Interessante riflessione sulla separazione dei poteri

De Magistris, Narducci e la separazione dei poteri

di Aldo Masullo su il Mattino di Napoli del 30.06.2012

La polemica tra De Magistris, sindaco di Napoli, e il magistrato Narducci, da lui chiamato un anno fa come assessore nella sua giunta, ed ora traumaticamente dimissionario, appare un’ espressione del conflitto tra la difesa del «formalismo della norma», cui presiede la magistratura, e l’esigenza di duttilità della pubblica amministrazione, per la quale legalità e diritto debbono valere, ma come sfondo, limite estremo, in breve «orizzonte ». È interessante soffermarsi su questa apparenza, mettendola al riparo da ogni speculazioni sui motivi effettivi della rottura. L’ apparenza cioè le parole dette dai protagonisti e dai commentatori, sono cariche di senso. Vi si scorge  l’enorme problema della politica moderna: l’arduo nesso tra i due spiriti originari di essa, tra il liberale ed il democratico. Per la pura teoria è facile portarli a sintesi, non essendo il diritto altro che l’opposto dell’arbitrio e del privilegio, e dunque la tutela non di questo o quell’individuo bensì, senza riserve, di qualsiasi individuo. In astratto i due spiriti ben possono mostrarsi l’uno come il compimento dell’altro. Purtroppo però la vita non è un’ astrazione, ma un polipaio di forze reali, cioè di bisogni e desideri. Perciò ogni giorno il diritto del diritto si scontra con il diritto della forza, con le pretese d’ognuna delle forze che insieme lo sostengono, ma che, motivate da particolari e diversi interessi, a questi di volta in volta tentano di piegarlo in danno delle altre. Alla fine il diritto stesso si accontenta di essere un lontano e accondiscendente «orizzonte». Non è forse questo il cedimento che ha segnato l’intera storia della nostra vita repubblicana, espresso nella crescente tensione tra la «costituzione formale» e la «costituzione materiale»? Non affiora del resto di quando in quando l’idea che il lavoro giurisprudenziale debba essere «creativo» e non rigorosamente critico? Qui trova la sua ragione Pannella quando, purtroppo vanamente, rivendica con disperata puntigliosità, contro la devastazione «partitocratica», il ripristino della Costituzione nella pienezza della sua vigenza formale. De Magistris e Narducci si scontrano perché inconsciamente vi sono costretti  dalla storica perversione che insidia la nostra vita repubblicana. Il caposaldo di un regime democratico moderno non può essere se non quel principio liberale della separazione dei poteri che, in qualsiasi altro modo poi declinato nei molteplici modelli del costituzionalismo, già il «democratico» Rousseau nel 1762, solo tre anni dopo il «liberale» Montesquieu ma in modo ben più radicale di lui, poneva a fondamento della moderna statualità. Egli scriveva: «se il sovrano (ossia il popolo, l’unico legislatore) vuol governare (cioè occuparsi di applicare le leggi, amministrare), o l’amministratore e il giudice pretendono d’imporre leggi, il disordine succede alla regola». Questo principio è l’assoluto tabù dell’incesto istituzionale, che Rousseau riassunse in una fulminante battuta: «chiunque comandi agli uomini, non può comandare alle leggi; tanto meno chi comanda alle leggi può comandare agli uomini». Per la forza di questo tabù, il cui rispetto è vitale per la democrazia liberale, la nostra Costituzione impone che si assicuri d’imparzialità dell’amministrazione», avverte che «agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso », infine ammonisce con forza che «i pubblici impiegati sono al servizio esclusivo della Nazione» (artt. 97 e 98). Ebbene le riforme degli anni ’90, in nome dell’ efficienza che impongono alla macchina statale, non esitarono a stravolgere l’originaria architettura costituzionale, incuneandovi il principio incestuoso, e a stabilire che pubbliche amministrazioni possano essere dirette da persone non assunte per concorso, ma scelte per personale fiducia da ministri, presidenti di regione, sindaci. La nostra democrazia è stata fin dagl’inizi fatta segno di un’invadente e sempre più pervasiva incestuosità istituzionale. La inaugurò nel lontano 1954 Amintore Fanfani, allora segretario della Dc, il quale ebbe e attuò l’idea che a finanziare il partito potessero servire gli enti pubblici economici, ai cui vertici egli chiamava uomini di sua fiducia.  Fu il primo anello di un’ininterrotta catena d’incestuosa commistione del politico, del potere popolare di decidere le sue regole generali di civile convivenza, con l’amministrazione che è la responsabile competenza dei tecnici a organizzare la convivenza secondo quelle regole. Come d’altra parte potrebbero i due più forti poteri istituzionali controllarsi a vicenda, garantendo così l’uguaglianza e la libertà dei cittadini, se finissero insieme confusi in un torbido vortice di arbitri? D’incesto in incesto, siamo giunti al punto che, per esempio, le Regioni in una audizione parlamentare dichiarano, come si legge, che «la fidelizzazione dei primari ospedalieri alle scelte politiche è una condizione imprescindibile»: in altre parole proclamano che normale, anzi necessario è il sistema, in cui per le funzioni direttive mediche negli ospedali si sia scelti non dai competenti e per il valore professionale, bensì dalla bassa politica delle combinazioni partitiche e secondo le loro arbitrarie convenienze. Certamente tutto nella storia cambia. Dunque anche il quadro ambientale, in cui vivono le istituzioni e si dislocano i loro poteri, in questo sessantennio è mutato e continua a mutare profondamente. Tanto più allora, nel crescere della mutevolezza e della relatività dei rapporti, diventa indispensabile che i «limiti » di volta in volta decisi, fin quando si sta entro il tempo del loro durare, siano rigorosamente rispettati. Il pericolo mortale della democrazia è che il tabù liberale dell’incesto tra poteri dello Stato, come più in generale tra consenso politico e competenze oggettive, dilegui dalla coscienza pubblica. In questo senso la salvezza è nel diritto, e in nessun luogo e momento della vita democratica la «lotta per il diritto» può essere interrotta.

Politica ed Amministrazione

La politica dovrebbe essere l’arte di governare la “polis” quindi tra politica ed amministrazione ci dovrebbe essere un legame strettissimo ed invece da quello che vedo sia a livello nazionale che locale, le due cose si allontanano sempre di più, assumendo, la politica, tutt’altra funzione. In sostanza i politici si riuniscono per la maggior parte per ragionare di strategie, accordi e mediazioni che spesso nulla hanno a che vedere con l’amministrazione e quindi con la cura della polis. Spesso i programmi elettorali finiscono in cassetti dimenticati. Si discute per ore interminabili facendo il giro ai tavoli per sentire tutti, si proprio tutti, su argomenti che, per la maggior parte niente hanno a che vedere con l’amministrazione in concreto essendo i solo i presupposti per amministrare; solo che poi si arriva stanchi e non si discute mai di attuazione dell’azione amministrativa e dell’impatto sui cittadini delle scelte, poiché si da’, forse, per scontata la buona amministrazione. Il tema centrale della politica è, infatti, la occupazione di caselle o la strategia di alleanze per conquistare la guida di un’amministrazione che, se poi il guidatore non ha neanche la patente non è rilevante. La prova di quello che dico è nella stessa natura del governo del nostro paese dove sono stati chiamati i “tecnici” poiché i politici in sostanza sanno fare solo i “politici” e non sanno amministrare. Credo, quindi, che la politica debba fare un passo indietro se si vuole rinnovare ed in questa direzione vanno tutti quei provvedimenti con i quali si esce dai meccanismi di nomine (anche in liste elettorali) frutto di mediazioni interminabili e che spesso trascurano l’unico dato importante che è quello della competenza  del nominato (a Napoli ad esempio non mi spiego la nomina di Giulio Di Donato nel CDA del teatro Mercadante o la indicazione di Cesaro quale presidente della Provincia) dando, ovviamente, per scontata l’onestà seppure di donato ha subito delle condanne per corruzione ed ha dato prova delle sue “capacità” nel partito di craxi e cesaro è stato coinvolto in uno dei processi alla famiglia camorristica dei cutolo. La società si è evoluta ed è complessa e non possiamo permetterci politici in amministrazioni, anche locali, che non sanno neppure scrivere un emendamento ad un atto amministrativo al loro vaglio, o che non abbiano le cognizioni minime per poter comprendere una struttura amministrativa, ovvero, non in grado di capire se un atto amministrativo è illegittimo o meno. Ebbene, ci sono persone che credono di essere abili nell’arte della “politica” solo perché sanno costruire alleanze, sanno mediare, sanno occupare caselle, ritenendosi, spesso, troppo superiori per abbassarsi a capire cosa è l’amministrazione in concreto. Mi chiedo quando i partiti inizieranno a spendere i centinai di milioni di euro di rimborsi elettorali per fare delle belle scuole di politica ed amministrazione cercando di coinvolgere i giovani nelle amministrazioni locali, iniziando dalle municipalità come palestre nelle quali allenarsi alla nobile arte della politica … quella vera!

Il Pensiero Unico

Paradossalmente col termine “pensiero unico” spesso si mortifica e si avvilisce la critica ed il dissenso che vanno proprio contro il pensiero unico. Lo trovo inaccettabile! Occorre, pertanto, andare alle origini per scoprire che il “pensiero unico” è figlio del neoliberismo e del liderismo ed alligna in modo particolare nei consessi in cui c’è un “capo” che non si può contestare nelle scelte e che spesso, anche inconsapevolmente, si fa portatore dei principi neoliberisti causa del mal d’Europa. Questo termine è comparso per la prima volta in Francia in un editoriale di Ignacio Ramonet, in le Monde diplomatique del 1995. Ne consiglio la lettura perché la trovo tremendamente attuale sia per ciò che sta accadendo in Europa con la Banca Centrale Europea sia per ciò che sta accadendo negli enti locali dove si annuncia il saccheggiano di beni e servizi pubblici affermando che solo i privati possono garantire efficienza ed equilibrio economico. Ecco il testo di Ramonet:

“Invischiati. Cresce, nelle attuali democrazie, il numero dei cittadini liberi che si sentono invischiati, impaniati da una specie di dottrina gelatinosa che insensibilmente avviluppa qualsiasi ragionamento ribelle, lo inibisce, lo confonde, lo paralizza fino a soffocarlo: il pensiero unico, il solo autorizzato da un’invisibile e onnipresente polizia dell’opinione. Dopo la caduta del muro di Berlino, il crollo dei regimi comunisti e la demoralizzazione del socialismo, il nuovo Vangelo ha raggiunto un tale grado di arroganza, di boria e di insolenza che di fronte a un simile furore ideologico non è esagerato parlare di dogmatismo moderno .

Che cos’è il pensiero unico? E’ la trasposizione in termini ideologici, che si pretendono universali, degli interessi di un insieme di forze economiche, e specificamente di quelle del capitale internazionale; ed è stato, per così dire, formulato e definito fin dal 1944 in occasione degli accordi di Bretton Woods. Le sue principali fonti sono le grandi istituzioni economiche e monetarie la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, l’Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio, la Commissione europea, le banche centrali ecc. che attraverso i loro finanziamenti arruolano al servizio delle loro idee, sull’intero pianeta, numerosi centri di ricerca, università e fondazioni, chiamate ad affinare e a diffondere la buona parola.

Questo discorso anonimo viene ripreso e riprodotto dai principali organi di informazione economica e in particolare dalle bibbie degli investitori e degli agenti di borsa The Wall Street Journal, Financial Times, The Economist, Far Eastern Economic Review, les Echos, l’Agenzia Reuter ecc. in buona parte di proprietà dei grandi gruppi industriali e finanziari. E infine, un po’ dovunque, docenti di economia, giornalisti, saggisti, uomini politici si richiamano ai principali comandamenti di queste nuove tavole della legge, e attraverso i grandi mezzi di comunicazione di massa li ripetono a sazietà, ben sapendo che nelle nostre società mediatizzate la ripetizione equivale alla dimostrazione.

Il fondamento del pensiero unico è il concetto del primato dell’economia sulla politica, tanto più forte in quanto un marxista distratto non lo contesterebbe. E’ in base a questo principio, ad esempio, che nel 1994 si è potuto procedere senza alcuna opposizione di rilievo a rendere indipendente uno strumento importantissimo nelle mani dell’esecutivo quale la Banca di Francia, che è stata così posta, come si è detto, al riparo dalle vicende aleatorie della politica. La Banca di Francia è indipendente, apolitica e al disopra delle parti, afferma infatti il suo governatore, Jean-Claude Trichet, il quale tuttavia aggiunge: Noi chiediamo la riduzione del deficit pubblico (e) perseguiamo una strategia di stabilità monetaria. Come se questi due obiettivi non fossero politici! All’economia si riserva il posto di comando in nome di un realismo e di un pragmatismo di cui Alain Minc ha dato la seguente formulazione: Il capitalismo non può crollare, è lo stato naturale della società. La democrazia non è lo stato naturale della società. Il mercato lo è. Un’economia ovviamente sbarazzata dall’ostacolo del sociale, considerato come una sorta di patetica ganga la cui pesantezza sarebbe causa di regresso e di crisi.

Gli altri concetti chiave del pensiero unico sono ben noti. Il mercato, idolo la cui mano invisibile corregge le asperità e le disfunzioni del capitalismo, e in particolare i mercati finanziari i cui segnali orientano e determinano il movimento generale dell’economia; la concorrenza e la competitività che stimolano e dinamizzano le imprese, conducendole a una permanente e benefica modernizzazione; il libero scambio illimitato, fattore di sviluppo ininterrotto del commercio e quindi delle società la mondializzazione sia della produzione manifatturiera che dei flussi finanziari; la divisione internazionale del lavoro che modera le rivendicazioni sindacali e abbassa il costo del lavoro; la moneta forte, fattore di stabilità la deregulation, la privatizzazione, la liberalizzazione, ecc. Sempre meno Stato, un arbitrato costante in favore dei redditi da capitale e a scapito di quelli da lavoro. E l’indifferenza nei riguardi dei costi ecologici.

La ripetizione incessante di questo catechismo attraverso tutti i media e da parte di quasi tutti gli uomini politici di destra e di sinistra gli conferisce una tale forza di intimidazione da soffocare qualsiasi tentativo di riflessione libera, e rende assai difficile la resistenza contro questo nuovo oscurantismo.

Si è quasi portati a pensare che i 17,4 milioni di disoccupati europei, il disastro urbano, la precarizzazione generale, la corruzione, la tensione nelle periferie delle città, il saccheggio ecologico, il ritorno dei razzismi, degli integralismi e degli estremismi religiosi, la marea degli esclusi non siano altro che miraggi, colpevoli allucinazioni in grave discordanza con questo migliore dei mondi, edificato dal pensiero unico per le nostre coscienze anestetizzate”.

I nuovi Italiani

ballotelliSono orgoglioso dei goal fatti da Ballotelli che non conosco come personaggio pubblico né privato (non seguo molto il calcio) ma per quello che rappresenta. Provo, difatti, un senso di soddisfazione nel vedere persone di diversa etinia che parlano un perfetto italiano o anche un perfetto napoletano pur mantenendo segni distintivi delle loro origini non italiche. Integrazione reciproca ed accettazione delle differenze come ricchezza di un popolo in evoluzione. Certo non so quando l’Italia avrà un presidente del Consiglio o della Repubblica di altra etnia ma sono sicuro che questo rappresenterà la fine di ogni popolare pregiudizio verso la diversità.

Ken Saro-Wiwa

Onore agli uomini che si sono battuti per il loro popolo e per la loro terra la loro testimonianza e forza per l’animo delle genti libere

Ken Saro Wiwa:  “…tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale…” . »

Scrittore nigeriano della comunità etnica Ogoni.

Fin dagli anni ottanta Saro-Wiwa si fa portavoce delle rivendicazioni delle popolazioni del delta del Niger, specialmente della propria etnia Ogoni maggioritaria nella regione, nei confronti delle multinazionali del petrolio responsabili di continue perdite di grazio  che danneggiano le colture di sussistenza e l’ecosistema della zona.

Nel 1990 si fa promotore del MOSOP (Movement for the Survival of the Ogoni People); il movimento ottiene risonanza internazionale con una manifestazione di 300.000 persone che Saro-Wiwa guida al suo rilascio da una detenzione di alcuni mesi comminata senza processo.

Arrestato una seconda e una terza volta nel maggio del 1994, con l’accusa di aver incitato all’omicidio di alcuni presunti oppositori del MOSOP, Ken Saro-Wiwa viene impiccato con altri 8 attivisti del MOSOP al termine di un processo che ha suscitato le più vive proteste da parte dell’opinione pubblica internazionale e delle organizzazioni per i diritti umani. Prima che venisse impiccato, Saro-Wiwa disse «Il Signore accolga la mia anima, ma la lotta continua». Nell’aprile del 1995, mentre è in carcere in attesa del processo, gli viene conferito il premio Goldman Environmental Prize, in riconoscimento della sua attività in favore dell’ambiente.

Nel 1996 Jenny Green, avvocato del Center for Constitutional Rights di New York avviò una causa contro la Shell per dimostrare il coinvolgimento della multinazionale petrolifera nell’esecuzione di Saro-Wiwa. Il processo ha poi avuto inizio nel maggio 2009, e la Shell ha subito patteggiato accettando di pagare un risarcimento di 15 milioni e mezzo di dollari (11,1 milioni di euro). La Shell ha però precisato che ha accettato di pagare il risarcimento non perché colpevole del fatto ma per aiutare il “processo di riconciliazione”. Secondo gli ambientalisti, invece, documenti confidenziali della Shell dimostrerebbero il coinvolgimento della compagnia petrolifera nelle violazioni dei diritti umani in Nigeria. Nel commentare il risarcimento, il figlio dello scrittore Ken Saro-Wiwa Jr. (Ken Wiwa), al tempo assistente speciale del Presidente della Nigeria per gli Affari Internazionali, la Pace, la Risoluzione dei Conflitti e le Riconciliazioni, dichiarò: «Penso che mio padre sarebbe felice di questo risultato», aggiungendo poi che «il fatto che la Shell sia stata costretta a patteggiare, per noi è una chiara vittoria».

 

Rudyard Kipling “Lettera al figlio”

Se riesci a mantenere la calma quando tutti intorno a te la stan perdendo e te ne attribuiscono la colpa,
se sai aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te ed essere indulgente verso chi ti dubita;

se sai aspettare e non stancartene,
e mantenerti retto se la calunnia ti circonda
e non odiare se sei odiato,
senza tuttavia apparire troppo buono né parlare troppo da saggio; se sai sognare senza abbandonarti ai sogni;
se riesci a pensare senza perderti nei pensieri,
se sai affrontare il Successo e la Sconfitta
e trattare questi due impostori nello stesso modo;
se riesci a sopportare di sentire la verità che tu hai detto
distorta da imbroglioni che ne fanno una trappola per gli ingenui;
se sai guardare le cose, per le quali hai dato la vita,
distrutte e riesci a resistere ed a ricostruirle con strumenti logori;
se sai fare un fascio di tutte le tue fortune
e giocarlo in un colpo solo a testa e croce
e sai perdere e ricominciare da capo
senza mai lasciarti sfuggire una parola su quello che hai perso;
se sai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi muscoli
a sorreggerti anche quando sono esausti,
e così resistere finchè non vi sia altro in te
oltreché la volontà che dice loro: “Resistete!”;
se riesci a parlare con i disonesti senza perdere la tua onestà,
o ad avvicinare i potenti senza perdere il tuo normale atteggiamento, se nè i nemici né gli amici troppo premurosi possono ferirti,
se per te ogni persona conta, ma nessuno troppo;
se riesci a riempire l’inesorabile minuto
dando valore ad ogni istante che passa:
il mondo e tutto ciò che è in esso sarà tuo,
e, quel che conta di più, tu sarai un Uomo, figlio mio!

Piero Calamandrei e l’indifferentismo alla politica

calamandrei Discorso sulla Costituzione

Di Piero Calamandrei

Il discorso qui riprodotto fu pronunciato da Piero Calamandrei nel salone degli Affreschi della Società Umanitaria il 26 gennaio 1955 in occasione dell’inaugurazione di un ciclo di sette conferenze sulla Costituzione italiana organizzato da un gruppo di studenti universitari e medi per illustrare in modo accessibile a tutti i principi morali e giuridici che stanno a fondamento della nostra vita associativa.

L’art.34 dice:” I capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Eh! E se non hanno i mezzi? Allora nella nostra costituzione c’è un articolo che è il più importante di tutta la costituzione, il più impegnativo per noi che siamo al declinare, ma soprattutto per voi giovani che avete l’avvenire davanti a voi. Dice così:

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

E’ compito di rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana: quindi dare lavoro a tutti, dare una giusta retribuzione a tutti, dare una scuola a tutti, dare a tutti gli uomini dignità di uomo. Soltanto quando questo sarà raggiunto, si potrà veramente dire che la formula contenuta nell’art. primo- “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro “- corrisponderà alla realtà. Perché fino a che non c’è questa possibilità per ogni uomo di lavorare e di studiare e di trarre con sicurezza dal proprio lavoro i mezzi per vivere da uomo, non solo la nostra Repubblica non si potrà chiamare fondata sul lavoro, ma non si potrà chiamare neanche democratica perché una democrazia in cui non ci sia questa uguaglianza di fatto, in cui ci sia soltanto una uguaglianza di diritto, è una democrazia puramente formale, non è una democrazia in cui tutti i cittadini veramente siano messi in grado di concorrere alla vita della società, di portare il loro miglior contributo, in cui tutte le forze spirituali di tutti i cittadini siano messe a contribuire a questo cammino, a questo progresso continuo di tutta la società.

E allora voi capite da questo che la nostra costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte è una realtà. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere. Quanto lavoro avete da compiere! Quanto lavoro vi sta dinanzi!

E‘ stato detto giustamente che le costituzioni sono anche delle polemiche, che negli articoli delle costituzioni c’è sempre anche se dissimulata dalla formulazione fredda delle disposizioni, una polemica. Questa polemica, di solito è una polemica contro il passato, contro il passato recente, contro il regime caduto da cui è venuto fuori il nuovo regime.

Se voi leggete la parte della costituzione che si riferisce ai rapporti civili politici, ai diritti di libertà, voi sentirete continuamente la polemica contro quella che era la situazione prima della Repubblica, quando tutte queste libertà, che oggi sono elencate e riaffermate solennemente, erano sistematicamente disconosciute. Quindi, polemica nella parte dei diritti dell’uomo e del cittadino contro il passato.

Ma c’è una parte della nostra costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società presente. Perché quando l’art. 3 vi dice: “ E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana” riconosce che questi ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la costituzione, un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale, che la costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani. Ma no è una costituzione immobile che abbia fissato un punto fermo, è una costituzione che apre le vie verso l’avvenire. Non voglio dire rivoluzionaria, perché per rivoluzione nel linguaggio comune s’intende qualche cosa che sovverte violentemente, ma è una costituzione rinnovatrice, progressiva, che mira alla trasformazione di questa società n cui può accadere che, anche quando ci sono, le libertà giuridiche e politiche siano rese inutili dalle disuguaglianze economiche dalla impossibilità per molti cittadini di essere persone e di accorgersi che dentro di loro c’è una fiamma spirituale che se fosse sviluppata in un regime di perequazione economica, potrebbe anche essa contribuire al progresso della società. Quindi, polemica contro il presente in cui viviamo e impegno di fare quanto è in noi per trasformare questa situazione presente. Però, vedete, la costituzione non è una macchina che una volta messa in moto va avanti da sé. La costituzione è un pezzo di carta: la lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno rimetterci dentro il combustibile, bisogna metterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere queste promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo politico che è -non qui, per fortuna, in questo uditorio, ma spesso in larghe categorie di giovani- una malattia dei giovani. ”La politica è una brutta cosa”, “che me ne importa della politica”: quando sento fare questo discorso, mi viene sempre in mente quella vecchia storiellina, che qualcheduno di voi conoscerà, di quei due emigranti, due contadini, che traversavano l’oceano su un piroscafo traballante. Uno di questi contadini dormiva nella stiva e l’altro stava sul ponte e si accorgeva che c’era una gran burrasca con delle onde altissime e il piroscafo oscillava: E allora questo contadino impaurito domanda a un marinaio: “Ma siamo in pericolo?”, e questo dice: “Se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda”. Allora lui corre nella stiva a svegliare il compagno e dice: “Beppe, Beppe, Beppe, se continua questo mare, il bastimento fra mezz’ora affonda!”. Quello dice: ” Che me ne importa, non è mica mio!”. Questo è l’indifferentismo alla politica. E’ così bello, è così comodo: la libertà c’è. Si vive in regime di libertà, c’è altre cose da fare che interessarsi alla politica. E lo so anch’io! Il mondo è così bello, ci sono tante cose belle da vedere, da godere, oltre che occuparsi di politica. La politica non è una piacevole cosa. Però la libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare, quando si sente quel senso di asfissia che gli uomini della mia generazione hanno sentito per vent’anni, e che io auguro a voi, giovani, di non sentire mai, e vi auguro di non trovarvi mai a sentire questo senso di angoscia, in quanto vi auguro di riuscire a creare voi le condizioni perché questo senso di angoscia non lo dobbiate provare mai, ricordandovi ogni giorno che sulla libertà bisogna vigilare, dando il proprio contributo alla vita politica. La costituzione, vedete, è l’affermazione scritta in questi articoli, che dal punto di vista letterario non sono belli, ma è l’affermazione solenne della solidarietà sociale, della solidarietà umana, della sorte comune, che se va a fondo, va a fondo per tutti questo bastimento. E’ la carta della propria libertà, la carta per ciascuno di noi della propria dignità di uomo. Io mi ricordo le prime elezioni dopo la caduta del fascismo, il 2 giugno 1946, questo popolo che da venticinque anni non aveva goduto le libertà civili e politiche, la prima volta che andò a votare dopo un periodo di orrori – il caos, la guerra civile, le lotte le guerre, gli incendi. Ricordo – io ero a Firenze, lo stesso è capitato qui – queste file di gente disciplinata davanti alle sezioni, disciplinata e lieta perché avevano la sensazione di aver ritrovato la propria dignità, questo dare il voto, questo portare la propria opinione per contribuire a creare questa opinione della comunità, questo essere padroni di noi, del proprio paese, del nostro paese, della nostra patria, della nostra terra, disporre noi delle nostre sorti, delle sorti del nostro paese.

Quindi, voi giovani alla costituzione dovete dare il vostro spirito, la vostra gioventù, farla vivere, sentirla come cosa vostra, metterci dentro il senso civico, la coscienza civica, rendersi conto- questa è una delle gioie della vita- rendersi conto che ognuno di noi nel mondo non è solo, che siamo in più, che siamo parte di un tutto, nei limiti dell’Italia e nel mondo. Ora vedete – io ho poco altro da dirvi -, in questa costituzione, di cui sentirete fare il commento nelle prossime conferenze, c’è dentro tutta la nostra storia, tutto il nostro passato. Tutti i nostri dolori, le nostre sciagure, le nostre glorie son tutti sfociati in questi articoli. E a sapere intendere, dietro questi articoli ci si sentono delle voci lontane. Quando io leggo nell’art. 2, ”l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale”, o quando leggo, nell’art. 11, “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli”, la patria italiana in mezzo alle alte patrie, dico: ma questo è Mazzini; o quando io leggo, nell’art. 8, “tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge”, ma questo è Cavour; quando io leggo, nell’art. 5, “la Repubblica una e indivisibile riconosce e promuove le autonomie locali”, ma questo è Cattaneo; o quando, nell’art. 52, io leggo, a proposito delle forze armate,”l’ordinamento delle forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica” esercito di popolo, ma questo è Garibaldi; e quando leggo,  all’art. 27, “non è ammessa la pena di morte”, ma questo, o studenti milanesi, è Beccaria. Grandi voci lontane, grandi nomi lontani. Ma ci sono anche umili nomi, voci recenti. Quanto sangue e quanto dolore per arrivare a questa costituzione! Dietro a ogni articolo di questa costituzione, o giovani, voi dovete vedere giovani come voi, caduti combattendo, fucilati, impiccati, torturati, morti di fame nei campi di concentramento, morti in Russia, morti in Africa, morti per le strade di Milano, per le strade di Firenze, che hanno dato la vita perché la libertà e la giustizia potessero essere scritte su questa carta. Quindi, quando vi ho detto che questa è una carta morta, no, non è una carta morta, questo è un testamento, un testamento di centomila morti. Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero perché lì è nata la nostra costituzione.

I Lavori dell’Assemblea Costituente

A75L’Assemblea costituente si riunì per la prima volta il 25 giugno 1946, ed elesse presidente, nella prima seduta, Giuseppe Saragat. Il 28 giugno Enrico De Nicola fu eletto dall’Assemblea Capo provvisorio dello Stato, con 396 voti su 501 votanti.

Prima seduta dell’Assemblea Costituente, il 25 giugno 1946

Enrico De Nicola, eletto alla carica di Capo provvisorio dello Stato, giunge a Montecitorio. E’ il 28 giugno 1946., n. L’Assemblea costituente lavorò fino al 31 gennaio 1948 in virtù della prorogatio contenuta nella XVII disposizione transitoria della Costituzione. Le sue commissioni funzionarono anche dopo tale data, fino al mese di aprile del 1948. Durante l’arco temporale dei suoi lavori, si tennero 375 sedute pubbliche, delle quali 170 dedicate alla Costituzione e 210 ad altre materie. L’Assemblea si riunì due volte in Comitato segreto per dibattere problemi interni. Il 15 luglio l’Assemblea decise l’istituzione di una Commissione speciale incaricata di elaborare e proporre il progetto di Costituzione da discutere in aula. Il 20 luglio, nella sua prima seduta, tale commissione – che divenne nota col nome di Commissione dei 75 – elesse a proprio presidente Meuccio Ruini, già presidente del Consiglio di Stato. La Commissione dei 75 lavorò fino al 1° febbraio 1947, organizzandosi in tre sottocommissioni corrispondenti alle principali sezioni previste nella nuova carta costituzionale. La prima sottocommissione, presieduta da Umberto Tupini, doveva occuparsi dei diritti e doveri dei cittadini; la seconda, presieduta da Umberto Terracini, dell’organizzazione costituzionale dello Stato; la terza, presieduta da Gustavo Ghidini, dei rapporti economici e sociali.

La discussione generale in aula sul progetto di Costituzione iniziò il 4 marzo 1947, dopo la fine del lavoro di coordinamento del testo da parte del Comitato dei 18, e proseguì durante tutto il 1947. Concluso il lavoro delle sottocommissioni, la parola passò ad un Comitato di redazione, composto di 18 membri, vero e proprio organo di raccordo tra le sottocommissioni stesse e la Commissione dei 75. Il Comitato di redazione (presieduto sempre dall’on. Ruini e del quale facevano parte i tre presidenti delle sottocommissioni) approntò il progetto di Costituzione, suddividendolo in “parti”, in “titoli” e in “sezioni”, coordinando i 217 articoli approvati in sede di sottocommissione e di sezione ed esaminando le proposte giunte dal Consiglio di Stato, dalla Corte di Cassazione e dal Ministero per la Costituente.

Il ruolo del Comitato, le cui sedute purtroppo non vennero verbalizzate, fu fondamentale. Non solo definì la struttura della Carta costituzionale, introducendo importanti innovazioni, ma rappresentò anche nel dibattito in aula l’intera Commissione, provvedendo al coordinamento finale ed alla stessa compilazione del testo definitivo dopo il dibattito finale.

La discussione del testo in Assemblea iniziò il 4 marzo e si concluse il 22 dicembre 1947. Ci vollero 170 sedute in 270 giornate di lavoro per approvare il testo definitivo. Vennero presentati ben 1.663 emendamenti sugli argomenti ritenuti più importanti, dalla potestà legislativa delle regioni alle forme di governo, dai rapporti con la Chiesa alle libertà fondamentali. Gli interventi in discussione furono 1.090 da parte di 275 oratori, 40 gli ordini del giorno votati. Fu nella seduta pomeridiana del 22 dicembre 1947 che si giunse, da parte dell’Assemblea Costituente, a scrutinio segreto, all’approvazione definitiva della nuova Carta Costituzionale con 453 voti favorevoli e 62 contrari su 515 presenti e votanti. Il momento venne accompagnato dall’intonazione dell’inno di Mameli da parte del pubblico delle tribune, imitato dai padri costituenti che si alzarono in piedi. Era nata “la Repubblica democratica fondata sul lavoro”. Fu promulgata dal Capo provvisorio dello Stato Enrico De Nicola il 27 dicembre 1947, fu pubblicata nello stesso giorno in una edizione straordinaria della Gazzetta Ufficiale.

Entrò in vigore il 1° gennaio 1948.

Gli equilibri Costituzionali non si toccano

cingolani1 giugno 2012

Pubblico l’appello di illustri giuristi che denunciano la gravità del tentativo in atto di stravolgimento della Costituzione repubblicana:
Con una inammissibile precipitazione il Senato ha approvato in commissione un disegno di legge di riforma costituzionale che s´intende portare in aula già martedì prossimo. Ma la Costituzione non può essere profondamente mutata senza una vera discussione pubblica, senza che i cittadini adeguatamente informati possano far sentire la loro voce. E´ inaccettabile che la richiesta di partecipazione, così forte ed evidente proprio in questo momento, venga ignorata proprio quando si vuole addirittura modificare l´intero edificio costituzionale. I cittadini, che negli ultimi tempi sono tornati a guardare con fiducia alla Costituzione, non possono essere messi di fronte a fatti compiuti.
Offrendo ad una opinione pubblica offesa da prevaricazioni e prepotenze un´esigua riduzione del numero dei parlamentari, che passerebbero da 630 a 508 alla Camera e da 315 a 254 al Senato, si vuol cogliere l´occasione per alterare pericolosamente l´assetto dei poteri istituzionali (la riduzione dei parlamentari può essere affidata ad una legge costituzionale a sé stante, senza stravolgere la Costituzione). Viene attribuita una posizione assolutamente centrale al Presidente del Consiglio, mortificando il Parlamento e ridimensionando in maniera radicale la funzione di garanzia del Presidente della Repubblica. Il Parlamento è conculcato nelle sue stesse funzioni e nella sua libertà, fino a poter essere sciolto dallo stesso Presidente del Consiglio, nel caso votasse contro una sua legge sul quale fosse stata posta e negata la fiducia. L´intreccio tra sfiducia costruttiva e potere del Presidente del Consiglio di chiedere lo scioglimento delle Camere attribuisce a quest´ultimo un improprio strumento di pressione e rende marginale il ruolo del Presidente della Repubblica. I problemi del bicameralismo vengono aggravati, il procedimento legislativo complicato. Gli equilibri costituzionali sono profondamente alterati, cancellando garanzie e bilanciamenti propri di un sistema democratico. E ora si propone di passare da una repubblica parlamentare ad una presidenziale, di mutare dunque la stessa forma di governo, addirittura con un emendamento che sarà presentato in aula all´ultimo momento.
I firmatari di questo documento denunciano all´opinione pubblica la gravità di questa iniziativa per i pregiudizi che può arrecare alle istituzioni della Repubblica e si rivolgono a tutti i parlamentari perché rinuncino a portare avanti una modifica tanto pericolosa del sistema costituzionale.
Umberto Allegretti, Gaetano Azzariti, Lorenza Carlassare, Luigi Ferrajoli, Gianni Ferrara, Domenico Gallo, Raniero La Valle, Alessandro Pace, Alessandro Pizzorusso, Eligio Resta, Stefano Rodotà, Gustavo Zagrebelsky

Vincenzo Cuoco Gli Eroi

 

TALUNI PATRIOTI

Dopo la caduta della repubblica, Napoli non presentò che l’immagine dello squallore. Tutto ciò che vi era di buono, di grande, d’industrioso, fu distrutto; ed appena pochi avanzi de’ suoi uomini illustri si possono contare, scampati quasi per miracolo dal naufragio, erranti, senza famiglia e senza patria, sull’immensa superficie della terra.

Si può valutare a piú di ottanta milioni di ducati la perdita che la nazione ha fatto in industrie; quasi altrettanto ha perduto in mobili, in argenti, in beni confiscati: il prodotto di quattro secoli è stato distrutto in un momento. Si son veduti de’ monopolisti inglesi mercanteggiare i nostri capi d’opera di pittura, che il saccheggio avea fatti passare dagli antichi proprietari nelle mani del popolaccio, il quale non ne conosceva né il merito né il prezzo.

La rovina della parte attiva della nazione ha strascinata seco la rovina della nazione intera: tutto il popolo restò senza sussistenza, perché estinti furono o dispersi coloro che ne mantenevano o che ne animavano l’industria; e gli stessi controrivoluzionari piangono ora la perdita di coloro che essi stessi hanno spinti a morte.

Aggiungete a questi danni la perdita di tutt’i princípi, la corruzione di ogni costume, funeste ed inevitabili conseguenze delle vicende di una rivoluzione; una corte che da oggi in avanti riguarda la nazione come estranea e crede ritrovar nella di lei miseria e nella di lei ignoranza la sicurezza sua; e l’uomo che pensa vedrá con dolore una gran nazione respinta nel suo corso politico allo stato infelice in cui era due secoli fa.

Salviamo da tanta rovina taluni esempi di virtú: la memoria di coloro che abbiamo perduti è l’unico bene che ci resta, è l’unico bene che possiamo trasmettere alla posteritá. Vivono ancora le grandi anime di coloro che Speziale ha tentato invano di distruggere; e vedranno con gioia i loro nomi, trasmessi da noi a quella posteritá che essi tanto amavano, servir di sprone all’emulazione di quella virtú che era l’unico oggetto de’ loro voti.

Noi abbiamo sofferti gravissimi mali; ma abbiam dati anche grandissimi esempi di virtú. La giusta posteritá obblierá gli errori che, come uomini, han potuto commettere coloro a cui la repubblica era affidata: tra essi però ricercherá invano un vile, un traditore. Ecco ciò che si deve aspettare dall’uomo, ed ecco ciò che forma la loro gloria.

In faccia alla morte nessuno ha dato un segno di viltá. Tutti l’han guardata con quell’istessa fronte con cui avrebbero condannati i giudici del loro destino. Manthoné, interrogato da Speziale di ciò che avesse fatto nella repubblica, non rispose altro che: – Ho capitolato. – Ad ogni interrogazione non dava altra risposta. Gli fu detto che preparasse la sua difesa: – Se non basta la capitolazione, arrossirei di ogni altra. –

Cirillo, interrogato qual fosse la sua professione in tempo del re, rispose: – Medico. – Nella repubblica? – Rappresentante del popolo. – Ma in faccia a me che sei? – riprese Speziale, che pensava cosí avvilirlo[1]. – In faccia a te? Un eroe. –

Quando fu annunziata a Vitagliani la sua sentenza, egli suonava la chitarra; continuò a suonarla ed a cantare finché venne l’ora di avviarsi al suo destino. Uscendo dalle carceri, disse al custode: – Ti raccomando i miei compagni: essi sono uomini, e tu potresti esser infelice un giorno al pari di loro. –

Carlomagno, montato giá sulla scala del patibolo, si rivolse al popolo e gli disse: – Popolo stupido! tu godi adesso della mia morte. Verrá un giorno, e tu mi piangerai: il mio sangue giá si rovescia sul vostro capo e, se voi avrete la fortuna di non esser vivi, sul capo de’ vostri figli. –

Granalè dall’istesso luogo guardò la folla spettatrice: – Vi ci riconosco – disse – molti miei amici: vendicatemi! –

Nicola Palomba era giá sotto al patibolo: il commesso del fisco gli dice che ancora era a tempo di rivelare de’ complici. – Vile schiavo! – risponde Palomba – io non ho saputo comprar mai la vita coll’infamia. –

– Io ti manderò a morte – diceva Speziale a Velasco. – Tu?… Io morirò, ma tu non mi ci manderai. – Cosí dicendo, misura coll’occhio l’altezza di una finestra che era nella stanza del giudice, vi si slancia sotto i suoi occhi, e lascia lo scellerato sbalordito alla vista di tanto coraggio ed indispettito per aver perduto la vittima sua.

Ma, se vi vuole del coraggio per darsi la morte, non se ne richiede uno minore per non darsela, quando si è certo di averla da altri. A Baffa[2], giá certo del suo destino, fu offerto dell’oppio. Egli lo ricusò; e, morendo, dimostrò che non l’avea ricusato per viltá. Era egli, al pari di Socrate, persuaso che l’uomo sia posto in questo mondo come un soldato in fazione e che sia delitto l’abbandonar la vita, non altrimenti che lo sarebbe l’abbandonare il posto.

Questo sangue freddo, tanto superiore allo stesso coraggio, giunse all’estremo nella persona di Grimaldi. Era giá condannato a morte; era stato trattenuto dopo la condanna piú di un mese tra’ ferri; finalmente l’ora fatale arriva: di notte, una compagnia di russi ed un’altra di soldati napolitani lo trasportano dalla custodia al luogo dell’esecuzione. Egli ha il coraggio di svincolarsi dalle guardie; si difende da tutti i soldati, si libera, si salva. La truppa lo insiegue invano per quasi un miglio; né lo avrebbe al certo raggiunto, se, invece di fuggire, non avesse creduto miglior consiglio nascondersi in una casa, di cui trovò la porta aperta. La notte era oscura e tempestosa; un lampo lo tradí e lo scoperse ad un soldato, che l’inseguiva da lontano. Fu raggiunto. Disarmò due soldati, si difese, né lo potettero prendere se non quando, per tante ferite, era giá caduto semivivo.

Quante perdite dovrá piangere, e per lungo tempo, la nostra nazione! Io vorrei poter rendere ai nomi di tutti quell’onore che meritano, e spargere sul loro cenere quei fiori che forse chi sa se essi avranno giammai! Ma chi potrebbe rammentarli tutti?

Io non posso render a tutti quella giustizia che meritano, tra perché non ho potuto sapere tutto ciò ch’è avvenuto ne’ diversi luoghi del Regno, tra perché nella mia emigrazione non ho avuta altra guida che la mia memoria, la quale non ha potuto tutto ritenere. Mi sia perciò permesso trattenermi un momento sopra taluni piú noti.

Caracciolo Francesco. Era, senza contraddizione, uno de’ primi geni che avesse l’Europa. La nazione lo stimava, il re lo amava; ma che poteva il re? Egli fu invidiato da Acton, odiato dalla regina, e perciò sempre perseguitato. Non vi fu alcuna specie di mortificazione a cui Acton non lo avesse assoggettato; si vide ogni giorno posposto… Caracciolo era uno di quei pochi che al piú gran genio riuniva la piú pura virtú. Chi piú di lui amava la patria? Che non avrebbe fatto per lei? Diceva che la nazione napolitana era fatta dalla natura per avere una gran marina, e che questa si avrebbe potuto far sorgere in pochissimo tempo; avea in grandissima stima i nostri marinari. Egli morí vittima dell’antica gelosia di Thurn e della viltá di Nelson… Quando gli fu annunziata la morte, egli passeggiava sul cassero, ragionando della costruzione di un legno inglese che era dirimpetto, e proseguí tranquillamente il suo ragionamento. Intanto un marinaro avea avuto l’ordine di preparargli il capestro: la pietá glielo impediva… Egli piangeva sulla sorte di quel generale, sotto i di cui ordini aveva tante volte militato. – Sbrigati – gli disse Caracciolo: – è ben grazioso che, mentre io debbo morire, tu debbi piangere. – Si vide Caracciolo sospeso come un infame all’antenna della fregata «Minerva»; il suo cadavere fu gittato in mare. Il re era ad Ischia, e venne nel giorno susseguente, stabilendo la sua dimora nel vascello dell’ammiraglio Nelson. Dopo due giorni il cadavere di Caracciolo apparve sotto il vascello, sotto gli occhi del re… Fu raccolto dai marinari, che tanto l’amavano, e gli furono resi gli ultimi offici nella chiesa di Santa Lucia, che era prossima alla sua abitazione; offici tanto piú pomposi quantoché senza fasto veruno e quasi a dispetto di chi allora poteva tutto, furono accompagnati dalle lagrime sincere di tutt’i poveri abitanti di quel quartiere, che lo riguardavano come il loro amico ed il loro padre.

Simile a Caracciolo era Ettore Carafa. Quest’eroe, unitamente al suo bravo aiutante Ginevra, sostenne Pescara anche dopo le capitolazioni di Capua, Gaeta e Sant’Elmo. Caduto nelle mani di Speziale, mostrògli qual fosse il suo coraggio, ed andò a morte con intrepidezza e disinvoltura.

Cirillo Domenico. Era uno de’ primi tra i medici di una cittá ove la medicina era benissimo intesa e coltivata; ma la medicina formava la minor parte delle sue cognizioni, e le sue cognizioni formavano la minor parte del suo merito. Chi può lodare abbastanza la sua morale? Dotato di molti beni di fortuna, con un nome superiore all’invidia, amico della tranquillitá e della pace, senza veruna ambizione, Cirillo è uno di quei pochi, pochi sempre, pochi in ogni luogo, che in mezzo ad una rivoluzione non amano che il bene pubblico. Non è questo il piú sublime elogio che si possa formare di un cittadino e di un uomo? Io era seco lui nelle carceri; Hamilton e lo stesso Nelson, a’ quali avea piú volte prestato i soccorsi della sua scienza, volevano salvarlo. Egli ricusò una grazia che gli sarebbe costata una viltá.

Conforti Francesco. Si è giá detto il tratto di perfidia che gli usò Speziale. A questo si aggiunga che Conforti in tutto il corso della sua vita avea reso de’ servigi importanti alla corte; avea difesi i diritti della sovranitá contro le pretensioni di Roma; avea fissati i nuovi princípi per i beni ecclesiastici, princípi che riportavano la ricchezza nello Stato e la felicitá nella nazione; molte utili riforme erano nate per suo consiglio; la corte per sua opera avea rivendicati piú di cinquanta milioni di ducati in fondi… Conforti era il Giannone, era il Sarpi della nostra etá; ma avea fatto piú di essi, istruendo dalla cattedra e formando, per cosí dire, una gioventú nuova. Pochi sono i napolitani che sanno leggere, che non lo abbiano avuto a maestro. E quest’uomo, senza verun delitto, si mandò a morire! Egli riuniva eminentemente tutto ciò che formava l’uomo di lettere e l’uomo di Stato.

Pagano Francesco Mario. Il suo nome vale un elogio. Il suo Processo criminale è tradotto in tutte le lingue, ed è ancora uno delli migliori libri che si abbia su tale oggetto. Nella carriera sublime della storia eterna del genere umano voi non rinvenite che l’orme di Pagano, che vi possano servir di guida per raggiugnere i voli di Vico.

Pimentel Eleonora Fonseca. «Audet viris concurrere virgo». Ma essa si spinse nella rivoluzione, come Camilla nella guerra, per solo amor della patria. Giovinetta ancora, questa donna avea meritata l’approvazione di Metastasio per i suoi versi. Ma la poesia formava una piccola parte delle tante cognizioni che l’adornavano. Nell’epoca della repubblica scrisse il Monitore napolitano, da cui spira il piú puro ed il piú ardente amor di patria. Questo foglio le costò la vita, ed essa affrontò la morte con un’indifferenza eguale al suo coraggio. Prima di avviarsi al patibolo, volle bevere il caffè, e le sue parole furono: – «Forsan haec olim meminisse iuvabit». –

Russo Vincenzio. È impossibile spinger piú avanti di quello che egli lo spinse l’amore della patria e della virtú. La sua opera de’ Pensieri politici è una delle piú forti che si possano leggere. Egli ne preparava una seconda edizione, e l’avrebbe resa anche migliore, rendendola piú moderata. La sua eloquenza popolare era sublime, straordinaria… Egli tuonava, fulminava: nulla poteva resistere alla forza delle sue parole… Sarebbe stato utile che si fossero raccolte delle memorie sulla sua condotta nel carcere. Egli fu sempre un eroe. Giunto al luogo del supplizio, parlò lungamente con un tuono di voce e con un calore di sentimento, il quale ben mostrava che la morte potea distruggerlo, non mai però il suo aspetto poteva avvilirlo. Quasi cinque mesi dopo, ho inteso raccontarmi il suo discorso dagli uffiziali che vi assistevano, con quella forte impressione che gli spiriti sublimi lascian perpetua in noi, e con quella specie di dispetto con cui gli spiriti vili risentono le irresistibili impressioni degli spiriti troppo sublimi… Oh! se la tua ombra si aggira ancora intorno a coloro che ti furono cari, rimira me, fin dalla piú tenera nostra adolescenza tuo amico, che piango, non te (a te che servirebbe il pianto?), ma la patria per cui inutilmente tu sei morto.

Federici Francesco. Era maresciallo in tempo del re; fu generale in tempo della repubblica. Il ministro di guerra lo rese inutile, mentre avrebbe potuto esser utilissimo. La stessa ragione lo avea reso inutile in tempo del re. Egli sapeva profondamente l’arte della guerra; ma insieme coll’arte della guerra egli sapeva mille altre cose, che per lo piú ignorano coloro che sanno l’arte della guerra. Il suo coraggio nel punto della morte fu sorprendente.

Scotti Marcello. È difficile immaginare un cuore piú evangelico. Egli era l’autore del Catechismo nautico, opera destinata all’istruzione de’ marinai dell’isola di Procida, sua patria, che meriterebbe di esser universale. Nella disputa sulla «chinea» scrisse, sebben senza suo nome, l’opera della Monarchia papale, di cui non si era veduta l’eguale dopo Sarpi e Giannone. Nella repubblica fu rappresentante. Morí vittima dell’invidia di taluni suoi compatrioti.

Parlando di Scotti, la mia memoria mi rammenta il virtuoso vescovo di Vico, il rispettabile prelato Troise, e chi no? Figli della patria! La vostra memoria è cara, perché è la memoria della virtú. Verrá, spero, quel giorno in cui, nel luogo istesso nobilitato dal vostro martirio, la posteritá, piú giusta, vi potrá dare quelle lodi che ora sono costretto a chiudere nel profondo del cuore e, piú felice, vi potrá elevare un monumento piú durevole della debole mia voce[3].

Gli Operai non esistono più

operaiUna delle frasi che mi irritano di più è: “Gli operai non esistono più”. Mi chiedo allora cosa sono i lavoratori della FIAT, i metalmeccanici delle altre fabbriche, gli autisti degli autobus, i braccianti agricoli (sia quelli italiani che quelli stranieri ultrasfruttati), gli operatiori ecologici delle città e le altre migliaia di lavoratori operai e non che, pur svolgendo un lavoro di concetto, sono stati ridotti alla medesima condizione degli operai degli anni settanta. Io sono figlio di un operaio degli anni ’70, che ha avuto la forza di laureare cinque figli con uno stipendio di operaio, mentre, oggi, due impegati di concetto non sono neppure in grado di pagare gli studi a più di un figlio. Non posso sopportare questa affermazione che talvolta, in un moto di rassegnazione, è pronunciata anche dagli stessi operai. Credo che ciò che è accaduto sia il risultato di una grande operazione di condizionamento psicologico sociale, volta a tenere a bada le masse costituite da singoli che non si riconoscono neppure più come operai. “Dividi et impera” è stato il motto. Lo stato sociale in questi anni è stato massacrato con lo scopo di creare divisioni, di creare individui solitari che non si riconoscono più in una classe sociale ma in una condizione che costituisce, per loro stessi, una gabbia dalla quale non poter uscire. Spesso mi capita di parlare con giovani dei quartieri popolari che manifestano, all’età di 14 anni, la loro intenzione di vivere con la pensione dei genitori nella consapevolezza che non avranno mai la possibilità di migliorarsi e, quindi, migliorare la società. Ciò mi provoca un moto di tristezza e di rabbia io, come tanti altri, ho avuto la possibilità di avere una evoluzione culturale e credo che di questo ne abbia beneficiato anche la società. Non posso sopportare che ragazzi, con tutti i numeri nel loro cervello, siano scoraggiati ad intraprendere ogni possibile evoluzione della loro condizione ingrassando il più delle volte le fila della malavita. Da bambino mi riconoscevo quale figlio di operaio e sapevo cosa ciò volesse dire perché c’erano momenti di socialità tra gli operai e le loro famiglie. Via via tutto questo è stato distrutto e non credo per motivi economici. La strada è lunga e vale la pena percorrerla tutti insieme …

L’Indignazione

indignazioneMi fa piacere di riportare l’analisi fatta da un mio caro amico, girata sulla lista e-mail dell’associazione che presiedo, sul perché la gente non si indigna nonostante tutto. Vale la pena fermarsi un attimo e leggere:

Cara Paola, se sapessimo perché tutti subiscono senza dir nulla – con pochissimi che dicono qualcosa – saremmo già a metà dell’opera, come si usa dire. Ovviamente anche a me viene la domanda: ma come è possibile che proprio le vittime sembrano consenzienti, o per lo meno inerti? Ci sono varie cause di questo comportamento, la più importante (ma non la sola), per trovarla, basta eseguire il seguente esperimento: per una o due settimane, leggete solo giornali e settimanali del gruppo di Berlusconi, guardate solo le sue TV, confrontatevi solo con le persone che lo sostengono (non è difficile individuarle), sforzatevi di pensare e di vivere in questo milieu simbolico. Se lo stomaco regge, alla fine sarete in grado di vedere il mondo come una vittima consenziente. Dopo questa full immersion, consultate gli indicatori per capire qual è la percentuale della popolazione italiana che vive la comunicazione nel modo che avete appena sperimentato. Et voilà: avete compreso il primo perché, quello macroscopico.

Un altro perché, meno evidente, lo si deve cercare suddividendo la popolazione in gruppi, in modo da selezionare vari tipi di ‘ambienti’ – non solo quelli di lavoro. Quelli che ci sono familiari sono la scuola e l’università. Qui dovremmo innanzitutto stabilire qual è la frazione di persone che vivono la comunicazione nel modo indicato sopra, ma la cosa non è tanto semplice perché pensiamo che queste persone hanno una cultura mediamente superiore al ‘campione brutale’ preso in considerazione sopra. E quindi, capace di critica, diremmo. Ma forse è qui che ci sbagliamo: avere cultura non implica avere senso critico… Ovviamente ci sono, nel nostro ambiente, anche persone che sono ben consapevoli di quanto accade, e che favoriscono quel processo che a noi appare un imbarbarimento, e che a loro appare come un’opportunità per aumentare il potere (reale o semplicemente simbolico) che possiedono o sperano di possedere.

Penso a qualche dirigente scolastico, a qualche insegnante, ad una (credo assoluta) maggioranza di professori ordinari. Quelli che a novembre e dicembre appoggiavano le proteste contro la legge Gelmini, e che ora sembra abbiano dimenticato che ci si può continuare ad opporre in mille modi, e sono diventati complici attivi: gestiscono la premialità fondata sui progetti, riscrivono gli statuti, preparano i criteri di valutazione…

Queste persone, però, sono una minoranza, sia nella scuola che nell’università. Sono gli altri a preoccuparci. Quelli che subiscono in silenzio, e che sono certamente consapevoli. E anche gli studenti, che sembrano volatilizzati. Alla manifestazione dei precari non mi sembrava che ci fossero poi tante persone (e così pure a quella contro la privatizzazione dell’acqua). Mi sconforta e mi addolora in particolare l’assenza degli studenti, e delle persone, diciamo, dai 45 anni in giù. Quelli che formano, in altre parole, il futuro: il loro ed anche il nostro futuro. Quelli che non vedono nessun orizzonte per la loro vita. Non so come valutare questa assenza, se non come stanchezza, disillusione, come l’aggrapparsi a quel poco che si ha in questo momento: un contratto a termine, una promessa…

Ma al fondo di questo percorso c’è anche un ultimo livello. Quello fondamentale, direbbe un fisico teorico. E’ la stessa capacità di adattamento, che ci accomuna come specie vivente, ad essere la causa. Voglio citare il seguente passo, dal Diario di Bergen-Belsen, di Hanna Lévy-Hass (la madre della giornalista del quotidiano progressista israeliano Haaretz):

B.B., 20.11.1944 – C’è qualcosa di strano, di spaventoso nella capacità dell’essere umano di adattarsi a tutto: all’umiliazione, alla fame più vergognosa, alla mancanza di spazio vitale, all’aria fetida, all’infezione, al bagno in comune… […] E ci adattiamo – come del resto al terrore crescente, alla brutalità più cinica, agli allarmi e alle minacce, alle malattie di massa, alla morte moltiplicata, collettiva, lenta ma sicura. Si adatta, l’uomo. Immobile, miserabile, terribile… si adatta! Cade sempre più in basso, sprofonda. E quando non si adatta più, allora muore. E’ l’unica risposta che sa dare. E anche noi continuiamo a trascinarci e a sprofondare sempre più in basso. Che orrore! Questa morte senza morire, viva, prolungata…

Vi chiedo scusa, perché questa pagina è veramente spaventosa. Anche e soprattutto per la sua forza evocativa. Ma non riesco a dimenticarla. Come non riesco a dimenticare il capitolo intitolato L’ultimo, di Se questo è un uomo. La nostra natura, il nostro hardware, è fatto in funzione dell’adattamento. Un adattamento che è come un contenitore vuoto. Ora, nella nostra società, che è profondamente incrinata, vi è una forza distruttrice che ha riempito quel vuoto. Alla quale, semplicemente, ci adattiamo. Per sopravvivere.

Ma per fortuna noi non ci riduciamo completamente a questo hardware. Siamo anche capaci di guardare alla nostra condizione dall’esterno. Come hanno fatto Hanna Lévy-Hass e Primo Levi, e tanti altri in tante altre situazioni di sofferenza collettiva. Un’operazione in certa misura contraria all’istinto, di produzione di una coscienza autonoma, propriamente umana. E’ in questa operazione che dobbiamo riporre la nostra fiducia, la nostra speranza e la nostra azione. E restare coscienti.

Con grande affetto verso tutti. Ermenegildo

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costituzionePRINCIPI FONDAMENTALI

Art. 1.L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Art. 2. La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Art. 3. Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Art. 4. La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

Art. 5. La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.

Art. 6. La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche.

Art. 7. Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani. I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

Art. 8. Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Art. 9. La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Art. 10. L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici.

Art. 11. L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Art. 12 La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

RAPPORTI CIVILI

Art. 13. La libertà personale è inviolabile. Non è ammessa forma alcuna di detenzione, di ispezione o perquisizione personale, né qualsiasi altra restrizione della libertà personale, se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge. In casi eccezionali di necessità ed urgenza, indicati tassativamente dalla legge, l’autorità di pubblica sicurezza può adottare provvedimenti provvisori, che devono essere comunicati entro quarantotto ore all’autorità giudiziaria e, se questa non li convalida nelle successive quarantotto ore, si intendono revocati e restano privi di ogni effetto. È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva.

Art. 14. Il domicilio è inviolabile. Non vi si possono eseguire ispezioni o perquisizioni o sequestri, se non nei casi e modi stabiliti dalla legge secondo le garanzie prescritte per la tutela della libertà personale. Gli accertamenti e le ispezioni per motivi di sanità e di incolumità pubblica o a fini economici e fiscali sono regolati da leggi speciali.

Art. 15. La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili. La loro limitazione può avvenire soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria con le garanzie stabilite dalla legge.

Art. 16. Ogni cittadino può circolare e soggiornare liberamente in qualsiasi parte del territorio nazionale, salvo le limitazioni che la legge stabilisce in via generale per motivi di sanità o di sicurezza. Nessuna restrizione può essere determinata da ragioni politiche. Ogni cittadino è libero di uscire dal territorio della Repubblica e di rientrarvi, salvo gli obblighi di legge.

Art. 17. I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Art. 18.

I cittadini hanno diritto di associarsi liberamente, senza autorizzazione, per fini che non sono vietati ai singoli dalla legge penale. Sono proibite le associazioni segrete e quelle che perseguono, anche indirettamente, scopi politici mediante organizzazioni di carattere militare.

Art. 19. Tutti hanno diritto di professare liberamente la propria fede religiosa in qualsiasi forma, individuale o associata, di farne propaganda e di esercitarne in privato o in pubblico il culto, purché non si tratti di riti contrari al buon costume.

Art. 20. Il carattere ecclesiastico e il fine di religione o di culto d’una associazione od istituzione non possono essere causa di speciali limitazioni legislative, né di speciali gravami fiscali per la sua costituzione, capacità giuridica e ogni forma di attività.

Art. 21. Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Si può procedere a sequestro soltanto per atto motivato dell’autorità giudiziaria nel caso di delitti, per i quali la legge sulla stampa espressamente lo autorizzi, o nel caso di violazione delle norme che la legge stessa prescriva per l’indicazione dei responsabili. In tali casi, quando vi sia assoluta urgenza e non sia possibile il tempestivo intervento dell’autorità giudiziaria, il sequestro della stampa periodica può essere eseguito da ufficiali di polizia giudiziaria, che devono immediatamente, e non mai oltre ventiquattro ore, fare denunzia all’autorità giudiziaria. Se questa non lo convalida nelle ventiquattro ore successive, il sequestro s’intende revocato e privo di ogni effetto. La legge può stabilire, con norme di carattere generale, che siano resi noti i mezzi di finanziamento della stampa periodica. Sono vietate le pubblicazioni a stampa, gli spettacoli e tutte le altre manifestazioni contrarie al buon costume. La legge stabilisce provvedimenti adeguati a prevenire e a reprimere le violazioni.

Art. 22. Nessuno può essere privato, per motivi politici, della capacità giuridica, della cittadinanza, del nome.

Art. 23. Nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla legge.

Art. 24. Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi. La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento. Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione. La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.

Art. 25. Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge. Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso. Nessuno può essere sottoposto a misure di  sicurezza se non nei casi previsti dalla legge.

Art. 26. L’estradizione del cittadino può essere consentita soltanto ove sia espressamente prevista dalle convenzioni internazionali. Non può in alcun caso essere ammessa per reati politici.

Art. 27. La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte.

Art. 28. I funzionari e i dipendenti dello Stato e degli enti pubblici sono direttamente responsabili, secondo le leggi penali, civili e amministrative, degli atti compiuti in violazione di diritti. In tali casi la responsabilità civile si estende allo Stato e agli enti pubblici.

RAPPORTI ETICO-SOCIALI

Art. 29. La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare.

Art. 30. È dovere e diritto dei genitori mantenere, istruire ed educare i figli, anche se nati fuori del matrimonio. Nei casi di incapacità dei genitori, la legge provvede a che siano assolti i loro compiti. La legge assicura ai figli nati fuori del matrimonio ogni tutela giuridica e sociale, compatibile con i diritti dei membri della famiglia legittima. La legge detta le norme e i limiti per la ricerca della paternità.

Art. 31. La Repubblica agevola con misure economiche e altre provvidenze la formazione della famiglia e l’adempimento dei compiti relativi, con particolare riguardo alle famiglie numerose. Protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.

Art. 32. La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana.

Art. 33. L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento. La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato. La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali. È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale. Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.

Art. 34. La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi. La Repubblica rende effettivo questo diritto con borse di studio, assegni alle famiglie ed altre provvidenze, che devono essere attribuite per concorso.

RAPPORTI ECONOMICI

Art. 35. La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme ed applicazioni. Cura la formazione e l’elevazione professionale dei lavoratori. Promuove e favorisce gli accordi e le organizzazioni internazionali intesi ad affermare e regolare i diritti del lavoro. Riconosce la libertà di emigrazione, salvo gli obblighi stabiliti dalla legge nell’interesse generale, e tutela il lavoro italiano all’estero.

Art. 36. Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. La durata massima della giornata lavorativa è stabilita dalla legge. Il lavoratore ha diritto al riposo settimanale e a ferie annuali retribuite, e non può rinunziarvi.

Art. 37. La donna lavoratrice ha gli stessi diritti e, a parità di lavoro, le stesse retribuzioni che spettano al lavoratore. Le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione. La legge stabilisce il limite minimo di età per il lavoro salariato. La Repubblica tutela il lavoro dei minori con speciali norme e garantisce ad essi, a parità di lavoro, il diritto alla parità di retribuzione.

Art. 38. Ogni cittadino inabile al lavoro e sprovvisto dei mezzi necessari per vivere ha diritto al mantenimento e  all’assistenza sociale. I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria. Gli inabili ed i minorati hanno diritto all’educazione e all’avviamento professionale. Ai compiti previsti in questo articolo provvedono organi ed istituti predisposti o integrati dallo Stato. L’assistenza privata è libera.

Art. 39. L’organizzazione sindacale è libera. Ai sindacati non può essere imposto altro obbligo se non la loro registrazione presso uffici locali o centrali, secondo le norme di legge. È condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica. I sindacati registrati hanno personalità giuridica. Possono, rappresentati unitariamente in proporzione dei loro iscritti, stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce.

Art. 40. Il diritto di sciopero si esercita nell’ambito delle leggi che lo regolano.

Art. 41. L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Art. 42. La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati. La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti. La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale. La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Art. 43. A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale.

Art. 44. Al fine di conseguire il razionale sfruttamento del suolo e di stabilire equi rapporti sociali, la legge impone obblighi e vincoli alla proprietà terriera privata, fissa limiti alla sua estensione secondo le regioni e le zone agrarie, promuove ed impone la bonifica delle terre, la trasformazione del latifondo e la ricostituzione delle unità produttive; aiuta la piccola e la media proprietà. La legge dispone provvedimenti a favore delle zone montane.

Art. 45. La Repubblica riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. La legge ne promuove e favorisce l’incremento con i mezzi più idonei e ne assicura, con gli opportuni controlli, il carattere e le finalità. La legge provvede alla tutela e allo sviluppo dell’artigianato.

Art. 46. Ai fini della elevazione economica e sociale del lavoro in armonia con le esigenze della produzione, la Repubblica riconosce il diritto dei lavoratori a collaborare, nei modi e nei limiti stabiliti dalle leggi, alla gestione delle aziende.

Art. 47. La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito. Favorisce l’accesso del risparmio popolare alla proprietà dell’abitazione, alla proprietà diretta coltivatrice e al diretto e indiretto investimento azionario nei grandi complessi produttivi del Paese.

RAPPORTI POLITICI

Art. 48. Sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico.  La legge stabilisce requisiti e modalità per l’esercizio del diritto di voto dei cittadini residenti all’estero e ne assicura l’effettività. A tal fine è istituita una circoscrizione Estero per l’elezione delle Camere, alla quale sono assegnati seggi nel numero stabilito da norma costituzionale e secondo criteri determinati dalla legge. Il diritto di voto non può essere limitato se non per incapacità civile o per effetto di sentenza penale irrevocabile o nei casi di indegnità morale indicati dalla legge.

Art. 49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Art. 50. Tutti i cittadini possono rivolgere petizioni alle Camere per chiedere provvedimenti legislativi o esporre comuni necessità.

Art. 51. Tutti i cittadini dell’uno o dell’altro sesso possono accedere agli uffici pubblici e alle cariche elettive in condizioni di eguaglianza, secondo i requisiti stabiliti dalla legge. A tale fine la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini. La legge può, per l’ammissione ai pubblici uffici e alle cariche elettive, parificare ai cittadini gli italiani non appartenenti alla Repubblica. Chi è chiamato a funzioni pubbliche elettive ha diritto di disporre del tempo necessario al loro adempimento e di conservare il suo posto di lavoro.

Art. 52. La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge. Il suo adempimento non pregiudica la posizione di lavoro del cittadino, né l’esercizio dei diritti politici. L’ordinamento delle Forze armate si informa allo spirito democratico della Repubblica.

Art. 53. Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.

Art. 54. Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge.

 

IL PARLAMENTO

Le Camere.

Art. 55. Il Parlamento si compone della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. Il Parlamento si riunisce in seduta comune dei membri delle due Camere nei soli casi stabiliti dalla Costituzione.

Art. 56. La Camera dei deputati è eletta a suffragio universale e diretto. Il numero dei deputati è di seicentotrenta, dodici dei quali eletti nella circoscrizione Estero. Sono eleggibili a deputati tutti gli elettori che nel giorno delle elezioni hanno compiuto i venticinque anni di età. La ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, si effettua dividendo il numero degli abitanti della Repubblica, quale risulta dall’ultimo censimento generale della popolazione, per seicentodiciotto e distribuendo i seggi in proporzione alla popolazione di ogni circoscrizione, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

Art. 57. Il Senato della Repubblica è eletto a base regionale, salvi i seggi assegnati alla circoscrizione Estero. Il numero dei senatori elettivi è di trecentoquindici, sei dei quali eletti nella circoscrizione Estero. Nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a sette; il Molise ne ha due, la Valle d’Aosta uno. La ripartizione dei seggi tra le Regioni, fatto salvo il numero dei seggi assegnati alla circoscrizione Estero, previa applicazione delle disposizioni del precedente comma, si effettua in proporzione alla popolazione delle Regioni, quale risulta dall’ultimo censimento generale, sulla base dei quozienti interi e dei più alti resti.

Art. 58. I senatori sono eletti a suffragio universale e diretto dagli elettori che hanno superato il venticinquesimo anno di età. Sono eleggibili a senatori gli elettori che hanno compiuto il quarantesimo anno.

Art. 59. È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica. Il Presidente della Repubblica può nominare senatori a vita cinque cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario.

Art. 60. La Camera dei deputati e il Senato della Repubblica sono eletti per cinque anni. La durata di ciascuna Camera non può essere prorogata se non per legge e soltanto in caso di guerra.

Art. 61. Le elezioni delle nuove Camere hanno luogo entro settanta giorni dalla fine delle precedenti. La prima riunione ha luogo non oltre il ventesimo giorno dalle elezioni.  Finché non siano riunite le nuove Camere sono prorogati i poteri delle precedenti.

Art. 62.  Le Camere si riuniscono di diritto il primo giorno non festivo di febbraio e di ottobre. Ciascuna Camera può essere convocata in via straordinaria per iniziativa del suo Presidente o del Presidente della Repubblica o di un terzo dei suoi componenti. Quando si riunisce in via straordinaria una Camera, è convocata di diritto anche l’altra.

Art. 63.  Ciascuna Camera elegge fra i suoi componenti il Presidente e l’Ufficio di presidenza. Quando il Parlamento si riunisce in seduta comune, il Presidente e l’Ufficio di presidenza sono quelli della Camera dei deputati.

Art. 64. Ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti. Le sedute sono pubbliche; tuttavia ciascuna delle due Camere e il Parlamento a Camere riunite possono deliberare di adunarsi in seduta segreta. Le deliberazioni di ciascuna Camera e del Parlamento non sono valide se non è presente la maggioranza dei loro componenti, e se non sono adottate a maggioranza dei presenti, salvo che la Costituzione prescriva una maggioranza speciale. I membri del Governo, anche se non fanno parte delle Camere, hanno diritto, e se richiesti obbligo, di assistere alle sedute. Devono essere sentiti ogni volta che lo richiedono.

Art. 65. La legge determina i casi di ineleggibilità e di incompatibilità con l’ufficio di deputato o di senatore. Nessuno può appartenere contemporaneamente alle due Camere.

Art. 66. Ciascuna Camera giudica dei titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità e di incompatibilità.

Art. 67. Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Art. 68. I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati  nell’esercizio delle loro funzioni. Senza autorizzazione della Camera alla quale appartiene, nessun membro del Parlamento può essere sottoposto a perquisizione personale o domiciliare, né può essere arrestato o altrimenti privato della libertà  personale, o mantenuto in detenzione, salvo che in esecuzione di una sentenza irrevocabile di condanna, ovvero se sia colto nell’atto di commettere un delitto per il quale è previsto l’arresto obbligatorio in flagranza. Analoga autorizzazione è richiesta per sottoporre i membri del Parlamento ad intercettazioni, in qualsiasi forma, di conversazioni o comunicazioni e a sequestro di corrispondenza.

Art. 69. I membri del Parlamento ricevono un’indennità stabilita dalla legge.

OMISSIS

LA MAGISTRATURA

Ordinamento giurisdizionale.

Art. 101. La giustizia è amministrata in nome del popolo. I giudici sono soggetti soltanto alla legge.

Art. 102. La funzione giurisdizionale è esercitata da magistrati ordinari istituiti e regolati dalle norme sull’ordinamento giudiziario. Non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali. Possono soltanto istituirsi presso gli organi giudiziari ordinari sezioni specializzate per determinate materie, anche con la partecipazione di cittadini idonei estranei alla magistratura. La legge regola i casi e le forme della partecipazione diretta del popolo all’amministrazione della giustizia.

Art. 103. Il Consiglio di Stato e gli altri organi di giustizia amministrativa hanno giurisdizione per la tutela nei confronti della pubblica amministrazione degli interessi legittimi e, in particolari materie indicate dalla legge, anche dei diritti soggettivi. La Corte dei conti ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge. I tribunali militari in tempo di guerra hanno la giurisdizione stabilita dalla legge. In tempo di pace hanno giurisdizione soltanto per i reati militari commessi da appartenenti alle Forze armate.

Art. 104.  La magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere. Il Consiglio superiore della magistratura è presieduto dal Presidente della Repubblica. Ne fanno parte di diritto il primo presidente e il procuratore generale della Corte di cassazione. Gli altri componenti sono eletti per due terzi da tutti i magistrati ordinari tra gli appartenenti alle varie categorie, e per un terzo dal Parlamento in seduta comune tra professori ordinari di università in materie giuridiche ed avvocati dopo quindici anni di esercizio. Il Consiglio elegge un vice presidente fra i componenti designati dal Parlamento. I membri elettivi del Consiglio durano in carica quattro anni e non sono immediatamente rieleggibili. Non possono, finché sono in carica, essere iscritti negli albi professionali, né far parte del Parlamento o di un Consiglio regionale.

Art. 105.  Spettano al Consiglio superiore della magistratura, secondo le norme dell’ordinamento giudiziario, le assunzioni, le assegnazioni ed i trasferimenti, le promozioni e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati.

Art. 106. Le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso. La legge sull’ordinamento giudiziario può ammettere la nomina, anche elettiva, di magistrati onorari per tutte le funzioni attribuite a giudici singoli. Su designazione del Consiglio superiore della magistratura possono essere chiamati all’ufficio di consiglieri di cassazione, per meriti insigni, professori ordinari di università in materie giuridiche e avvocati che abbiano quindici anni d’esercizio e siano iscritti negli albi speciali per le giurisdizioni superiori.

Art. 107. I magistrati sono inamovibili. Non possono essere dispensati o sospesi dal servizio né destinati ad altre sedi o funzioni se non in seguito a decisione del Consiglio superiore della magistratura, adottata o per i motivi e con le garanzie di difesa stabilite dall’ordinamento giudiziario o con il loro consenso. Il Ministro della giustizia ha facoltà di promuovere l’azione disciplinare. I magistrati si distinguono fra loro soltanto per diversità di funzioni.Il pubblico ministero gode delle garanzie stabilite nei suoi riguardi dalle norme sull’ordinamento giudiziario.

Art. 108. Le norme sull’ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge. La legge assicura l’indipendenza dei giudici delle giurisdizioni speciali, del pubblico ministero presso di esse, e degli estranei che partecipano all’amministrazione della giustizia.

Art. 109. L’autorità giudiziaria dispone direttamente della polizia giudiziaria.

Art. 110. Ferme le competenze del Consiglio superiore della magistratura, spettano al Ministro della giustizia l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

Norme sulla giurisdizione.

Art. 111. La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge. Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata. Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo. Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore. La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita. Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra. Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

Art. 112. Il pubblico ministero ha l’obbligo di esercitare l’azione penale.

Art. 113. Contro gli atti della pubblica amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti e degli interessi legittimi dinanzi agli organi di giurisdizione ordinaria o amministrativa. Tale tutela giurisdizionale non può essere esclusa o limitata a particolari mezzi di impugnazione o per determinate categorie di atti. La legge determina quali organi di giurisdizione possono annullare gli atti della pubblica amministrazione nei casi e con gli effetti previsti dalla legge stessa.

OMISSIS

Art. 134.  La Corte costituzionale giudica: sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni; sui conflitti di attribuzione tra i poteri dello Stato e su quelli tra lo Stato e le Regioni, e tra le Regioni; sulle accuse promosse contro il Presidente della Repubblica, a norma della Costituzione.

Art. 135. La Corte costituzionale è composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative. I giudici della Corte costituzionale sono scelti tra i magistrati anche a riposo delle giurisdizioni superiori ordinaria ed amministrative, i professori ordinari di università in materie giuridiche e gli avvocati dopo venti anni d’esercizio. I giudici della Corte costituzionale sono nominati per nove anni, decorrenti per ciascuno di essi dal giorno del giuramento, e non possono essere nuovamente nominati. Alla scadenza del termine il giudice costituzionale cessa dalla carica e dall’esercizio delle funzioni. La Corte elegge tra i suoi componenti, secondo le norme stabilite dalla legge, il Presidente, che rimane in carica per un triennio, ed è rieleggibile, fermi in ogni caso i termini di scadenza dall’ufficio di giudice. L’ufficio di giudice della Corte è incompatibile con quello di membro del Parlamento, di un Consiglio regionale, con l’esercizio della professione di avvocato e con ogni carica ed ufficio indicati dalla legge. Nei giudizi d’accusa contro il Presidente della Repubblica, intervengono, oltre i giudici ordinari della Corte, sedici membri tratti a sorte da un elenco di cittadini aventi i requisiti per l’eleggibilità a senatore, che il Parlamento compila ogni nove anni mediante elezione con le stesse modalità stabilite per la nomina dei giudici ordinari.

Art. 136. Quando la Corte dichiara l’illegittimità costituzionale di una norma di legge o di atto avente forza di legge, la norma cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione. La decisione della Corte è pubblicata e comunicata alle Camere ed ai Consigli regionali interessati, affinché, ove lo ritengano necessario, provvedano nelle forme costituzionali.

Art. 137. Una legge costituzionale stabilisce le condizioni, le forme, i termini di proponibilità dei giudizi di legittimità costituzionale, e le garanzie d’indipendenza dei giudici della Corte. Con legge ordinaria sono stabilite le altre norme necessarie per la costituzione e il funzionamento della Corte. Contro le decisioni della Corte costituzionale non è ammessa alcuna impugnazione.

Revisione della Costituzione. Leggi costituzionali.

Art. 138. Le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali sono adottate da ciascuna Camera con due successive deliberazioni ad intervallo non minore di tre mesi, e sono approvate a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera nella seconda votazione. Le leggi stesse sono sottoposte a referendum popolare quando, entro tre mesi dalla loro pubblicazione, ne facciano domanda un quinto dei membri di una Camera o cinquecentomila elettori o cinque Consigli regionali. La legge sottoposta a referendum non è promulgata, se non è approvata dalla maggioranza dei voti validi. Non si fa luogo a referendum se la legge è stata approvata nella seconda votazione da ciascuna delle Camere a maggioranza di due terzi dei suoi componenti.

Art. 139. La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale.

Riforma della giustizia – L’idea che non muore

CassazioneNon occorre aggiungere altro! Dall’editoriale L’idea che non muore, in La Magistratura, 15 gennaio 1926: “L’Associazione dei Magistrati si è sciolta. Questo era il suo dovere dopo l’approvazione della legge sui sindacati alla Camera dei Deputati. Con questo numero. La Magistratura sospende le sue pubblicazioni. È un passo che compiamo con tristezza profonda: non si spendono 15 anni in un’opera di sacrificio, senza che questa divenga, alla fine, parte integrante della nostra persona e della nostra vita e si leghi a noi, fibra a fibra, in piena solidarietà di fortuna; non si vive anni ed anni in intima consuetudine di pensiero e di opere con tanti amici e collaboratori, senza avvertire, al distacco improvviso, lo strappo doloroso dei tessuti giovani e vitali, non logorati dal tempo e refrattari per prova a qualsiasi bacillo di dissoluzione. Noi siano dunque tristi, come, certo, tutti coloro che, non senza qualche sacrificio e qualche degna prova di coraggio, ci hanno seguiti nel faticoso cammino, perché noi tutti amammo l’Associazione nostra come si amano gli ideali in cui davvero si crede: per se stessa, per quello che essa rappresentava nel rinnovamento della giustizia italiana, al di sopra delle persone e dei loro interessi. La nostra tristezza è grande: ma serena. Non rancori, non rimpianti, non il morso di inquietitudine morale. È un placido tramonto primaverile che chiude una feconda giornata: l’operaio raccoglie con mano ancora vigorosa gli strumenti di lavoro, guarda tutt’intorno il suo campo, come ad accarezzare, nell’attimo del commiato, ogni fil d’erba germogliato dal suo sudore e, sulla via del ritorno, dimentica gli stenti e l’aspra fatica del giorno nella anticipata visione delle rigogliose messi che verranno. È questo il suo premio, questo il miracolo delle sue forze che ogni giorno si rinnovano, delle sue speranze che rinascono ad ogni colpo della delusione; della sua fede nella vittoria all’indomani stesso della sconfitta più disperante. Il lavoro è la sua croce e la sua gioia, la fede è la sua forza e tutto il suo premio. Quest’operaio è come il Giusto del Vangelo: sempre pronto al combattimento, come alla morte, eguale alle gioie ed al dolore, ai trionfi come alle sconfitte; perché, a rigore, sconfitte e trionfi non sono che l’apparenza, quando tutta la storia e tutto il progresso dell’umanità dimostrano che non una sola goccia di sudore cadde mai invano dalla fronte dell’uomo e che neppure una volta sola le opere della fede furono destinate alla sterilità ed alla morte. L’una cosa che davvero uccide è la grettezza morale ed il disonore; è l’egoismo degli uomini che profana la santità delle idee e prostituisce la fede nel compromesso. Ma noi non conoscemmo queste ombre di umanità crepuscolare: la nostra fine ne è il documento indiscutibile. Forse, con un po’ più di “comprensione” – come eufemisticamente suol dirsi – non ci sarebbe stato impossibile organizzarci una piccola vita senza gravi dilemmi e senza rischi: una piccola vita soffusa di tepide burette, al sicuro dalle intemperie e protetta dalla nobiltà di qualche satrapia. Forse si poteva  non morire, od anche vivacchiare non inutilmente come agenzia di collocamento per gli affamati di nuovi posti o come sanatorio per gli affetti da “onorite” cronica. Ma, per divenire eremita, persino il diavolo aspettò ad invecchiare: ci si consentirà che, per divenire diavoli, sia egualmente necessaria una certa dose di decrepitezza morale, e cioè un certo progressivo allenamento a giocare con la propria anima come si fa con le vesciche di majale aggrinzite: il che non è affare di un giorno, di un mese o di un anno. L’Associazione era troppo giovane, vegeta ed assetata di vita, per trasformarsi in un’agenzia o in un sanatorioLa mezzafede non è il nostro forte; la “vita a comando” è troppo complessa per spiriti semplici come i nostri. Ecco perché abbiamo preferito morire. Era la sola maniera per tramandare intatta l’eredità morale della nostra Associazione. Perché questa eredità c’è, è vistosissima e nessuno ha il potere di distruggerla. L’edificio edificato in quindici anni occupa nell’anima della giovane magistratura un posto infinitamente più largo ed importante di quello, per verità modestissimo, che la povertà dei nostri mezzi e l’avversità delle vicende consentirono di occupare esteriormente nella vita italiana. Questo edificio è racchiuso tutto in una parola: l’indipendenza della magistratura, come base d’indipendenza della giustizia. È di quelle parole semplici, che una volta penetrate nell’animo di un uomo o di un popolo, sono destinate a trasformarsi in una forza dominante ed incoercibile. Or noi non ci illudiamo di avere radicato nello spirito italiano l’esigenza di una giustizia indipendente; ma siamo sicuri che di questa esigenza vive ormai la giovane magistratura la quale fu sempre la forza vera del nostro sodalizio e tra noi educò una fierezza nuova nell’esercizio della funzione giudiziaria e diede, nonostante i tempi e gli ordinamenti, esempi indimenticabili di dirittura e di indipendenza. È un’esigenza, che nessuno potrebbe sradicare, tanto essa è legata fibra a fibra con tutte le aspirazioni, i propositi e gli studi vigorosi, che rendono feconda e bella la giovinezza: è tutta una vita, tutta una conquista. Nessuno ha il potere di addormentare mai più anime, su cui sia caduto il raggio di una tal luce. È come il biblico frutto proibito: “qui en a touchè, en touchera”. La nostra fine consacra questa grande eredità morale, nella quale è, per noi, tutta la consolazione e tutto il premio di quest’ora triste. L’Italia avrà giorni felici, come noi speriamo, o tristi: la giustizia italiana rifulgerà di nuova luce o decadrà nel politicantismo. Nessun può far prognostici. Ma una fede ferma ci sorregge in fondo all’animo: che tutto ciò che è saldamente edificato nel cuore degli uomini è inviolabile ed indistruttibile.

Regio decreto 16 dicembre 1926*

Vittorio Emanuele III

Re d’Italia

PER GRAZIA DI DIO E PER VOLONTÀ DELLA NAZIONE

Ritenuto che il Consigliere della Corte di Cassazione, Saverio Brigante, il Sostituto Procuratore Generale di Corte di Appello Roberto Cirillo, i giudici Occhiuto  Filippo Alfredo e Chieppa Vincenzo ed il Sostituto Procuratore del Re Macaluso Giovanni sono stati i principali e più attivi dirigenti dell’Associazione Generale tra i Magistrati Italiani; 

Ritenuto che ad opera di essi l’Associazione assunse un indirizzo antistatale, sovvertitore della disciplina e della dignità dell’Ordine giudiziario, che fu propagandato a mezzo del periodico di classe “La Magistratura” dai medesimi redatto e

pubblicato;

Ritenuto che tale indirizzo sostanzialmente venne mantenuto anche dopo l’avvento del Governo Nazionale, che essi avversarono criticandone astiosamente gli atti, nonché facendo insinuazioni ed affermazioni di pretese ingiustizie e persecuzioni personali tanto da incorrere in reiterate diffide ufficiali;

Ritenuto che solo per normale ossequio alla Legge sui sindacati essi deliberarono lo scioglimento dell’Associazione, la soppressione del periodico e la liquidazione della Cooperativa (a suo tempo creata per fornire stabile sede all’Associazione), ma in sostanza mantennero saldi i vincoli associativi mediante atti simulati continuando, tra l’altro: la pubblicazione del giornale sotto il nuovo titolo “La Giustizia Italiana” da essi ugualmente redatto, che si ostinò nell’avversione al Governo sino ad incorrere nel novembre scorso, dopo reiterate diffide, nella soppressione ordinata dall’autorità politica;

Ritenuto che per le manifestazioni compiute i magistrati suddetti non offrono garanzie di un fedele adempimento nei loro doveri di ufficio e si sono posti in

condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del Governo;

Viste le giustificazioni presentate dagli interessati;

Visto l’art. I° della legge 24 dicembre 1925 n. 2300;

Sentito il Consiglio dei Ministri;

Sulla proposta del Nostro Guardasigilli Ministro Segretario di Stato per la Giustizia e gli Affari di Culto;

Abbiamo decretato e decretiamo

Chieppa Vincenzo – giudice – ed altri

sono dispensati dal servizio, a decorrere dal 31 dicembre 1926, ai sensi dell’art.

I° della Legge 24 dicembre 1925 n. 2300.

Il Nostro Guardasigilli Ministro anzidetto è incaricato dell’esecuzione del presente

Decreto.

Dato in Roma addì 16 dicembre 1926

F.to Vittorio Emanuele

Controfirmato: Mussolini

“ : Rocco

Napoli e la crisi dei rifiuti una riflessione

piazza_plebiscito_napoliElenco che si sarebbe potuto leggere in una nota trasmissione:

Napoletani, che scavalcano la monnezza;

Napoletani che volgono lo sguardo dall’altra parte, pur’essa colma di monnezza;

Napoletani e topi; topi che escono dalle fogne trovando altre fogne;

Napoletani traditi dall’olfatto;

Napoletani tutti uguali nella monnezza;

Napoletani rassegnati, neri, sporchi, inanimati, fermi;

Napoletani con i figli in braccio, morti di colera.

….

Napoletani pizza e mandolino;

Napoletani totò, peppino e la malafemmina;

Napoletani babbà e sfugliatella;

Napoletani o sole e o mare;

Napoletani posillipo e mergellina;

Napoletani cuorno e san gennaro.

….

Napoletani con il Vesuvio, vigile e purificatore!

Noi Siamo

 

Noi siamo quelli che sono stanchi della politica fine a se stessa;

Noi siamo quelli che credono che tra capitale e lavoro valga di più il lavoro;

Noi siamo quelli che credono di poter cambiare il paese iniziando a cambiare se stessi;

Noi siamo quelli che si sono sempre “fatti il mazzo”;

Noi siamo quelli che non hanno bisogno della politica per campare;

Noi siamo quelli che credono che sul bene del paese non debba prevalere l’economia;

Noi siamo quelli che credono nella possibilità di realizzare dei sogni;

Noi siamo quelli che sono stanchi di sentirsi dire che i soldi non ci sono perché il vero valore siamo noi;

Noi siamo quelli che amano le diversità, perché costituiscono ricchezza;

Noi siamo quelli che credono in una società multiraziale;

Noi siamo quelli che pretendono il rispetto delle regole;

Noi siamo quelli che non vogliono più sentirsi dire: “noi questo ci meritiamo”;

Noi siamo quelli che non hanno paura della crisi;

Noi siamo quelli che vogliono una società libera senza classi chiuse;

Noi siamo quelli che vogliono la scuola pubblica;

Noi siamo quelli che vogliono la sanità pubblica;

Noi siamo quelli che vogliono i beni e servizi essenziali pubblici;

Noi siamo quelli che lottano contro ogni forma di privilegio;

Noi siamo quelli che credono nella libertà individuale e di coscienza;

Noi siamo quelli che credono in uno stato laico libero da condizionamenti;

Noi siamo quelli che vogliono crescere in questo paese;

Noi siamo quelli che hanno i figli da far crescere in questo paese;

Noi siamo quelli che vogliono salvaguardare le risorse di questo paese;

Noi siamo quelli che vogliono la terra, l’acqua, l’aria pulite;

Noi siamo quelli che amano la trasparenza;

Noi siamo la forza delle parole che pronunciamo….

C.A. Ciampi: A un giovane Italiano

Di questo libro mi ha colpito il sentimento di umiltà che traspare dalla lettura. Ad un certo punto, infatti, è lo stesso Ciampi a dichiarare che i suoi successi li ha sempre attribuiti al caso ed alla fortuna per paura di esaltare le sue doti ed i risultati raggiunti. Sono convinto che l’umiltà è un sentimento che solo i veri grandi conoscono.

Per chi ne sente il richiamo, la vocazione, direi, tra i doveri più alti c’è l’impegno politico, perché esso è posto al servizio dell’interesse generale, di tutti i cittadini. I problemi e le difficoltà del presente, le molte delusioni riservateci dal carattere assunto dalla nostra vita pubblica hanno generato un diffuso sentimento di diffidenza, se non di disprezzo, per la politica e le sue istituzioni. Credo sia giunto il momento di dismettere questo abito mentale. La politica non è quella cosa sporca da molti irresponsabilmente predicata con gran seguito di opinione pubblica. Certamente, il virus che causa questa ripulsa si annida nella condotta di troppi uomini politici. E’ solo l’indegnità degli uomini, infatti, che sporca la politica, quando questa viene piegata a interessi personali o particolari, piuttosto che a quello generale. Servire l’interesse generale non richiede – non dovrebbe richiedere – di essere persone eccezionali, santi, eroi o anacoreti. E’ necessario credere fermamente nei valori portanti della democrazia; è importante porsi obiettivi realisticamente perseguibili per lo sviluppo della società; è sufficiente essere uomini e donne probi, competenti, coerenti nel praticare valori e convinzioni professati a parole e, se non è troppo ingenuo da parte mia, sentire l’incarico assunto prima di tutto come un dovere civico. Non conta il dissenso, non conta la diversità di opinione e di valutazione , di fronte a un disinteressato e faticoso impegno a servire con la parola, con l’ammonimento, con le decisioni, con le scelte le idee in cui si crede. In questo senso la politica è linfa della vita democratica; se viene accantonata come attrezzo ormai inservibile la democrazia ne patisce alla lunga menomazioni gravi, irreversibili. Quanto più ci si disinteressa della vita pubblica, per attendere esclusivamente alla cura dei propri pur legittimi interessi, tanto più si indeboliscono lo spirito di solidarietà e la stessa capacità di immedesimarsi e comprendere le condizioni dei nostri simili … Novant’anni sono molti anche per continuare a nutrire fiducia; eppure nonostante tutto, non posso dirmi pessimista. Non sto cercando, però di indurti, giovane amico, a coltivare un ottimismo consolatorio, quel sentimento dal sapore dolciastro e quasi sincero. Desidero invitarti ad aguzzare lo sguardo, lo sguardo acuto dell’intelletto e del cuore, affinché tu non perda di vista il segno di quella strada che tu stesso dovrai provvedere a tracciare, senza superbia, ma senza troppi timori. Come diceva Seneca nelle sue lettere a Lucillo: Continua nei tuoi progressi e capirai che sono meno da temere proprio quelle cose che fanno più paura”.

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