Gennaro Esposito

Alza la Testa

Consiglio del 13 febbraio 2012 il mio intervento sulla delibera unioni civili

400249_3197931917510_758598574_nTutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. Inizio da qui per capire che oggi ci sintonizziamo con la Carta Costituzionale scritta nel 1948! Non si può, infatti, esprimere con parole migliori il principio ed il sentimento di uguaglianza posto al centro della nostra Carta Costituzionale. La delibera oggi al nostro esame risponde ad una esigenza sempre più avvertita nella società, volta ad assicurare parità di trattamento si badi, non solo alle coppie di omosessuali, come comunemente e in senso restrittivo si intende, ma a tutti. Il Comune, titolare di funzioni proprie, con l’istituzione di detto registro, che è su base volontaria e non obbligatorio come i registri anagrafici, si pone nel pieno rispetto sia dei principi generali testé enunciati sia delle leggi dello Stato. Difatti, la nozione di “unione civile” o ” unione di fatto” pur non avendo una esplicita definizione giuridica, può essere definita come: a) quella della coppia di eterosessuali che non vuole o non può (in presenza di un precedente matrimonio) legarsi con il vincolo matrimoniale o quella della coppia di stranieri che in ragione della loro religione possono essere legati da più vincoli matrimoniali (c.d. “convivenza more uxorio”); b) quella di persone che, per varie ragioni (età, ristrettezze economiche) decidono di stare insieme per motivi di mutua assistenza e solidarietà; c) quella, infine, delle coppie di omosessuali conviventi, legate da vincoli affettivi e di mutuo aiuto. Per sgombrare il campo da dubbi, voglio dire subito che il fenomeno delle unioni civili non si pone in contrasto con l’istituto della “famiglia” riconosciuto dall’art. 29 della Costituzione; tale norma, infatti, nel sottolineare il valore della famiglia naturale fondata sul matrimonio, non esclude che possano esistere altre formazioni sociali, espressamente tutelate dall’art. 2 della Costituzione, le cui finalità e caratteristiche non siano in contrasto con i principi costituzionali. Ebbene, mi sento di condividere la tesi, costante nelle sentenze che ho avuto modo di leggere, che non ogni forma di convivenza, per ricevere una qualche tutela, deve essere organizzata secondo lo schema della famiglia legittima, perché ciò rappresenterebbe una illegittima compressione dei valori della persona umana e della sua dignità, a prescindere dalle sue convinzioni politiche o religiose e dalle scelte di vita, purché costituzionalmente lecite. La Corte Costituzionale, infatti, con più pronunce (nn. 237/86, 281/94, 8/96), pur non affrontando ancora lo specifico problema delle coppie di omosessuali, ha comunque riconosciuto l’ambito di operatività dell’art. 2 della Cost., a termine del quale anche un consolidato rapporto di fatto può essere tutelato come espressione del principio solidaristico del quale è permeato l’ordinamento giuridico, e il principio di eguaglianza espresso nell’art. 3 Cost. impone a tutti i soggetti istituzionali della “Repubblica”, e quindi anche ai Comuni (arg. ex art. 5 Cost.), di eliminare qualsiasi ostacolo che si frapponga al rispetto della persona umana da tutelarla anche nella sua diversità. Tale assunto trova peraltro pieno riscontro anche nel nostro vigente ordinamento (civile, amministrativo e penale) il quale ha riconosciuto, a determinati fini, la convivenza di fatto o more uxorio ed altri tipi di convivenza. Il Parlamento nazionale, infatti, con l’art. 199 c.p.p. e l’art. 362 novellato c.p.p., ha esteso la facoltà di astensione dal prestare testimonianza anche alla persona che conviva o abbia convissuto con l’imputato, con rilevanti conseguenze anche di carattere penale circa il reato di falsa testimonianza e di favoreggiamento. Che dire poi della risoluzione del Parlamento europeo sul rispetto dei diritti umani dell’Unione europea (1998-1999) che “chiede agli Stati membri di garantire alle famiglie monoparentali, alle coppie non sposate e alle coppie dello stesso sesso parità di diritti rispetto alle coppie e alle famiglie tradizionali, in particolare in materia di … diritti sociali“, sollecitando gli Stati che non vi abbiano ancora provveduto ad “adeguare le proprie legislazioni per introdurre la convivenza registrata tra persone dello stesso sesso riconoscendo loro gli stessi diritti e doveri previsti dalla convivenza registrata tra uomini e donne” ed eliminando discriminazioni e pregiudizi sulla vita privata delle persone in relazione al loro orientamento sessuale. Orbene, il registro comunale sulle unioni civili non è diretto a creare un nuovo status, ma ad assicurare a siffatte formazioni sociali, che sono un dato di fatto che non può essere ignorato, parità di trattamento rispetto alle tradizionali coppie di fatto o alle convivenze di varia natura (si pensi a due amici dello stesso o di diverso sesso che decidano di coabitare per dividere le spese di mantenimento, o ad un anziano che coabiti con una persona, dello stesso o di diverso sesso, che gli presti assistenza morale o sanitaria o economica) già riconosciute dall’ordinamento, per le finalità esclusivamente di competenza propria del Comune (partecipazione a procedimenti, benefici, opportunità). Possiamo, quindi, dire che l’azione politico/sociale che compiamo con quest’atto amministrativo non si pone in contradizione con l’istituto della famiglia né (e di questo ne sono convinto) è in contraddizione con il sentimento religioso, personale o diffuso nel nostro paese. Con l’approvazione di questa delibera ci poniamo, infatti, nella doverosa posizione dell’amministratore pubblico laico che, scevro delle sue personali convinzioni religiose, deve curare gli interessi ed i diritti di tutti i cittadini. Credo, fermamente, che il ruolo di testimonianza e di catechesi dell’autorità religiosa è nell’esempio e nella conquista delle anime (per restare in tema) e non certo nella scorciatoia della imposizione né nella pretesa che il potere Statale, ed in questo caso della comunità locale, non riconosca istanze di pari dignità dei cittadini liberi di manifestare il loro pensiero e di essere come essi vogliono essere e vivere, a prescindere dal loro credo religioso o posizione morale. Mi piace ricordare, al riguardo, il pensiero di un religioso, Don Andrea Gallo Prete di Genova che, a quanto mi consta, non è mai stato scomunicato. Per questo ho serie difficoltà a comprendere il pensiero del nostro Cardinale, che pur rispetto nel suo ruolo, quando dice che a Napoli abbiamo esigenze ben più importanti da risolvere che non il registro delle unioni civili. Credo, infatti, che questo sia uno slogan quasi elettorale, senz’altro negativo, perché genera diffidenza e manipola le coscienze dei semplici ed è molto simile a quello che si sentiva qualche tempo secondo cui “con la cultura non si mangia”. Devo confessare che un argomento così elementare non me lo aspettavo dal Cardinale! Ebbene, a queste affermazioni, credo che questo Consiglio, possa e debba rispondere che quando si tratta di libertà e di dignità della persona umana non c’è tozzo di pane che tenga e che ci sono persone che hanno sacrificato il bene supremo della vita per difendere la loro dignità di esseri umani. E’ fuori da ogni dubbio, quindi, che questo Consiglio è pronto a compiere ogni battaglia per la libertà e per affermare i principi costituzionali. Chi afferma il contrario è perché ha più a cuore che si parli del tema a mero scopo propagandistico. Siamo già in ritardo rispetto ad altri paesi e la politica, quando non coglie i mutamenti sociali, fallisce il suo scopo.

Per far comprendere bene il valore dei diritti di cui stiamo parlano, voglio chiudere questo mio intervento ricordando le vittime omosessuali del nazifascismo che vennero deportate nei campi di sterminio, esseri umani che venivano marchiati con un triangolo rosa cucito sulla divisa degli internati per omosessualità in base al paragrafo 175 del codice penale tedesco. Alle lesbiche internate di cui si ha notizia fu imposto, invece, il triangolo nero delle “asociali“. Vi erano poi i gay ebrei che portavano una stella gialla. Coloro che portavano il triangolo rosa si stimano tra i 5.000 ed i 15.000. Coloro che furono imprigionati con il triangolo rosa non sono mai stati risarciti dal governo tedesco. Anzi, alcuni di loro, se rimasero apertamente gay, furono di nuovo imprigionati anche dopo il nazismo, come Heinz Dörmer, che subì complessivamente 20 anni di reclusione, prima nei campi di concentramento nazisti e poi nelle carceri della Repubblica Federale Tedesca, o come Helmut Corsini, che dal campo di Buchenwald passò direttamente alle carceri nazionali. L’emendamento nazista al paragrafo 175, che trasformava l’omosessualità da un reato minore a un vero e proprio delitto, non fu mutato nel Codice penale della Repubblica Federale Tedesca per 24 anni dopo la fine della guerra. Ad Amsterdam c’è l’Homomonument composto da tre grandi triangoli di granito rosa in ricordo di tutte le vittime omosessuali del nazismo che qualche mese fa ho visitato insieme ai miei bambini ed a cui ho spiegato il significato, nella consapevolezza che la memoria ci rende liberi; mi ha fatto piacere vedere nei loro occhi il velo della compassione.

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