Gennaro Esposito

Alza la Testa

Gli Operai non esistono più

operaiUna delle frasi che mi irritano di più è: “Gli operai non esistono più”. Mi chiedo allora cosa sono i lavoratori della FIAT, i metalmeccanici delle altre fabbriche, gli autisti degli autobus, i braccianti agricoli (sia quelli italiani che quelli stranieri ultrasfruttati), gli operatiori ecologici delle città e le altre migliaia di lavoratori operai e non che, pur svolgendo un lavoro di concetto, sono stati ridotti alla medesima condizione degli operai degli anni settanta. Io sono figlio di un operaio degli anni ’70, che ha avuto la forza di laureare cinque figli con uno stipendio di operaio, mentre, oggi, due impegati di concetto non sono neppure in grado di pagare gli studi a più di un figlio. Non posso sopportare questa affermazione che talvolta, in un moto di rassegnazione, è pronunciata anche dagli stessi operai. Credo che ciò che è accaduto sia il risultato di una grande operazione di condizionamento psicologico sociale, volta a tenere a bada le masse costituite da singoli che non si riconoscono neppure più come operai. “Dividi et impera” è stato il motto. Lo stato sociale in questi anni è stato massacrato con lo scopo di creare divisioni, di creare individui solitari che non si riconoscono più in una classe sociale ma in una condizione che costituisce, per loro stessi, una gabbia dalla quale non poter uscire. Spesso mi capita di parlare con giovani dei quartieri popolari che manifestano, all’età di 14 anni, la loro intenzione di vivere con la pensione dei genitori nella consapevolezza che non avranno mai la possibilità di migliorarsi e, quindi, migliorare la società. Ciò mi provoca un moto di tristezza e di rabbia io, come tanti altri, ho avuto la possibilità di avere una evoluzione culturale e credo che di questo ne abbia beneficiato anche la società. Non posso sopportare che ragazzi, con tutti i numeri nel loro cervello, siano scoraggiati ad intraprendere ogni possibile evoluzione della loro condizione ingrassando il più delle volte le fila della malavita. Da bambino mi riconoscevo quale figlio di operaio e sapevo cosa ciò volesse dire perché c’erano momenti di socialità tra gli operai e le loro famiglie. Via via tutto questo è stato distrutto e non credo per motivi economici. La strada è lunga e vale la pena percorrerla tutti insieme …

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