Gennaro Esposito

Alza la Testa

Interessante riflessione sulla separazione dei poteri

De Magistris, Narducci e la separazione dei poteri

di Aldo Masullo su il Mattino di Napoli del 30.06.2012

La polemica tra De Magistris, sindaco di Napoli, e il magistrato Narducci, da lui chiamato un anno fa come assessore nella sua giunta, ed ora traumaticamente dimissionario, appare un’ espressione del conflitto tra la difesa del «formalismo della norma», cui presiede la magistratura, e l’esigenza di duttilità della pubblica amministrazione, per la quale legalità e diritto debbono valere, ma come sfondo, limite estremo, in breve «orizzonte ». È interessante soffermarsi su questa apparenza, mettendola al riparo da ogni speculazioni sui motivi effettivi della rottura. L’ apparenza cioè le parole dette dai protagonisti e dai commentatori, sono cariche di senso. Vi si scorge  l’enorme problema della politica moderna: l’arduo nesso tra i due spiriti originari di essa, tra il liberale ed il democratico. Per la pura teoria è facile portarli a sintesi, non essendo il diritto altro che l’opposto dell’arbitrio e del privilegio, e dunque la tutela non di questo o quell’individuo bensì, senza riserve, di qualsiasi individuo. In astratto i due spiriti ben possono mostrarsi l’uno come il compimento dell’altro. Purtroppo però la vita non è un’ astrazione, ma un polipaio di forze reali, cioè di bisogni e desideri. Perciò ogni giorno il diritto del diritto si scontra con il diritto della forza, con le pretese d’ognuna delle forze che insieme lo sostengono, ma che, motivate da particolari e diversi interessi, a questi di volta in volta tentano di piegarlo in danno delle altre. Alla fine il diritto stesso si accontenta di essere un lontano e accondiscendente «orizzonte». Non è forse questo il cedimento che ha segnato l’intera storia della nostra vita repubblicana, espresso nella crescente tensione tra la «costituzione formale» e la «costituzione materiale»? Non affiora del resto di quando in quando l’idea che il lavoro giurisprudenziale debba essere «creativo» e non rigorosamente critico? Qui trova la sua ragione Pannella quando, purtroppo vanamente, rivendica con disperata puntigliosità, contro la devastazione «partitocratica», il ripristino della Costituzione nella pienezza della sua vigenza formale. De Magistris e Narducci si scontrano perché inconsciamente vi sono costretti  dalla storica perversione che insidia la nostra vita repubblicana. Il caposaldo di un regime democratico moderno non può essere se non quel principio liberale della separazione dei poteri che, in qualsiasi altro modo poi declinato nei molteplici modelli del costituzionalismo, già il «democratico» Rousseau nel 1762, solo tre anni dopo il «liberale» Montesquieu ma in modo ben più radicale di lui, poneva a fondamento della moderna statualità. Egli scriveva: «se il sovrano (ossia il popolo, l’unico legislatore) vuol governare (cioè occuparsi di applicare le leggi, amministrare), o l’amministratore e il giudice pretendono d’imporre leggi, il disordine succede alla regola». Questo principio è l’assoluto tabù dell’incesto istituzionale, che Rousseau riassunse in una fulminante battuta: «chiunque comandi agli uomini, non può comandare alle leggi; tanto meno chi comanda alle leggi può comandare agli uomini». Per la forza di questo tabù, il cui rispetto è vitale per la democrazia liberale, la nostra Costituzione impone che si assicuri d’imparzialità dell’amministrazione», avverte che «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso », infine ammonisce con forza che «i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione» (artt. 97 e 98). Ebbene le riforme degli anni ’90, in nome dell’ efficienza che impongono alla macchina statale, non esitarono a stravolgere l’originaria architettura costituzionale, incuneandovi il principio incestuoso, e a stabilire che pubbliche amministrazioni possano essere dirette da persone non assunte per concorso, ma scelte per personale fiducia da ministri, presidenti di regione, sindaci. La nostra democrazia è stata fin dagl’inizi fatta segno di un’invadente e sempre più pervasiva incestuosità istituzionale. La inaugurò nel lontano 1954 Amintore Fanfani, allora segretario della Dc, il quale ebbe e attuò l’idea che a finanziare il partito potessero servire gli enti pubblici economici, ai cui vertici egli chiamava uomini di sua fiducia.  Fu il primo anello di un’ininterrotta catena d’incestuosa commistione del politico, del potere popolare di decidere le sue regole generali di civile convivenza, con l’amministrazione che è la responsabile competenza dei tecnici a organizzare la convivenza secondo quelle regole. Come d’altra parte potrebbero i due più forti poteri istituzionali controllarsi a vicenda, garantendo così l’uguaglianza e la libertà dei cittadini, se finissero insieme confusi in un torbido vortice di arbitri? D’incesto in incesto, siamo giunti al punto che, per esempio, le Regioni in una audizione parlamentare dichiarano, come si legge, che «la fidelizzazione dei primari ospedalieri alle scelte politiche è una condizione imprescindibile»: in altre parole proclamano che normale, anzi necessario è il sistema, in cui per le funzioni direttive mediche negli ospedali si sia scelti non dai competenti e per il valore professionale, bensì dalla bassa politica delle combinazioni partitiche e secondo le loro arbitrarie convenienze. Certamente tutto nella storia cambia. Dunque anche il quadro ambientale, in cui vivono le istituzioni e si dislocano i loro poteri, in questo sessantennio è mutato e continua a mutare profondamente. Tanto più allora, nel crescere della mutevolezza e della relatività dei rapporti, diventa indispensabile che i «limiti » di volta in volta decisi, fin quando si sta entro il tempo del loro durare, siano rigorosamente rispettati. Il pericolo mortale della democrazia è che il tabù liberale dell’incesto tra poteri dello Stato, come più in generale tra consenso politico e competenze oggettive, dilegui dalla coscienza pubblica. In questo senso la salvezza è nel diritto, e in nessun luogo e momento della vita democratica la «lotta per il diritto» può essere interrotta.

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Questa voce è stata pubblicata il 3 luglio 2012 da in I Principi.
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