Gennaro Esposito

Alza la Testa

Il Nuovo Policlinico ostaggio dei Baroni dell’Università

policlinicoGrazie alla campagna di informazione iniziata da La Repubblica Napoli e continuata da Il Mattino di Napoli oggi possiamo dire che abbiamo contezza di un fenomeno che lascia assolutamente esterefatti. Ebbene ciò che i giornalisti hanno portato alla luce in qualche settimana, dando voce a medici, infermieri e sindacati, era, dobbiamo assurdamente ritenere, sconosciuto alla politica!

E’ avvilente, infatti, che né il Governatore della Campania, che ha in mano le chiavi della sanità, né alcun consigliere regionale, si sia mai interessato, semmai anche solo denunciando, del fatto assolutamente assurdo che mentre all’Ospedale Cardarelli di Napoli ci si fa in quattro, al vicino Policlinico, che ci costa circa 200 milioni all’anno, si girano i pollici perché, almeno questo è ciò che si è scoperto, il Policlinico non è in rete con il sistema di emergenza dei pronti soccorsi poiché a ciò si oppongono i “Baroni” dell’Università Federico II che comandano la Clinica Universitaria Nuovo Policlinico. E’ avvilente, infatti, che caldoro in quattro anni non abbia fatto nulla per spezzare le catene dei “BARONI” del Policlinico così come hanno fatto in tutte le altre regioni italiane.

Il fatto è vieppiù grave poiché caldoro è sposato con la Dott.ssa Annamaria Colao, medico e professoressa ordinaria (clikka) proprio presso l’università Federico II di Napoli, quindi, si potrebbe addirittura pensare, ma credo sia una fantasia, che caldoro non abbia volutamente toccato i “Baroni” del policlinico anche perché la moglie potrebbe essa stessa essere una “baronessa”.

Ebbene, che vi possa essere un conflitto di interessi di caldoro non sarebbe la prima volta. Il Governatore della Campania, infatti, non molto tempo fa ebbe il buon gusto di nominare la moglie in un osservatorio sulla sanità campana (clikka) e solo dopo che il caso fu portato a conoscenza dell’opinione pubblica dal Corriere del Mezzogiorno, la nominata si dimise.

E’ chiaro che tutta questa situazione non contribuisce a dare autorevolezza alla classe politica di modo che il governatore della regione resta ostaggio dei baroni dell’università di medicina. Non ci resta che auguraci di stare in buona salute…

vedi anche: non taccia caldoro sui mali della sanità (clikka)

sanità campana il silenzio arrogante della politica (clikka)

Di seguito l’inchiesta de il Mattino di Napoli pubblicata oggi 28.08.2014

Nel deserto di viali e padiglioni, aperto il pronto soccorso ginecologico l`unica struttura che funziona a pieno regime e si fa pure la fila

Nel deserto di viali e padiglioni, aperto il pronto soccorso ginecologico l’unica struttura che funziona a pieno regime e si fa pure la fila «Questo mese abbiamo fissato appuntamenti, tra l’altro, in oculistica, odontoiatria e otorinolaringoiatria, tranne che a ridosso del Ferragosto – spiegano dal centro unico prenotazioni, dove di pomeriggio è in servizio un solo impiegato a fronte delle quattro scrivanie e degli altrettanti sportelli dell’ufficio – alcuni servizi funzionano ad un orario ridotto, altri non vengono garantiti per lavori. Ma ciò si spiega anche perché non facciamo parte della rete delle emergenze». Ecco, è proprio questo il punto. In quasi tutte le regioni italiane i Policlinici universitari hanno il pronto soccorso. A Napoli no. Ci hanno provato in tanti alla Regione a coinvolgerli (qualche anno fa Bassolino e oggi Caldoro), ma finora senza risultato. Eppure di soldi questa enorme città sanitaria, che si estende per 440mila metri quadrati e ha mille posti letto, ne riceve tanti: circa 200 milioni all’anno. Secondo i medici ospedalieri fin troppi. Perché, a fronte di questi finanziamenti, non assicura il supporto necessario quando si tratta di gestire casi gravi ed emergenze. Da qui l’affondo: «I colleghi che lavorano nelle strutture universitarie sono privilegiati perché non devono sopportare lo stress del pronto soccorso – osserva Antonio De Falco, segretario regionale del Cimo – è chiaro che allora nelle corsie dei reparti non si vedano barelle, anzi è capitato in passato che ci fossero pure molti posti letto vuoti». Eppure se senti medici e professori che lavorano al Policlinico cercheranno in tutti i modi di mostrarti l’altra faccia della medaglia. Che cioè da quasi dieci anni, a causa dei conti in rosso della sanità, è in vigore un blocco del turn over, per effetto del quale gli operatori che vanno in pensione o che lasciano il lavoro non vengono sostituiti. Dal 2006 ad oggi il nosocomio ha dovuto rinunciare a 1500 unità. Però questa situazione vale per tutti i presìdi della Campania, non solo per il Policlinico federiciano. Ma, numeri alla mano, quanti sono gli operatori in servizio nella città della salute della zona ospedaliera? Attualmente i dipendenti dell’azienda universitaria sono circa 2mila, di cui 800 medici e professori. Anche se è come se fossero molti di meno perché questi camici bianchi, per contratto, lavorano 26 ore alla settimana contro le 38 dei colleghi di un normale ospedale. I conti non tornano pure perché una parte dei medici si dedica esclusivamente all’insegnamento lasciando agli altri le attività di assistenza. Ad agosto, naturalmente, il quadro si aggrava. Secondo le stime dei sindacati, infatti, solo il 30 per cento dei dipendenti è in servizio in questo periodo. Gli altri, è ovvio, sono in vacanza, magari in barca o a spasso in chissà quale parte del mondo. Così si assiste talvolta ad un fenomeno che fa infuriare molti addetti ai lavori: a tappare le falle delle strutture universitarie sono, in virtù di accordi e convenzioni, anche gli stessi operatori sanitari ospedalieri. Già, perché mancano gli infermieri, mancano i portantini, scarseggiano persino tecnici e magazzinieri. Negli anni Settanta e Ottanta, i tempi d’oro, il Policlinico della Federico II poteva permettersi di utilizzare una squadra di dipendenti come fattorini. Ogni giorno raccoglievano i prelievi di sangue dai vari padiglioni per portarli al laboratorio centrale. Oggi, invece, quei dipendenti-fattorini non esistono più. E, sempre a causa del blocco del turn over, non sono stati rimpiazzati. Così per risolvere il problema si è fatto ricorso a una ditta esterna. Stesso copione per il magazzino e la farmacia. Le polemiche abbondano e i disagi si moltiplicano. Tuttavia si va avanti, si tira a campare, come si dice dalle nostre parti. Eppure la legge parla chiaro. Nel piano di razionalizzazione della rete ospedaliera e territoriale, approvato dopo un lungo iter dalla Regione nel 2010, è scritto espressamente che i prof devono rassegnarsi perché il Policlinico è destinato ad entrare nella rete delle emergenze. Da allora sono passati quattro anni ma questo obiettivo non è stato ancora centrato e la riorganizzazione immaginata a Palazzo Santa Lucia è rimasta nel cassetto. «Ci sono troppe differenze, se gli ospedali e le università continueranno ad essere considerati come due universi separati sarà davvero dura realizzare nuove sinergie» avverte Vittorio Russo, presidente regionale dell’Anpo, il sindacato dei primari. «Ma soprattutto – aggiunge Russo – non potrà esserci un sistema integrato del pronto soccorso senza il coordinamento della Regione, che nessuno è mai riuscito o ha mai voluto istituire». Due mondi diversi, insomma. Distanze siderali. Se ne accorgerebbe anche un alieno appena sbarcato da Marte. È sufficiente trascorrere qualche minuto nel pronto soccorso del Cardarelli e poi spostarsi al Policlinico. Persino ad agosto il nosocomio più grande del Mezzogiorno viene preso d’assalto dai pazienti e dai familiari inferociti. Nella struttura universitaria, al contrario, regna la quiete, e un silenzio surreale. Tant’è che qualcuno ha pensato pure di andare a farci jogging. Come dargli torto? Se per le visite bisogna aspettare il rientro dei medici vacanzieri, allora meglio tenersi in forma.

Policlinico, al lavoro tre medici su dieci = Policlinico, chiuso per ferie le emergenze restano fuori

Gerardo Ausiello

Corridoi deserti e reparti chiusi. I sindacati: qui letti vuoti, gli altri ospedali scoppiano. Viaggio tra i padiglioni della cittadella universitaria: vuoto e silenzio

I sindacati: qui letti vuoti, gli altri ospedali scoppiano. Trovare un medico al Policlinico della Federico II è quasi come vincere un terno secco sulla ruota di Napoli. Siamo a fine agosto ma è ancora chiuso per ferie. Spazi deserti, poche anime solitarie, qualche impavido parente che si avventura a caccia di informazioni. La cardiochirurgia è praticamente terra di nessuno. Precisamente dal 25 luglio, quando sono iniziati gli interventi urgenti di ristrutturazione del pavimento della terapia intensiva e di bonifica dell’intero reparto. L’unica struttura che somiglia vagamente ad un pronto soccorso è l’UTIC, l’unità terapia intensiva coronarica, anche se l’organico è ridotto all’osso. Ambulatori a scartamento ridotto e parcheggi chiusi. Ed è rimasto sulla carta il progetto di far rientrare il Policlinico nella rete delle emergenze. Cercansi medici disperatamente. Trovarne uno di questi tempi al Policlinico della Federico II è quasi come vincere un terno secco sulla ruota di Napoli. Di quelli che per azzeccarli, suggerisce Luciano De Crescenzo nelle vesti del professor Bellavista, devi solo rivolgerti ad assistiti o, peggio ancora, a monaci guardoni. Siamo a fine agosto ma il Policlinico è ancora chiuso per ferie. Te ne accorgi subito perché persino i servizi più elementari vengono spudoratamente negati. Il parcheggio, ad esempio: strada sbarrata e cartelli disseminati qua e là, in cui si dice senza giri di parole che dal primo al 31 agosto non ce n’è per nessuno. Un bell’inizio. Se poi percorri i lunghi viali che costeggiano i 21 padiglioni, la sensazione iniziale diventa certezza assoluta. E sembra di essere tornati indietro nel tempo, quando imbattersi in un’auto era come vivere un’esperienza mistica. Spazi deserti, poche anime solitarie, qualche impavido parente che si avventura a caccia di informazioni. D’accordo, si obietterà, siamo ad agosto ma i servizi sanitari, almeno quelli, saranno assicurati. E invece entrando nei padiglioni la musica non cambia. Anzi. La cardiochirurgia guidata da Carlo Vosa, quella finita nella bufera perché da un mese è chiusa per lavori, è praticamente terra di nessuno. Precisamente dal 25 luglio, quando sono iniziati gli interventi urgenti di ristrutturazione del pavimento della terapia intensiva e di bonifica dell’intero reparto. Nell’edificio 2, quello più lontano dall’ingresso principale, l’unica struttura che somiglia vagamente ad un pronto soccorso è l’Utic, l’unità terapia intensiva coronarica, anche se l’organico è ridotto all’osso. Per il resto ogni incombenza è rinviata a settembre. Basti pensare che sulle scale che portano all’ultimo piano, fino alle sale operatorie della cardiochirurgia, giacciono abbandonate sedie e poltroncine, dismesse senza pretese dalla sala di attesa che si trova poco distante. L’unico vero reparto che funziona come quello di un normale ospedale è il pronto soccorso ginecologico. Lì puoi arrivare a qualsiasi ora e ricevere assistenza, anche se ad agosto si va facilmente in affanno. In generale è essenziale che ci siano almeno due medici di mattina, uno off limits. Ambulatori a scartamento ridotto Parcheggi chiusi: «Ripassate il primo settembre di pomeriggio, uno di notte e un altro reperibile per qualsiasi urgenza. E chiaro, però, che in caso di superlavoro la situazione si fa difficile.

 Una struttura d`avanguardia nella ricerca, mille posti letto e nel 1980 divenne il rifugio antisismico dopo il 23 novembre

La storia: Una struttura d’avanguardia nella ricerca, mille posti letto e nel 1980 divenne il rifugio antisismico dopo il 23 novembre II Policlinico, meglio noto come cittadella universitaria, insiste nella zona collinare dal 1972, anno di apertura di quello che è ritenuto un centro d’eccellenza soprattutto per la ricerca, trasformatisi poi man mano negli anni anche in vero e proprio nosocomio. All’epoca del terremoto, siamo nel 1980, visto che i suoi edifici erano antisismici e all’epoca in città non ce ne erano moltissimi, furono tanti i napoletani che trascorsero quei giorni di paura in quelle strutture solide. La costruzione, progettata da Carlo Cocchia e iniziata nei primi anni sessanta terminò nel 1972. Nel 1995 diventa «Azienda Universitaria Policlinico”, e il Primo gennaio 2004 ha assunto l’attuale nome di Azienda Ospedaliera Universitaria in seguito a un protocollo d’intesa stipulato nel 2003 tra l’Università degli Studi di Napoli Federico II e la Regione Campania. La struttura ospedaliera si estende per un totale di 440mila metri quadrati di superficie con 21 edifici a destinazione assistenziale, per un totale di 1000 posti letto per ricoveri ordinati e 200 posti letto per day hospital. Il totale di impiegati, tra medici, infermieri, tecnici, ausiliari è di circa 2mila unità. Con i suoi edifici l’Azienda ospedaliera ha cambiato il volto di un pezzo di città, quello della zona collinare, quartiere che da allora è semplicemente definito dai napoletani la «zona ospedaliera». Infatti, li ci sono i maggiori ospedali della città quali il Cardarelli, Monaldi, Cotugno e il Pascale centro d’eccellenza per la cura dei tumori. Un quartiere dove gli ospedali danno lavoro a tanti residenti.

Paziente trasferito, verifiche sulle responsabilità del 118 = «Cardiochirurgie out, paziente a Salerno»

Cardiochirurgie out, paziente a Salerno. L’inchiesta della Regione: trovato il posto ma non a Potenza, ora verifiche. «Quel paziente cardiopatico a Potenza non è mai andato. Perché in extremis si è liberato un posto al Ruggi di Salemo ed è stato trasferito lì». Il duello tra Regione e 118 continua. Terreno dello scontro è sempre il clamoroso caso dell’uomo di Frattamaggiore che il 6 agosto ha riportato una grave dissecazione aortica del tratto discendente e necessitava dunque di un intervento chirurgico urgente. A Napoli, però, non ha trovato posto perché le cardiochirurgie del Monaldi e del Policlinico erano chiuse e stanno riaprendo i battenti solo in queste ore, rispettivamente dopo una settimana e un mese di stop. «L’unico via libera – ha raccontato Giuseppe Galano, presidente campano dell’Aar (Associazione anestesisti rianimatori) nonché direttore della centrale operativa regionale del 118 – è arrivato dall’ospedale di Potenza». Ma proprio questa circostanza viene contestata dalla Regione, che ha avviato un’indagine interna per fare luce sulla vicenda. Alla fine, dopo le informazioni e gli atti raccolti dal dipartimento Salute dell’ente e dagli uffici dell’Aran, a Palazzo Santa Lucia hanno tirato le somme. «In base agli accertamenti effettuati dagli uffici il giorno 6 agosto è pervenuta alla centrale operativa regionale del 118 la richiesta, da parte della centrale 118 di Napoli 2 Nord, di disponibilità di ricovero in cardiochirurgia per un paziente ricoverato in pronto soccorso all’ospedale di Frattamaggiore – si legge nel dossier messo a punto dagli esperti dell’ente – La centrale regionale ha effettuato la ricerca di posti letto presso le centrali operative provinciali e presso gli ospedali di Napoli ottenendo riscontro negativo». Subito dopo «la stessa centrale ha effettuato richiesta di disponibilità di reparto operatorio di cardiochirurgia agli stessi indirizzi ottenendo riscontro negativo». A questo punto è partita la ricerca fuori dai confini regionali ed è arrivato il primo via libera, dal nosocomio di Potenza. Fin qui le versioni del 118 e della Regione coincidono. Ma è questo anche il momento in cui la centrale regionale esce di scena perché il trasferimento non viene gestito dal 118 bensì direttamente dall’ospedale che ha in carico il paziente. Ebbene, secondo le informazioni raccolte dal dipartimento Salute e dagli uffici dell’Arsan, alla fine, grazie ad un contatto diretto tra l’ospedale di Frattamaggiore e quello di Salerno, il cardiopatico sarebbe stato «trasferito proprio nel nosocomio di Salerno»: «È stato visitato in cardiochirurgia, dove non è stato ritenuto necessario l’intervento chirurgico. Ricoverato in cardiologia, è stato dimesso il 13 agosto». «Da ulteriori informazioni assunte presso le basi di volo degli elisoccorsi di Napoli e Salerno è stato verificato che nel mese di agosto dalla base di Napoli non è stato effettuato alcun trasferimento extraregionale. Da Salerno sono stati effettuati, invece, due trasferimenti extraregionali» fanno sapere infine da Palazzo Santa Lucia. La vicenda, comunque, non si chiude qui. Perché la giunta Caldoro non esclude verifiche sull’operato del 118 per accertare se siano stati commessi errori e irregolarità o se dalla centrale operativa siano state fatte comunicazioni sbagliate. È questo solo l’ennesimo round di una battaglia che va avanti da tempo e che riguarda la riorganizzazione del sistema di soccorso: il governatore Stefano Caldoro vorrebbe affidarlo alle Asl, Galano spinge per mantenerlo in capo al Cardarelli e ha ottenuto una prima vittoria al TAR. Il problema, comunque, non è tanto quello dei trasferimenti, che si verificano quasi quotidianamente, quanto il fatto che la rete delle emergenze a Napoli è pericolosamente in affanno. In sofferenza sono soprattutto Cardarelli, Loreto Mare e San Giovanni Bosco, che devono fronteggiare ogni giorno l’afflusso record di pazienti provenienti non solo dalla città e dall’hinterland ma anche dalle altre province campane. E allora la via d’uscita principale resta quella di inserire i Policlinici, della Federico II e della Seconda Università di Napoli, nella rete delle emergenze. Ma la strada appare in salita soprattutto a causa delle resistenze dei docenti. Ora la giunta Caldoro punta ad accelerare su questo versante mentre lavora ad una più intensa sinergia tra Cardarelli, Monaldi e Policlinico. L’ultimo pezzo della strategia prevede il rafforzamento della rete territoriale (Asl e distretti) attraverso la creazione di 300 unità complesse di cure primarie: strutture in grado di fornire primi soccorsi ma che non sono costose e complesse come i pronto soccorso ospedalieri.

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