Gennaro Esposito

Alza la Testa

La Movida Pericolosa: Dove sono le Istituzioni

Dopo i gravi fatti di Torino, dove si sono ferite oltre 1.500 persone per il panico scatenato da una suggestione collettiva, la recente Circolare del Capo della Polizia, Franco Gabrielli, prevede delle misure di sicurezza da adottare per i cd. eventi che si organizzano nelle città italiane, anche se già le norme di sicurezza vigenti avrebbero dovuto impedire i citati gravi fatti che hanno scatenato il caso piemontese. Fuori dall’ipotesi del cd. evento di piazza, invece, le misure di sicurezza da adottare si lasciano alla valutazione delle istituzioni preposte. Sennonché non v’è chi non veda che a Napoli, così come in altre grandi o piccole città, la situazione del cd. “evento di piazza”, diciamo, costituisce la normalità che resta assolutamente ingovernata. Si pensi a Bagnoli/Via Coroglio, a Chiaia ai cd. baretti, a Piazza Bellini/via Bellini, a Piazza San Domenico Maggiore/Via Nilo/Via Paladino/Via Carrozzieri, ad Aniello Falcone ed altri pochi luoghi dove ogni sera si radunano migliaia di cittadine e cittadini, giovani e meno giovani che, nella loro incosapevolezza, vengono messi a rischio. Difatti, in tutti questi posti si radunano migliaia di persone anche perché i locali ivi collocati o sono vere e proprie discoteche, che non rispettano le norme di sicurezza (è difficile, infatti, vedere Vigili del Fuoco ed Ambulanze per il numero di persone presenti), o sono dei locali autorizzati alla sola somministrazione di bevande, o anche alimenti, che si trasformano in veri e propri locali di pubblico spettacolo canoro, disco o danzanti, senza averne i minimi requisiti di sicurezza, prescritti dalla legge quando si organizzano eventi di tal tipo. Ebbene, la cosa che preoccupa è che il tutto avviene alla luce del giorno, ovvero della notte. Migliaia di persone, infatti, si riversano in locali di pochi metri quadrati, con avventori che occupano strade e marciapiedi, che semmai hanno organizzato la notte “DJ SET”, ovvero in locali seppure di discrete dimensioni che, però, non potrebbero fare eventi di pubblico spettacolo, perché carenti dei requisiti di legge, come ad esempio le uscite di sicurezza su lati contrapposti. Il tutto è condito dal fatto che ciò accade o nelle immediate vicinanze di centri abitati o, addirittura, in locali inseriti in edifici ad esclusiva vocazione residenziale. E’ il caso del cd. Baretto inserito in un condominio, dove tutte le altre unità sono abitazioni di famiglie, lavoratori, bambini ed anziani che restano svegli per notti intere e per la gran parte della settimana. Ebbene, con il cd. Decreto Minniti, n. 14/2017, si sono accresciute le prerogative del Sindaco e del Questore, che hanno più incisivi strumenti amministrativi ed il compito, finora non assolto, di adottare provvedimenti ad hoc, proprio per far fronte a tale ingovernata situazione. Ci chiediamo quando mai adotteranno un provvedimento ovvero, se del caso, dobbiamo prima attendere il disastro confidando nella Provvidenza affinché non accada nulla di grave!

2 commenti su “La Movida Pericolosa: Dove sono le Istituzioni

  1. Antonio Lombardi
    giugno 12, 2017

    Va rilevato che scontiamo errori gravissimi di politica commerciale ed urbanistica, che hanno permesso la concentrazione di un numero esorbitante di locali di ristorazione e di intrattenimento in poche zone asfittiche della città. Questi attirano inevitabilmente masse incontrollabili di utenti che si riversano nei pochi km quadrati di Chiaia, del centro antico, del lungomare liberato (dalle auto e consegnato e rioccupato da ristoratori ed affini che, ricordiamolo, non pagano neanche l’occupazione del suolo pubblico). Il fenomeno di assurda concentrazione è esploso dopo la deregulation urbanistica ( ed anche impiantistica) che permette a chiunque e dovunque di aprire un locale di intrattenimento o di ristorazione. Ovvio che nel generale squallore ed invivibilità in cui viene tenuto l’80% del territorio comunale, tutti si sono riversati nelle poche aree vivibili (almeno lo erano) e presentabili in cui sembrava valesse la pena di investire. Ritengo che sia indispensabile limitare la attuale assoluta libertà di trasformare bassi, garage, depositi il locali, tornando a forme di dislocazione contingentata sul territorio, del resto previste nel vecchio piano regolatore; bloccare il passaggio delle autorizzazioni da un esercente all’altro (è noto che, anche a causa della giungla che si è creata con la concorrenza di tanti locali simili in pochissimo spazio, ci sono cambi di gestione ogni cambio di stagione); introdurre regole severe per l’idoneità dei locali e per l’impiantistica, impedendo lo schifo degli aeratori che mandano puzza e fumo dalle cucine sulla strada, spesso ad altezza d’uomo; creare consigli di quartiere che possano deliberare sulla concessione delle autorizzazioni; impedire che lo stesso comune rilasci autorizzazioni contrarie ai suoi stessi regolamenti (vedasi il dimenticato piano per le emissioni sonore); incentivare gli imprenditori del settore a spostarsi e/o ad investire in zone di Napoli oggi abbandonate ove trovare un bar aperto dopo le cinque del pomeriggio è un’impresa, ovviamente previa bonifica e riqualificazione di queste aree ( ad esempio proponendole per gli “eventi” che deturpano il Plebiscito e chiedendo invece di canoni ed occupazione suolo che gli organizzatori e gli sponsor si accollino parte delle spese degli interventi di pulizia e riqualificazione) quali ad es. piazza Mercato o l’area della Marinella,etc.

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  2. Luciano Licciardi
    giugno 15, 2017

    Il fallimento della politica commerciale ed urbanistica dell’amministrazione comunale, cui fa cenno Antonio Lombardi nel suo intervento, non è solo frutto di incapacità amministrativa e di insufficiente spirito di servizio, ma rientra a pieno titolo in un progetto di utilizzo a fine politico di un potenziale bacino elettorale. Appare chiaro che alienarsi le simpatie di una parte rilevante della realtà commerciale della città, adottando provvedimenti di tipo restrittivo, potrebbe rivelarsi non pagante dinanzi alle urne. La “ movida selvaggia “ rientra in questa logica strumentale : il desiderio di allegria, evasione , l’esuberanza propria della giovinezza, la ricerca di appartenenza e l’occasione di incontro, divengono strumento di consenso da parte di un’ amministrazione che vuole mostrarsi paladina della difesa del nuovo e della gioia di vivere allo scopo di realizzare, tuttavia, un progetto che non pone al suo centro la sana e democratica gestione della vita cittadina, quanto la creazione di un nuovo soggetto politico.
    Il nemico, quindi, nella battaglia contro la “ movida selvaggia” non sono i giovani attori della stessa, quanto i registi che ne sono alle spalle. La lotta a questo fenomeno si inserisce all’interno del più ampio perimetro del controllo del territorio, premessa fondamentale alla lotta all’illegalità e al contrasto alla criminalità. Per non parlare, poi, della pubblica incolumità , pericolosamente messa in pericolo dall’improprio sovraffollamento dei luoghi ( Torino insegna ).
    Rispetto a questo, le istituzioni appaiono timide se non addirittura indifferenti, facendo sorgere, in non pochi casi , il legittimo sospetto di un sostanziale atteggiamento collusivo. Ed allora la rivendicazione del dovere all’osservanza da parte di tutti di banali norme di civile convivenza deve passare attraverso la chiamata in causa del decisore politico ed amministrativo, delle forze di polizia come della Guardia di Finanza (la repressione dell’elevata evasione fiscale potrebbe divenire lo strumento chiave nel controllo del fenomeno ). E’ in quelle sedi che la lotta deve essere portata : la piazza, pur importante, può rivelarsi lontana da chi, per dovere istituzionale, dovrebbe agire. L’opinione pubblica deve sapere, quindi, se il cittadino, in quanto portatore di diritti come di doveri, ha un punto di riferimento istituzionale o se è solo ed abbandonato a se stesso, costretto a sbattere contro un muro di gomma.

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