni organiche;
b) entro il termine di un triennio, riduzione almeno del dieci per
cento delle spese per prestazioni di servizi, di cui all’intervento
03 della spesa corrente;
c) entro il termine di un triennio, riduzione almeno del
venticinque per cento delle spese per trasferimenti, di cui
all’intervento 05 della spesa corrente, finanziate attraverso risorse
proprie;
d) blocco dell’indebitamento, fatto salvo quanto previsto dal primo
periodo del comma 8, lettera g), per i soli mutui connessi alla
copertura di debiti fuori bilancio pregressi.
243-ter. (Fondo di rotazione per assicurare la stabilita’
finanziaria degli enti locali)
1. Per il risanamento finanziario degli enti locali che hanno
deliberato la procedura di riequilibrio finanziario di cui
all’articolo 243-bis lo Stato prevede un’anticipazione a valere sul
Fondo di rotazione, denominato: “Fondo di rotazione per assicurare la
stabilita’ finanziaria degli enti locali”.
2. Con decreto del Ministero dell’interno, di concerto con il
Ministero dell’economia e delle finanze, sentita la Conferenza
Stato-citta’ ed autonomie locali, da emanare entro il 30 novembre
2012, sono stabiliti i criteri per la determinazione dell’importo
massimo dell’anticipazione di cui al comma 1 attribuibile a ciascun
ente locale, nonche’ le modalita’ per la concessione e per la
restituzione della stessa in un periodo massimo di 10 anni decorrente
dall’anno successivo a quello in cui viene erogata l’anticipazione di
cui al comma 1.
3. I criteri per la determinazione dell’anticipazione attribuibile
a ciascun ente locale, nei limiti dell’importo massimo fissato in
euro 100 per abitante e della disponibilita’ annua del Fondo, devono
tenere anche conto:
a) dell’incremento percentuale delle entrate tributarie ed
extratributarie previsto nell’ambito del piano di riequilibrio
pluriennale;
b) della riduzione percentuale delle spese correnti previste
nell’ambito del piano di riequilibrio pluriennale.
243-quater. (Esame del piano di riequilibrio finanziario
pluriennale e controllo sulla relativa attuazione)
1. Entro 10 giorni dalla data della delibera di cui all’articolo
243-bis, comma 5, il piano di riequilibrio finanziario pluriennale e’
trasmesso alla competente Sezione regionale di controllo della Corte
dei Conti, nonche’ alla Commissione di cui all’articolo 155, che
assume la denominazione di Commissione per la stabilita’ finanziaria
degli enti locali. Entro il termine di 30 giorni dalla data di
presentazione del piano, un’apposita sottocommissione della predetta
Commissione, composta esclusivamente da rappresentanti scelti, in
egual numero, dai Ministri dell’interno e dell’economia e delle
finanze tra i dipendenti dei rispettivi Ministeri, svolge la
necessaria istruttoria anche sulla base delle Linee guida deliberate
dalla Sezione delle autonomie della Corte dei conti e delle
indicazioni fornite dalla competente Sezione regionale di controllo
della Corte dei Conti. All’esito dell’istruttoria, la
sottocommissione redige una relazione finale, con gli eventuali
allegati, che e’ trasmessa alla Sezione regionale di controllo della
Corte dei Conti dal competente Capo Dipartimento del Ministero
dell’interno e dal Ragioniere generale dello Stato, di concerto fra
loro.
2. In fase istruttoria, la sottocommissione di cui al comma 1 puo’
formulare rilievi o richieste istruttorie, cui l’ente e’ tenuto a
fornire risposta entro trenta giorni. Ai fini dell’espletamento delle
funzioni assegnate, la Commissione di cui al comma 1 si avvale, senza
diritto a compensi aggiuntivi, gettoni di presenza o rimborsi di
spese, di cinque segretari comunali e provinciali in disponibilita’,
nonche’ di cinque unita’ di personale, particolarmente esperte in
tematiche finanziarie degli enti locali, in posizione di comando o
distacco e senza oneri aggiuntivi a carico del bilancio dello Stato.
3. La sezione regionale di controllo della Corte dei Conti, entro
il termine di 30 giorni dalla data di ricezione della documentazione
di cui al comma 1, delibera sull’approvazione o sul diniego del
piano, valutandone la congruenza ai fini del riequilibrio. In caso di
approvazione del piano, la Corte dei Conti vigila sull’esecuzione
dello stesso, adottando in sede di controllo, effettuato ai sensi
dell’articolo 1, comma 168, della legge 23 dicembre 2005, n. 266,
apposita pronuncia.
4. La delibera di accoglimento o di diniego di approvazione del
piano di riequilibrio finanziario pluriennale e’ comunicata al
Ministero dell’interno.
5. La delibera di approvazione o di diniego del piano puo’ essere
impugnata entro 30 giorni, nelle forme del giudizio ad istanza di
parte, innanzi alle Sezioni riunite della Corte dei conti in speciale
composizione che si pronunciano, nell’esercizio della propria
giurisdizione esclusiva in tema di contabilita’ pubblica, ai sensi
dell’articolo 103, secondo comma, della Costituzione, entro 30 giorni
dal deposito del ricorso. Le medesime Sezioni riunite si pronunciano
in unico grado, nell’esercizio della medesima giurisdizione
esclusiva, sui ricorsi avverso i provvedimenti di ammissione al Fondo
di rotazione di cui all’articolo 243-quater.
6. Ai fini del controllo dell’attuazione del piano di riequilibrio
finanziario pluriennale approvato, l’organo di revisione
economico-finanziaria dell’ente trasmette al Ministero dell’interno,
al Ministero dell’economia e delle finanze e alla competente Sezione
regionale della Corte dei Conti, entro quindici giorni successivi
alla scadenza di ciascun semestre, una relazione sullo stato di
attuazione del piano e sul raggiungimento degli obiettivi intermedi
fissati dal piano stesso, nonche’, entro il 31 gennaio dell’anno
successivo all’ultimo di durata del piano, una relazione finale sulla
completa attuazione dello stesso e sugli obiettivi di riequilibrio
raggiunti.
7. La mancata presentazione del piano entro il termine di cui
all’articolo 243-bis, comma 5, il diniego dell’approvazione del
piano, l’accertamento da parte della competente Sezione regionale
della Corte dei conti di grave e reiterato mancato rispetto degli
obiettivi intermedi fissati dal piano, ovvero il mancato
raggiungimento del riequilibrio finanziario dell’ente al termine del
periodo di durata del piano stesso, comportano l’applicazione
dell”articolo 6, comma 2, del decreto legislativo n. 149 del 2011,
con l’assegnazione al Consiglio dell’ente, da parte del Prefetto, del
termine non superiore a venti giorni per la deliberazione del
dissesto.”;
s) all’articolo 248 il comma 5 e’ sostituito dai seguenti:
“5. Fermo restando quanto previsto dall’articolo 1 della legge 14
gennaio 1994, n. 20, gli amministratori che la Corte dei conti ha
riconosciuto, anche in primo grado, responsabili di aver contribuito
con condotte, dolose o gravemente colpose, sia omissive che
commissive, al verificarsi del dissesto finanziario, non possono
ricoprire, per un periodo di dieci anni, incarichi di assessore, di
revisore dei conti di enti locali e di rappresentante di enti locali
presso altri enti, istituzioni ed organismi pubblici e privati. I
sindaci e i presidenti di provincia ritenuti responsabili ai sensi
del periodo precedente, inoltre, non sono candidabili, per un periodo
di dieci anni, alle cariche di sindaco, di presidente di provincia,
di presidente di Giunta regionale, nonche’ di membro dei consigli
comunali, dei consigli provinciali, delle assemblee e dei consigli
regionali, del Parlamento e del Parlamento europeo. Non possono
altresi’ ricoprire per un periodo di tempo di dieci anni la carica di
assessore comunale, provinciale o regionale ne’ alcuna carica in enti
vigilati o partecipati da enti pubblici. Ai medesimi soggetti, ove
riconosciuti responsabili, le sezioni giurisdizionali regionali della
Corte dei conti irrogano una sanzione pecuniaria pari ad un minimo di
cinque e fino ad un massimo di venti volte la retribuzione mensile
lorda dovuta al momento di commissione della violazione.
5-bis. Fermo restando quanto previsto dall’articolo 1 della legge
14 gennaio 1994, n. 20, qualora, a seguito della dichiarazione di
dissesto, la Corte dei conti accerti gravi responsabilita’ nello
svolgimento dell’attivita’ del collegio dei revisori, o ritardata o
mancata comunicazione, secondo le normative vigenti, delle
informazioni, i componenti del collegio riconosciuti responsabili in
sede di giudizio della predetta Corte non possono essere nominati nel
collegio dei revisori degli enti locali e degli enti ed organismi
agli stessi riconducibili fino a dieci anni, in funzione della
gravita’ accertata. La Corte dei conti trasmette l’esito
dell’accertamento anche all’ordine professionale di appartenenza dei
revisori per valutazioni inerenti all’eventuale avvio di procedimenti
disciplinari, nonche’ al Ministero dell’interno per la conseguente
sospensione dall’elenco di cui all’articolo 16, comma 25, del
decreto-legge 13 agosto 2011, n. 138, convertito, con modificazioni,
dalla legge 14 settembre 2011, n. 148. Ai medesimi soggetti, ove
ritenuti responsabili, le sezioni giurisdizionali regionali della
Corte dei conti irrogano una sanzione pecuniaria pari ad un minimo di
cinque e fino ad un massimo di venti volte la retribuzione mensile
lorda dovuta al momento di commissione della violazione.”.
2. Gli strumenti e le modalita’ di controllo interno di cui al
comma 1, lettera d), sono definiti con regolamento adottato dal
Consiglio e resi operativi dall’ente locale entro tre mesi dalla data
di entrata in vigore del presente decreto, dandone comunicazione al
Prefetto ed alla sezione regionale di controllo della Corte dei
conti. Decorso infruttuosamente il termine di cui al periodo
precedente, il Prefetto invita gli enti che non abbiano provveduto ad
adempiere all’obbligo nel termine di sessanta giorni. Decorso
inutilmente il termine di cui al periodo precedente il Prefetto
inizia la procedura per lo scioglimento del Consiglio ai sensi
dell’articolo 141 del testo unico delle leggi sull’ordinamento degli
enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, e
successive modificazioni.
3. I rappresentanti del Ministero dell’interno e del Ministero
dell’economia e delle finanze nei collegi di revisione
economico-finanziaria degli enti locali, previsti dall’articolo 234,
comma 2-bis, del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, sono
scelti tra i soggetti in possesso di requisiti professionali adeguati
per l’espletamento dell’incarico. Con decreto di natura non
regolamentare del Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro
dell’economia e delle finanze, da adottare entro 120 giorni dalla
data di entrata in vigore del presente decreto, sono stabiliti i
requisiti professionali di cui al precedente periodo e i criteri per
la designazione dei componenti di cui al comma 1, lettera m).
4. La disposizione di cui al comma 1, lettera m), si applica a
decorrere dal primo rinnovo dell’organo di revisione successivo alla
data di emanazione del decreto di cui al comma 3.
5. La condizione di deficitarieta’ strutturale di cui all’articolo
242, del citato Testo unico n. 267 del 2000, come modificato dal
comma 1, lettera p), continua ad essere rilevata, per l’anno 2013,
dalla tabella allegata al certificato sul rendiconto dell’esercizio
2011.
6. All’articolo 6 del decreto legislativo 6 settembre 2011, n. 149,
dopo il comma 2 e’ inserito il seguente:
«2-bis. Il decreto di scioglimento del consiglio, disposto per le
inadempienze di cui al comma 2, conserva i suoi effetti per un
periodo di almeno dodici mesi, fino ad una massimo di quindici
mesi.».
7. La Commissione di cui all’articolo 155 del predetto Testo unico
n. 267 del 2000, ovunque citata, assume la denominazione di
Commissione per la stabilita’ finanziaria degli enti locali.
Titolo II

PROVINCE E COMUNI
Art. 4

Fondo di rotazione
1. Il Fondo di rotazione, denominato: “Fondo di rotazione per la
concessione di anticipazioni agli enti locali in situazione di grave
squilibrio finanziario” di cui all’articolo 243-ter del decreto
legislativo 18 agosto 2000, n. 267, introdotto dall’articolo 3 del
presente decreto, e’ istituito nello stato di previsione del
Ministero dell’interno con una dotazione di 30 milioni di euro per
l’anno 2012, 100 milioni per l’anno 2013 e 200 milioni per ciascuno
degli anni dal 2014 al 2020. Il predetto Fondo e’, altresi’,
alimentato dalle somme del Fondo rimborsate dagli enti locali
beneficiari.
2. Le somme di cui al comma 1 sono versate su apposita contabilita’
speciale intestata al Ministero dell’interno. I rientri delle
anticipazioni erogate sono versati dagli enti locali alla predetta
contabilita’ speciale.
3. Alla copertura degli oneri di cui al comma 1, pari a 30 milioni
di euro per l’anno 2012, a 100 milioni per l’anno 2013 e a 200
milioni per ciascuno degli anni dal 2014 al 2020, si provvede
mediante corrispondente riduzione, dello stanziamento del Fondo
speciale di conto capitale iscritto, ai fini del bilancio triennale
2012-2014, nell’ambito del programma «Fondi di riserva e speciali»
della missione «Fondi da ripartire» dello stato di previsione del
Ministero dell’economia e delle finanze per l’anno 2012, allo scopo
parzialmente utilizzando, quanto a 30 milioni di euro
l’accantonamento relativo al Ministero del lavoro e delle politiche
sociali per gli anni 2012 e 2013, quanto a 70 milioni di euro
l’accantonamento relativo al Ministero dell’ambiente e della tutela
del territorio e del mare per l’anno 2013 e, quanto a 200 milioni di
euro l’accantonamento relativo al Ministero dell’economia e delle
finanze per ciascuno degli anni dal 2014 al 2020. Al finanziamento
del Fondo si puo’ provvedere altresi’ ai sensi dell’articolo 11,
comma 3, lettera e), della legge 31 dicembre 2009, n. 196.
4. I commi 59 e 60 dell’articolo 1 della legge 13 dicembre 2010, n.
220, sono abrogati. Le somme, pari a 60 milioni di euro, iscritte nel
conto dei residui del capitolo n. 1349 dello stato di previsione del
Ministero dell’interno per l’anno 2012, sono destinate al Fondo di
rotazione di cui al comma 1.
5. Per l’anno 2012 la dotazione del Fondo di rotazione di cui al
comma 1 e’ incrementata della somma di 500 milioni di euro. Tale
importo e’ destinato esclusivamente al pagamento delle spese di parte
corrente relative a spese di personale, alla produzione di servizi in
economia e all’acquisizione di servizi e forniture, gia’ impegnate e
comunque non derivanti da riconoscimento di debiti fuori bilancio ai
sensi dell’articolo 194 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n.
267. L’erogazione delle predette somme in favore degli enti locali
interessati e’ subordinata all’invio al Ministero dell’interno da
parte degli stessi di specifica attestazione sull’utilizzo delle
risorse. Alla copertura dell’onere di cui al primo periodo si
provvede mediante corrispondente utilizzo di quota parte delle
risorse di cui all’articolo 35, comma 1, lettera a), del
decreto-legge n. 1 del 24 gennaio 2012, convertito, con
modificazioni, dalla legge n. 27 del 24 marzo 2012, relativamente
alle spese correnti.
6. Il Ministro dell’economia e delle finanze e’ autorizzato ad
apportare, con propri decreti, le occorrenti variazioni di bilancio.

Titolo II

PROVINCE E COMUNI
Art. 5

Anticipazione risorse dal Fondo di rotazione in favore degli enti
locali per i quali sussistono eccezionali squilibri strutturali di
bilancio
1. In sede di prima applicazione delle disposizioni di cui
all’articolo 243-bis e seguenti del decreto legislativo 18 agosto
2000, n. 267, come introdotti dal presente decreto, per gli enti che
chiedono di accedere alla procedura di riequilibrio finanziario, in
presenza di eccezionali motivi di urgenza, puo’ essere concessa con
decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del
Ministro dell’interno, di concerto con il Ministro dell’economia e
delle finanze, un’anticipazione a valere sul Fondo di rotazione di
cui all’articolo 4 da riassorbire in sede di predisposizione e
attuazione del piano di riequilibrio finanziario. In caso di diniego
del piano di riequilibrio finanziario da parte della sezione
regionale di controllo della Corte dei Conti, ovvero di mancata
previsione nel predetto piano delle prescrizioni per l’accesso al
Fondo di rotazione di cui all’articolo 243-ter. del decreto
legislativo 18 agosto 2000, n. 267, le somme anticipate sono
recuperate secondo tempi e modalita’ disciplinati dal decreto del
Presidente del Consiglio dei Ministri di cui al primo periodo.

Titolo II

PROVINCE E COMUNI

Art. 6
Sviluppo degli strumenti di controllo della gestione finalizzati
all’applicazione della revisione della spesa presso gli enti locali
e ruolo della Corte dei Conti
1. Per lo svolgimento di analisi sulla spesa pubblica effettuata
dagli enti locali, il Commissario per la revisione della spesa
previsto dall’articolo 2 del decreto-legge 7 maggio 2012, n. 52,
convertito, con modificazioni, dalla legge 6 luglio 2012, n. 94, si
avvale dei Servizi ispettivi di Finanza pubblica della Ragioneria
generale dello Stato ai quali sono affidate analisi su campione
relative alla razionalizzazione, efficienza ed economicita’
dell’organizzazione e sulla sostenibilita’ dei bilanci.
2. Le analisi di cui al comma 1 sono svolte ai sensi dell’articolo
14, comma 1, lettera d), della legge 31 dicembre 2009, n. 196, sulla
base di modelli di accertamento concordati dalla Ragioneria generale
dello Stato con il Commissario di cui al comma 1 e deliberati dalla
Sezione delle autonomie della Corte dei conti. Gli esiti
dell’attivita’ ispettiva sono comunicati al predetto Commissario di
cui al comma precedente, alle Sezioni regionali di controllo della
Corte dei conti e alla Sezione delle autonomie.
3. La Sezione delle autonomie della Corte dei conti definisce,
sentite le Regioni e le Province autonome di Trento e di Bolzano, le
metodologie necessarie per lo svolgimento dei controlli per la
verifica dell’attuazione delle misure dirette alla razionalizzazione
della spesa pubblica degli enti territoriali. Le Sezioni regionali
effettuano i controlli in base alle metodologie suddette anche
tenendo conto degli esiti dell’attivita’ ispettiva e, in presenza di
criticita’ della gestione, assegnano alle amministrazioni interessate
un termine, non superiore a trenta giorni, per l’adozione delle
necessarie misure correttive dirette a rimuovere le criticita’
gestionali evidenziate e vigilano sull’attuazione delle misure
correttive adottate. La Sezione delle autonomie riferisce al
Parlamento in base agli esiti dei controlli effettuati.
4. In presenza di interpretazioni discordanti delle norme rilevanti
per l’attivita’ di controllo o consultiva o per la risoluzione di
questioni di massima di particolare rilevanza, la Sezione delle
autonomie emana delibera di orientamento alla quale le Sezioni
regionali di controllo si conformano. Resta salva l’applicazione
dell’articolo 17, comma 31, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78,
convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, nei
casi riconosciuti dal Presidente della Corte dei conti di eccezionale
rilevanza ai fini del coordinamento della finanza pubblica ovvero
qualora si tratti di applicazione di norme che coinvolgono
l’attivita’ delle Sezioni centrali di controllo.
Titolo II
PROVINCE E COMUNI
Art. 7

Ulteriori disposizioni in materia di Corte dei conti

1. Al fine di una piu’ efficiente attuazione delle disposizioni di
settore di cui al presente decreto:
a) il Presidente della sezione regionale di controllo della Corte
dei conti coordina le attivita’ amministrative della Corte stessa
presso la medesima Regione e puo’ avvalersi, per lo svolgimento della
funzione di controllo, anche di magistrati assegnati alla sezione
regionale giurisdizionale, nell’ambito delle risorse umane e
finanziarie disponibili a legislazione vigente, sentito il Presidente
della sezione stessa. Le medesime disposizioni si applicano alle
sezioni istituite presso le province autonome di Trento e di
Bolzano.”;
b) con decreto del Presidente della Corte dei conti e’
individuato un magistrato assegnato alla sezione regionale di
controllo responsabile dell’attuazione, sulla base delle direttive
impartite dal Presidente della medesima sezione, dei compiti
attribuiti alla Corte dei conti dal presente decreto.

Titolo II

PROVINCE E COMUNI

Art. 8

Disposizioni in tema di patto di stabilita’ interno

1. Al comma 2, lettera a), dell’articolo 7 del decreto legislativo
6 settembre 2011, n. 149, nella formulazione anteriore alla modifica
apportata dall’articolo 4, comma 12-bis, del decreto-legge 2 marzo
2012, n. 16, convertito, con modificazioni, dalla legge 26 aprile
2012, n. 44, il riferimento al 3 per cento delle entrate correnti
registrate nell’ultimo consuntivo si intende riferito all’ultima
annualita’ delle certificazioni al rendiconto di bilancio acquisita
dal Ministero dell’interno ai sensi dell’articolo 161 del decreto
legislativo 18 agosto 2000, n. 267, alle scadenze previste dal
decreto di cui al comma 2 del predetto articolo 161. Nel caso in cui
l’ente locale soggetto alla sanzione, alla data in cui viene
comunicata l’inadempienza da parte del Ministero dell’economia e
delle finanze, non abbia trasmesso la predetta certificazione al
rendiconto di bilancio, il riferimento e’ all’ultima certificazione
acquisita alla banca dati del Ministero dell’interno.
2. All’articolo 16, commi 6 e 7, del decreto-legge 6 luglio 2012,
n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n.
135, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al secondo periodo le parole: “entro il 30 settembre 2012.”
sono sostituite dalle seguenti: “entro il 15 ottobre 2012,
relativamente alle riduzioni da operare nell’anno 2012, ed entro il
31 gennaio 2013 relativamente alle riduzioni da operare per gli anni
2013 e successivi.”;
b) al terzo periodo le parole: “il 15 ottobre 2012” sono
sostituite dalle seguenti: “i 15 giorni successivi”.
3. All’articolo 16 del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95,
convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135,
dopo il comma 6, sono inseriti i seguenti:
“6-bis. Per l’anno 2012, ai comuni assoggettati nel 2012 alle
regole del patto di stabilita’ interno, non si applica la riduzione
di cui al comma 6. Gli importi delle riduzioni da imputare a ciascun
comune, definiti mediante i meccanismi di cui al secondo e terzo
periodo del comma 6, non sono validi ai fini del patto di stabilita’
interno e sono utilizzati esclusivamente per l’estinzione anticipata
del debito. Le risorse non utilizzate nel 2012 per l’estinzione
anticipata del debito sono recuperate nel 2013 con le modalita’ di
cui al comma 6. A tale fine i comuni comunicano al Ministero
dell’interno, entro il termine perentorio del 31 marzo 2013 e secondo
le modalita’ definite con decreto del Ministero dell’interno da
adottare entro il 31 gennaio 2013, l’importo non utilizzato per
l’estinzione anticipata del debito. In caso di mancata comunicazione
da parte dei comuni entro il predetto termine perentorio il recupero
nel 2013 e’ effettuato per un importo pari al totale del valore della
riduzione non operata nel 2012. Nel 2013 l’obiettivo del patto di
stabilita’ interno di ciascun ente e’ migliorato di un importo pari
al recupero effettuato dal Ministero dell’interno nel medesimo anno.
6-ter. Alla copertura finanziaria degli oneri derivanti dal comma
6-bis, nel limite massimo di 500 milioni di euro per l’anno 2012, si
provvede mediante versamento all’entrata del bilancio dello Stato di
una corrispondente quota delle risorse disponibili sulla contabilita’
speciale 1778 “Agenzia delle entrate-Fondi di bilancio.”.
Titolo II

PROVINCE E COMUNI

Art. 9

Disposizioni in materia di verifica degli equilibri di bilancio degli
enti locali, di modifiche della disciplina IPT, di IMU, di
riscossione delle entrate, di cinque per mille
1. Per l’anno 2012 il termine del 30 settembre previsto
dall’articolo 193, comma 2, del decreto legislativo 18 agosto 2000,
n. 267, e’ differito al 30 novembre 2012, contestualmente
all’eventuale deliberazione di assestamento del bilancio di
previsione.
2. All’articolo 56 del decreto legislativo 15 dicembre 1997, n.
446, sono apportate le seguenti modificazioni:
a) dopo il comma 1, e’ inserito il seguente: “1-bis. Le
formalita’ di cui al comma 1 possono essere eseguite su tutto il
territorio nazionale con ogni strumento consentito dall’ordinamento e
con destinazione del gettito dell’imposta alla Provincia ove ha sede
legale o residenza il soggetto passivo, inteso come avente causa o
intestatario del veicolo.”;
b) al comma 4, le parole: “di ciascuna provincia nel cui
territorio sono state eseguite le relative formalita’” sono
sostituite dalle seguenti: “della provincia titolare del tributo ai
sensi del comma 1-bis”.
3. All’articolo 13, del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201,
convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre 2011, n. 214,
sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 12-bis, ultimo periodo, le parole: “30 settembre”
sono sostitute dalle seguenti: “31 ottobre”;
b) al comma 12-ter, ultimo periodo le parole: “30 settembre” sono
sostitute dalle seguenti: “30 novembre”.
4. In attesa del riordino della disciplina delle attivita’ di
gestione e riscossione delle entrate degli enti appartenenti ai
livelli di governo sub statale, e per favorirne la realizzazione, i
termini di cui all’articolo 7, comma 2, lettera gg-ter), del
decreto-legge 13 maggio 2011, n. 70, convertito, con modificazioni,
dalla legge 12 luglio 2011, n. 106, e all’articolo 3, commi 24, 25 e
25-bis, del decreto-legge 30 settembre 2005, n. 203, convertito, con
modificazioni, dalla legge 2 dicembre 2005, n. 248, sono stabiliti al
30 giugno 2013. Fino a tale data e’ fatto divieto di procedere a
nuovi affidamenti delle attivita’ di gestione e riscossione delle
entrate e sono prorogati, alle medesime condizioni, anche
patrimoniali, i contratti in corso.
5. Per consentire una efficace gestione della procedura di
erogazione delle devoluzioni del 5 per mille dell’IRPEF disposte dai
contribuenti in favore delle associazioni del volontariato e delle
altre organizzazioni non lucrative di utilita’ sociale, nonche’ delle
organizzazioni di promozione sociale e delle associazioni e
fondazioni riconosciute di cui all’articolo 10, comma 1, lettera a),
del decreto legislativo n. 460 del 1997, il Ministero del lavoro e
delle politiche sociali stipula apposite convenzioni a titolo
gratuito ai sensi dell’articolo 15 della legge 7 agosto 1990, n. 241,
con l’Agenzia delle entrate, al fine della erogazione dei contributi
del 5 per mille alle medesime organizzazioni. La gratuita’ di cui al
precedente periodo si estende alle convenzioni gia’ in precedenza
stipulate con amministrazioni pubbliche per le attivita’ di cui al
medesimo comma e in relazione agli anni finanziari 2010, 2011 e 2012.
6. Al comma 3 dell’articolo 91-bis del decreto-legge 24 gennaio
2012, n. 1, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 marzo 2012,
n. 27, le parole da: “e gli elementi” fino alla fine, sono sostituite
dalle seguenti: “, gli elementi rilevanti ai fini dell’individuazione
del rapporto proporzionale, nonche’ i requisiti, generali e di
settore, per qualificare le attivita’ di cui alla lettera i) del
comma 1 dell’articolo 7 del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n.
504, come svolte con modalita’ non commerciali.”.

Titolo II

PROVINCE E COMUNI
Art. 10

Disposizioni in materia di Agenzia Autonoma per la gestione dell’Albo
dei segretari comunali e provinciali

1. Al fine di consentire il definitivo perfezionamento delle
operazioni contabili e organizzative connesse al trasferimento delle
funzioni gia’ facenti capo all’Agenzia Autonoma per la gestione
dell’Albo dei segretari comunali e provinciali, di cui all’articolo
7, commi 31-ter e seguenti, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78,
convertito, con modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, il
termine di cui all’articolo 23, comma 12-novies, del decreto-legge 6
luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, nella legge 7
agosto 2012, n. 135, e’ prorogato al 31 luglio 2013. Fino alla
predetta data continua ad applicarsi il sistema di contribuzione
diretta a carico degli enti locali.
2. La Scuola Superiore per la formazione e la specializzazione dei
dirigenti della pubblica amministrazione locale, di seguito
denominata: “Scuola”, e’ soppressa. Il Ministero dell’interno succede
a titolo universale alla predetta Scuola e le risorse strumentali e
finanziarie e di personale ivi in servizio sono trasferite al
Ministero medesimo.
3. I predetti dipendenti con contratto a tempo indeterminato sono
inquadrati nei ruoli del Ministero dell’interno sulla base della
tabella di corrispondenza approvata col decreto del Ministro
dell’interno, di concerto con il Ministro dell’economia e delle
finanze, di cui all’articolo 7, comma 31-quater, del decreto-legge 31
maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30
luglio 2010, n. 122. I dipendenti trasferiti mantengono il
trattamento economico fondamentale ed accessorio, limitatamente alle
voci fisse e continuative, corrisposto al momento dell’inquadramento.
4. Per garantire la continuita’ delle funzioni svolte dalla Scuola,
fino all’adozione del regolamento di cui al comma 6, l’attivita’
continua ad essere esercitata dalla Scuola stessa presso la sede e
gli uffici a tale fine utilizzati.
5. La disposizione di cui all’articolo 7, comma 31-sexies, del
decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni,
dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, continua ad applicarsi anche per
gli oneri derivanti dal comma 2 del presente articolo.
6. Al fine di assicurare il perfezionamento del processo di
riorganizzazione delle attivita’ di interesse pubblico gia’ facenti
capo all’Agenzia Autonoma per la gestione dell’Albo dei segretari
comunali e provinciali, previsto dall’articolo 7, commi 31-ter e
seguenti, del decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con
modificazioni, dalla legge 30 luglio 2010, n. 122, nonche’ quelle
connesse all’attuazione di cui ai commi 2 e 3 del presente articolo,
con regolamento, da emanare ai sensi dell’articolo 17, comma 4-bis,
della legge 23 agosto 1988, n. 400, entro il termine di cui al comma
1 del presente articolo, su proposta del Ministro dell’interno, di
concerto con il Ministro dell’economia e delle finanze e del Ministro
per la pubblica amministrazione e la semplificazione, si provvede,
fermo restando il numero delle strutture dirigenziali di livello
generale e non generale, risultante dall’applicazione delle misure di
riduzione degli assetti organizzativi disposti dal decreto-legge 6
luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7
agosto 2012, n. 135, alla riorganizzazione delle strutture del
Ministero dell’interno per garantire l’esercizio delle funzioni
trasferite. Con il medesimo regolamento, ai fini dell’inquadramento
del personale con contratto a tempo indeterminato, e’ istituita una
apposita sezione nei ruoli dell’Amministrazione civile dell’interno
corrispondente al numero degli inquadramenti da disporre ai sensi del
decreto di cui all’articolo 7, comma 31-quater, del decreto-legge 31
maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 30
luglio 2010, n. 122, e del comma 3 del presente articolo.
7. E’ istituito, a decorrere dalla data di entrata in vigore del
presente decreto, presso il Ministero dell’interno, il Consiglio
direttivo per l’Albo Nazionale dei segretari comunali e provinciali,
presieduto dal Ministro dell’interno, o da un Sottosegretario di
Stato appositamente delegato, e composto dal Capo Dipartimento per
gli Affari Interni e territoriali, dal Capo del Dipartimento per le
politiche del personale dell’Amministrazione Civile e per le risorse
strumentali e finanziarie, da due prefetti dei capoluoghi di regione
designati a rotazione ogni tre anni, dai Presidenti di ANCI e UPI o
dai loro delegati, da un rappresentante dell’ANCI e da un
rappresentante dell’UPI. Il Ministro dell’interno, su proposta del
Consiglio Direttivo, sentita la Conferenza Stato Citta’ e Autonomie
locali:
a) definisce le modalita’ procedurali e organizzative per la
gestione dell’albo dei segretari, nonche’ il fabbisogno di segretari
comunali e provinciali;
b) definisce e approva gli indirizzi per la programmazione
dell’attivita’ didattica ed il piano generale annuale delle
iniziative di formazione e di assistenza, verificandone la relativa
attuazione;
c) provvede alla ripartizione dei fondi necessari all’espletamento
delle funzioni relative alla gestione dell’albo e alle attivita’
connesse, nonche’ a quelle relative alle attivita’ di reclutamento,
formazione e aggiornamento dei segretari comunali e provinciali, del
personale degli enti locali, nonche’ degli amministratori locali;
d) definisce le modalita’ di gestione e di destinazione dei beni
strumentali e patrimoniali di cui all’articolo 7, comma 31-ter, del
decreto-legge 31 maggio 2010, n. 78, convertito, con modificazioni,
dalla legge 30 luglio 2010, n. 122.
8. Per la partecipazione alle sedute del Consiglio direttivo non e’
previsto alcun tipo di compenso ne’ rimborso spese a carico del
bilancio dello Stato.
9. L’attuazione delle disposizioni del presente articolo non
determina nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.
Titolo III

SISMA DEL MAGGIO 2012

Art. 11
Ulteriori disposizioni per il favorire il superamento delle
conseguenze del sisma del maggio 2012

1. Al fine della migliore individuazione dell’ambito di
applicazione del vigente articolo 3-bis del decreto-legge 6 luglio
2012, n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto
2012, n. 135, e per favorire conseguentemente la massima celerita’
applicativa delle relative disposizioni:
a) nel decreto-legge 6 giugno 2012, n. 74, convertito, con
modificazioni, dalla legge 1° agosto 2012, n. 122:
1) all’articolo 1, dopo il comma 5 e’ aggiunto il seguente:
“5-bis. I Presidenti delle Regioni Emilia-Romagna, Lombardia e
Veneto, in qualita’ di Commissari Delegati, possono delegare le
funzioni attribuite con il presente decreto ai Sindaci dei Comuni ed
ai Presidenti delle Province nel cui rispettivo territorio sono da
effettuarsi gli interventi oggetto della presente normativa.
Nell’atto di delega devono essere richiamate le specifiche normative
statali e regionali cui, ai sensi delle vigenti norme, e’ possibile
derogare e gli eventuali limiti al potere di deroga.”;
2) all’articolo 3, dopo il comma 1, e’ inserito il seguente:
“1-bis. I contratti stipulati dai privati beneficiari di contributi
per l’esecuzione di lavori e per l’acquisizione di beni e servizi
connessi agli interventi di cui al comma 1, lettera a), non sono
ricompresi tra quelli previsti dall’articolo 32, comma 1, lettere d)
ed e), del codice dei contratti pubblici relativi a lavori, servizi e
forniture, di cui al decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163;
resta ferma l’esigenza che siano assicurati criteri di economicita’ e
trasparenza nell’utilizzo delle risorse pubbliche. Restano fermi i
controlli antimafia previsti dall’articolo 5-bis da effettuarsi
secondo le linee guida del Comitato di coordinamento per l’alta
sorveglianza delle grandi opere”;
3) all’articolo 4, comma 1, lettera a), e’ aggiunto, in fine,
il seguente periodo: “Qualora la programmazione della rete scolastica
preveda la costruzione di edifici in sedi nuove o diverse, le risorse
per il ripristino degli edifici scolastici danneggiati sono comunque
prioritariamente destinate a tale scopo.”;
4) all’articolo 5-bis sono apportate le seguenti modificazioni:
4.1) il comma 1 e’ sostituito dal seguente: “1. Per l’efficacia dei
controlli antimafia concernenti gli interventi previsti nel presente
decreto, presso le prefetture-uffici territoriali del Governo delle
province interessate alla ricostruzioni sono istituiti elenchi di
fornitori, prestatori di servizi ed esecutori di lavori non soggetti
a tentativo di infiltrazione mafiosa operanti nei settori di cui al
comma 2, cui si rivolgono gli esecutori dei lavori di ricostruzione.
Per l’affidamento e l’esecuzione, anche nell’ambito di subcontratti,
di attivita’ indicate nel comma 2 e’ necessario comprovare quantomeno
l’avvenuta presentazione della domanda di iscrizione negli elenchi
sopracitati presso almeno una delle prefetture -uffici territoriali
del Governo delle province interessate.”;
4.2) al comma 2, dopo la lettera h), e’ aggiunta la seguente:
“h-bis) gli ulteriori settori individuati, per ogni singola Regione,
con ordinanza del Presidente in qualita’ di Commissario delegato,
conseguentemente alle attivita’ di monitoraggio ed analisi delle
attivita’ di ricostruzione”.
5) all’articolo 7, dopo il comma 1, e’ aggiunto il seguente:
“1-bis Ai comuni di cui all’articolo 1, comma 1, non si applicano le
sanzioni per mancato rispetto del patto di stabilita’ interno 2011,
ai sensi dell’articolo 7, comma 2 e seguenti, del decreto legislativo
6 settembre 2011, n. 149”;
b) le disposizioni di attuazione del credito d’imposta e dei
finanziamenti bancari agevolati per la ricostruzione di cui
all’articolo 3-bis, comma 5, del decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95,
convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135,
sono quelle di cui al Protocollo d’intesa tra il Ministro
dell’economia e delle finanze e i Presidenti delle regioni Emilia-
Romagna, Lombardia e Veneto, sottoscritto in data 4 ottobre 2012. I
Presidenti delle predette regioni assicurano in sede di attuazione
del Protocollo il rispetto del limite di spesa autorizzato allo scopo
a legislazione vigente.
2. Al comma 6 dell’articolo 16 del decreto-legge 6 luglio 2012, n.
95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012, n. 135,
dopo il primo periodo e’ inserito il seguente: “Per gli anni 2012 e
2013 ai Comuni, di cui all’articolo 1, comma 1, del decreto-legge 6
giugno 2012, n. 74, convertito, con modificazioni, dalla legge 1°
agosto 2012, n. 122, non si applicano le disposizioni recate dal
presente comma, fermo restando il complessivo importo delle riduzioni
ivi previste di 500 milioni di euro per l’anno 2012 e di 2.000
milioni di euro per l’anno 2013.”.
3. All’articolo 15 del decreto-legge 6 giugno 2012, n. 74,
convertito, con modificazioni, dalla legge 1° agosto 2012, n. 122,
sono apportate le seguenti modificazioni:
a) al comma 1 dopo le parole: “una indennita’,” sono inserite le
seguenti: “definita anche secondo le forme e le modalita’ previste
per la concessione degli ammortizzatori in deroga ai sensi
dell’articolo 19 del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 285,
convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2,”;
b) al comma 2 le parole da:”di cui all’articolo 19″ fino a: “n. 2”
sono sostituite dalle seguenti: “da definire con il decreto di cui al
comma 3,”.
4. Per ragioni attinenti agli eventi sismici che hanno interessato
le regioni Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto nel maggio 2012, alle
richieste di anticipazione della posizione individuale maturata di
cui all’articolo 11, comma 7, lettere b) e c), del decreto
legislativo 5 dicembre 2005, n. 252, avanzate da parte degli aderenti
alle forme pensionistiche complementari residenti nelle province di
Bologna, Modena, Ferrara, Mantova, Reggio Emilia e Rovigo, si applica
in via transitoria quanto previsto dall’articolo 11, comma 7, lettera
a), del citato decreto legislativo n. 252 del 2005, a prescindere dal
requisito degli otto anni di iscrizione ad una forma pensionistica
complementare, secondo le modalita’ stabilite dagli statuti e dai
regolamenti di ciascuna specifica forma pensionistica complementare.
Il periodo transitorio ha durata triennale a decorrere dal 22 maggio
2012.
5. In considerazione della mancata sospensione degli obblighi dei
sostituti di imposta, conseguente al decreto del Ministro
dell’economia e delle finanze 1° giugno 2012, pubblicato nella
Gazzetta ufficiale della Repubblica italiana 6 giugno 2012, n. 130, i
sostituti di cui al predetto decreto che, a partire dal 20 maggio
2012, non hanno adempiuto agli obblighi di riversamento delle
ritenute sui redditi di lavoro dipendente e assimilati, nonche’ sui
redditi di lavoro autonomo, e relative addizionali gia’ operate
ovvero che non hanno adempiuto alla effettuazione e al riversamento
delle stesse successivamente a tale data, regolarizzano gli
adempimenti e i versamenti omessi entro il 16 dicembre 2012, senza
applicazione di sanzioni e interessi. Effettuato il versamento, i
sostituti operano le ritenute IRPEF sui redditi di lavoro dipendente
e assimilati e relative addizionali nei limiti di cui all’articolo 2
del decreto del Presidente della Repubblica 5 gennaio 1950, n. 180.
6. I pagamenti dei tributi, dei contributi previdenziali e
assistenziali e dei premi per l’assicurazione obbligatoria, sospesi
ai sensi dei decreti del Ministro dell’economia e delle finanze 1°
giugno 2012 e 24 agosto 2012, pubblicati nella Gazzetta ufficiale
della Repubblica italiana, rispettivamente, del 6 giugno 2012, n.
130, e del 30 agosto 2012, n. 202, nonche’ dell’articolo 8, comma 1,
del decreto-legge 6 giugno 2012, n. 74, convertito, con
modificazioni, dalla legge 1° agosto 2012, n. 122, sono effettuati
entro il 16 dicembre 2012, senza applicazione di sanzioni e
interessi.
7. Fermo restando l’obbligo di versamento nei termini previsti, per
il pagamento dei tributi, contributi e premi di cui al comma 6,
nonche’ per gli altri importi dovuti dal 1° dicembre 2012 al 30
giugno 2013, i titolari di reddito di impresa che, limitatamente ai
danni subiti in relazione alla attivita’ di impresa, hanno i
requisiti per accedere ai contributi di cui all’articolo 3 del
decreto-legge 6 giugno 2012 n. 74, convertito, con modificazioni,
dalla legge 1° agosto 2012, n. 122, ovvero all’articolo 3-bis del
decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni,
dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, in aggiunta ai predetti
contributi, possono chiedere ai soggetti autorizzati all’esercizio
del credito operanti nei territori di cui all’articolo 1, comma 1,
del citato decreto-legge n. 74 del 2012, un finanziamento, assistito
dalla garanzia dello Stato, della durata massima di due anni. A tale
fine, i predetti soggetti finanziatori possono contrarre
finanziamenti, secondo contratti tipo definiti con apposita
convenzione tra la Cassa depositi e prestiti e l’Associazione
bancaria italiana, assistiti dalla garanzia dello Stato, fino ad un
massimo di 6.000 milioni di euro, ai sensi dell’articolo 5, comma 7,
lettera a), secondo periodo, del decreto-legge 30 settembre 2003, n.
269, convertito, con modificazioni, dalla legge 24 novembre 2003, n.
326. Con decreto del Ministro dell’economia e delle finanze, da
adottare entro 7 giorni dalla data di entrata in vigore del presente
decreto, sono concesse le garanzie dello Stato di cui al presente
comma e sono definiti i criteri e le modalita’ di operativita’ delle
stesse. Le garanzie dello Stato di cui al presente comma sono
elencate nell’allegato allo stato di previsione del Ministero
dell’economia e delle finanze di cui all’articolo 31 della legge 31
dicembre 2009, n. 196.
8. I soggetti finanziatori di cui al comma 7 comunicano all’Agenzia
delle entrate i dati identificativi dei soggetti che omettono i
pagamenti previsti nel piano di ammortamento, nonche’ i relativi
importi, per la loro successiva iscrizione, con gli interessi di
mora, a ruolo di riscossione.
9. Per accedere al finanziamento di cui al comma 7, i contribuenti
ivi indicati presentano ai soggetti finanziatori di cui al medesimo
comma:
a) una autodichiarazione, ai sensi dell’articolo 47 del decreto
del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, e
successive modificazioni, che attesta:
1) il possesso dei requisiti per accedere ai contributi di cui
all’articolo 3 del predetto decreto-legge n. 74 del 2012, ovvero
dell’articolo 3-bis del predetto decreto-legge n. 95 del 2012;
nonche’
2) la circostanza che i danni subiti in occasione degli eventi
sismici, come comprovati dalle perizie occorrenti per accedere ai
contributi di cui al numero 1), sono stati di entita’ effettivamente
tale da condizionare ancora una ripresa piena della attivita’ di
impresa;
b) copia del modello di cui al comma 11, presentato telematicamente
all’Agenzia delle entrate, nel quale sono indicati i versamenti di
cui al comma 6 sospesi fino al 30 novembre 2012, l’importo da pagare
dal 1° dicembre 2012 al 30 giugno 2013, nonche’ della ricevuta che ne
attesta la corretta trasmissione;
c) alle rispettive scadenze, per gli altri importi di cui al comma
7, copia dei modelli di pagamento relativi ai versamenti riferiti al
periodo dal 1° dicembre 2012 al 30 giugno 2013.
10. Gli interessi relativi ai finanziamenti erogati, nonche’ le
spese strettamente necessarie alla loro gestione, sono corrisposti ai
soggetti finanziatori di cui al comma 7 mediante un credito di
imposta di importo pari, per ciascuna scadenza di rimborso,
all’importo relativo agli interessi e alle spese dovuti. Il credito
di imposta e’ utilizzabile ai sensi dell’articolo 17 del decreto
legislativo 9 luglio 1997, n. 241, senza applicazione del limite di
cui all’articolo 34 della legge 23 dicembre 2000, n. 388, ovvero puo’
essere ceduto secondo quanto previsto dall’articolo 43-ter del
decreto del Presidente della Repubblica 29 settembre 1973, n. 602. La
quota capitale e’ restituita dai soggetti di cui al comma 7 a partire
dal 1° luglio 2013 secondo il piano di ammortamento definito nel
contratto di finanziamento.
11. Con provvedimento del Direttore della Agenzia delle entrate da
adottare entro il 31 ottobre 2012, e’ approvato il modello indicato
al comma 9, lettera b), idoneo altresi’ ad esporre distintamente i
diversi importi dei versamenti da effettuare, nonche’ sono stabiliti
i tempi e le modalita’ della relativa presentazione. Con analogo
provvedimento possono essere disciplinati modalita’ e tempi di
trasmissione all’Agenzia delle entrate, da parte dei soggetti
finanziatori, dei dati relativi ai finanziamenti erogati e al loro
utilizzo, nonche’ quelli di attuazione del comma 8.
12. Ai fini del monitoraggio dei limiti di spesa, l’Agenzia delle
entrate comunica al Ministero dell’economia e delle finanze i dati
risultanti dal modello di cui al comma 9, lettera b), i dati delle
compensazioni effettuate dai soggetti finanziatori per la fruizione
del credito d’imposta e i dati trasmessi dai soggetti finanziatori.
13. Agli oneri derivanti dal comma 10, stimati in 145 milioni di
euro per l’anno 2013 e in 70 milioni di euro per l’anno 2014, si
provvede a valere sulle risorse di cui all’articolo 7, comma 21, del
decreto-legge 6 luglio 2012, n. 95, convertito, con modificazioni,
dalla legge 7 agosto 2012, n. 135, derivanti dalle riduzioni di spesa
previste dallo stesso decreto. Agli eventuali scostamenti rispetto ai
predetti importi, dovuti a variazioni dei tassi di interesse
monitorati dal Ministero dell’economia e delle finanze-Dipartimento
del tesoro, si provvede a valere sulle medesime risorse di cui al
periodo precedente.

Titolo III

SISMA DEL MAGGIO 2012

Art. 12

Entrata in vigore

1. Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a
quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della
Repubblica italiana e sara’ presentato alle Camere per la conversione
in legge.
Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sara’ inserito
nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica
italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo
osservare.
Dato a Roma, addi’ 10 ottobre 2012
NAPOLITANO

Monti, Presidente del Consiglio dei
Ministri

Cancellieri, Ministro dell’interno

Grilli, Ministro dell’economia e
delle finanzeInizio modulo

Monti ed il taglio della politica negli enti locali

Leggo il comunicato stampa del Governo senza aver letto il provvedimento ma capisco che la spada di Monti è affilata e lascerà delle ferite difficili da guarire. Sul taglio ai costi della politica nel comunicato si legge: “La partecipazione alle commissioni permanenti è invece resa a titolo gratuito. Per gli altri organi collegiali il gettone di presenza non potrà essere superiore ai 30 euro”. Questa disposizione mi incuriosisce molto e voglio proprio vedere se il Governo riuscirà a mantenere il punto visto che questo principio qualche mese fa lo stesso Monti tentò di inserirlo nelle commissioni delle municipalità e fu spazzato via dalle spinte dei partiti in parlamento. Oggi addirittura Monti, rafforzato dal caso lazio, lo vuole applicare a tutti gli enti locali, quindi, regioni, province e comuni. Dico subito che la cosa non mi disturba molto. Allo stato a Napoli, le commissioni permanenti del Consiglio Comunale, sono strutturate su due turni 9,00-12,00 e 12,00-15,00, ciò al fine di coprire un turno di otto ore di lavoro per cinque giorni a settimana, di modo che i Consiglieri Comunali, dipendenti sia pubblici che privati, dovendo partecipare a tutte le commissioni di cui fanno parte per l’intera giornata, possano ottenere la giustifica dal lavoro e, quindi, il pagamento della giornata a carico dell’ente così come prevede la legge vigente (art. 80 del T.U.E.L.). Io in un certo qual modo posso forse ritenermi fortunato perché svolgendo una libera professione (corro come un pazzo, in bici, tra tribunale e comune) non ho un datore di lavoro né uno stipendio e per una mia organizzazione preferisco essere presente solo in alcune sedute delle commissioni scegliendomi gli argomenti più interessanti. Penso, infatti, che i consiglieri che sono sempre presenti cinque giorni su cinque alla settimana dovranno avere delle doti assolutamente particolari ed avranno sicuramente una produttività superiore. E’ chiaro che l’intervento di Monti sul punto avrà effetti devastanti sulla organizzazione della vita di alcuni consiglieri perché andrà a toccare equilibri che si poggiano sulla dichiarata necessità degli stessi consiglieri comunali di una grade città come Napoli di fare politica per 24 h. al giorno al fine di affrontarne bene tutti i gravi problemi che la affliggono. In sostanza sui piatti della bilancia ci sono due principi, da un lato quello di consentire a tutti l’accesso alla politica e dall’altro quello di assicurare il buon andamento della Pubblica Amministrazione ed il principio di economicità nell’azione amministrativa. Secondo voi quale peserà di più? E sopratutto riuscirà Monti a segare anche i superstipendi dei Parlamentari specialmente di quelli che hanno una scarsa o nulla produttività? Alla luce della versione definitiva del DL di Monti ho potuto constatare che la partecipazione alle commissioni permanenti è gratuita solo per la Regione resta invariata la normativa nei comuni.

Di seguito il testo integrale del comunicato stampa che mi riservo di commentare per le altre importantissime parti che riguardano lo strangolamento degli enti locali.

Il governo ha approvato un decreto legge che detta nuove regole finalizzate a riequilibrare la situazione finanziaria di enti locali in difficoltà nonché a favorire la trasparenza e la riduzione dei costi degli apparati politici regionali, nell’obiettivo di assicurare negli enti territoriali una gestione amministrativa e contabile efficiente, trasparente e rispettosa della legalità.

Si tratta di un articolato provvedimento che mira a porre un freno immediato a sprechi ed usi impropri delle finanze pubbliche a livello locale. Seguiranno presto altri provvedimenti che comporteranno una proposta di revisione della ripartizione delle competenze tra Stato e Regioni al fine di assicurare un assetto razionale ed efficiente, con l’eliminazione di sovrapposizioni e duplicazioni burocratiche e chiameranno regioni ed enti locali a concorrere agli obiettivi di finanza pubblica, al consolidamento dei conti e al rispetto del pareggio di bilancio.

La riforma del Titolo V° della Costituzione del 2001 ha ridisegnato l’assetto istituzionale del Paese attribuendo alle amministrazioni territoriali nuove competenze e responsabilità con conseguente incremento dei trasferimenti erariali, in particolare per la sanità e il trasporto locale. Secondo i dati diffusi da CGIA Mestre a settembre 2012, nell’ultimo decennio la crescita della spesa delle Regioni è stata del 74,6%, pari a 89 miliardi di Euro. Nel 2010 (anno a cui risale l’ultimo dato disponibile riferito ai bilanci di previsione) le uscite complessive delle Regioni hanno superato i 208,4 miliardi di Euro.

L’aumento del deficit di bilancio di molte amministrazioni è il risultato, oltre che del ricorso all’indebitamento, anche dell’utilizzo opaco dei fondi da parte di alcune regioni e di un sistema farraginoso di controllo e valutazione delle performances. I dati diffusi dal Ministero dell’Economia (Siope) e dal commissario straordinario per la razionalizzazione della spesa confermano che questi elementi, insieme, hanno creato un sistema inefficiente ed economicamente insostenibile.

I CONTROLLI SULLA GESTIONE FINANZIARIA

Il provvedimento adottato oggi introduce nuove regole in materia di finanza e funzionamento degli enti locali. Le novità principali riguardano il rafforzamento:

1. dell’azione di controllo della Corte dei Conti, che avrà poteri di controllo e sanzionatori più ampi rispetto al passato. In particolare la Corte eserciterà un controllo di legittimità preventivo sugli atti delle regioni che incidono sulla finanza pubblica, compresi gli atti amministrativi generali e quelli che adempiono agli obblighi derivanti dall’appartenenza dell’Italia all’Unione europea. Potrà inoltre valutare, con controlli mirati sulle gestioni e, nel momento finale, della parifica sul rendiconto consuntivo delle regioni la legittimità e la regolarità amministrativo-contabile delle gestioni stesse.

A tal fine la Corte potrà avvalersi dei Servizi ispettivi di Finanza pubblica della Ragioneria generale dello Stato e della Guardia di Finanza. Alla Corte spetterà anche il potere di controllo sui rendiconti dei gruppi consiliari e, ogni sei mesi, l’elaborazione di linee guida sulla copertura finanziaria adottata dalle leggi regionali.

2. del sistema dei controlli interni che certifica l’efficacia, efficienza e l’economicità dell’azione amministrativa, la verifica di regolarità amministrativa e contabile, la valutazione dei risultati ottenuti rispetto agli obiettivi e il rispetto degli equilibri finanziari.

Per gli enti con più di 5mila abitanti viene introdotto un “controllo strategico” per verificare lo stato di attuazione dei programmi. Per tutti gli enti locali si introduce invece un “controllo sugli equilibri finanziari” che valuta lo stato di salute delle finanze dell’ente.

Ogni ente locale dovrà altresì introdurre un sistema di controlli sulle proprie società partecipate.

I TAGLI AI COSTI DELLA POLITICA

Il decreto interviene sul contenimento della spesa degli organi politici degli enti territoriali e sulla riduzione dell’apparato politico e introduce altresì nuovi obblighi di trasparenza.

Per quanto riguarda gli obblighi di trasparenza il provvedimento obbliga:

– i gruppi consiliari a rendicontare e pubblicare tutti i dati relativi alle agevolazioni e ai contributi ricevuti;

– gli amministratori pubblici (Presidenti delle Regioni, presidenti del consiglio regionale, assessori e consiglieri regionali) ad adeguarsi al rispetto degli stessi standard di trasparenza introdotti dal Governo per i propri membri: pubblicare sul sito internet dell’amministrazione di appartenenza i redditi e il patrimonio.

I compensi dei consiglieri e degli assessori vengono regolati in modo che non eccedano complessivamente il livello di retribuzione riconosciuto dalla Regione più virtuosa (individuata dalla Conferenza Stato-Regioni entro il termine perentorio del 30 ottobre 2012). È vietato il cumulo di indennità o emolumenti, comprese le indennità di funzione o di presidenza, in commissioni o organi collegiali derivanti dalle cariche di presidente della Regione, presidente del consiglio regionale, di assessore o di consigliere regionale.

La partecipazione alle commissioni permanenti è invece resa a titolo gratuito. Per gli altri organi collegiali il gettone di presenza non potrà essere superiore ai 30 euro.

Viene confermata l’eliminazione dei vitalizi e l’obbligatoria applicazione del metodo contributivo per il calcolo della pensione. Nelle more, potranno essere corrisposti trattamenti pensionistici o vitalizi in favore di coloro che abbiano ricoperto la carica di presidente della Regione, di consigliere regionale o di assessore regionale solo se i beneficiari abbiano compiuto 66 anni d’età e ricoperto la carica, anche se non continuativamente, per almeno 1o anni.

I finanziamenti e le agevolazioni in favore dei gruppi consiliari, dei partiti e dei movimenti politici vengono decurtati del 50% e adeguati al livello della Regione più virtuosa (identificata dalla Conferenza Stato-Regioni entro il 30 ottobre 2012). I finanziamenti per i gruppi composti da un solo consigliere sono invece aboliti.

Il decreto interviene anche sulla riduzione dell’apparato politico applicando il decreto “anti-crisi” 138 del 2011. Il “taglio” del numero di consiglieri e assessori regionali dovrà essere realizzato entro 6 mesi dall’entrata in vigore del provvedimento, ad esclusione delle Regioni in cui è prevista una tornata elettorale (per le quali il limite verrà applicato dopo le elezioni). Il decreto obbliga anche le Regioni ad attenersi alle regole statali in materia di riduzione di consulenze e convegni, auto blu, sponsorizzazioni, compensi degli amministratori delle società partecipate, ecc.

LE SANZIONI

Per garantire il rispetto delle norme il decreto introduce un sistema di sanzioni dirette e indirette a carico delle regioni. Le sanzioni, che entreranno in vigore dal 2013, si applicano alle regioni inadempienti al 30 novembre 2012 (oppure entro 6 mesi dall’entrata in vigore del decreto se occorre procedere a modifiche statutarie) e prevedono, in un primo tempo, l’accantonamento dell’80% dei trasferimenti erariali dello Stato (ad eccezione di sanità e trasporto pubblico locale) e il 5% dei trasferimenti per la sanità. Nel caso in cui l’inadempienza persista è prevista una diffida da parte del Governo e la successiva procedura per lo scioglimento del Consiglio.

LE PROCEDURE PER IL RIEQUILIBRIO FINANZIARIO DEGLI ENTI LOCALI

Altre disposizioni, come anticipato, riguardano la procedura di riequilibrio finanziario pluriennale: le province e i comuni che abbiano squilibri di bilancio tali da provocare il dissesto finanziario approvano un “piano di rientro” della durata massima di 5 anni per riequilibrare le finanze locali. Il piano di rientro dell’ente locale deve contenere una quantificazione precisa dei fattori di squilibrio e individuare tutte le misure necessarie per la riduzione della spesa e il ripianamento del deficit (tra cui il blocco dell’indebitamento e la riduzione delle spese del personale e delle prestazioni di servizi). L’ente locale ha a disposizione diversi strumenti per il risanamento: ad esempio può aumentare le aliquote e le tariffe dei tributi locali, assumere mutui per la copertura dei debiti fuori bilancio.

Per agevolare gli enti locali che hanno avviato un piano di rientro lo Stato istituisce un Fondo di rotazione per assicurare la stabilità finanziaria degli enti locali. Attraverso il fondo lo Stato anticipa le risorse finanziarie all’ente che, oltre alla restituzione, si impegna al blocco dell’indebitamento e alla riduzione delle spese del personale e delle prestazioni di servizi.

La sanzione a carico degli amministratori che hanno contribuito con dolo o colpa grave al verificarsi del dissesto finanziario, oltre al pagamento di una multa pari a un minimo di 5 e un massimo di 20 volte la retribuzione, è l’incandidabilità per dieci anni al ruolo di assessore, revisore dei conti degli enti locali e rappresentante dell’ente locale presso altri enti e istituzioni. Per i Sindaci e Presidenti l’incandidabilità è estesa alle cariche di Sindaco, presidente di provincia, presidente di Giunta regionali, membro di consigli comunali o provinciali, del Parlamento italiano ed europeo.

RISCOSSIONE DELLE ENTRATE DEGLI ENTI LOCALI

Infine, il provvedimento approvato dal Governo, intervenendo sul tema dell’attività di gestione e riscossione delle entrate degli enti territoriali, ne annuncia una prossima riforma. Per favorirla viene sostanzialmente stabilito il mantenimento dell’attuale assetto, ma non oltre il 30 giugno 2013.

Richiamo del Presidente Napolitano: Ora Scatto Morale.

Dichiarazioni di Napolitano: «Quadro politico inadeguato, va ritrovato il senso civile» perché è «dalla schiettezza del dialogo che possono venire gli stimoli e i sostegni nuovi per una ripresa di slancio ideale». Finalmente il Capo dello stato, un politico di grosso calibro, richiama al senso “morale” i politici. Cosa di non poco conto perché proprio i politici, di ogni calibro e livello, hanno una sorta di allergia per la morale ritenendo la politica al di sopra di tutto, anche della legge, relegata a questione da leguleio. E sotto gli occhi di tutti, invece, che questa affrancazione della politica dai concetti di morale e legalità, è stata ed è la causa della caduta verticale della politica, ormai, scevra da ogni considerazione dello spirito di servizio e delle competenze che pure vi devono essere in chi si propone come amministratore. La politica è diventata in sostanza la scusa per parlare a “vanvera” e fare “fessi” gli elettori a cui chiedere il voto. Non è un caso, infatti, che il  batman laziale è uomo da 20.000 preferenze. Scatto morale vi può essere solo se la parte buona dei partiti si metterà in moto facendo pulizia dal loro interno, cosa che mi sembra assolutamente improbabile. Spero di sbagliarmi

Nasce Ricostruzione Democratica

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Elogio alle dimissioni della Polverini

Classe politica indegna mi dimetto! Questo il ragionamento di Renata Polverini. Finalmente una persona che lascia la poltrona, non ha usato mezzi termini e non ha salvato nessuno. Certo il balletto delle annunciate dimissioni da parte di PD, SEL ed IDV in un primo momento mi ha ricordato quello che accadde qualche tempo fa al Comune di Napoli dove i consiglieri, paradossalmente, non riuscirono neppure a dimettersi per errori in procedendo, in poche parole una farsa come quella che probabilmente si stava compiendo alla Regione Lazio. Spero che questo sia il segno di un cambiamento che sta maturando in questo paese sia a destra che a sinistra che sopra (pensando a Grillo).

Le facce immobili

Oggi (24.09.2012) leggo la lettera di Susanna Tamaro su il Corriere della Sera che credo rappresenti un sentimento che serpeggia e si rafforza da anni nei cittadini italiani. Condivido gli argomenti ed il senso di frustrazione aggravato dallo scandalo nelle regioni. La Polverini pensa ancora a dimissioni si dimissioni no, ma come è possibile mi chiedo che questa classe politica non comprende ancora che è finita l’epoca delle tre carte. Occorrono gesti esemplari in grado di contagiare gli altri partiti ed uomini politici. Non ci servono più proclami ma fatti concreti in grado di ridare fiducia ai cittadini ed invece abbiamo facce immobili che si presentano sempre allo stesso modo, le stesse facce che affogano il ricambio generazionale, quelle che con arroganza ambiscono a ricoprire solo ed essi stessi sempre gli stessi ruoli scambiandoseli a vicenda senza alcuna considerazione delle capacità e della forze che è insita nei giovani portatori di audacia e cambiamento, se non fossero appositamente annichiliti. Facce immobili che si oppongono alle dimissioni della Poliverini …

Corriere della sera del 24.09.2012

la Platea Vuota della Politica

di SUSANNA TAMARO

Leggo le cronache di questi giorni che coinvolgono i politici della Regione Lazio, ma non solo loro, purtroppo. Sono semplicemente una persona responsabile che non può non farsi alcune domande. Sono stata una grande contribuente dello Stato, senza mai ascoltare le sirene dell’evasione; nessuno mi ha mai smosso dalla convinzione che è giusto e doveroso pagare le tasse. Davanti all’ennesimo «scandalo» che travolge la nostra classe politica, non posso che provare un senso di ribellione e di disgusto.
A PAGINA 39

Q ualche anno fa ho trascorso una rigida giornata invernale nel piazzale antistante il palazzo della Regione Lazio alla Garbatella. Non ero andata per una manifestazione di protesta — in quei giorni brillava sulle cronache la squallida vicenda Marrazzo — ma per piantare degli alberi. Il comitato di quartiere, infatti, stufo del degrado aveva cominciato a sistemare di sua iniziativa l’enorme appezzamento antistante al cupo palazzo concavo, piantando erba e alberi. Io ero andata lì per la seconda parte dell’iniziativa sostenuta da Lega Ambiente. Impiantare un frutteto e degli orti. Credo profondamente, infatti, in queste azioni dal basso che, grazie alla creatività e alla buona volontà dei cittadini, sopperiscono alla trascuratezza e al menefreghismo di una parte della classe politica. Nonostante il freddo, di quella giornata mi è rimasto il ricordo bellissimo dei tanti incontri fatti e di quei fragili alberi piantati di fronte al simbolo dell’arroganza e dello spreco. Già, perché nonostante tutti i soldi che ora sappiamo essere passati per quelle casse a nessuno è mai venuto in mente che quel luogo di degrado di fronte agli uffici del potere potesse venire sistemato a beneficio della bellezza e della qualità della vita dei cittadini. «Ma durante l’estate come farete?» ho chiesto a un gruppo di adorabili pensionati che piantavano insieme a me. «Non vedo rubinetti». «Faremo i turni», mi hanno risposto. «Ognuno di noi, da casa, porterà una o due bottiglie di acqua e con quelle daremo da bere agli alberi». In questi anni spesso ho ripensato al loro frutteto che, spiritualmente, considero un po’ anche mio. Ce l’avranno fatta a sopravvivere le piante con l’acqua dei rubinetti dei pensionati, con l’aria asfittica dello smog? Saranno riusciti a fiorire e a coprirsi di frutta?
Leggendo le cronache di questi giorni che coinvolgono i politici della Regione Lazio — ma non solo loro, purtroppo — quella giornata prende per me un significato particolare. Non sono un politico né un economista né un opinionista di qualsivoglia corrente, ma semplicemente una persona responsabile che osserva le cose e che, quindi, non può non farsi alcune domande. Sono stata, in anni passati, una grande contribuente dello Stato, senza mai ascoltare le sirene dell’evasione; nessuno, infatti, mi ha mai smosso dalla convinzione che è giusto e doveroso pagare le tasse senza alcun sotterfugio, perché i soldi che avrei potuto sottrarre alle isole Comore — come mi era stato allora consigliato da più parti — dovevano servire a finanziare gli ospedali, a costruire strade, a far funzionare meglio la scuola e tutte quelle istituzioni che rendono una società civile e degna di questo nome.
Ma davanti all’ennesimo «scandalo» che travolge la nostra classe politica, vedendo il modo sconsiderato, offensivo e folle in cui vengono usati i nostri soldi, non posso che provare un senso di ribellione e di disgusto. Ho chiesto molte volte che mi venga spiegato per quale ragione la classe politica debba godere di una quantità così vergognosa di privilegi economici. Non ho mai avuto una risposta soddisfacente. «Perché hanno delle grosse responsabilità», si dice. Ma perché, chi conduce un treno o chi insegna in una scuola o un chirurgo che opera non hanno altrettante responsabilità? La società si regge sul senso della responsabilità di tutti. Quali sono le responsabilità di questa pletora di figure indistinte che navigano nel florido universo delle Province, delle Regioni e dell’apparato dello Stato? E perché chi viene eletto considera il suo posto una roccaforte inespugnabile da cui nessuno scandalo e nessuna vergogna sarà mai in grado di muoverlo? Perché dobbiamo subire l’indegnità di queste persone? Quale perverso sistema permette loro di rimanere sempre in sella, senza pagare mai? Perché lo Stato, cioè noi — tanto per fare un semplice esempio — dobbiamo pagare anche i loro pranzi al ristorante della Camera e del Senato pur essendo tutti forniti di stipendi vertiginosi e di una quantità di prebende che fanno vergognare qualsiasi Paese democratico? Non è forse questo uno dei tanti schiaffi lanciati in faccia alle moltissime famiglie che non sono più in grado di pagare la mensa dell’asilo e della scuola elementare dei loro figli?
Perché nessuno di loro ha mai detto: mi vergogno di questo privilegio e spontaneamente vi rinuncio? Perché non hanno dato nessun segno reale e immediato di solidarietà e di compartecipazione alle difficoltà del Paese? Si sono tutti limitati a un generico impegno di cambiamento futuro e, invece di agire, di essere d’esempio, hanno continuato a parlare, indifferenti della reale portata degli avvenimenti. Ogni sera, i telegiornali ci impongono almeno un quarto d’ora di esasperanti dichiarazioni di politici — sempre gli stessi — che annunciano, denunciano, promettono, minacciano, si insultano, sempre con le stesse trite e ritrite parole. Davanti a questo spettacolo che si ripete immutato da anni, provo qualcosa che va al di là dell’irritazione e della rabbia, tanto che ormai, appena vedo le loro facce, abbasso il volume e aspetto che scompaiono.
Tutti questi volti che da anni ci inseguono nelle case, invecchiando sotto i nostri occhi, non sono poi molti diversi da una compagnia di attori filodrammatici che continua a calcare il palcoscenico con l’inerzia della routine, accecata dalla luce della ribalta, senza riuscire a vedere le reazioni del pubblico in platea. Contornati dalla selva dei microfoni perennemente accesi davanti alle loro bocche, non si sono accorti che il pubblico, nel frattempo, se ne è andato, la sala è vuota e lo sarà anche per le prossime repliche in programma. Non hanno capito che, malgrado tutto questo loro muoversi, stringere alleanze, balenare nuovi finti orizzonti in previsione delle prossime elezioni, probabilmente il partito che riscuoterà maggior successo sarà quello delle urne vuote. Tutte le persone che ho incontrato negli ultimi mesi, infatti, persone normali, con vite e professioni normali, mi hanno confessato che, se non cambia qualcosa in modo radicale, non andranno a votare. Esiste un’Italia che non si fa arpionare dagli istrionici populismi di pancia, che non è qualunquista; un’Italia trasversale per età e per condizioni sociali; un’Italia costruttiva, positiva, etica, che non riesce più riconoscersi in nessuno dei protagonisti della politica di questi ultimi vent’anni. Un’Italia capace di affrontare i sacrifici per il bene comune, come abbiamo potuto vedere in questi ultimi mesi, ma che desidera in cambio una classe politica che, da subito, sappia a sua volta fare sacrifici, che sappia rinnovarsi nel segno della serietà, della sobrietà e della responsabilità. È l’Italia dei pensionati e della tante brave persone che nel silenzio, umilmente e con passione, con le loro bottiglie portano l’acqua da casa per far crescere e sopravvivere gli alberi da frutta piantati nel luogo dell’abbandono e del degrado.

L’utopia della politica ed i costi dei politicanti

Ritorno sull’argomento perché è una cosa che mi colpisce particolarmente e mi fa schifo, si è scoperto non il vaso di pandora ma quello da notte! La questione ovviamente dal punto di vista del diritto penale potrebbe anche non avere rilevanza ma dal punto di vista della moralità di questa classe politica si! La legislazione regionale della Campania per quello che ho capito, infatti, non prevede l’obbligo di rendicontazione delle cd. spese politiche e di rappresentanza potendosi con ciò inserire (direbbe qualcuno) laqualunque a giustificazione delle spese, ma la cosa è ovviamente ancora più grave perché alla eventuale violazione ed abuso di uno si sostituisce ed emerge la inadeguatezza di un intero sistema ed un pactum sceleris di un intera classe politica volto unicamente a proteggersi facendo in modo di rientrare delle cd. spese elettorali con un surplus significativo.  Non è possibile stringere la cinghia intorno al collo dei cittadini per poi succhiare le sostanze di uno stato in crisi senza vergognarsi! In questo ci metto anche le prebende dei parlamentari di cui tanto si è (inutilmente e senza significativi risultati) discusso. Per quanto mi riguarda per le cd. spese economali che sono assegnate al gruppo Napoli è Tua del Comune di Napoli di cui faccio parte ho sempre chiesto al mio capogruppo di interpretare con rigore la normativa relativa alla rendicontazione e spero di aver riposto bene la mia fiducia. Il problema serio è che oggi per una competizione elettorale anche al Comune si spendono cifre astronomiche, difatti ho sentito parlare, per le comunali di somme che si aggirano intorno ai 30.000,00 €. con punte che possono arrivare anche a centinaia di migliaia di euro. E’ chiaro che questo ci pone difronte ad un grosso interrogativo: come farà il consigliere a rientrare dell’investimento fatto? e poi sarebbe disposto a votare, secondo quello che egli ritiene il bene e l’interesse pubblico, pur provocando la caduta della giunta perdendo, quindi, azzerando quindi il suo investimento ? Le amministrative che abbiamo vissuto a napoli sono state assolutamente sui generis, io in condizioni normali sarei forse appena appena stato eletto alla municipalità con i miei 589 voti ma oggi posso dire che sono assolutamente libero di scegliere ciò che ritengo utile per la comunità senza mezzi termini, le mie spese elettorali infatti non superano i 1200 €. Questi sono i temi che dobbiamo affrontare con serietà. I partiti devono selezionare la classe dirigente ed i cittadini devono essere liberi di scegliere senza condizionamenti ma questa forse è l’utopia della politica ma io non posso pensarla diversamente.

I giornali ancora sulla questione:

Da Il Mattino del 23.09.2012

Paolo Mainiero
- Regione Campania

C’è un anello debole, debolissimo, nella catena milionaria dei fondi ai gruppi consiliari: i consiglieri regionali non sono tenuti a rendicontare le spese sostenute con le risorse loro assegnate. La legge che disciplina il funzionamento dei gruppi è del 1972, è stata modificata nel 1973, nel 1977, nel 1978 (due volte), nel 1987, nel 1988, nel 1996, ma mai è stata inserita la norma che obbliga a spiegare formalmente come i soldi sono stati spesi. Una lacuna che il consiglio vuole ora colmare attraverso una proposta di legge, presentata da Gennaro Salvatore (Nuovo Psi), Gennaro Oliviero (Pse), Angelo Marino (Città nuove), che punta a regolamentare l’utilizzo dei fondi. In particolare, ogni gruppo avrà l’obbligo di presentare, entro il 31 marzo di ogni anno, un rendiconto analitico della gestione di tutti i fondi assegnati, indicando eventuali avanzi o disavanzi di gestione. L’Ufficio di presidenza provvede poi a verificare la regolarità della rendicontazione ed emette, entro il 30 giugno, certificazione di regolarità contabile. Se dall’esame dovessero risultare irregolarità o il rendiconto non fosse stato trasmesso, l’Ufficio sospende l’erogazione della quota successiva. Il gruppo, dal canto suo, ha la possibilità entro 30 giorni di mettersi in regola. Se, però, trascorsi i termini, il gruppo non dovesse sanare le irregolarità o trasmettere il documento contabile, l’Ufficio di presidenza trattiene i contributi per il funzionamento dei gruppi relativi all’anno successivo, in una somma pari agli importi di cui non è stata trasmessa la documentazione.
Come spesso succede si chiude la stalla dopo che i buoi sono scappati. La legge, quella del 1972, stabilisce che ai gruppi e ai consiglieri è assegnato un contributo fisso mensile. Si partì, quarant’anni fa, da 300.000 lire al gruppo e 100.000 ai consiglieri. Le cifre, modifica per modifica, sono lievitate fino ad arrivare, nel 1996, a 500.000 lire al gruppo e 800.000 al consigliere. Con il passaggio all’euro si è finiti ai numeri attuali: il tetto massimo è di 2.100 al gruppo, 1.100 al consigliere. Per il 2012, il fondo per il funzionamento dei gruppi è di 1.055.000 euro, ripartito in proporzione al numero dei consiglieri. Due milioni considerando anche l’anno precedente. Ogni capogruppo gestisce la propria quota attraverso un conto corrente di cui è titolare (a meno che non abbia nominato un consigliere-tesoriere). Ogni mese (o anche ogni due, dipende da come un gruppo si è autoregolamentato) il capogruppo mediante bonifici trasferisce i soldi ai consiglieri. I quali firmano una dichiarazione per accettazione. Dopo di che, il vuoto: non è previsto alcun tipo di controllo nel senso che il consigliere non è tenuto a rendicontare le spese. L’unico obbligo che i gruppi hanno è di presentare a fine anno un consuntivo limitato ad entrate e uscite. «La normativa è carente e manca una disciplina organica che sia valida per tutti», ammette Salvatore. «Il testo può essere migliorato, l’importante è che si sani un vuoto», dice Marino.
Il milione e 55mila euro è nella diretta disponibilità dei consiglieri per spese legate all’attività politica. Altra cosa sono altri due fondi assegnati ai gruppi ma materialmente gestiti dall’amministrazione. Il primo, di 1.500.000, è per le spese di comunicazione istituzionale; il secondo, di 1.891.000 euro, è per l’assistenza alle attività istituzionali. Fuori dal tecnicismo, questo secondo fondo serve per pagare il portaborse: l’importo è di 2.500 euro). Tra le misure per il contenimento della spesa si sta anche pensando a disciplinare diversamente la figura degli assistenti. 
Intanto, mercoledì in consiglio regionale sarà votato un primo provvedimento che cancella, in attesa del riordino, l’erogazione della quota fissa. Nella stessa seduta si discuterà anche dei comandati (122) che pesano per 4,5 milioni sul bilancio del consiglio. L’intenzione è di rispedirli agli enti di provenienza. I comandati, dal canto loro, sono sul piede di guerra: «Non rubiamo lo stipendio e lavoriamo come tutti gli altri. Si tira in ballo noi per distogliere l’attenzione da altre cose».

Adolfo Pappalardo

«È assurdo mettere sullo stesso piano le spese pazze di qualche consigliere regionale laziale con i colleghi campani. Al Centro direzionale sono al limite della sopravvivenza», spiega, paradossalmente, Salvatore Ronghi. Paradossalmente perché per dieci anni è stato il fustigatore delle giunte di centrosinistra (come capogruppo An e poi vicepresidente regionale) sulle spese folli. Dai monogruppi alle indennità chilometriche passando per i comandati c’era la sua firma. Oggi però è direttore generale della Regione Lazio e qualcuno l’ha additato per aver chiamato alla Pisana la sua compagna Gabriella Peluso con un incarico da 120mila euro l’anno: «Su 12 posizioni fiduciarie nella direzione ne abbiamo ora solo 5. E io di lei, già funzionaria in Regione Campania, ho piena fiducia». 
Dopo anni a combattere a Napoli, arriva a Roma ed er Batman e compagnia la mettono nel sacco.
«Nella regione Lazio io e la presidente ci siamo trovati una situazione consolidata negli anni e con un forte rivendicazione dei consiglieri regionali che manovravano per avere contributi: ma invece di aiutare i comuni aiutavano i comuni amici».
Cioè?
«Accadeva anche in Campania: l’aula chiede alla giunta, in un capitolo di bilancio, tot risorse. Poi con l’autonomia che ha il consiglio, tra destra e sinistra, invece di utilizzare bandi, in pratica si spartiscono questi soldi. E oggi si vuole far pagare il prezzo a un governatore che non ha responsabilità. Anzi in questi due anni e mezzo, solo sulla spese della giunta sono stati tagliati 71 milioni. Solo per la comunicazione Marrazzo godeva di 22 milioni all’anno, Renata appena tre. Pensi solo che la Polverini come spese di rappresentanza ha 150 mila euro l’anno, come il sindaco di una piccola città. Abbiamo anche tagliato le spese del consiglio del Lazio da 98 a 72, in Campania lo riducemmo di 20».
Come faceste?
«Abolimmo i monogruppi, tagliammo i fondi ai partiti del 40 per cento».
E nel Lazio invece i monogruppi ci sono. 
«Una cosa assurda: lunedì prossimo si riunisce la conferenza dei capigruppo per abolire questo spreco». 
E sull’inchiesta campana? Perché ora?
«Per troppi anni, Corte dei conti e la stessa magistratura ordinaria, sono state sempre assenti sulle pese elettive. Adesso, coincidenza, c’è una giusta verifica sulla regioni ma non vorrei che ci fosse qualche disegno politico per riformare questo tipo di istituzione alla luce del taglio delle Province. Anche perché in altri tempi in Campania di spese da verificare ve ne erano eccome, ora non più a quanto mi risulta».
Epperò nel Lazio Fiorito, alias Er Batman….
«Due anni e mezzo fa abbiamo trovato una Regione con 25 miliardi di debiti. Ci siamo messi al lavoro per ridurli, senza tagliare i servizi essenziali, e abbiamo posto poca attenzione a cosa accadeva in consiglio regionale». 
Ne accadevano di cose invece.
«Sì ma anche qui, finiamola. Una cosa è Fiorito che di cose ne ha combinate ma non confondiamo le acque e non accomuniamo tutti i consiglieri. E poi anche le banche: ma possibile che uno effettua 190 bonifici da un conto e non scatta alcun allarme?».
In questo baillamme però qualcuno ha tirato in mezzo anche lei e la sua compagna che ha uno stipendio da 120mila euro lordi l’anno.
«Io ho uno stipendio decurtato del 30 per cento rispetto al mio predecessore: lui 230mila, io 180. Nella segreteria generale poi, c’erano 12 posizioni di dirigente che avremmo potuto coprire: ne abbiamo solo 5. E le persone chiamate sono di fiducia mie e di Renata. Gabriella (Peluso, ndr) ha un curriculum di tutto rispetto ed era già una funzionaria regionale in Campania. Ma soprattutto ha la nostra fiducia».

Laziogate, «sprechi vergognosi», ha detto Angelo Bagnasco, presidente dei vescovi. Per Agostino Vallini, cardinale vicario di Roma, questi «scandali e abusi di denaro pubblico sono intollerabili». E Luca Giampaolino, presidente della Corte dei Conti: «Sono fatti gravissimi, non pensavamo si potesse giungere a tanto. Se si dimostreranno veri, vorrà dire che la realtà ha superato la fantasia». La magistratura contabile «è preoccupata e oserei dire addolorata», aggiunge, e spiega che la Corte potrà estendere la sua attività su altre istituzioni solo se ci sarà «una denuncia circostanziata». Intanto, il presidente della Regione Lazio Renata Polverini non sveste i panni del giustiziere e invoca «

La sacralità dell’interesse pubblico

Ciò che manca alla politica è il senso di sacralità dell’interesse pubblico. Oggi sulle pagine del Corriere è descritto bene il “sistema” di saccheggio dei soldi pubblici. Una politica che giunge a prevedere la possibilità di acquisto di automobili da intestare a gruppi consiliari credo sia poco credibile. Per fare le pulci in casa mia posso dire che nelle amministrazione comunali ci sono altri sistemi che in piccolo sono stati anche denunciati in una puntata di Servizio Pubblico. Nei comuni, infatti c’è il principio del rimborso della retribuzione del dipendente che si assenta per svolgere le sue funzioni. Solo che può accadere che un cittadino disoccupato dopo che è stato eletto improvvisamente viene assunto da qualche impresa o addirittura un’associazione (era un caso al comune di palermo) con uno stipendio da dirigente, che il comune deve poi versare al datore di lavoro per i giorni (praticamente tutti) per il quali il lavoratore è stato assente per impegni istituzionali, per lo più in commissioni. Qualcuno dice che in un comune grande il consigliere in genere è occupato per circa 8 o 9 ore al giorno per tutti i giorni della settimana e quindi è giusto che abbia un’indennità. Io come consigliere posso testimoniare che di tempo ne dedico molto al Comune ma a fronte di un così gravoso impegno mi farebbe piacere escogitare un meccanismo per verificare la produttività. Ad ogni buon conto vi lascio al raccapricciante racconto del Corriere della Sera:

FIORENZA SARZANINI su Corriere della Sera di oggi 21.09.2012

Il «sistema» Lazio secondo l’ex capogruppo pdl, Franco Fiorito. Le accuse ai colleghi di partito, le bordate contro la governatrice Polverini, i sospetti sulle forze politiche, «che si spartivano i fondi».
L’interrogatorio. Il verbale, che dà conto delle 7 ore di interrogatorio, entra nei dettagli delle ruberie, elencando nomi e fatti. «Er Batman» non si salva dall’accusa di peculato, ma trascina tutti con sé.
Le spese. Nel verbale si indicano i «ladri» che si facevano saldare fatture false, le spese folli, i consulenti pagati a peso d’oro, le vacanze trasformate in «missioni politiche».ROMA — Ci sono i «ladri» che si facevano saldare le fatture false e i vertici che avallavano la distribuzione irregolare dei fondi. Ci sono le spese folli di chi avrebbe invece dovuto controllare la regolarità dei finanziamenti. E poi ci sono i parenti assunti come dirigenti, i consulenti pagati a peso d’oro, le vacanze da sogno trasformate in «missioni» politiche. Ma ci sono anche le cifre che lui stesso è accusato di aver rubato. Le prime verifiche dimostrano che è molto più di quanto si credeva: oltre un milione di euro spostato sui propri conti in Italia e all’estero.
Eccolo il «sistema» Lazio raccontato da Franco Fiorito. Ecco le accuse contro i suoi colleghi di partito, le bordate contro la governatrice Renata Polverini e il presidente del Consiglio Mario Abbruzzese. Ma anche i sospetti lanciati contro gli altri partiti. Il verbale che dà conto delle sette ore di interrogatorio davanti al procuratore aggiunto Alberto Caperna e al sostituto Alberto Pioletti entra nei dettagli delle ruberie, elencando nomi e circostanze che hanno segnato questi due anni di governo. Non si salva «er Batman» dall’accusa di peculato, ma prima di cadere trascina tutti con sé. In realtà quando cominciano a filtrare le dichiarazioni su quanto ha raccontato ai magistrati nega di aver parlato del governatore. Ma sono i suoi legali Carlo Taormina ed Enrico Pavia a rilanciare: «Ci saranno sviluppi clamorosi».
Polverini e il patto occulto
Scandisce Fiorito di fronte ai pubblici ministeri: «Mi risulta che anche gli altri gruppi siano nelle condizioni del Pdl e quindi chiedo formalmente l’acquisizione della documentazione che riguarda l’intero consiglio». Già ieri gli investigatori del Nucleo valutario sono tornati negli uffici della Regione per acquisire i documenti che riguardano l’erogazione dei fondi a tutte le formazioni. Altre carte sono state prese nella filiale Unicredit interna al palazzo dove sono aperti i conti correnti dei partiti sui quali vengono addebitate le somme elargite mensilmente. Poi interrogano lo stesso Abbruzzese, dopo che ieri era stato ascoltato — sempre come testimone — il segretario Nazzareno Cicinelli.
È una verifica necessaria visto che l’ex capogruppo afferma: «È stato l’ufficio di presidenza del Consiglio a fissare le regole ma le indicazioni su come erogare i finanziamenti sono arrivati dalla Giunte regionale. E dunque Renata Polverini sapeva perfettamente come funzionava, non poteva ignorare che si fosse deciso di assegnare 100 mila euro ad ogni consigliere che però potevano essere aumentati fino a 300 mila. Anche perché lei stessa è sostenuta da una lista che porta il suo nome, godeva di queste elargizioni e provvedeva poi alla spartizione tra i vari consiglieri. C’era un accordo per consentire una simile procedura e, a seconda dell’incarico ricoperto, si riuscivano ad ottenere somme sempre più alte». Usa toni pesanti quando parla della gestione di Abbruzzese. «Perché — spiega — dopo la delibera della Giunta era lui a verificare tutte le voci di bilancio — dai trasporti, alla scuola — e reperire da quegli accantonamenti i soldi necessari a far sì che ogni consigliere avesse garantiti almeno i 100 mila euro».
La lettera di luglio
Proprio per dimostrare come tutti fossero informati delle «irregolarità», Fiorito consegna ai magistrati la copia di una lettera che ha inviato ai consiglieri del Pdl, alla Polverini, ad Abbruzzese e al suo vice De Romanis il 18 luglio scorso e nella quale affermava: «Sollecitato da alcuni zelanti colleghi ho proceduto ad una serie di controlli sui documenti giustificativi delle spese effettuate. Trovando una situazione assolutamente insostenibile con assenze totali di documentazioni in alcuni casi e con giustificazioni diciamo così “da approfondire” eccessivamente generiche e prive di riscontri effettivi. Ovviamente scrivo sperando nella buona fede di ciascuno e nella immediata capacità di ognuno di fornire risposte rapide ed efficaci».
Ed ecco le comunicazioni personali: «Ho già inviato una serie di missive per i casi più evidenti, per le quali attendo risposta immediata comunicando sin da ora che non potranno essere tollerati equivoci di alcun genere e che ove necessario agirò a mia e nostra tutela». In quei giorni la polemica sull’allegra gestione era già cominciata, dunque si sta verificando se la scelta di Fiorito potesse essere legata alla necessità di ottenere una «copertura».
«Ossessionato da otto “ladri”»
Nelle due casse di documenti consegnate agli investigatori ci sono le «schede» dei sedici consiglieri del Pdl. Ma è su otto che si concentrano i sospetti di Fiorito. Elenca i loro nomi e poi racconta in base a quali circostanze si sia convinto della possibilità che una parte della documentazione contabile che gli consegnavano per avere i soldi «fosse falsa». «Si era perso il senso della misura, ormai non si faceva più politica e ormai i consiglieri erano anche in lotta tra di loro per ottenere il denaro. Chiedevano tutti soldi, erano diventati insopportabili, una persecuzione. Mi telefonavano continuamente o mi aspettavano fuori dall’ufficio per chiedermi soldi per cene, book fotografici, manifestazioni. Mi sono stati chiesti anche 10 mila euro per una cena di 300 persone in locali in cui non so se potessero contenere tutte quelle persone».
Poi l’ex capogruppo cita nomi e circostanze. Di Lidia Nobili che chiama «albero di Natale» per il suo look eccentrico dice: «Ormai era diventata una vicenda umana, mi perseguitava per chiedermi soldi, più di quanti gliene spettassero». Elargizioni pesanti anche per Chiara Colosimo «che prese almeno 50 mila euro per le manifestazioni alle quali partecipavano Giorgia Meloni e Fabio Rampelli». Se Carlo De Romanis «otteneva i finanziamenti per i giovani del Ppe», Giancarlo Miele «si concentrava sui buoni benzina, sulle cravatte e sulle cene», mentre Andrea Bernaudo «credo abbia concesso consulenze fittizie». Nell’elenco dei «cattivi» Fiorito inserisce anche Veronica Cappellaro e Romolo Del Balzo che, aveva già raccontato, «ha sistemato alla Regione i suoi parenti». In realtà non è l’unico. Anche il segretario Salvatore Ronghi è riuscito a piazzare la sua fidanzata Gabriella Peluso facendole ottenere un posto da dirigente con un compenso di 100 mila euro annui. Oltre un milione tra Italia e Spagna.
Accusa gli altri Fiorito, ma poi deve difendersi per le sue ruberie. I conti effettuati dalla Guardia di Finanza raccontano che le cifre sottratte al partito sono ben oltre i 730 mila euro, come aveva già denunciato il suo successore Francesco Battistoni in una memoria preparata dai suoi consulenti legali Enrico e Roberto Valentini. Durante l’interrogatorio gli contestano di aver spostato 747 mila euro sui propri conti correnti italiani e ben 314 mila su quelli spagnoli per un totale di un milione e 61 mila euro. Lui ostenta sicurezza: «Era tutto regolare, se ho commesso degli errori ne risponderò, ma non ho mai preso un centesimo oltre quello che mi spettava».
E così risponde alla contestazione di aver effettuato quei 109 bonifici tutti per identiche cifre nel tentativo di sfuggire ai controlli interni: «Si tratta di operazioni tracciabili, se avessi voluto rubare l’avrei fatto in un altro modo. E anche la scelta di tenere le auto acquistate per il partito è avvenuta in maniera regolare, tanto che sono io a pagarle». Una difesa che non convince. Non a caso il suo avvocato Taormina sta valutando la possibilità di fargli restituire quanto risulta aver preso oltre la cifra fissata dalla normativa.

 

E per la fidanzata di Batman:

ROMA — Non c’erano solo i baci e i furgoni di rose, nella favola ciociara tra Franco Fiorito detto «il federale» o «Batman» e Samantha Reali detta «Sissi». Ma c’era, anche un rapporto di lavoro, andato avanti almeno per sei mesi. Nella segreteria del gruppo Pdl al consiglio regionale, infatti, nella seconda metà del 2011 c’era anche lei, l’ex fidanzata del capogruppo finito al centro dello scandalo. In molti, alla Pisana, se la ricordano: una bella ragazza, bionda, con quel soprannome da principessa che le era stato affibbiato fin da bambina. La donna del mistero, quella che era con Fiorito all’hotel Pitrizza, a Porto Cervo, resort superlusso a picco sul mare: vacanza del 2010, la prima settimana trascorsa da Batman da solo, la seconda in compagnia della ragazza. Costo complessivo, 29 mila euro, saldati con due bonifici partiti dal conto Pdl: «Non funzionava la carta di credito, non volevo fare una figuraccia», ha raccontato Francone. Vanno anche al Circeo, a scegliere la villa comprata dall’ex capogruppo. Lui e la Reali si lasciano, ma i rapporti restano buoni, ottimi. Da amici, per lui. Forse da ancora innamorata, per lei. Nella seconda metà del 2011, Samantha viene chiamata al gruppo Pdl. Contratto a tempo determinato, circa duemila euro al mese. Dura sei mesi, non più. È il periodo nel quale, secondo il rendiconto presentato dallo stesso Fiorito, al gruppo c’è bisogno di prendere maggior personale, perché la dotazione di segreteria è inferiore a quello che ci vorrebbe per 17 consiglieri. Samantha è lì, ancora vicino a «Francone». Dei suoi soldi non aveva bisogno, ma pur di stargli accanto prende quelli dati dalla Regione ai gruppi.

Scusi Francesco Carducci Artenisio, capogruppo Udc: ma su 887 mila euro che il suo gruppo ha percepito nel 2011, 145 mila sono sotto la voce «spese varie»; saprebbe dire come i suoi colleghi consiglieri hanno usato quei soldi pubblici? «Non ne ho la minima idea». Scusi ancora, ma lei da capogruppo non sa come è stato utilizzato quel denaro? «Eh, non faccio mica il ragioniere, ho siglato io tutte le ricevute e ad alcune spese ho anche detto di no, ho usato criteri rigidi, messo un tetto alle singole spese, e siccome non c’era un regolamento mi sono autoregolato». Allora sicuramente non c’è da preoccuparsi, né per l’Udc né per gli altri partiti che, tutti assieme, incassano in un anno — ufficialmente per l’attività politica — dodici milioni di euro. Per fare qualche esempio: quelli della Lista Polverini, tredici consiglieri, dal primo gennaio al 31 dicembre 2011 ottengono fondi per un milione e novecentomila euro; ne spendono quasi novecentomila in manifesti, quasi duecentomila tra «alberghi, bar e ristoranti».
Ma nelle relazioni contabili compilate dai singoli gruppi, spesso, ci sono queste voci generiche nelle quali sembra poter entrare un po’ di tutto: l’unico consigliere del Gruppo Misto, Antonio Paris, incassa in un anno 180 mila euro, 96 mila sono classificati come «spese varie». Così ripartite: una Audi da 28 mila euro e 67 mila di «fondi erogati direttamente» a favore di enti e associazioni. Un’auto? «Ma è intestata al mio gruppo — precisa orgoglioso Paris — cioè patrimonio della Regione». Per i contribuenti, saperlo, sarà un sollievo.
Nelle spese del consiglio regionale del Lazio — là dove i pm parlano di «caos contabile» — c’è un refuso nella nota dell’Idv che pare fatto di proposito per raccontare questo flusso gigantesco di denaro destinato ai politici: dalla voce «indennità e rimborsi ai consiglieri» è sparita una «b», diventando così «indennità e rimorsi». Difficile immaginarli a battersi il petto — 1.217.000 di contributo regionale, 251 mila andati direttamente ai cinque consiglieri — e di certo i politici del Lazio non l’hanno fatto prima che venisse a galla questa storia di cene del Pdl a base di ostriche. La nota del partito dell’allora capogruppo Franco Fiorito è precedente allo scandalo, quasi tre milioni di euro totali: 131 mila in «attrezzature per ufficio», 685 mila per «Riunioni, convegni, progetti, incontri», 411 mila in manifesti. Nell’estratto conto del gruppo, ci sono anche 81 euro spesi in un supermercato Gs di Anagni, più altri in vari market (Pam, Auchan, Panorama). Invece nel bilancio c’è un’altra voce, «Collaboratori e consulenze», con accanto la cifra di 665 mila euro. Troppo? Non per Fiorito, che a febbraio 2012 allega una nota: «Per svolgere al meglio il lavoro dei consiglieri è stato necessario aumentare notevolmente il numero del personale a disposizione». Perché il gruppo era cresciuto di numero. Sempre il Pdl destina 114 mila euro alle «spese di rappresentanza, varie». Come queste «spese varie» siano utilizzate dai partiti non è dato sapere: a quella voce i Radicali nel 2011 hanno dedicato 662 euro, il Psi — contributo di 160 mila euro — 31.518. Di certo, nessuno sa spiegare come la cifra totale venga divisa tra i partiti: difficile che il criterio sia il numero dei consiglieri, perché altrimenti La Destra (due persone, 538 mila) avrebbe gli stessi soldi di Sel, Fds (due consiglieri, 322 mila euro) o dei Radicali (422 mila). Storace ne è sorpreso: «Mai saputo, me ne sto accorgendo adesso…». Bisognerebbe chiedere, dicono tutti, all’ufficio di presidenza di Mario Abbruzzese: ma è inutile cercare un contatto, in Consiglio c’è la Finanza.
Non rimane che leggere le cifre: detto dei partiti maggiori (il Pd, 14 consiglieri, incassa poco più di due milioni, l’Idv ne ha cinque e prende 1.217.000), rimangono i monogruppi. Verdi (183 mila euro), Api (181), Mpa (182), Fli (188), Gruppo Misto (180). Poi ci sono i 154 mila euro dei Responsabili di Olimpia Tarzia: nelle sue note, «indennità e rimborsi per i consiglieri» per quasi trentamila euro. C’è ancora la Lista Civica dei cittadini di Giuseppe Celli (180 mila): nei conti, c’è l’acquisto di una macchina, dodicimila euro di rate, ottomila di manutenzione, poi assicurazione e bollo, in totale 22 mila euro. E lui non sembra in imbarazzo: «È una Audi, rimarrà alla Regione».

Regione Lazio un atto Politico contro l’Antipolitica: Polverino Dimettiti!

Ho usato la carta di credito della Regione Lazio (e speso soldi pubblici) per pagare un resort in Sardegna perché avevo smarrito la carta di credito. Questa la risposta che mi ha colpito di più dell’ex Capogruppo alla Regione Lazio Franco Fiorito soprannominato, per ironia della sorte, Batman. (http://www.youtube.com/watch?v=BAGAYm5BbDE&feature=player_embedded). Insisto su questo punto perché è l’ultimo scandalo che la politica, dopo lusi, penati, fino ad arrivare a poggiolino, di lorenzo, paolo cirino pomicino (giusto per non dimenticare) etc etc… non si può permettere. Oggi (20.09.2012) su la Repubblica di Napoli è uscita una mia dichiarazione su una questione che riguarda l’assessore D’Angelo, le cooperative ed il suo ruolo di presidente della GESCO prima di assumere la carica amministrativa. Il concetto che voglio esprimere e che ho cercato di sintetizzare nelle poche parole riferite al giornalista, è che i partiti, le liste civiche ed i movimenti che si candidano o che hanno una aspirazione elettorale/amministrativa non si possono permettere neppure la minima macchia o sospetto. L’intransigenza di cui a volte mi si accusa nelle scelte politiche ed amministrative oggi credo rappresenti un valore irrinunciabile. Non ci deve essere alcun dubbio sull’assoluta imparzialità dell’azione amministrativa. Nel caso di specie dell’Assessore D’Angelo spero che siano state adottate tutte le procedure di evidenza pubblica che per la particolarità del trascorso imprenditoriale dell’assessore sono sempre consigliabili anche quando non previste come obbligatorie. Per ritornare alla Regione Lazio, ebbene, occorrono solo due parole: Polverini Dimettiti!

Di seguito l’articolo di Valentina Errante da Il Mattino del 20.09.2012

Roma. «Non ho rubato un centesimo. Pensavo fosse tutto regolare. Anzi, mi sono opposto a un sistema, ho stoppato l’abitudine ai rimborsi facili». Quando entra nel bunker del nucleo valutario della Guardia di Finanza, Franco Fiorito, indagato per peculato, ostenta tranquillità. Forse perché con sé ha un memoriale e soprattutto voluminosi e pesanti scatoloni pieni di fatture che raccontano, con cifre a sei zeri, di festini, servizi, fotografici, champagne e cene indimenticabili dei consiglieri del Pdl alla Regione.
Ce n’è per tutti. Al presidente, Renata Polverini, Fiorito contesta la gestione politica. Ma poi presenta carte su otto consiglieri del suo gruppo. Accusa da Franco Battistoni a Giancarlo Miele, da Carlo De Romanis a Veronica Cappellaro, da Andrea Bernaudo a Chiara Colosimo e Lidia Nobili. Tira tutti dentro. Ha così tanto da raccontare che non vede l’ora. C’è ancora luce quando, con l’avvocato Carlo Taormina, si siede di fronte all’aggiunto Alberto Caperna e al pm Alberto Pioletti. Sono le 16: Fiorito ne avrà per sei ore e mezza.
L’ex consigliere in premessa spiega che la regola, stabilita dall’ufficio di presidenza del Consiglio regionale, è quella dei contributi senza controlli reali. Fino a 211mila euro. Accusa diretta per Mario Abbruzzese. Punta il dito contro Letizia Cecinelli, coordinatrice della segreteria. «Se ho fatto degli errori – dice – sono pronto ad assumermi le responsabilità. Ma voglio sottolineare che a metà luglio ho inviato a tutti i consiglieri una lettera per interrompere i rimborsi e stoppare il sistema. Mi sono opposto a un’abitudine, quella dei rimborsi facili. Per questo mi hanno fatto fuori. Ognuno faceva quello che voleva. Il gruppo pagava spese di ogni tipo. Se ho sbagliato l’ho fatto in buona fede».
Ma i pm vogliono parlare del caso Fiorito. Si parte dai bonifici, 109 dal conto del Pdl ai suoi. Per 419mila euro è sempre la stessa cifra, quella che servirebbe per segretari e portaborse moltiplicata troppe volte. Fiorito sostiene che tanto gli spettasse. Ribadisce: erano soldi previsti dal regolamento per le cariche che svolgevo: capogruppo, presidente di commissione, tesoriere. Indennità alte, lo so. Non l’ho deciso io». Quando è buio si parla ancora di conti, sette italiani e cinque spagnoli. L’ex capogruppo del Pdl spiega che è stato costretto ad aprire i depositi in Spagna dopo avere ereditato la casa a Tenerife dal padre. E che i conti all’estero li aveva insieme al fratello Andrea. I pm gli chiedono di quella pioggia di assegni, delle carte di credito ricaricabili distribuite in giro, costate 180mila euro, dei soldi girati a consulenti, veri o presunti, che hanno incassato. E poi dei 235mila euro di prelievi, 32mila euro di pagamenti bancomat. Lui parla e a ogni risposta punta il dito, va all’attacco per difendersi. Perché quei 32 consulenti non li aveva scelti lui. Non basta. Sul conto di Fiorito ci sono le vacanze in Sardegna, 28 mila euro nel resort a cinque stelle. Conto saldato dal gruppo del Pdl. «Avevo smarrito la carta di credito», ripete.
Dopo i conti si passa alle case: la casa in via Margutta dell’Ipab. Fiorito risponde che ha vinto un’asta e l’ha ottenuta in affitto, ma paga 4mila euro al mese. Poi c’è la villa al Circeo. «Ho fatto un mutuo da 500 mila euro a trent’anni», spiega l’ex capogruppo. E ancora, gli immobili e i terreni ad Anagni «ereditati». Quindi il punto cruciale. Perché le case nella sua disponibilità nella capitale non risultano intestate a lui? E si apre il capitolo dei prestanome. Dopo cinque ore di domande, Fiorito tira fuori l’archivio segreto. La contabilità che gli uomini del nucleo di polizia valutaria della Finanza avevano cercato dappertutto. Forse ci sono stati degli errori, ma il problema era il regolamento», commenta alla fine Taormina.

Manovre di assestamento per battere il populismo

PD-UDC La sinistra con il centro da un lato e le forze di sinistra radicale insieme (SEL-FED-IDV-Movimento Arancione). Questa sarebbe la soluzione per battere il populismo ed assicurarsi una maggioranza sia pure postelettorale utile per governare. Non saprei l’abbraccio PD-UDC potrebbe essere mortale se non supportato da un profondo rinnovamento dei dirigenti e nelle liste.

Da il Mattino del 16.09.2012 Mario Ajello
Orvieto.

Considerano il populismo il nemico da battere e dicono entrambi: «Basta fango sulla politica». Non nascondono le differenze che esistono ad esempio sulla legge elettorale – «Oggi i giornali diranno che stiamo in pace o che stiamo in guerra?», motteggiano entrando al convegno delle Acli – ma condividono l’urgenza di riprogettare l’Italia. Quindi Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini torneranno al governo insieme, dopo le elezioni? Il leader del nuovo centro ragiona così: «Pier Luigi e io siamo due persone, due amici, che vengono da storie diverse e che hanno idee diverse. Se vogliamo annullare queste differenze, non facciamo un buon servizio. Da posizioni diverse, abbiamo fatto un’opposizione dura a Berlusconi che per quattro anni ha ripetuto slogan vuoti. Poi ci siamo uniti, per creare una svolta politica e per salvare l’Italia, con il governo Monti». Dopo di che – ed ecco l’apertura di Casini – «nella prossima legislatura le forze politiche devono arrivare con progetti chiari e fare alleanze su quei progetti. Creare coalizioni utili soltanto a presentarsi al voto e a vincere le elezioni, e incapaci poi di governare, sarebbe un danno per l’Italia». 
Parole che sono miele per la platea delle Acli, dove la prospettiva di un centro-sinistra («con il trattino», specifica il presidente Andrea Olivero) che provi a governare viene vista come una speranza o come l’ultima spiaggia. Infatti Olivero si spinge a chiedere a Bersani e a Casini, ma senza ottenere su questo risposta, di «stabilire subito le alleanze, in modo che i cittadini le conoscano prima delle elezioni». Sembra quasi che dal palco il presidente delle Acli stia celebrando, con troppo anticipo, le nozze tra il Pd e l’Udc: «Volete voi…? Siete disponibili a…?». Chissà poi come finirà questo gioco, molto serio ed estremamente magmatico, delle alleanze.
Intanto Bersani, prima di entrare nella sala del convegno, sta nel bar della stupenda Piazza del popolo di Orvieto e tra un caffè e una boccata di sigaro spiega ai presenti: «Pace, guerra, rottura, ricucitura tra me e Casini? Non bisogna stare appresso, come fanno i media, ai botta e risposta del giorno per giorno. Il tempo per arrivare alle elezioni è ancora lungo e occorre guardare in prospettiva. A me sembra che la collaborazione tra progressisti e moderati sia la strategia più credibile per il Paese». E dal palco: «Sul modo di intendere le istituzioni, sull’Europa e su altri terreni c’è un’unione di fondo tra progressisti e forze moderate e liberali. Questo porterà a doverci intendere, anche perché di là c’è altra roba: il grillismo, il populismo, l’illusionismo berlusconiano». A proposito di Berlusconi: «Ha appena detto che all’Italia serve una guida? Ecco, se vogliamo andare fuori strada, scegliamo lui». Oppure, su un Monti dopo Monti con dentro ancora il Pdl: «Una grande coalizione? De che!», dice Bersani con una battuta volutamente gergale: «Pensate davvero che, per fare uscire l’Italia dalla palude, vado a fare un accordo con Berlusconi? Non chiedetemi questo, piuttosto lascio io». 
L’anti-berlusconismo (che i due declinano ognuno alla sua maniera) può unirli, ma a dividere Casini da Bersani è ancora Vendola. Il leader dell’Udc continua a non credere nell’affidabilità della sinistra radicale in funzione di governo, ma critica anche «alcuni ministri dell’esecutivo Monti che fanno troppe promesse e troppi annunci». Quando poi Casini fa questo ragionamento («Nella società civile spesso i personalismi e i tatticismi sono superiori a quelli esistenti nel mondo politico»), in sala molti si chiedono: sta forse parlando di Montezemolo? Poi l’incontro finisce, il matrimonio tra Pd e Udc non si è celebrato ma quella di ieri non è stata certo, per Bersani e Casini, una giornata di guerra.

Scandalo alla Regione Lazio una buona occasione per fare pulizia!

L’ennesimo scandalo della politica nonostante la crisi ed il clima di austerità. Cosa dovrebbero fare i partiti? Non avere paura e buttare fuori i responsabili senza preoccuparsi né di aspettare la sentenza di condanna né dei voti che questi consiglieri portano al partito. E’ solo questa l’unica strada ammissibile se i partiti vogliono strappare lo scettro dalle mani di quella che chiamano antipolitica ma che rappresenta ormai una istanza pressante dei cittadini. Questo fatto credo sia una vera e propria occasione per i partiti che possono così dimostrare di voler cambiare. Lo faranno? E’ molto probabile che non lo faranno! Il vero problema è che in Italia manca il ricambio, i leader ed in vario modo i “politici di professione” non si sono mai preoccupati di preparare i “sostituti” per paura di essere scalzati. In Germania il ministro che copia la tesi di laurea viene fatto fuori perché nel partito c’è chi scalpita ed è pronto ad assumere la carica. In Italia ad arte i governanti hanno creato dietro di loro il vuoto pneumatico per assicurarsi il controllo del potere e questo sarà la loro fine … “il vecchio muore ed il nuovo non può nascere”

da il Corriere della Sera del 16.09.2012 Ernesto Manicucci

ROMA — Appuntamento vicino a piazza San Silvestro, nel cuore di Roma. Renata Polverini è lontana dalla Regione Lazio e lì, nello studio della sua fondazione «Città Nuove», si consuma un sabato di fuoco. La governatrice, furibonda per la vicenda dei fondi del Pdl transitati sui conti di Franco Fiorito e per le «spese pazze» del centrodestra prima e del Pd poi, convoca la maggioranza e annuncia: «Lunedì (domani, ndr), in consiglio, darò le mie dimissioni». I presenti impallidiscono, nessuno parla. Di fronte a lei, il presidente dell’assemblea Mario Abbruzzese, il capogruppo dell’Udc Francesco Carducci, quello de La Destra Francesco Storace e della Lista Polverini Mario Brozzi, ex medico della Roma calcio.
Alla riunione manca Francesco Battistoni, il rivale di Fiorito, che da fine luglio ne ha preso il posto e che ha scoperchiato il vaso di Pandora sui bonifici transitati dai conti del gruppo a quelli del «Batman» di Anagni: la Polverini non «riconosce» Battistoni e ne vuole la rimozione. Mentre i consiglieri a lui fedeli (sono nove) ribadiscono «la completa autonomia nelle scelte interne».
Il vertice
La presidente usa parole dure: «Non ce la faccio più a stare sulla graticola. Ho deciso di convocare il consiglio per lunedì (domani, ndr), devo fare comunicazioni urgenti. E le voglio fare in aula, nel luogo più solenne». Fa una pausa: «Dirò che mi dimetto. La questione è seria, grave. E riguarda tutti, maggioranza e opposizione. Non posso perdere la faccia». Quindi? «Serve un atto di responsabilità, misure drastiche per uscire da questo schifo». Ce l’ha col Pdl, la Polverini: «Da luglio ho chiesto un incontro ai vertici: non ho avuto risposte. Ora mi sono stancata». Mentre la riunione è in corso arriva la nota di Angelino Alfano: «Fiorito, per me, è fuori dal partito. Poco importa che emerga che “così facevan tutti”. I fatti del consiglio regionale sono inaccettabili».
La richiesta di epurazioni
L’autosospensione, o anche l’espulsione, di Fiorito, alla Polverini non basta più. Vuole che il Pdl faccia piazza pulita: via il neo capogruppo, dimissioni del presidente dell’assemblea Mario Abbruzzese. Al posto di Battistoni, in pole position c’è il reatino Antonio Cicchetti: «Se si pone la questione la valuterò», dice.
Ma per ritirare la minaccia di dimissioni, la presidente vuole anche si voti l’abolizione di tutti i privilegi: basta coi fondi erogati ai gruppi, con le ricevute che nessuno (ufficio di presidenza, segretariato del consiglio) controlla. Basta con le cene, lo champagne e le cravatte di Giancarlo Miele, le ostriche di Andrea Bernaudo, i fotoservizi di Veronica Cappellaro.
I veleni di Fiorito
Veleni che l’ex capogruppo ha sparso ad arte, trascinando con sé i suoi colleghi. Le ultime accuse sono verso Abbruzzese («che ha due auto blu», verso De Romanis («che organizzava i festini con gnocche»), contro Giorgia Meloni e Fabio Rampelli («i loro parenti lavorano al gruppo Pdl»). Fioccano le reazioni. Abbruzzese smentisce le due auto blu («il presidente ne ha una sola», dicono in Regione), Meloni e Rampelli reagiscono con rabbia. «Mia sorella è precaria da anni. Fiorito, come tutti i disonesti, vuole gettare fango su chi non ha scheletri nell’armadio», dice una. «Mia cognata è dipendente pubblica, in comando alla Regione. Sono deliranti confessioni di una menta malata», aggiunge l’altro. Anche De Romanis risponde: «Ma quali festini! Era un evento su Roma Antica, che non si è più tenuto».
Le possibili misure
e la tentazione politica
La Polverini vede due strade: applicare subito i tagli oppure acquisire le fatture dei gruppi e portarle alla Guardia di Finanza. C’è anche la terza strada: che la Polverini, provata dalla vicenda dei due tumori alla tiroide, nauseata dal livello delle dispute tra ciociari e viterbesi, molli tutto. In quel caso, si parla di un suo impegno in politica nazionale con l’Udc. Gianni Alemanno le esprime «solidarietà». Lorenzo Cesa (Udc) invita « i partiti ad una riflessione». Il centrosinistra incalza: «Basta bluff, Polverini si dimetta», dice il dipietrista Vincenzo Maruccio.
L’inchiesta
La Procura, intanto, va avanti. E non esclude che l’inchiesta si possa allargare anche ad altri partiti. A Fiorito è stata perquisita anche la casa di Anagni, sono state controllate cassaforti, computer, conti correnti. I magistrati sono insoddisfatti: pensavano di trovare più materiale.

Soluzione Europa

Sono convinto che la soluzione alla crisi economica di cui i paesi europei sono ostaggio, possa essere solo europea. In un mondo che vede potenze economiche transanazionali e blocchi di paesi che fanno politiche unitarie non c’è altra via che quella di un maggior peso politico degli organi della Comunità che ormai non può essere più solo economica. Trovo interessante l’articolo che ho letto ieri, di  Pietro Piovani su “Il Mattino” del 9 settembre 2012

Roma. Quasi la metà della popolazione europea vorrebbe la fine dell’euro, dicono i sondaggi. E se la domanda viene posta ai soli cittadini tedeschi, i nostalgici diventano la maggioranza: il 52%. È l’anti-europeismo lo spettro che oggi si aggira per l’Europa, e assume varie forme. I nazionalismi della destra neonazista, gli estremismi della sinistra radicale, i populismi dei nuovi movimenti antipolitici, o apolitici, o apartitici che spuntano come funghi in tutti i Paesi del continente.
Se ne vedono le tracce persino in Italia. Dopo i tedeschi, i più euroscettici siamo diventati noi: solo il 48% è ancora convinto che abbandonare l’euro e tornare alla lira sarebbe un errore. La sfiducia per l’Europa è innanzitutto sfiducia verso la sua economia. Gli storici fanno un paragone con quanto accadde dopo la crisi economica del 1929, l’unica confrontabile con quella attuale. Fu allora che nacquero il fascismo e il nazismo.
Due appuntamenti cruciali per il destino dell’Ue sono previsti nelle prossime settimane. Il primo è il voto in Olanda, in programma per mercoledì prossimo. La consultazione potrebbe in verità fugare una delle minacce più temute in questi anni nelle capitali continentali: la destra xenofoba e nazionalista ha perso molto del suo smalto e l’ipotesi di vedere il suo leader di Geert Wilders arrivare al governo non viene più presa in considerazione. I sondaggi fino a qualche tempo fa accreditavano un forte aumento di consensi alla sinistra radicale di Roemer, che ha assunto posizioni molto critiche verso le politiche di rigore finanziario richieste da Bruxelles. Nelle ultime settimane tuttavia sta guadagnando sempre più spazio un’altra forza di sinistra, più moderata, il Partito laburista dell’emergente Diederik Samsom. Nel suo programma c’è sì un allentamento dei tagli alle spese previsti dalla maggioranza uscente, ma sempre all’interno dei margini tracciati dall’Europa.
L’altro passaggio, ancora più delicato, è fissato per ottobre a Parigi. Il parlamento deciderà se ratificare quello che noi in Italia chiamiamo «fiscal compact» ma che i francesi più semplicemente definiscono trattato di bilancio. La ratifica dovrebbe arrivare senza troppe incertezze, vista la larga maggioranza su cui può contare il socialista François Hollande e il supporto che certamente daranno i deputati di centrodestra. Ma questo non toglie che tra le forze politiche transalpine esiste un diffuso malcontento verso il trattato che impegna la Francia a rispettare l’obbligo al pareggio di bilancio voluto soprattutto dalla Germania.
C’è poi il caso ben noto della Grecia, il Paese che più sta pagando le conseguenze della crisi. Il successo sfiorato alle ultime elezioni dalla sinistra radicale di Syriza, l’affermazione dei neonazisti di Alba Dorata, dimostrano come per i greci le parole «povertà» e «euro» sono diventate paradossalmente sinonimi.
Le difficoltà di convivenza si riconoscono anche nel dibattito politico dei Paesi nordici. In Finlandia il ministro delle Finanze Juytta Urpilainen, che è anche la segretaria del partito socialdemocratico finlandese, tre mesi fa ha rotto un tabù: per la prima volta nella storia dell’unione monetaria un esponente di governo ha ipotizzato a voce alta l’uscita del suo paese dall’euro. La dichiarazione, pur corretta, segnala la difficoltà di un esecutivo che deve difendere la scelta europea in un Nord sempre più stanco dei suoi spendaccioni vicini di casa meridionali.

Il mantra delle “Liste Pulite”

Credo che l’unico modo per uscire dall’impasse nella quale si trovano i partiti annichiliti dal sentimento di protesta dei cittadini italiani sia un serio rinnovamento. La gente ormai è convita che il nuovo rappresenti un valore intrinseco: meglio votare persone e “movimenti” che non si conoscono che consegnare l’Italia ai vecchi “mariuoli”. E’ questo ciò che sempre più spesso sento in autobus e metropolitane. “Liste pulite” sta diventando un mantra … ma lo comprenderanno i partiti? Come giustificare la candidatura di un D’Alema o di un Cicchitto, di un Weltroni o di un Bossi ed il giochino potrebbe continuare quasi per tutti i restanti 941 parlamentari. Aggiungerei liste pulite anche da mogli, mariti, amanti, compagne/i, fratelli, figli, sorelle etc.  Di seguito un interessante articolo di oggi:

Da il mattino del 9 settembre liste pulite

Garantire liste pulite per le prossime elezioni, con candidati presentabili, con qualsiasi legge elettorale si torni alle urne. Le parole di Sergio Romano sul Corriere della sera alimentano il dibattito nella classe politica e tengono banco anche nel mondo cattolico. «Chiediamo un rinnovamento profondo della politica. Tutti gli italiani vogliono liste presentabili, formate da persone oneste», spiega Andrea Olivero, presidente nazionale delle Acli. «Per noi il tema della legalità è prioritario. È necessario un nuovo passaggio, che segni un cambiamento di figure e leadership, perchè il paese possa intraprendere una nuova strategia».
Il leader delle Acli traccia anche un profilo del candidato pulito: «Persone di comprovata onestà e rettitudine ma anche gente che in questi anni abbia dato dimostrazione di essere al servizio del Paese. Insomma: persone della società civile, con il volto nuovo e con un impegno concreto per la società. Solo così può tornare la fiducia dei cittadini per la politica».
Anche per Giuseppe Roma, direttore generale del Censis, avere liste pulite è «un’esigenza avvertita dai cittadini. Tutte le nostre indagini degli ultimi dieci anni, indicano l’onestà e la competenza fra le caratteristiche prioritarie che i politici devono avere. I partiti più che rinnovarsi devono rafforzarsi. Da noi i volti nuovi non sono tanti, le liste sì. Bisogna fare in modo che la politica sia ritenuta una cosa seria, rivolta al bene comune».
Per Natale Forlani, portavoce del Forum di Todi, «garantire credibilità e onestà è uno degli indicatori che viene chiesto alla politica, insieme alla competenza e possibilmente al ricambio generazionale. Non servono improvvisazioni né operazioni di pura immagine, ma un processo di rinnovamento solido, per creare le future classi dirigenti». Salvatore Martinez, il primo laico alla presidenza nazionale del Rinnovamento nello Spirito, ricorda don Sturzo: «In politica la coscienza deve restare pulita. La nuova generazione di cattolici impegnati in politica deve ristabiire la cifra di un servizio da rendere agli uomini. I politici devono essere umili prima che forti e veri prima che liberi». Il senatore del Pdl Raffaele Lauro spiega che occorrono «tre filtri alle candidature parlamentari, applicati autonomamente dai partiti, ossia codice etico antimafia, limite delle legislature e incompatibilità con altri incarichi. Porterebbero ad un totale rinnovamento della politica italiana».

Per il Parlamento almeno liste pulite

Prendo spunto da quello che ho letto oggi sul Corriere della Sera per dire che anche io mi aspetto che i partiti abbiano almeno un po’ di buongusto  evitando di mettere delinquenti nelle liste. Io aggiungerei che l’impedimento dovrebbe valere anche per i “nani e ballerine” che si sono già esibiti nel corso delle legislature e poi visto che sono tentato aggiungerei anche l’esclusione dalla competizione elettorale per quelle persone che pensano che il Parlamento sia una mucca da cui “suggere il latte” e mi riferisco al disgustoso episodio che ha visto protagonista il parlamentare Antonio Razzi, “un uomo responsabile” (http://www.youtube.com/watch?v=0aiNbGFmoR8) che non credo sia l’unico a pensarla così. Ecco posso dire che questo tipo di parlamentare mi fa schifo nel vero senso della parola!! Ma poi lo so mi faccio prendere la mano e direi ai “vecchi” che hanno fatto qualche decennio in parlamento, ebbene … ma …. ma andatevene a casa e basta avete dimostrato già quello che valete ! Per dirla tutta ma non proprio qualche giorno fa ho visto in TV su la 7 anche la “mummia”, non il film, ma paolo cirino pomicio, ma quanti anni ha? e quante legislature si è fatto? Condannato della vecchia repubblica è attuale presidente della tangenziale di Napoli S.p.a. immagino come premio e sarà anche pagato …  ma questa gente non si stanca ? gli italiani non si stancano ? … a dire il vero mi sono indignato poiché le televisioni ed i giornali dovrebbero farli scomparire ed invece questi ce li ritroviamo a discutere della crisi e delle soluzioni alla crisi, proprio loro che hanno nuotato nel mare di corruzione di tangentopoli … a pensarci e peradossalmente come cittadino mi sento anche responsabile di questa condizione politica …. Comunque di seguito l’articolo di cui ho accennato e che mi ha scatenato queste riflessioni di Sergio Romano sul Corriere della Sera di oggi 06.09.2012:

“Quando è stato scritto, qualche mese fa, che la riduzione del numero dei parlamentari avrebbe dato soddisfazione a una domanda del Paese, non abbiamo registrato, nel mondo politico, obiezioni e riserve. Quando è stato ricordato che gli italiani non volevano più andare alle urne per votare liste confezionate nelle segreterie dei partiti, ci è sembrato che tutte le maggiori forze politiche ne fossero consapevoli. Quando molti hanno ricordato che la legge contro la corruzione non è necessaria perché richiesta dall’Europa, ma anche e soprattutto perché serve a contrastare il virus della sfiducia nelle istituzioni che circola ormai come il sangue nelle vene del Paese, nessuno li ha pubblicamente contraddetti. E quando abbiamo creduto che queste fossero le misure su cui i partiti avrebbero concentrato ogni loro sforzo nei mesi seguenti, abbiamo pensato che la politica italiana avesse finalmente imboccato, per concludere decorosamente una difficile legislatura, la strada giusta. Mentre il governo dei tecnici faceva del suo meglio per risanare i conti dello Stato e smentire il pessimismo dei mercati, i maggiori partiti avrebbero usato del tempo di cui disponevano per dimostrare che avevano capito lo stato d’animo del Paese, che non potevano affrontare gli elettori senza avere risolto alcuni dei problemi più lungamente e inutilmente dibattuti nella storia politica italiana.
Ci sembrò, oltretutto, che i partiti ne avessero la convenienza. Avrebbero evitato di provare al Paese che non vogliono diminuire il numero dei parlamentari, che non sono capaci di accordarsi sui concetti di corruzione e concussione, e che l’attuale legge elettorale, anche quando affermano il contrario, è quella che maggiormente corrisponde ai bisogni di una nomenklatura preoccupata soprattutto dalla propria sopravvivenza e dalla gelosa conservazione delle sue prerogative. Naturalmente non lo ammetteranno mai, e gli italiani corrono così il rischio di assistere, nei prossimi mesi, alla commedia delle accuse reciproche. Ma spero che non si illudano. Anche se qualcuno, soprattutto in materia di corruzione, può essere più responsabile degli altri, il risultato sarà quello di aumentare il disgusto per la politica dei politici e soprattutto per un Parlamento che verrà considerato incapace di rivendicare ed esercitare il proprio ruolo. Ciò che maggiormente colpisce in questa vicenda è la cecità dei maggiori partiti. Credono di lavorare per i propri interessi e stanno invece lavorando per quelli dei loro nemici, vale a dire per quella velenosa combinazione di demagogia e populismo che si sta diffondendo nella società nazionale.
In questo quadro sconsolatamente negativo rimane una sola speranza. Se ci toccherà ancora una volta di votare con il Porcellum, non vorremmo trovare nelle liste persone impresentabili. Siamo garantisti e sappiamo che una indagine non equivale a una condanna. Ma le segreterie, dal momento che non vogliono privarsi del diritto di scegliere i candidati, dovrebbero almeno impegnarsi pubblicamente a rispettare questo elementare principio di moralità politica: non servirsi del Parlamento per mettere qualche loro compagno al riparo dalla giustizia”.

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