Gennaro Esposito

Alza la Testa

Davide: Una morte di Stato o della politica

Traiano corteoLa morte di un ragazzo di appena 17 anni è una tragedia e non oso neppure immaginare cosa stiano provando i genitori, i parenti e gli amici ma ciò che sta accadendo nel Rione Traiano mi indigna come cittadino! Una folla suggestionata che pensa che lo Stato sia da combattere, da respingere da tenere lontano.

Le Forze dell’ordine additate come responsabili indistintamente, per un giovane carabiniere che spara in preda alla paura e non all’altezza di fronteggiare la particolare situazione di un motorino con tre persone a bordo che, senza casco, non si ferma all’ALT in un quartiere di camorra!

Un quartiere difficile che viene saccheggiato dalla camorra ritenuta oggi addirittura “benigna” che da’ posti di lavoro a guardia delle piazza di spaccio a fronte di uno Stato che non è in grado di creare sviluppo per sottrarre le forze alla camorra!

Mi indigno e penso che forse Davide a quest’ora non sarebbe morto se nella vicina Bagnoli, in questi 30 anni, si fosse creato sviluppo e posti di lavoro. Forse il papà di Davide o il fratello o Davide stesso, a quest’ora potevano essere impiegati in una qualche attività turistica o terziaria che si sarebbe potuta sviluppare nell’area dell’ex italsider e, quindi, avrebbe potuto pagare la maledetta assicurazione del motorino o forse non si sarebbe trovato nel posto sbagliato perché stanco dal lavoro o perché l’indomani sarebbe dovuto andare al lavoro.

Forse in trent’anni Davide o qualche suo familiare avrebbe potuto trovare lavoro in una qualche attività che si sarebbe potuta sviluppare a Napoli Est, per esempio nel solo immaginato polo di Porto Fiorito, altro progetto fallito, oppure avrebbe potuto trovare lavoro in un’area sviluppata del porto o al Parco della Marinella, nelle vicinanze del Mercato del Pesce, inserito in un polo della ristorazione del seefood.

Ecco Davide, due sere fa, poteva non essere a bordo di quel motorino, oppure, poteva tranquillamente fermarsi all’ALT dei carabinieri perché aveva tutto in regola, non avremmo, così, regalato nulla alla camorra matrigna, se solo chi aveva – ed ha – l’obbligo di immaginare e programmare nelle istituzioni avesse fatto il suo dovere con competenza e lungimiranza! La politica sembra distante da noi ma è l’unica responsabile nel bene e nel male di ciò che ci accade!

Da Repubblica Napoli di oggi (06.09.2014)

Tutte Bugie è stato un omicidio e nel rione c’è chi inneggia alla camorra

CONCHITA SANNINO

Voleva essere un felino, ma non ce l’ha fatta a scappare da se stesso e dalla gabbia del suo destino, dalle notti passate in giro a «16 anni, quasi 17», dagli amici pericolosi o solo nullafacenti, mentre qualcuno gli aveva persino assicurato una promettente carriera di calciatore, «attaccante, però a patto che studi, ti concentri e smetti di fumare».

Ma Davide non era stato formato alla disciplina, o all’esercizio della sopravvivenza o al calcolo che ti fa svoltare. «Come un leone affronto la vita, supererò ogni salita», scriveva sul suo profilo Facebook e invece è finito bruciato mentre scappava chissà da cosa, ucciso da un proiettile sparato dal suo inseguitore, ammazzato mentre voltava le spalle al carabiniere che in una notte d’afa si è trasformato nel suo cacciatore. Davide Bifolco era questo, e forse non avrebbe mai immaginato che lo Stato, un giorno, dovesse rendergli giustizia.

Un ragazzo in bilico, come il suo Rione Traiano fatto di case popolari — da quartiere operaio scivolato verso il ghetto lungo la fascia di Napoli ovest — una distesa di palazzoni senza colore, famiglie eternamente in bolletta, alleanze tra clan sventate e di nuovo ricomposte, famiglie oneste che si chiudono in casa e aiuole che nessuno cura e che a nessun cittadino sembrano appartenere. Terreno ricco solo di espedienti facili, aspiranti ladruncoli e scippatori, piazze di spaccio ed economia di camorra, unico ufficio di collocamento aperto sul territorio.

Un rione che è stato tutto il perimetro della sua giovane vita, dove adesso, in una piovosa mattina di lutto, tanti altri Davide piangono, si disperano, accusano «i bastardi» delle forze dell’ordine, e si fanno intervistare e sfogano dolore e angoscia, per «tutte le bugie che vi stanno raccontando», per «tutte le infamità che ora ci rovesciano addosso pur di non pagare il prezzo di una morte innocente». «Non le scrivete le cazzate, ora stanno dicendo alla tivvù che hanno trovato una pistola giocattolo a quaranta metri da qui? Non vi macchiate la coscienza, pure voi», implora e insieme grida una zia di Davide.

E allora com’è andata, tra le 2.30 e le 3 di notte, lì a viale Traiano? Cos’è successo nello spazio che separa il prima e il dopo della tragedia? La voce di Davide spavalda che rientra un attimo in casa, per svegliare la madre con un sorriso, «Ma’ senti: mi prendo un cappellino e il giubbotto, c’ho freddo sul motorino, non ti preoccupare, mo’ torno, sto con gli amici». Fino a quelle sirene metalliche che annunciano la tragedia e portano il tam tam alla porta: «Prenda i documenti di suo figlio, Davide è ferito, un brutto incidente».

«È andata che lo hanno ammazzato». Salvatore Triunfo, 18 anni, qualche precedente alle spalle, il ragazzo proprietario di quello scooter Sh 300 che li ha portati dritti all’inferno, accusa e trema ancora: «Sì, è vero, c’ero io su quel motorino. Sono stato in caserma tutta la notte, mo’ mi hanno rilasciato. Non è vero che è stato un incidente. E non è vero che con noi c’era un latitante. Perché non ci siamo fermati? Perché eravamo senza casco, senza assicurazione. Siamo fuggiti e i carabinieri ci sono venuti addosso, ci hanno buttato per aria, siamo finiti in un’aiuola. Davide stava per alzarsi quando il ca- rabiniere che stava vicino a noi gli ha sparato. Poi gli ha messo le manette».

Arriva Enzo, un altro di neanche vent’anni, un altro che dice di aver visto tutto, che sostiene di essere lui il terzo su quel dannato scooter diretto all’inferno. Piange. Più che parlare, singhiozza, si copre gli occhi con le mani. «Siamo scappati perché non volevamo avere problemi, ma noi, noi non potevamo immaginare». Si ferma, lo incoraggiano: «Parla, ché solo così avremo giustizia, respira e parla». Enzo continua: «Ci hanno sparato alle spalle, abbiamo sentito un colpo e ha preso al petto Davide. Poi lo hanno subito portato in un’ambulanza, secondo me lo sapevano che era morto, ma hanno spostato il nostro Sh, hanno spostato la loro auto, lo sapevano che stava per succedere la guerra ».

La guerra, cioè seicento persone che calano giù da mezzo Rione Traiano, che sputano, lanciano pietre e inveiscono contro i carabinieri e la polizia che intanto è venuta a placare la rivolta, smontano le targhe da volanti e gazzelle, sull’onda dello sgomento minacciano di morte uomini e donne in divisa. Scene che avvengono quando a sparare è un carabiniere. Ma non, come avvenne nel 1991, fu la camorra a uccidere per sbaglio Fabio de Pandi, ragazzino di 11 anni.

Mentre ora le voci che si alimentano, la sete di vendetta montano sotto gli scrosci d’acqua violenti. Parenti, amici, familiari vanno prima in ospedale, poi in caserma: urlano, battono la testa, non ci vogliono credere che Davide è morto così. Sei ore dopo, quando la pioggia sembra sedata e goccioline della tempesta scivolano sopra le facce immobili di un centinaio di ragazzi, mentre il corpo del 17enne è ormai al Policlinico in attesa solo di un’autopsia rivelatrice, arriva il padre di Davide da un comune dell’hinterland dov’era andato a fare l’ambulante. E la sua minaccia strazia. «Dove sta il carabiniere? Gli devo uccidere il figlio. Adesso io che ci campo a fare?». Un’anziana zia dice secca, come una profezia: «La verità è una: la camorra ci protegge, e lo Stato ci uccide i figli».

Un zio di Davide, Felice, con gli occhi gonfi e rassegnati, sembra più lucido. «È stata un’ingiustizia e lo Stato deve pagare. Però questi ragazzi sono condannati, fanno cose pericolose. Le famiglie qui non possono seguire niente: troppi guai, troppi debiti, troppa povertà. Io e il padre di Davide avevamo un negozietto: siamo andati sotto e sopra, con le tasse non ce la facevamo, abbiamo venduto e siamo ambulanti. Qualcuno di noi ha fatto errori. Pensare che Davide un futuro ce l’aveva, era un bravo attaccante, piaceva tanto a Pasquale Foggia, lo sapete no, il calciatore della Salernitana. Ma poi il ragazzo non ci è andato più, voleva stare dietro alla fidanzatina, voleva la sua vita». Interviene un operaio della zona. «Lo sport è un lusso, se c’hai i genitori che ti seguono o hanno i soldi, vai ai tornei e cresci, sennò resti indietro ».

A sera cala una calma apparente sul rione in rivolta. Lo Stato resta nemico. Gli altri, capipiazza, spacciatori, rapinatori o perditempo, ci marciano, e soffiano disprezzo verso le “guardie”.

Il mio povero Davide meglio in carcere che così al cimitero

LOPOTEVA picchiare, me lo poteva mandare in ospedale. Perché me l’ha ucciso?».

Flora, 48 anni, è madre di Davide e già nonna. Piange e brucia Marlboro. La testa è sorretta dalle mani di una delle tante vicine che popolano il cortile di casa, lei alterna l’ira allo shock, scossa dalle lacrime e dalla tosse da fumatrice.

Signora, lei come pensa che sia andata?

«Hanno parlato della pistola trovata qui vicino, della pallottola che è partita per errore. Ma quale incidente? I ragazzi che erano con mio figlio mi hanno detto che Davide stava a faccia a terra nell’aiuola e si stava rialzando, quando il carabiniere me l’ha ucciso ».

Perché era in giro di notte? Le aveva detto con chi era uscito?

«Con i compagni suoi: niente di strano. Mio figlio non faceva nulla di male. È estate, Davide non lavorava ancora, era un bambino, la sera uscivano e stavano qui intorno. Mio figlio grande Tommaso (detenuto ai domiciliari, anche se è in strada con gli altri, ndr), gli aveva detto che quando risolveva le sue cose se lo portava a lavorare, manutenzione degli ascensori. Invece ci hanno distrutto. Era meglio che lo “imparavo” delinquente, almeno sparava lui. Almeno Davide si difendeva».

A 17 anni?

«Ma almeno lo andavo a trovare in carcere. Non al cimitero. Invece chi nasce qui, o è buono o è cattivo, sempre è condannato. Sia che stai su un motorino senza l’assicurazione, sia che sei un criminale, sempre nella tomba vai a finire. Vi sembra giusto?»

Un commento su “Davide: Una morte di Stato o della politica

  1. luciano
    8 settembre 2014

    Una morte di Stato o della Politica ?
    E’ una domanda che ci poniamo sempre allorquando la cronaca ci riporta queste morti assurde che quasi sempre cancellano la vita di giovani, minano il futuro, patrimonio di tutti, annichiliscono speranze.
    Ma ognuna di queste storie è profondamente diversa dall’altra e si dipana attraverso una narrazione che non consente omologazione e facili confronti.
    Tutti ricordiamo con orrore lo strazio di Federico Aldovrandi, di Stefano Cucchi e dei tanti di Bolzaneto. Il dolore che allora provammo si andava rafforzando in virtù della compostezza, della dignità e della ricerca di senso, espresse da quel mondo di affetti da cui le loro vite provenivano.
    In chi ha amato quegli sventurati, l’istintuale e catartica sete di vendetta, ha ben presto ceduto il posto ad un più elevato bisogno di Giustizia, ad un desiderio di Verità che trasforma la distruttività della morte in atto creativo di senso, condannando senza appello gli autori di quegli efferati crimini, in quanto individualmente responsabili, ma ancor più le opacità di uno Stato che, con la sua indifferenza al grido di dolore che da quelle storie si levava, ha finito per l’essere sostanzialmente collusivo con il Male, uccidendo per una seconda volta quelle giovani vite.
    A chi in questi giorni ha messo in un unico calderone le vicende di Davide, Stefano e Federico, se veramente motivato da un desiderio di Giustizia e Verità, mi permetto di suggerire un po’ di prudenza.
    Gli attori della tragedia che in questi giorni ha sconvolto Napoli sono altri. Altro è il mondo, i valori e le sensibilità in cui si è andato sviluppando il profilo della vittima e del carnefice. O forse sarebbe più appropriato dire delle due vittime.
    Chi ha sparato nel buio della notte , in un contesto ostile, in una città che nelle ultime settimane è stata scossa da agguati a colpi di Kalashnikov, può averlo fatto per eccesso di difesa, per paura, per imperizia, per errore o pura fatalità, ma non già nell’ambito di quel compiacimento sadico che ha caratterizzato le storie che abbiamo ricordato.
    I rilievi scientifici ricostruiranno una verità che, si spera, sarà una verità esaustiva per le esigenze di una giustizia istituzionale, ma poco ci diranno sui mandanti morali di quell’omicidio. A quell’appuntamento con la morte Davide è stato accompagnato da molti : a premere quel grilletto non è stato solo il giovane carabiniere.
    In questi giorni, urlando e fornendo versioni ambigue dell’accaduto, qualcuno sta cercando di trovare un facile capro espiatorio, non avendo il coraggio di interrogarsi fino in fondo e di guardarsi in faccia riconoscendo il proprio coinvolgimento morale nella tragedia.
    Dove era la famiglia, dove gli amici che ora lo piangono ? Chi , in un contesto così difficile, si è preoccupato di proteggere il ragazzo da chi avrebbe potuto impossessarsi della sua vita fino ad annientarla ? Lo Stato latita ma questo non ci autorizza a spogliarci delle nostre responsabilità , a nasconderci dietro facili alibi lavandocene le mani !
    Del giovane Davide poco sappiamo, ma molto sappiamo del contesto ove la sua irresponsabilità si è formata, della sottocultura che può aver alimentato i suoi comportamenti ed orientato i suoi valori fino alla spavalderia di gesti estremi di sfida, non di ribellione, il cui costo può essere la vita. Qualcuno si è impossessato della sua vita, l’ha fatta propria e l’ha bruciata ancor prima di essere vissuta.
    Chi ha dunque ucciso Davide ? Un giovane Carabiniere, l’indifferenza della Politica , l’inadeguatezza della famiglia, il quartiere in cui viveva, se stesso ?
    Restituendo ad ognuno la propria parte di responsabilità, che è di tutti, riconosciamo che su tutti regnano il ruolo perverso della Politica e della sottocultura camorristica che pervade la nostra società. La prima non solo ha consentito, nel corso degli anni, la trasformazione delle nostre periferie in desolati inferni di emarginazione privi di speranza , terreno di cultura di violenza e sopraffazione , e non ha avviato organici piani di promozione socio – lavorativa, ma soprattutto ha mostrato tutta la sua incapacità ad arginare il fenomeno camorristico, sfociando non poche volte in comportamenti collusivi.
    Ma, nella contingenza del fatto, credo che il protagonista principale della vicenda sia la Camorra che della vicenda stessa si sta impossessando per alimentare consenso e visibilità. Le manifestazioni inscenate più che reclamare giustizia, lavoro e riscatto sociale secondo i parametri di una società civile, esprimono un desiderio di plateale vendetta tribale ( “ dateci per dieci minuti il carabiniere “ reclama il fratello della vittima; “ dove sta il carabiniere, gli devo uccidere il figlio “ aggiunge il padre) ma, soprattutto, testimoniano come una parte non marginale della popolazione abbia fatto una chiara scelta di campo ( “ la verità è una : la Camorra ci protegge e lo Stato ci uccide i figli “ dice la zia di Davide ) identificandosi con i valori di quella Camorra che concorre a tenerla schiava e ad inchiodarla ad un livello di sottosviluppo che ne cancella valori e dignità fino al punto di tacere, con senso di cupa fatalità , quelle volte in cui ad ucciderle un figlio sia la stessa Camorra. Ci si trova al cospetto, dunque , di una vera e propria caratterizzazione culturale che trasforma il problema crimine organizzato in problema più profondamente antropologico e, come tale, di più difficile eradicazione.
    Ancora una volta siamo chiamati a vigilare, a sforzarci di interpretare la realtà e a tenere alta la guardia affinché la Verità non sia violentata : è il modo migliore per ricordare Davide.

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Questa voce è stata pubblicata il 7 settembre 2014 da in Napoli con tag , , , .
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